Guilty pleasures

L’Apple Music Festival che si svolge ogni anno nella meravigliosa venue della Roundhouse di Londra, uno dei tanti templi musicali della capitale, rappresenta un piacevole appuntamento ed una occasione annuale per fare il punto della situazione.
Negli ultimi anni, direi, ha documentato con esattezza lo stato comatoso del movimento musicale mondiale e la sua sostanziale mediocrità, “riparando” con le esibizioni di vecchie o vecchissime glorie che hanno ancora una volta evidenziato l’oceano di qualità che esiste ancora tra la musica del passato e il rock odierno, perso tra pop senza qualità e plastificato, oggetto più che altro di esibizioni ginniche e coreografie chiassose, il cancro eterno dell’hip hop, un piccolo e marginale gimmick elevato impropriamente a filosofia di vita e, peggio, “stile” musicale, oppure il residuo “classic rock” derivativo dove i grandi sono i Coldplay, i Muse…così, per dire la decadenza.
Quest’anno, nuovamente, il caro vecchio Reginald, Elton John, è salito sul palco e ha spezzato il pane della vera grande musica, pur ingessato in un corpaccione e in una confezione sempre più improbabili.
Ha fatto, come anche in un recente passato, anche da mentore a nuovi talenti e qui, ovviamente ho alzato le orecchie.
Non è passata invano Christina & the Queens, una francesina molto transgender che pur non avendo scoperto il mondo è certamente un prodottino interessante, molto modernista, sia musicalmente che visivamente.
Ma chi mi ha fatto davvero fermare e battere il cuore è Spencer Ludwig, un nome di cui dovreste tenere nota.
Preceduto dalla fama di futuro n.1 della black music e non solo, beneficato da un contratto monstre della Warner, il giovanissimo californiano androgino di origine filippina mi ha davvero stupefatto, dopo un periodo di tempo infinito di vacche magre.
Presenza scenica importante, da predestinato, musica di grandissima qualità che spazia, centrifugandole, in tutte le varianti della black music.
Nipotino dichiarato di Prince (ovviamente), debitore di Stevie Wonder e perfino di Miles Davis (alterna voce e tromba sul palco), il nostro in 29 minuti scarsi di set mi ha ridato fiducia nel genere umano e nella sua capacità di creare ancora musica che lascia il segno.
La black music, nelle sue mille sorgenti, è una vena profonda che pulsa ancora e che ci tiene a galla nel deserto.

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