Quella volta che

Quella volta che vidi Bob Dylan ed Eric Clapton, avevo 17 anni, loro erano all’apice della loro fama ed io vivevo quasi due mesi all’anno nella capitale britannica.
Mi ero intruppato con un gruppo di amici inglesi verso l’aerodromo di Blackbushe, un enorme spazio nel Surrey.
Non avrei mai pensato che “The Picnic” (così si chiamava il festival in questione) sarebbe entrato nella leggenda come uno dei più grandi ritrovi dell’intera storia (200.000 persone e spiccioli).
Vista con gli occhi di adesso sembra quasi appartenere ad altre galassie, tra rock, droghe, capelli lunghi, estemporanei spettacolini, fiumi di birra.
Musicalmente Dylan era un’icona ma già da allora era chiaro che quella non era la mia musica americana, così come non è quella di Springsteen o della velenosa musica country che scoprii nella sua fetida ripetitività nei primi viaggi negli USA, alla disperata ricerca di una stazione radio che non vomitasse quella roba lì.
Musica da rednecks del Midwest, non certo una delle migliori garanzie di raffinatezza di palati.
L’avvento sul palco di Clapton, altro apice dell’interminabile gig, fu accolto non solo da me ma anche dai miei “fellow brits” con molta, molta più partecipazione.
Gli inglesi, dal mio punto di vista, hanno sempre una marcia in più nel pop-rock, aggiungono quel loro tocco meravigliosamente europeo ed eccentrico ad una musica che nasce pura e senza fronzoli.
Clapton era ed è il blues rivisitato e lì ribadii il mio amore per la mia musica americana, quella nera, il jazz, il blues, il funk, il rhythm’n’blues e così via.
Clapton era “Layla”, un pezzo che mi dava i brividi fin da allora e già mi raccontava, per tortuose vie, lo sviluppo della mia vita futura, allora così lontana e imprevedibile.
Quella volta che vidi Miles Davis ero già nel mood classico : meglio affrettarsi, andiamo a vederlo visto che capita raramente e comincia ad essere vecchiotto….
Ero a Milano ed ero già innestato nella mia prima vita da adulto da qualche anno.
L’amore per il jazz era consolidato fino a farlo diventare fin da allora il mio genere preferito in assoluto.
Una specie di mantra ritmico-melodico che fa dondolare la testa in maniera ipnotica, come in un loop dal quale non si vuole uscire mai.
Musica per la mente, musica davvero superiore sia per concezione che per realizzazione strumentale.
Tutta la musica americana veramente di qualità (e quindi in fondo non amatissima in patria) sempre da qui deve passare e risciacquare, Steely Dan, Prince, l’immenso Zappa, tutti.
Miles era già allora, per me, un gigante non del jazz ma di tutta la musica moderna.
Uno che era passato da capolavori spaventosi, apollinei e perfetti come “Kind of Blue” ad altri album a duemila all’ora come “Bitches Brew” e seguenti.
Non penso che l’imminente film con Don Cheadle riuscirà a rendergli giustizia, penso che si attarderà su questioncelle private (droga, violenza…) dimenticando che siamo in presenza di uno dei dieci-venti musicisti (senza limiti di genere e classica inclusa) che valgono una vita e definiscono intere epoche, pur viaggiando sempre molto oltre la loro matrice crossover, tipica dei grandi geni in ogni campo.
Comme d’habitude il nostro fece l’intero concerto con le spalle rivolte al pubblico, vestito con una colorata ed improbabile livrea flamboyant.
Un rito sciamanico ed una musica sicuramente non di questa terra.
Come da previsione morì pochi anni dopo e la mia sensazione fu, come sempre, di incredulità e di malinconia, come quando è morto Bowie, come se fosse la fine di un’epoca e in piccola parte anche della mia vita, quando invece stavo solo iniziando.
Quella volta che vidi Burt Bacharach ero sempre a Milano, qualche anno fa.
La mia seconda vita era già iniziata e l’età cominciava davvero ad accomunarmi all’arzillo combattente sul palco (“meglio affrettarsi”…), con il suo carico di emozioni e di lacrime.
Burt è per me, il simbolo dell’altro grande filone della musica americana, l’easy listening di classe, l’equivalente musicale delle commedie di Neil Simon.
Un mondo che si sta dissolvendo e che per anni è stato il giocattolo di lusso per le teste pensanti delle due coste (soprattutto quella est), il meglio della società americana.
Anche lui, come ha ammesso nel recente bellissimo “A life in song”, intervista-concerto alla Royal Albert Hall firmata BBC, ha tra le sue più grandi ispirazioni il jazz e in particolare il be-bop e nel suo straordinario canzoniere si nota ampiamente il filone d’oro che innerva questa musica sontuosa, vellutata, inesorabilmente splendida.

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