Downton’s end

La fine di “Downton Abbey”, la serie leggendaria di Julian Fellowes ambientata al crepuscolo della vecchia Inghilterra, ha gettato nello sconforto milioni di fans in tutto il mondo.
Inutile dire che l’Italia ha, more solito, fatto storia a sè in negativo, relegando questo splendido prodotto televisivo ad una nicchia per pochi intenditori.
Le serie tv di qualità stanno sostituendo non solo parte del cinema ma soprattutto hanno già preso il posto stabilmente dei vecchi romanzi d’appendice, delle saghe familiari, i grandi romanzi storici, i nobili “polpettoni” : il meglio della narrativa “popolare”.
A dimostrazione dell’abbassamento costante del livello culturale italiota, questo genere di opere è popolare solo nei paesi anglosassoni e in generale nell’Occidente colto.
Qui si intende per popolare la versione ammodernata della vecchia commedia plautina (Plauto mi perdoni, peraltro) in salsa volgar-pecoreccia oppure il raccontino stinto da tinello che dipinge un’Italia da anni ’50 (i preti, i carabinieri, la retorica, la mediocrità come stile di vita).
“Downton”, rivisitazione geniale del rapporto classista inglese “downstairs-upstairs” (servitù e nobiltà), è scritto magnificamente, ha una ambientazione così curata e maniacale da rappresentare una vera “time machine”, crea personaggi indelebili come respirare ed è, secondo lo stile british abituale, recitato in maniera sublime.
D’altronde una serie che dura sei anni e che ha come interpreti fissi gente come Bonneville, la monumentale Maggie Smith e mille altri non può non essere straordinaria.
Ogni twist di sceneggiatura, spesso brutale, ha creato una fiumana di tweets, partecipazione, afflato, degni di una vicenda reale.
Highclere Castle, il vero nome della Abbey della serie e strepitosa magione nell’Hampshire, è presa d’assalto come non mai con lunghe file e prenotazioni iper-anticipate, come in un pellegrinaggio.
A dimostrazione che le vicende raccontate nella serie (la decadenza della nobiltà inglese, la sua “espropriazione” fiscale, il costo mostruoso di gestione delle dimore e quindi il ricorso al turismo come àncora di salvezza) sono lo sfondo che preludono alla modernità, dove lunghe code di fans si recano là dove la tv mette i suoi riflettori.
Ci mancherà.
Molto.

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