Caprice et Marguerite

Due nomi di donna, due film, due personaggi che non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro.
Il cinema francese continua a fare quello che molti si sono dimenticati di fare : raccontare storie, con grazia, eleganza, cultura.
“Marguerite” narra in salsa francese e con ambientazione parigina belle époque la storia di una simil Florence Foster Jenkins (Marguerite Dumont), una ricchissima donna accompagnata da un marito nobile decaduto che la protegge dal mondo esterno.
Il motivo?
La nostra eroina ha una insana passione per la musica e il belcanto accoppiate ad una straordinaria mancanza di talento che la porta ad organizzare imbarazzanti esibizioni nella propria lussuosissima magione.
Tra sontuosi banchetti (il vero motivo della presenza di così tanti socialites) e stecche furiose si consuma un dramma umano con risvolti quasi paradossali, soprattutto quando la protagonista si incaponisce a volersi esibire davanti ad un pubblico vero in un grande teatro.
Film di grandissima eleganza formale, recitato al solito splendidamente, in particolare da Catherine Frot (la cuoca del presidente francese in un precedente film), film fortemente originale, grottesco, sicuramente funebre, con un forte sentore di morte incardinato nel personaggio del maggiordomo compiacente che ricorda neanche tanto alla lontana il suo omologo in “Sunset Boulevard”.
A breve uscirà anche la versione ufficiale e quindi “americana” di questa strana storia, diretto da Frears e con la Streep e Hugh Grant nelle due parti principali.
“Caprice”, mai tradotto e quindi visto in originale sulla benemerita Mubi (un sito che fa rivivere in chiave moderna la meravigliosa tradizione del cinema d’essai), è invece l’ultimo gioiello di quel genio che è Emmanuel Mouret.
Attore, regista, sceneggiatore delle proprie opere, Mouret è quello che era Woody Allen molti anni fa, declinato in francese e quindi con forti richiami anche a Rohmer (soprattutto) e a Truffaut.
Dopo aver visto lo splendido “Un baiser, s’il vous plaît!”, vedere “Caprice” porta alla dipendenza.
La leggerezza, l’eleganza, la classe di questo giovane maestro della commedia è stupefacente.
La storia, semplice ed efficacissima, racconta di un modesto insegnante (lo schlemiel francofono) che quasi per caso intreccia una relazione amorosa con una nota attrice, contro tutte le aspettative.
A complicare la storia la protagonista del film (Caprice, ossia la sempre più convincente Anaïs Demoustier), innamorata fastidiosa e stalker del personaggio di Mouret.
Un meccanismo inesorabile, con mille varianti, anche sorprendenti, e un tocco che fa pensare a Lubitsch e al miglior Allen, quello ormai dimenticato nelle nebbie del tempo.
Attendo con ansia di vedere l’intera filmografia di questo fenomeno, grato di aver riscoperto quel brivido che dopo “Provaci ancora Sam” mi fece divorare un film dopo l’altro del grande Woody.
Semplicemente imperdibile.

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