Cherrypicking n. 22

Dopo la cerimonia dei David, passata, come da tradizione, dal polveroso ridicolo grigiore burocratico della vecchia Italia all’americanismo di maniera della nuova, ovviamente migliore, edizione Sky, mi sono concesso insolitamente un trittico di film italiani.
Non ho voluto farmi male gratuitamente ed ho scelto accuratamente le nuove opere di due tra i pochissimi che valga la pena seguire, Moretti e Tornatore, e l’ultimo film di uno minore che qualche volta ha il guizzo di fare progetti interessanti, ossia il buon Sergio Rubini.
Moretti e Tornatore, assieme a Sorrentino, sono forse gli unici registi di respiro davvero internazionale che abbiamo allo stato attuale, e infatti spesso e volentieri sono apprezzati di più all’estero, secondo la nota legge del “nemo propheta”, nonchè fanno largo uso di attori e maestranze spesso non italiche, consci dello sfacelo, soprattutto recitativo, che impera da queste parti.
Partiamo dal buon Nanni.
Umanamente parlando sta attraversando una crisi di certezze, di logiche, di pensiero di cui non fa mistero.
E i suoi film ne guadagnano.
Ad esempio “Mia madre” mi sembra nettamente superiore e nettamente più maturo del celebratissimo “La stanza del figlio” che invece trovai meccanico, superficiale, sicuramente sopravvalutato.
Dai tempi di “Bianca”, piccolo grande film tuttora nel mio cuore, questo film crepuscolare mi sembra il suo migliore, assieme ad “Habemus Papam”, altro apologo sullo smarrimento.
Perfino la Buy, ultimamente gettatasi via in operazioni alimentari affrontate con i consueti occhioni sgranati e con un nevrotismo di maniera che la accomuna proprio alla Morante che da “Bianca” in poi è diventata la macchietta di sè stessa, perfino lei sembra rinascere a fronte di uno script e di un film essenziali, asciutti.
Inutile dire che la presenza della monumentale Giulia Lazzarini è uno dei motivi principali per vedere questo film.
L’antica eroina del Piccolo, eterno memento della grandezza degli attori del passato, raramente passa per le vie del cinema ma quando passa, ovviamente, lascia il segno.
A lei viene anche affidata la splendida battuta finale del film, una specialità, quella dei finali folgoranti, che Moretti ha cominciato a frequentare fin dai tempi di “Habemus Papam”.
“La corrispondenza”, ultimo film di Tornatore, non ha certo goduto di buona stampa e, secondo me, al di là di qualche suo demerito.
Se questo film l’avesse fatto qualche altro regista o non venisse dopo lo straordinario “La migliore offerta”, avrebbe senz’altro avuto miglior sorte.
Oggi parlare d’amore e di morte in questa maniera, così vera e romantica, è difficile per chiunque senza cadere nel “cheesy” (cosa che il buon Peppuccio sfiora qua e là) o nel pomposo.
In realtà la storia, pur esile, regge su meccanismi sofisticati, da film francese, e trova, oltre alla scontata grande interpretazione del solito Jeremy Irons, una certezza, perfino la sponda, against all odds, di una improbabile Olga Kurylenko, alla quale viene data una parte di studentessa-stunt, perfetta per rimandare con eleganza alle avventure action alle quali la nostra è abituata sul grande schermo.
Amore e morte : di cosa parlare se non questo?
Tornatore assolve al compito con la consueta eleganza, così poco italiana, e porta a casa un piccolo, buon film, che sicuramente crescerà nella considerazione nel tempo.
Se nel film di Moretti una delle battute chiave la dice la Buy, regista scopertamente smarrita : “Tutti pensano che io sia capace di capire quello che succede, di interpretare la realtà, ma io non capisco più niente.”, nel film di Tornatore la dice Irons, “mago” d’amore con lievi sfumature stalking, alla “Every breath you take”, che, chiosando sulla sua mortalità, dovuta ad un solo piccolo errore, dice : “Il mio errore lo conosco, è quello di non averti incontrata prima”, una frase che avrei voluto scrivere io, se mi credete.
Finiamo in minore con Sergio Rubini.
Il meglio che si può dire su “Dobbiamo parlare” è che è di impianto chiaramente verbale-teatrale, cosa che personalmente apprezzo sempre molto e che è, in parte, quello che avrebbe potuto essere “Il nome del figlio” se la regista di quello sfacelo non si fosse impegnata duramente solo nell’opera sistematica di demolizione di un vero capolavoro venuto da oltralpe.
Qualche spunto c’è, il tentativo apprezzabile di fare qualcosa di più del solito teatrino dialettale c’è ma ci sono anche molte cadute di tono e, soprattutto, una presenza attoriale femminile (come capita purtroppo spesso) nettamente al di sotto del compito, pur non immenso, affidato da Rubini alle due protagoniste.
Comme d’habitude una mezza occasione sprecata, pur restando, facilmente, al di sopra della consueta melma immangiabile che è la “commedia” italiota moderna.

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