Il principe

Il 2016 conferma la sua meritata fama di annus horribilis per l’arte e la musica in particolare.
L’improvvisa scomparsa di Prince, a soli 57 anni, toglie il secondo grande pilastro della musica pop moderna assieme a David Bowie.
Duca, Principe…a dispetto delle evidenti, eclatanti differenze somatiche, etniche, culturali, stiamo parlando sempre di nobiltà artistica, stiamo parlando di due fondamenti di un periodo nella quale la grande musica apriva interi mondi, definiva epoche.
La nostra epoca.
Perchè come tutti i veri grandi Prince non è un musicista, è un intero continente e ha influenzato talmente tanto la sua arte da risultare incomprensibile lo scenario senza la sua presenza.
Mentre l’Italietta si attardava, come sempre, in diatribe penose e dualismi artificiali (ad esempio con Michael Jackson che ha in comune con Prince solo il colore della pelle ma che per il resto è artisticamente un microbo al confronto), rimarcando l’ambiguità sessuale (come Bowie), la teatralità delle performances (come Bowie), il mondo intero celebrava da subito la grandezza di un multistrumentista dal talento prolifico e folle, che partiva producendo da solo, giovanissimo, il primo album e poi, in poco tempo, dopo aver letteralmente reinventato il funk, inanellava da “Purple rain” in poi, una sequenza di album che definire indimenticabili è poco.
Quella è la fase “imperiale” e totalmente di successo del genio di Minneapolis, il “nuovo Duke Ellington” come giustamente ratificava un altro grandissimo, Miles Davis.
Ma io l’ho amato anche dopo, nelle fasi più controverse, nella sequenza di album gettati fuori a raffica, come se la creatività non avesse davvero limiti e tantomeno quella imposta dalle case discografiche (eterne nemiche) o dal buon senso puro e semplice.
E sono andato a vedermelo due volte dal vivo : esperienza quasi mistica, difficilmente raccontabile.
A dispetto della statura, un gigante in scena : il palcoscenico non fa sconti e la vera grandezza musicale e di padronanza scenica risaltano in maniera quasi surreale, iperreale.
Esattamente come Bowie, l’altro grande gigante.
Ora che il palcoscenico è chiuso e in lontananza si sente solo il gracchiare di musica inutile, riprodotta però su scintillanti devices tecnologici, il senso di perdita quasi toglie il fiato.
Possiamo solo festeggiare : perché siamo la generazione che ha vissuto la golden age di quella grande arte, di quel mistero che è la grande musica.

I was dreamin’ when I wrote this, forgive me if it goes astray
But when I woke up this mornin’, could’ve sworn it was judgment day
The sky was all purple, there were people runnin’ everywhere
Tryin’ to run from the destruction, you know I didn’t even care

Say say two thousand zero zero party over, oops, out of time
So tonight I’m gonna party like it’s nineteen ninety-nine

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