L’empireo

Esiste un mondo che sembra conservare le antiche, piacevoli certezze resistite fino agli anni 80-90.
Un mondo dove gli americani hanno ancora grandi attori, scrivono ancora ottime e solide storie, intrecciano sceneggiature perfette e creano un immaginario molto variegato, non solo per piccini, al quale rivolgersi nelle sere d’inverno e d’estate.
Questo mondo, ormai da quasi vent’anni, non si trova più al cinema.
Per noi tutti, debitori agli USA di queste ed altre utopie, questi ultimi vent’anni globalizzati, di grandi cambiamenti, hanno lasciato una certa indistinta nostalgia per quando l’oltreatlantico dominava le arti e i mestieri, compresi quelli sportivi.
Questo mondo, nella difficile arte del cinema, non è del tutto scomparso, sembra aver semplicemente traslocato.
A fronte di un cinema globalizzato, che parla inglese ma che lancia nell’empireo registi di tutte le nazioni (penso a Winding Refn, danese, ma anche a mille altri), l’avvento della televisione gigante, HD, con mille canali, tematica e quasi in contemporanea con l’uscita nelle sale, ha permesso, anche economicamente, che le grandi produzioni e i grandi attori dei decenni precedenti portassero armi e bagagli al servizio delle serie.
Così come viviamo l’epoca d’oro degli strumenti, informatica e comunicazione in primis, viviamo di conseguenza la golden age delle TV series, l’equivalente filmico del trentennio musicale magico (60-70-80).
Se le cose migliori degli ultimi trent’anni al cinema sono state portate dal cinema globalizzato : penso a molto cinema francese, penso a capolavori dell’ex terzo mondo come “Il segreto dei suoi occhi” dell’argentino Campanella e penso a molti altri, gli USA, antichi dominatori del mezzo, se nelle sale portano solo l’inutile magniloquenza plastificata delle saghe per bambocci, fine invero triste della potenza produttiva hollywoodiana, o, peggio, una versione per popolino della commedia, ormai volgarizzata e destrutturata di ogni raffinatezza, nelle serie TV sciorinano i migliori talenti di scrittura, di visione, di recitazione.
Complice una avanzata tecnologica che ormai permette a questi prodotti una profondità ed una fruizione paragonabili al grande cinema, la nostra generazione, già trasferitasi sul divano per motivi anagrafici, ha oggi un motivo in più per farlo.
Se mi chiedessero tra qualche anno i migliori film visti dal 2000 in poi, citerei molte serie.
E in particolare quelle che, tra tante, metto nell’empireo recente.
Senza dimenticare le antiche perle come “Boston Legal”, una vera definizione di divertimento commerciale per pensanti, o altre facilmente individuabili.
Due sono le grandi scuole della serie, quella americana e quella inglese.
Senza scomodare antiche e meravigliose serie BBC, in Inghilterra la tradizione continua, sia sul versante dei riadattamenti letterari, antica arte televisiva britannica, sia sul versante del prodotto originale, sempre elegante e intelligente.
Produzioni che, paragonate a quelle risibili italiote, segnano con certezza la differenza di mondi e di pensieri.
Due sono le serie inglesi recenti che hanno colpito il mio cuore e il cervello : “Sherlock” e “Downton Abbey”.
Il primo è un divertissement per pensanti che viaggia a velocità atomiche e combina una scrittura tagliente e modernissima immersa in uno sfondo pseudo antico e postmoderno.
La seconda è la definizione di “romanzo d’appendice” di classe per il terzo millennio, una “time machine” perfetta che catapulta l’intero mondo nel mondo della nobiltà inglese al suo decadere (un topos ormai globale), il tutto abbellito dalla scrittura clinica e raffinata di Fellowes e dalla recitazione al solito sontuosa di una schiera di attori britannici d’alta scuola.
Per tornare oltreoceano, sono tre le serie che mi hanno davvero folgorato : “Homeland”, un compendio “globale” sul mondo in cui viviamo, “House of cards”, la serie politica per eccellenza, remake di una antica perla BBC, apologo sulla fine della democrazia e sugli inganni del potere, retto da una sceneggiatura inesorabile, una produzione addirittura sontuosa e un cast stellare.
La terza serie, vista recentemente in “binge” selvaggio, è “Billions”.
Beneficata da una ambientazione iperfascinosa (la finanza d’alto bordo, il mondo degli hedge funds), vivificata da una idea di base sempre feconda, lo scontro tra due nemici “bigger than life”, Billions è una produzione monumentale, scritta benissimo, con due protagonisti stratosferici, Damian Lewis (ex Homeland, rimpiantissimo protagonista delle prime due stagioni, classico solidissimo attore britannico con esperienze shakespeariane) e, soprattutto, Paul Giamatti, qui, se mi credete, al vertice della sua già fulgida carriera.
Ho citato Shakespeare non a caso.
“Billions” e “House of cards” sono la versione moderna di antichi drammi e sulle spalle di questi attori splendidi, si vedono in lontananza le antiche assi di teatro calcate, l’antica maestria.
Il bello delle serie, oltretutto, è che permettono la coltivazione di generi minori, di piccole diversioni, tutte cose scomparse nella centrifugazione senza sapore del mega cinema per grandi masse.
Una specie di “Sundance” permanente che mantiene in vita attori, storie, prodotti che sarebbero scomparsi impoverendo l’ambiente per sempre.
In questo senso penso soprattutto a serie tipo “Mozart in the jungle”, prodottino di nicchia e di classe di Amazon.
Possiamo in fondo dirci fortunati : il mondo in casa ha i suoi vantaggi.
E tutta la migliore musica del mondo, quella del passato, è eternata nel cloud per nostro imperituro godimento.

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