Benvenuti in Utopia

Dopo la vittoria di Trump penso si possano individuare due aree di discorso, una più superficiale, una più profonda.
A livello superficiale il mondo intero celebra selvaggiamente la morte dei giornali, dei sondaggi e la sconfitta dell’intellighentsia e dei radical chic.
Come al solito si fa confusione ma intanto si rivela qualcosa del mondo che ci aspetta e delle future faglie sociopolitiche.
I giornali sono moribondi al di là della loro funzione di indicatori di voto e di opinione.
Anzi, al di là della forma tecnica (cartacea o meno è un falso problema, è già tutto sul web e nelle app per chi legge davvero), l’unica funzione reale che rimane ai giornali, ed è vitale per il mondo attuale, è proprio l’espressione ponderata, lunga e riflessiva di una idea, una opinione.
Il giornale deve essere e sarà sempre più un unico editoriale, avendo demandato alla rete il martellamento delle news.
In questo senso il mondo attuale, colpito in maniera ormai evidente da una forma di analfabetismo di ritorno che è sia morale che culturale, dato ormai rilevabile perfino a livello statistico di massa, ha bisogno come il pane di oasi dove riflettere, approfondire, sottrarsi alla tirannia dell’alert continuo.
Cultura è ormai la parolaccia e i giornali, soprattutto quelli di alto livello, sono cultura e quindi fatalmente, raramente la penseranno come il popolino.
Il popolino, infettato dall’idea del complotto globale, forma sociale della tipica paranoia dell’inferiore di fronte ad un mondo che non capisce, pensa che siano tutti d’accordo e che i giornali siano solo la voce del padrone.
Se uno davvero legge i giornali che contano nel mondo capisce ben presto che non è così e le voci sono tante ma è inutile discutere con i pregiudizi degli ignoranti che peraltro non leggono i giornali che criticano.
I sondaggi : nell’epoca attuale, che si può datare per approssimazione come iniziata negli anni ’60, si è ampliata sempre di più e in forme sempre più becere e meno autorevoli la distanza tra le élites e il popolo.
Il problema è che si è passati da un mondo ingessato, pieno di ideologie dementi non discusse, dove lo spirito critico era visto come un difetto e le autorità di ogni tipo (politico, religioso e così via) non erano mai davvero giudicate, ad un mondo che è andato nell’opposto sbagliato dove tutto è in discussione ma non in maniera intelligente, semplicemente in maniera tifoidea e all’interno del solito sistema fascista del marketing che ti vende slogan vuoti e che televisivamente ti fa votare i peggiori.
In questo senso i sondaggi stanno perdendo valore, a meno di alzare e di molto i loro benchmarks tecnici di soglia numerica e sociale, perché la gente è sempre più menzognera (mentre prima era solo ipocrita) e soprattutto quando vota in certe direzioni giustamente se ne vergogna.
Già visto con il nostro Trump e puntualmente verificatosi anche in USA.
Radical chic, politically correct : all’interno di queste locuzioni si annida già la cattiva coscienza del nuovo mondo.
Chic, fino a prova contraria, è un termine che indica raffinatezza, gusti educati, buon uso della lingua e delle conoscenze.
Non direi proprio termini negativi.
Correctness indica appunto correttezza, una cosa buona.
Il tentativo, invero disperato, di darsi una linea di condotta accettabile e accettata in società che dia una indicazione di minima al popolino su come è lecito comportarsi (sul genere : ti insegno ad usare la forchetta), a fronte del perdurare demente di antichi vizi impresentabili : razzismo, discriminazioni varie di genere e non solo, antiche ostracizzazioni sessuali basate su fantasiose idee religiose.
Il fatto che tutto questo sia visto con fastidio spesso violento, con l’aiuto non indifferente dei nostalgici religiosi (gli integralismi vari che in USA assumono spesso sembianze grottesche e che hanno infatti votato in massa per Trump), la dice lunga sulla malaise di questo mondo in putrefazione.
Personalmente sono convinto che questo mondo, almeno nelle sue connotazioni più patetiche, white trash, ultrareligiose, ignoranti sia destinato ad incidere molto meno di quanto si paventi, nel lungo periodo, per ovvi motivi anagrafici.
Ma resto diffidente anche delle new generations che si sono liberate dell’inutile fardello religioso ma in compenso non hanno nel loro DNA la profondità che la cultura vera impone, sono obnubilate dall’onnipresenza del web martellante e del marketing e hanno percentuali mondiali di ritorno all’analfabetismo che fanno pensare più ad un gruppo di pecore 2.0 facilmente conducibili a fronte di un pò di divertimento cheap.
Il vero problema è che le élites sono accettatissime e hanno abbassato progressivamente il loro livello fino a toccare, negli ultimi vent’anni, punte grottesche.
Il populismo genera populisti ed una classe dirigente sensata, soprattutto in Italia, resta una utopia dove i senza vergogna e senza cultura proliferano ovunque.
La vera parolaccia è, per tutti, la cultura, l’intelligenza, la riflessione critica, la capacità di comando illuminata e quindi non banalmente egotica.
Ecco perché il dualismo élites-popolo è un altro prodotto di marketing che il popolino si beve con la consueta insipienza.
L’odio comune è per la cultura, anche nelle classi dirigenti, e i risultati si vedono.
L’invidia sociale è il rabbioso humus della ferocia del popolino che, ragionando da povero, di spirito e di soldi, vede però, paradossalmente, nei riccastri più pacchiani, furbastri e impresentabili un modello sociale a cui ambire, fornendo la base psicologica per l’immedesimazione e quindi il voto.
A livello spicciolo fa sempre tenerezza vedere il triste fideismo tipico della destra acefala di tutto il mondo.
L’amore sconfinato per il semplicismo e le scorciatoie, l’adorazione per il mito dell’uomo forte che risolve tutto lui (che si proietta negli occhietti adoranti della donnetta archetipica, la Coulter, la Palin, le mille sciacquette della corte berlusconiana e renziana), il ritorno markettaro al credere-obbedire-combattere.
E la pronta giravolta appena ci si insedia.
Trump fin dai primi minuti ha dato subito con chiarezza l’idea di un uomo smarrito di fronte al compito e preso un pò in contropiede.
Ha subito messo a posto i fanatici riabilitando la Clinton (dicendo apertamente che non era più una priorità inquisirla), glissando sui vari muri per messicani e musulmani e perfino accennando al fatto che parti dell’Obamacare (un primo, timido tentativo di dare del welfare giusto ad una nazione di disperati) non sono poi da buttare.
Ovviamente mette nei posti chiave, pare, gente di JP Morgan e simili : attendo con ansia le derive complottarde e antielitarie usate sempre contro l’altra parte.
Mi sa che dovrò aspettare a lungo perché la lucidità, da quelle parti, è un optional.
Trump fa il suo mestiere di venditore di pentole e neanche finge di non essere quello che è, giravolta immediata compresa.
La sua futura squadra sembra già probabilmente piena di vecchi arnesi della politica, tutti sulla settantina, che solo in un campo di minorati mentali può sembrare affidabile.
D’altronde la narrazione delle gesta mirabolanti di Reagan, Giuliani, Berlusconi e così via sono dei trastulli serali tipici del destrorso pistolero medio.
Dall’altra parte la solita post-sinistra non coesa e un pò piagnucolante così ben rappresentata da Michael Moore in “Trumpland”.
Moore, appunto, uno di sinistra.
Tipico della parte pensante del paese l’autocritica, perfino eccessiva, la riflessione, perfino paralizzante.
E anche quell’individualismo che è tipico di chi non bela a comando, di solito.
Tutte cose che fanno un pò a pugni con la democrazia e la sua retorica, ma soprattutto con l’esigenza di vincere e quindi spacciare slogan vuoti come un pusher mentale o riedizioni moderne delle antiche parole d’ordine.
Qualche ingenua anima sognatrice ha parlato di positività dell’uomo che ha saputo ascoltare quella parte che nessuno ascolta.
Certo, lo fanno tutti i venditori scaltri, quando entrano in una arena e devono vincere una gara commerciale : vedono a chi possono vendere la loro mercanzia per ottenere lo scopo, studiano con sondaggi e altre tecniche l’umore della gente, nobile o meno che sia, tengono in nessun conto la verità che spesso è un intralcio in una transazione.
Sul piano calcistico italopiteco la differenza tra i due ipotetici schieramenti è in parte quella che corre tra la tifoseria milanista, storicamente fideista, ancor di più dopo l’avvento del messia di Arcore e la tifoseria interista, mediamente più colta, individualista e intelligente e quindi dubbiosa e ipercritica.
Buffe divagazioni a parte mi sembra sempre più di vivere nel mondo di “Idiocracy”, un piccolo gioiello comico che andrebbe rivalutato.
Tra sane aggressioni ai diversi, agli stranieri, che simpaticamente ritornano d’attualità sulle strade dell’Occidente, e manganellate a destra e manca, ecco impiattato, come sempre nella storia, un periodo, spero breve, di divertimento violento e irriflessivo e qualche anno perso prima che davvero si affronti la realtà di un mondo già globale, già interconnesso, già cambiato nel profondo che richiede una classe dirigente completamente nuova, pensante, razionale.
Benvenuti in Utopia.

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