Brexit lessons

Come tutti i referendum, anche la Brexit fa toccare con mano uno dei due corni del problema della democrazia.
Il primo, come è noto, è che la democrazia è sostanzialmente un inganno, una parola, perché sono troppe le variabili, spesso truffaldine, che impediscono il dominio del popolo.
Il secondo è che il popolo, come è altrettanto chiaro, non dovrebbe legiferare direttamente su quasi nulla, sia per manifesta incapacità di intendere e di volere, sia per le distorsioni del sistema stesso che grazie a mille manipolazioni, in primis mediatiche, pilota ampiamente la questione.
Personalmente, pur rispettando e condividendo l’opinione del grande Winston (“È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.”), resto anarchico di principio e oligarchico per pragmatismo.
Un sistema che privilegia la quantità sulla qualità, soprattutto nella cultura di massa odierna, non può che generare mostri ma ovviamente li preferisco ad altri mostri e ovviamente, proprio perché uomo di mondo, so benissimo che sulla base di questo assunto ci sarebbero subito dei lestofanti che si proclamerebbero “i migliori”.
Sulla falsariga di quanto succede quando vanno al potere delinquenti che agitando spettri giusti, li girano poi a proprio favore (economia, giustizia, fisco…e così via).
Il sistema premia i mentitori e i manipolatori e la vera èlite resta sullo sfondo, quindi teniamoci stretta questa democrazia colabrodica.
Detto questo, ogni referendum dimostra che il popolino non dovrebbe mai mettere bocca in questioni che non capisce, non conosce o fraintende.
In Europa, poi, esiste popolino e popolino.
Francia ed UK (ma non solo), da sempre hanno dimostrato una reattività agli abusi di potere ed una “consapevolezza” da vera opinione pubblica nettamente superiore a quella dei paesi latini in senso stretto.
Questa è l’unica cosa che mi tiene tranquillo di fronte al possibile Brexit : mi aspetto che, come è successo con la Scozia, il ragionamento e il buon senso prevalgano a fronte di un generale degrado, anche in Euroamerica, della qualità della democrazia e del rumore dei suoi rappresentanti più imbarazzanti e retrogradi.
Ho visto recentemente David Cameron alla BBC affrontare la questione Brexit in maniera totalmente pragmatica, finalmente libero da vincoli elettoralistici, e portare a casa finalmente il punto, anche davanti ai miei occhi scettici.
Da buon politico moderno sa benissimo che una delle leve per far ragionare il popolino è sicuramente la paura e qualche numero l’ha fatto.
Qualsiasi persona informata dei fatti e dedicata agli argomenti economia, politica e geopolitica, assetti mondiali e così via ha ben chiaro che il mondo globalizzato, per sua natura, è interdipendente e che restare fuori da certi tavoli è semplicemente esiziale.
Nel caso poi della UK, se per caso gli antichi animal spirits isolazionistici prevalessero, sarebbe un suicidio finanziario ed economico difficilmente giustificabile.
Perfino la Svizzera ha dimostrato che oggi restar fuori da certi meccanismi internazionali è stupido e anacronistico ed ha accettato logiche economiche e politiche fiscali di trasparenza senza precedenti che nessuno, fino a pochi anni fa, pensava possibili.
Come tutti sanno l’Europa è ampiamente perfettibile ma è altrettanto certo che per perfezionarla ed entrare finalmente nel nuovo mondo restare all’interno è essenziale.
Cameron abilmente ha girato a suo favore il sofisma classico dei poveri di mente : comandano i tedeschi (non simpatici anche al di là della Manica), ci condizionano in tutto e così via.
Ha raccontato di quando ha trattato con l’Europa da “socia” fondatrice e ha portato a casa significative migliorie nei rapporti commerciali.
Ha dimostrato nei fatti e con la sua esperienza di leader degli ultimi anni che in realtà si è condizionati se si resta FUORI da certi consessi, perché allora sì, alle porte di Londra, gli europei federati faranno quello che vogliono e spesso contro gli interessi del Regno Unito.
Ha elencato cifre precise che dimostrano che sulla base degli interscambi commerciali Europa-UK, che sono prioritari, e sulla base del fatto che Londra è la capitale finanziaria del mondo intero, il danno dell’uscita sarebbe davvero profondo e duraturo.
Per non parlare degli effetti a breve termine, ad esempio una speculazione che banchetterebbe sulla sterlina.
La frase di Jobs, altro grande elitista, come tutte le persone intelligenti, la dice lunga sulla fiducia che bisogna avere nella massa : “La gente non sa quello che vuole, finché non glielo fai capire tu.”.
Da trader dilettante e ottimista di natura mi posizionerei alla vigilia del referendum su un possibile “long” della GBP.
Così avrei un altro buon motivo per incrociare le dita e sperare che i miei amici d’Albione facciano, come spesso è capitato nella storia, la cosa giusta.

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