Steve Jobs

Non potevo mancare alla messa laica dell’appuntamento con questo nuovo film su uno dei miei idoli di sempre.
Gli altri due, anche loro ormai scomparsi, sono David Bowie e Stanley Kubrick.
Tutti control freaks, tutti di una qualità quasi scandalosamente superiore alla media, tutti visionari e dotati del famoso terzo occhio, dall’alto, sulla realtà e sul futuro.
Torniamo a Steve.
Quando ho saputo che dopo il ridicolo filmetto con Ashton Kutcher, si era finalmente allestito un progetto degno del protagonista, non vedevo letteralmente l’ora di poterlo vedere questo film.
Diretto da Boyle (un regista a mio avviso grande ma ancora sottovalutato), con Fassbender e Winslet (una coppia d’attori di altissimo livello), ma soprattutto con la sceneggiatura di Aaron Sorkin (l’unico vero genio rimasto ad Hollywood, all’altezza dei dialoghisti del passato) e basato sulla biografia ufficiale di Isaacson, questa invero dettagliata quanto deludente.
Come ormai è noto, Boyle, proprio perché ometto di qualità, se ne è allegramente infischiato della verosimiglianza e tantomeno dell’aderenza alla notarile e noiosa biografia ufficiale.
Ha avuto la fortuna di avere qualche rifiuto, da parte di Di Caprio (luckily), di Bale (che probabilmente l’avrebbe portata a casa bene) e ha assunto l’uomo giusto, con la fame giusta ancorchè straordinariamente non somigliante all’originale (irlandesi-tedeschi e siriani in effetti hanno differenze…), Michael Fassbender, che oggi è un grande, grande attore.
E che, a quanto pare, ha detto la sua su questo film in maniera importante nelle prove, su come dovevano essere allestite, sul taglio da dare al tutto.
Un futuro regista, probabilmente.
Quello che mi è piaciuto da impazzire di questo film è la sua impostazione teatrale.
Non mi stupisce quindi che sia stato un flop al botteghino : è una operazione molto raffinata, la sublimazione dell’arte sorkiniana del “walk and talk”, un tre atti di parola già pronto per futuri allestimenti in scena, non agiografico, non biografico.
Tre lampi sul personaggio preso nel dietro le quinte di tre keynotes fondamentali, dichiaratamente antinaturalistico e quindi quasi anni ’70 nel suo delineare un personaggio controverso, “bigger than life”, con tratti di penna e dialoghi al fulmicotone.
Con Jeff Daniels, nella parte di John Sculley, semplicemente monumentale, vecchio compagno d’avventure di Sorkin nel meraviglioso “The Newsroom”, la più grande serie “di parola” del decennio.
L’interplay tra Fassbender e la Winslet è il cuore pulsante del film e non delude neanche per un secondo.
Due ore che filano via in un attimo solo parlando, segnale classico della grandezza della scrittura.
Grande film, per palati fini.

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