Il nome del figlio

A volte amo farmi del male, senza per questo essere un seguace dell’autore di “Venere in pelliccia”.
Soprattutto quando si tratta di pellicola non mi faccio mancare nulla e preferisco assumere tutte le sostanze per poi valutare con calma e completezza di informazione.
Questo film era da tempo che lo volevo vedere e non certo perché mi aspettassi il capolavoro ma più che altro per valutare lo stato di salute del cinema italiano rispetto a quello francese.
L’operina della Archibugi è infatti liberamente tratta dalla pièce “Le Prénom” di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, da cui il giustamente celebrato film “Cena tra amici” sempre degli stessi, uno dei quali (La Patellière) è addirittura figlio d’arte di uno dei grandi registi di commedia degli anni ’70, sodale di De Funès in mille deliranti scorrerie.
Anche questo film, in Italia, sia a livello di critica che di pubblico, è stato portato in palma di mano come film ottimo, eccelso esempio di commedia d’autore e così via delirando.
Da tempo vado dicendo che il problema della cultura italiana è, appunto, culturale più ancora che tecnico.
Non che manchino i problemi proprio tecnici, di vera e propria competenza specifica, ma il piano culturale prevale e travolge tutto, così come era capitato per un altro film con Alessandro Gassmann, quel tremendo “Se Dio vuole” di cui avevo parlato in un precedente post.
Come capita spesso anche nel teatro italiano, la Archibugi prende un testo che funziona, che ha fatto successo altrove, e lo “adatta” alla realtà italiana.
Adattandolo si compie il massacro, inevitabile, e quasi sempre è un massacro in salsa quasi dialettale o comunque molto, molto provinciale.
In questo caso il classico romanesco.
D’altronde se l’obiettivo era il siparietto sulla realtà italiana, tocca perfino darle ragione : l’Italia, soprattutto rispetto alla Francia, è questa cosa qui.
Meschina, ignorante, acida e cattiva, volgare, profondamente volgare.
Ma non è solo questo che disturba.
Se scendiamo su un piano puramente tecnico e narrativo, da una parte abbiamo un film perfetto, con un testo preciso, efficace, in punta di forchetta, con dialoghi fulminanti e i giusti twists e le sorprese che vengono preparate, costruite, rifinite da veri maestri.
Dall’altra abbiamo un film che non ha neanche un centesimo del timing e della perfezione dell’originale francese, piccolo dramma per una commedia, viene diluito in una salsa ridicolmente banale e tradizionale che è quella del “grande freddo dè noantri con canzoncina inclusa cantata a squarciagola”, viene diretto con sciatteria imbarazzante, mascherata con piccoli penosi devices come l’onnipresente drone dei figli, che permette scenette pseudo-cool e recitato da una congerie di “attori” che, tolto il solito Gassmann col pilota automatico recitante sé stesso e la sua onnipresente maschera (fino a quando?) e un Lo Cascio totalmente miscast e danneggiato oltre le sue colpe da un film disastrato, è composto da un gruppo di personaggi straordinariamente privi di talento, nemici della dizione, sublimemente inadatti a sollevare dalla polvere una operazione così mal congegnata.
Si arriva fino al punto di lasciare il povero Papaleo in balia di un personaggio ambiguo e del confronto con uno dei tantissimi, piccoli grandi attori transalpini come Guillaume de Tonquédec, costretto e lasciato fare fino al punto di citare qualche suo tormentone televisivo (sic) per fare l’occhiolino al consueto pubblico ignorantemente distratto.
Nessuna costruzione dei personaggi, al punto che le vere svolte di un testo atomico si perdono in pochi secondi e neanche vengono colte, nessuna vera idea di regìa alternativa (lasciare come è una cosa perfetta, no vero?), il solito Titanic all’ombra del cupolone.
“Twittami ‘sto cazzo”, immortale battuta perfino inserita nel trailer, recitata da una sciagurata Ramazzotti, è l’epitome a questo specchio del paese, inadatto sia nei contenuti che nelle forme.
Che un disastro del genere possa perfino fare gridare al miracolo sfugge all’umana comprensione, ma si sa che la cattolica Italietta ama credere ai miracoli.
Soprattutto quelli fasulli.

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3 thoughts on “Il nome del figlio

  1. È talmente brutto e malfatto, supponente di una vanagloria boriosa e ignorante che si stenta a riconoscere l’originale, meraviglioso e inavvicinabile, nella costruzione dei dialoghi e dei personaggi.

  2. Per non parlare della credibilità della Golino che, al termine di una “sfuriata” (ovviamente si fa per dire), esce di scena saltellando e facendo stretching…
    Un film volgare e imbarazzante sotto ogni punto di vista, che non ha nulla a che vedere con la finezza dell’originale francese.

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