Va savoir

Rivedendo “Va savoir” (“Chi lo sa?”) di Jacques Rivette, ripenso a tutto un mondo che non c’è più o che sta scomparendo, quello degli anni sessanta e settanta, di un certo “sguardo” sulla realtà che i maghi della nouvelle vague avevano e mantenevano nel tempo, come accadeva qui, nel 2001.
Un film totalmente controcorrente, che si prende i suoi tempi (“ma è lento”, frignano di solito i ragazzotti multitasking e certi loro sodali già in età ma che non sembrano rendersene conto), che parla di ciò che è essenziale a discapito di ciò che è fenomenico (“ma non succede niente” e via frignando), che se ne fotte delle lunghezze tipiche e commerciali e dei suoi cliché.
Un film che parla di teatro, per me sinonimo di visione obbligata, soprattutto quando è ambientato, come questo, in parte nel dietro le quinte di una compagnia, un breve ma felicissimo periodo della mia vita.
Un film che parla dell’eterna “sarabanda” dell’amore ma senza le asprezze bergmaniane, con quella levità, con quella verità (cinéma vérité sull’onda di Godard, uno dei sodali di Rivette, nel gruppo di critici-cineasti-cinefili quello stralunato e surreale, mentre Truffaut era il romantico commerciale, il Mc Cartney, e Chabrol l’acido indagatore della dark side) che fa accadere le cose senza sottolinearle.
Con le donne al primo posto, ma senza la fascinazione estrema e attonita di Truffaut, ma con quella lieve, divertita, quasi sgomenta partecipazione di chi le donne le conosce davvero, oltre gli orpelli, e le vede nella loro straordinaria contraddittorietà che è quella dell’amore, dove ovviamente sono loro che comandano il gioco.
Castellitto, uno dei pochi attori italiani degni di questa impegnativa parola (attore, appunto), regge il confronto e porta un pezzo d’Italia in questo grezzo diamante tipicamente francese, rohmeriano senza essere Rohmer, altro campione di quel gruppo di fenomeni.
Si parla di un manoscritto scomparso di Goldoni, si parla della pièce in scena, ovviamente “Come tu mi vuoi” di Pirandello, si danza in scena in tutte le declinazioni e i possibili incastri amorosi dei vari personaggi.
Si finisce con il teatro che esprime, mentendo, la verità vera e la splendida canzone italica “Senza fine” a rimarcare l’eternità di questo loop che è l’amore e l’attrazione dei sessi.
Piccolo gioiello, così come praticamente tutta la filmografia di questi artisti inarrivabili.
La sublime, regale leggerezza che esprimono esalta ulteriormente il gap con i vicini di casa, i migliori dei quali emigrano spesso per trovare queste atmosfere ignote al di qua di Ventimiglia.
Sono praticamente certo, ecco il mio loop, che si troveranno sempre meno questi sapori, queste atmosfere, perfino nella magica Francia, anche se uno come Mouret, “giovane” illuminato, sembra perpetuare la tradizione.
Vai a sapere.

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