Il mostro della decadenza

Ieri sera, in qualità di antico abbonato di Sky, mi sono vista in anteprima gratis e in HD “Money Monster” di Jodie Foster, con George Clooney e Julia Roberts.
Quanto di più hollywoodiano esista…
“Intrattiene” come direbbe un mio caro amico e come se fosse poi questa grande qualità.
Ma…
Il problema della globalizzazione e della consueta decadenza degli antichi poteri è che il mondo, appunto, va avanti e l’antico soft power sembra perdere colpi e li perde in tutti i campi dell’entertainment, dal cinema allo sport.
Una volta aveva senso fare la distinzione hitchockiana tra “tranche de vie” e “tranche de gâteau”, gli USA dominavano il mondo postbellico sia in termini economici che culturali, e la differenza si notava.
Nasceva in fondo la cultura pop, il popular come oggi è inteso ed assodato, e in questo i nuovi dominatori, complici una freschezza ed una energia inusitate, accoppiate ad una generazione di grandi registi per davvero dettava legge.
Oggi, passato il 2000, finito il sogno americano in tutti i sensi, gli USA restano culturalmente, in gran parte, quel popolo di sempliciotti che potrebbe perfino votare Trump, ma senza la gioia contagiosa di un tempo e con una concorrenza al di fuori dei propri confini che, proprio culturalmente, li sta mettendo sempre più ai margini dei pensieri delle persone pensanti.
Il film della Foster, altro prodotto californiano e fin dalla più tenera età, rivela in pieno tutti gli stilemi, i cliché del pensiero americano che ormai, visti su grande schermo, hanno perso completamente ogni appeal, come un chewing gum ormai sfiatato e svuotato di ogni succo.
Le sceneggiature sono ormai talmente pilotate e prevedibili che diventa un gioco di società indovinare il prossimo passo.
Se si deve fare una scelta sul tono da dare a certi blocchi di film, si sceglie sempre la via più fruibile e immediata, quasi fosse un sondaggio popolare.
I personaggi sono tutti, invariabilmente, bidimensionali, come se fosse sbagliato dal punto di vista tecnico inserire variabili o sfumature al di fuori del meccanismo miserrimo del plot.
La solita polizia bardata che arriva sul posto della crisi, il solito ostaggio, il solito finto psicopatico…una baracconata patetica talmente evidente che, in nome di qualche battutina e di qualche tormentone (qui, ad esempio, la storia del “glitch”), si mandano tranquillamente a donne di malaffare lo spessore, la credibilità e la tensione del tutto.
Pur essendo un film in fondo divertente, a patto di dimenticare tutto, soprattutto il cervello, per un paio d’ore, la sensazione di fondo resta la tristezza di fronte a cosa è diventato il cinema americano medio oggi.
A differenza di un tempo, poi, oggi la concorrenza non è fatta da stereotipati film “europei” in bianco e nero, a basso costo e senza trama.
Il mondo, non solo l’Europa, ha ormai i mezzi e la magniloquenza americane ma con un sottofondo culturale talmente più variegato, adulto e solido che alla fine domina sia le sale, che i festival che perfino le maestranze hollywoodiane che corrono affannosamente in cerca di storie da tutto il mondo, salvo poi, come al solito, distruggerle.
L’esempio massimo resta, senza ombra di dubbio, il recente adattamento de “Il segreto dei suoi occhi”, sempre con la pessima Roberts.
Da una parte un film magico, di assoluta grazia e potenza, a detta di molti uno dei primi dieci film di tutti i tempi, nato in Argentina ma pronto per il mondo intero e infatti vincitore a mani basse dell’Oscar per il miglior film…”straniero” (altro anacronismo).
Dopo il trattamento di Hollywood, un thriller talmente fatto male, talmente poco debitore dell’originale (anche in certi snodi importanti di sceneggiatura) da sembrare una offensiva caricatura, una “reductio” per il popolino che fa venir voglia di menare le mani.
Finita l’esplorazione iper professionale dei generi, finita l’epoca dei grandi registi, cosa resta?
Dove sono le commedie brillanti di un tempo? I thriller e i gialli? I film politici?
Quando tutto il mondo ha accesso alle stesse informazioni e alle stesse possibilità, gli USA tornano culturalmente al ruolo di nazione periferica e derivativa.
Non a caso tutto il meglio che viene da oltreoceano viene ormai dalle serie tv, riserva di caccia dei grandi talenti rimasti, oppure dal Sundance allargato che è ormai diventata la produzione “indie”.
Una produzione che ha tra i suoi modelli dichiarati proprio la vecchia madre Europa e che considera “europeo” l’aggettivo della raffinatezza e della profondità culturale.
Da vecchio fan del cinema americano del passato non dispero di trovare qua e là ancora qualche chicca, come in effetti avviene, anche se sempre meno frequentemente, ma la sensazione di fondo è che il meglio sia passato sul serio e che oggi i Federer (svizzero), i Nadal (spagnolo), i Djokovic (serbo) abbiano di meglio da mostrare sugli schermi di tutto il mondo e che questa sia davvero l’epoca del superamento delle etichette nazionali.
Forse davvero solo Francia ed UK mantengono ancora quel “quid” che le differenzia dal resto del mondo, ma questa è una mia vecchia perversione da eterno innamorato delle due nazioni separate dalla Manica e non sono convinto che possa durare a lungo.
Fusion è la parola del presente e del futuro, e non solo a tavola.

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