In volo con Checco

Come al solito si fa finta di non capire.
L’enorme successo dell’ultimo film di Checco Zalone ha subito rinfocolato la vecchia diatriba tifoidea tra presunti intellettuali e presunto popolino in merito alla cultura italiana.
Se si sbagliano le domande le risposte saranno sempre sbagliate ed “impugnabili”.
Il problema, ovviamente, non è la presenza di gente come Fabio Volo sugli scaffali delle librerie o Checco Zalone nelle sale.
In tutto il mondo esistono prodotti che si rivolgono ad un pubblico di bocca buona, più o meno popolari nel senso lato del termine.
Il problema italiano, specifico, è duplice e il cinema autoriale che si invoca come alternativa non c’entra nulla.
Primo problema : i numeri dimostrano che gli italiani tendono a consumare, nella stragrande maggioranza, SOLO questi prodotti.
Secondo problema : i numeri dimostrano che il consumo culturale in senso lato è spaventosamente basso in Italia rispetto al resto d’Europa e questo vale per qualsiasi forma d’arte o cultura.
Qui sta il dilemma.
Personalmente non ho mai avuto remore nel consumare qualsiasi cosa, anche per innata curiosità onnivora, e quindi non subirò le consuete lamentele dei mediocri furbastri che in genere stoppano qualsiasi critica dicendo le consuete frasi : ma non l’hai neanche visto, letto etc.
Ho letto ANCHE parecchi libri di Volo e visto tutti i film di Checco (salvo quest’ultimo che, magari, è un capolavoro).
Sottolineo magari, ovviamente.
I miei numeri sia nel consumo di libri che di film sono talmente superiori alla media italiana che posso permettermi anche questi lussi.
Perchè di lusso si tratta, soprattutto riducendosi il tempo di vita e di fruizione, il lusso di attardarsi anche con queste cose potendo fare altro.
Ne sono sempre uscito deluso, sia per la pochezza della proposta, sia per la sensazione di aver perso del tempo sostanzialmente.
Zalone, a differenza di Volo, gode del vantaggio di venire dall’epoca d’oro dei cinepanettoni ed è chiaro che in relazione a quella melma può sembrare, ai più sprovveduti, un genio della comicità.
Volo, in compenso, gode del vantaggio competitivo di attenuare i suoi successi grazie ad uno zoccolo duro di lettori numericamente molto inferiore ai frequentatori di cinema che riequilibra la sorpresa di trovarlo in testa alle classifiche grazie alla compresenza di gente come Camilleri o altri che forniscono un solido passatempo per gente che legge molto.
Se lasciamo perdere altri lidi o l’America stessa, dove in genere le cose di qualità non trovano molto spazio (nel cinema americano recente degli Apatow e altri poi non ne parliamo), nell’Europa migliore è facile verificare cosa è considerato “popolare” e paragonarlo, per stile e contenuti, all’equivalente italiano.
Questa è la verifica, impietosa, da fare, anno dopo anno.
Non il consumo di prodotti “di nicchia” che attirano sempre, ovunque, una minoranza illuminata.
Al turning point del nuovo anno sono andato anch’io in un multisala per vedere il nuovo film di Woody Allen, uno che spesso rifila pacchi in tarda età ma che riesce sempre a muovermi, per antica abitudine.
Mi sono trovato in una inspiegabile, inusitata mostruosa fila che solo dopo ho capito fosse riferita al primo giorno di Zalone superstar.
Non è mai piacevole sentirsi in gregge anche perché mi sono trovato in un multisala che, only in Italy, non prevedeva pagamenti ai consueti dispensers con carta di credito.
Dopo una decina di minuti ho capito che non sarei mai riuscito a vedere il mio film e mi sono dileguato, con grande gioia.
Alcuni involontari umoristi continuano a sostenere che quando un successo è popolare ed è osteggiato per l’oggettiva pochezza artistica lì si nasconde l’invidia.
Si usavano questi pseudo argomenti anche nel recente, apparentemente svanito, ventennio berlusconiano.
Argomenti tifoidei per gente con piccole meningi.
L’invidia ovviamente non c’entra nulla e tantomeno la legittimità di questi furbetti di guadagnare sulla dabbenaggine e la pochezza culturale del popolino.
Tutti sanno benissimo che il modo migliore per prosperare in questo paese e anche altrove è fatturare sulla stupidità delle masse.
Il problema è constatare, nel 2016, che l’Italia che i nostri padri ingenuamente consideravano in grande avanzamento, soprattutto culturale, grazie alle lauree, alle migliori possibilità economiche e così via, in realtà si attarda ancora su queste strade, come se non cambiasse mai nulla.
I finti laureati che appestano la penisola, incapaci di scrivere e parlare con accettabile ricchezza e qualità, quelli dell’abuso vocalico su Facebook (cazzoooo amiciiiiii) sono la più plastica rappresentazione del bug anticulturale che è il fattore principale per cui non cambia mai nulla da queste parti, perché tutto parte dalla cultura, che piaccia o no.
Stiamo parlando dell’80% della popolazione, quello che rideva con orrida convinzione ad un film di Aldo, Giovanni e Giacomo (il peggiore, tra l’altro) qualche anno fa, mentre io e pochi altri ci guardavamo in giro stupiti in un cinema milanese, quello che odia “gli intellettuali” e li ha sempre ridotti all’irrilevanza mentre altrove sono ascoltati e “usati”, come si dovrebbe, per innalzare il livello della società.
Il cinema comico italiano è il simbolo di questo paese, che non si è mai alzato dalla “fase anale”, quella dell’infanzia emotiva e mentale.
E come dice una persona a me cara, Ottavia, se si parte da quella zona a ora che si arriva al cervello si fa notte.
Come capita sempre nei posti dove cultura è una parolaccia che evoca antiche noie di origine propriamente scolastica, non esiste in Italia un vero interesse specifico per le arti.
Provate a verificare il commento medio di quelli che escono dai cinema già in cerca affannosa di un posto dove andare a mangiare con gli amici.
“Bello-brutto”, “lento-veloce” (cosa che mi fa impazzire), al massimo qualche accenno veloce alla trama (rovesciando le priorità) : nessun accenno al linguaggio, alla recitazione, alla sceneggiatura.
Specularmente in libreria, diventata velocemente un gineceo di appassionate post-Harmony (da qui il successo delle cinquanta sfumature…), tolto il famoso zoccolo duro, la gggente difficilmente parla di ciò che davvero conta in un’opera letteraria.
Quindi, mi dispiace, hic Rhodus hic salta : quando cambieranno numeri e vincitori allora sapremo che questo paese, davvero, vuole cominciare a cambiare.
Per quanto mi riguarda trovo ozioso illudersi ancora ed aspettare.
Abbiamo dedicato fin troppo tempo e fegato al sedicente bel paese, volgare e sghignazzante.
Anche perché non dovete credere al luogo comune dell’italiano provinciale e quindi esterofilo e autorazzista.
Al dunque, e il dunque è quasi sempre tifoideo (vedi recente squallida vicenda Vale-spagnoli), gli italiani sono ferocemente provinciali e quindi nazionalisti in maniera violenta e ridicola, grottescamente convinti per davvero che tutto il mondo sia paese.
Quella forma di sciatto provincialismo che fa parlare male del governo, dello Stato e delle tasse così come delle cose che in genere non vanno ma in maniera superficiale, non riflessa, non approfondita.
La realtà è che quelli che poi vanno oltre ed analizzano davvero le questioni scoprono, spesso con stupore, di essere andati troppo avanti e di essere rimasti soli nella loro giusta, puntuale, precisa, dettagliata descrizione dello sfacelo italico.
E da qui al dileggio e all’isolamento vero il passo è breve, come tutti i grandi intellettuali di questo paese hanno potuto verificare di persona.
Ma questo non andate a dirlo alle greggi che vogliono ridere.
Peraltro semel in anno, mi raccomando.

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