Pas son genre

Sono reduce dalla visione diretta dell’abisso.
Potreste pensare che mi riferisca ad uno qualsiasi degli “episodi” della saga popolare “Sharknado”, nata come idiozia ad uso delle masse americane, non propriamente dotate di profondità, acume e finezza, come anche le recenti presidenziali dimostrano e simpatica divagazione trash per cultori come me.
In realtà i vari Sharknado hanno una demente onestà di fondo che il film che ho visto nei giorni scorsi non ha.
“Now you see me 2”, sequel di un già abbastanza dimenticabile (e infatti velocemente dimenticato) primo episodio, rappresenta benissimo il problema del cinema americano moderno di intrattenimento nell’epoca digitale.
Ossia pensare che “intrattenere” un pubblico depensante, in cerca di facile divertimento, distratto dal popcorn e dallo smartphone, sia operazione semplice, banale, che non richieda sforzo.
In realtà se miri basso e coinvolgi nella tua impresa anche attori importanti pensando di aver risolto il problema, senza uno straccio di idea o sceneggiatura, porti a casa il plauso dei soliti quattro decerebrati di bocca buona ma alla lunga perdi credibilità, senso, perfino i soldi.
Affermazione ottimistica la mia, se ci pensate.
Perchè forse le masse chiedono questo e allora saremo destinati a restare sempre più a bocca aperta, e non per la maraviglia del caso, bensì per l’incredulità di fronte all’assenza di gusto e di cervello dell’80% della popolazione in età di fruizione culturale, cinematografica o di altro tipo.
In questo “big mess” hollywoodiano, sintesi perfetta di cosa è oggi questa industria, una volta gloriosa, attori davvero importanti (Michael Caine! Morgan Freeman!) non fanno neanche finta di crederci ma grazie alla loro naturale potenza, riescono ad uscire vivi da un film che ucciderebbe chiunque.
Il povero Radcliffe, abituato all’adorazione acritica del fandom potteriano, fa perfino tenerezza mentre cerca di sguazzare nel mare della recitazione vera fuori da Hogwarts.
Deve inoltre avere un agente sadico che lo incastra sempre in operazioni sbagliate, cosa che fa sorridere perfino me.
Poi ci si chiede perché uno si butta, disperato, nel cinema francese, una delle poche oasi di intelligenza, classe e bellezza nel panorama odierno.
Ed eccoci arrivati a “Pas son genre”, al solito tradotto in maniera volgare e meschino-riduttiva (“Sarà il mio tipo?”, ma certo…).
Lungi dall’essere un capolavoro come molta commedia francese, tipo quella di Mouret ad esempio, è però l’ennesima dimostrazione che mediamente il cinema da quelle parti ha una qualità, una leggerezza, una leggiadria direi che nel resto del mondo generalmente tendono a sognarsi, come se il DNA nouvelle vague stentasse a stemperarsi.
Qui si fanno, come dice il sottotitolo, alcune riflessioni sull’amore, sempre con quella precisione cartesiana e quella amabile verbosità distratta che noi francofili amiamo alla follia.
Si narra dell’ “amore” tra un professore di filosofia quarantenne parigino, chic al punto giusto e snob quanto è lecito aspettarsi da una persona di valore, e una persona di tutt’altra estrazione e fattura, la classica sciampista conosciuta ad Arras, provincia del nord francese, all’inizio di un periodo di trasferimento per lavoro in quelle terre.
Tutto il film è giocato sul contrasto dei due, sulla loro profonda diversità, anche con notazioni non banali.
La parola sembra avere ancora una sua importanza, la parola che diventa i libri che lui regala e legge a lei, le piccole ma perfette incursioni nelle sue lezioni dove cerca di insegnare la filosofia e quindi la libertà di pensiero ai classici millennials decerebrati di tutto il mondo, cinici ma anche imbronciati, superficiali, amanti del soldo e del benessere a prescindere da ogni libertà e profondità vera di pensiero.
Non a caso velocemente la commedia diventa più agra che dolce e, come capita spesso, le donne prendono il comando della situazione ed evidenziano limiti e punti di forza di una storia d’amore, giungendo meglio e prima degli ometti alle decisioni operative.
Il cheap esteriore della donna (gossip, oroscopo, trenini in tristi balere postmoderne, karaoke, ingiustificato entusiasmo per banalità, gusti culturali discutibili) alla fine evidenzia il cheap interiore del professore, perfetto nell’esteriorità raffinata di un parigino colto di buona famiglia, ma imperfetto nella profondità di un amore oggettivamente improbabile.
In una delle molte scene da ricordare di questo ennesimo, piccolo gioiellino che ha la sfrontatezza di parlare quasi seriamente delle dinamiche di una coppia vera, ancorché sbilanciata, lei cerca di tenere gli occhi aperti a lui, con aria tra il rimprovero e la determinazione, mentre fanno l’amore.
Scena simbolica e filosofica come non mai, direi.
Come capita spesso in Francia e sempre meno altrove, recitazione come al solito all’altezza del compito, naturalmente sofisticata.
Löic Corbery in particolare, targato Comédie-Française, marchio di qualità assoluta come la RSC inglese, svetta decisamente e ci fa venire voglia di seguirlo anche in futuro.
Tutto finisce, giustamente, con la declinazione cheap e plastificata di una istanza vera, “I will survive” cantata al karaoke, la scelta più banale, con colori saturi e volgari, di una verità e una progettualità che altrove non si cercano neanche più.
Finché si fanno ancora film così, possiamo perfino risparmiarci la spazzatura che costantemente la ex mecca del cinema tenta di propinarci con dedizione degna di miglior causa.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s