Due o tre cose che so su NWR

Incuriosito da un documentario dal significativo titolo “My life directed by Nicolas Winding Refn”, diretto in realtà dalla bionda ed appariscente moglie del regista in questione, tale Liv Corfixen, mi sono finalmente deciso ad affrontare un paio di pellicole del nostro, portato in palma di mano non solo dalla critica della Palme d’Or ma in generale da tutto il vippaio cinefilo festivaliero globalizzato.
Ho visto “Drive”, opera molto celebrata e che l’ha proiettato velocemente nell’empireo e il successivo “Solo Dio perdona”, ambientato a Bangkok, il film in realizzazione mentre la mogliettina si attardava a riprendere l’ambiente circostante nel suddetto documentario.
Tanto rumore per nulla, sintetizzerei.
“Drive” è un discreto film, a tratti perfino buono, chiaramente derivativo di antichi ed ottimi stilemi dell’action americano, una specie di ripresentazione in salsa danese di ciò che ha visto fino alla maggior età a New York, dove viveva, e non solo.
Chiamarlo capolavoro ovviamente è una sciocchezza.
Come minimo chi fa affermazioni siffatte rivela una scarsa conoscenza del cinema in generale e in particolare del cinema archetipico, quello americano, del periodo d’oro postbellico fino agli anni settanta ed oltre.
In entrambi i film il protagonista è Ryan Gosling, sicuramente uno dei migliori talenti “giovani” del cinema moderno, ma, curiosamente, il nostro, preso dalle sue fisime autoriali superficiali, lo depotenzia fino al delirio, creando una figura di “attore” quasi muto che girella con un paio di espressioni in un mare di iperviolenza, iperreale e plastificata.
Il successivo film, invece, quello della consapevolezza (sic), è oggettivamente di una bruttezza assordante, monumentale, ridicolo nella sua pretenziosità basata sul nulla.
Nel doc della moglie si vede chiaramente che NWR, egotico al punto giusto ma sorretto da un talento invero modesto, soffre soprattutto per quello che penseranno gli altri, quelli che l’hanno definito un genio, cosa alla quale lui, tragicamente, ha creduto.
Una trappola che lo cinge fino alla verità e che addirittura ci fa parteggiare per un tipo del genere, ricco e famoso ma in sofferenza per un film che, sente, è imbarazzante.
Paragonarlo a Lynch, Von Trier e Tarantino, come è stato fatto, dimostra che viviamo nell’epoca della superficialità e quindi ci meritiamo registi superficiali come NWR.
Lynch è un vero visionario, ha sostanza reale, pur con tutti i suoi difetti e le sue sbracature è un mondo che vale la pena di esplorare e la qualità media dell’idea e dell’immagine è tale che lo mette al di sopra della massa indistinta.
Tarantino è iperviolento, stilizzato, ispirato ad antichi modelli ma è un postmoderno vero, scrive sceneggiature vertiginose (tipo quella dello straordinario “Pulp Fiction”, con i suoi giochi diacronici), ha una qualità di dialogo e di scrittura che il povero NWR, portato in giro dal muto Ryan, si sogna.
Von Trier, il danese quello giusto, è un altro esagerato ma, passatemela, è un filosofo pazzo alla Nietzsche al quale si può addebitare qualsiasi cosa ma non la mancanza di profondità e di vera visione.
NWR crea invece videogames brutti e nel film thailandese supera sè stesso in cialtronaggine, cattivo gusto iperviolento senza basi, finta arte, trascinando nel vortice del nulla purtroppo due super attori come il Ryan già detto e la sempre splendida KST (Kristin Scott Thomas).
L’infernale superficialità delle ultime generazioni, cosa che nella cultura, anche quella filmica, si nota di più, permea il nostro, troppo attento alla sua immagine (altro cancro dell’epoca) ed ai lustrini per poter davvero indicare vie nuove al cinema, il cui passato lo sovrasta senza pietà.
Caro Nicolas, non hai sbagliato né mestiere, né pubblico né business.
Ma se ogni volta che lo stereotipo vivente thai estrae la sua katana da cattivo qualcuno, conoscendo il passato dei B movies trash, si mette a ridere non con te (come capita con gli omaggi deliberati e colti di Quentin) ma di te, hai un piccolo problema.
Piccolo, quasi inesistente, ma forse è quello che agita quella vocina insistente che ti dà chiaramente fastidio nella vita, come si nota nell’interessantissimo doc della moglie.
Nello stesso doc, l’amico Jodorowski, vero visionario del passato, fa le carte alla moglie e in fondo le consiglia di scappare dal vortice egotico di suo marito per realizzarsi per davvero, aggiungendo velenosamente che il nostro è troppo interessato alla carriera, a cosa pensano gli altri, più che a fare un film perlomeno non sciatto.
Facci un fischio quando vuoi fare un film davvero bello e profondo, che cerchi brividi veri, non plastificati, e che si avvicini almeno un pochino all’orrore vero, quello che chiaramente dimostri di non sapere neanche dove abiti.
Senza rancore, giovane.

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