Sing street

Quando un musicista non sfonda nella musica, alla fine trova sbocco nel cinema, dove numericamente c’è meno concorrenza ed è più facile farsi notare.
Questa è la storia di John Carney, un dublinese che ha dei punti fermi da cui non si schioda mai, in qualsiasi film : Dublino, madre patria amata come solo gli irlandesi sanno fare ma nel stesso tempo luogo da cui si vuole scappare, generalmente per andare a Londra per cercar fortuna, la musica, soprattutto quella venata di folk dell’isola verde, presentata nella sua forma creativa (la scrittura delle canzoni assieme, altro topos specifico del nostro) e sciorinata in porzioni insolitamente abbondanti fino a sfociare quasi in un videoclip continuo.
L’ossessione per la donna come chiave per sfuggire allo spleen quasi joyciano e inventarsi la vita che si vuole.
In “Once” il busker col cuore infranto che scrive canzoni per la sua ex, inevitabilmente bugiarda, cerca poi l’amore improbabile nella immigrata dell’est che poi, più prosaicamente, si rimetterà col suo marito temporaneamente ancora in patria.
In “Sing street”, il delicato ed ex benestante ma talentuoso piccolo protagonista, vuole evadere dall’ambiente soffocante dei suoi genitori divorziandi e dalla tristezza del subproletariato della nuova scuola, rovinata as usual dalla mentalità repressiva del prete di turno, e quando si innamora della bella di turno con ambizioni artistiche, si inventa letteralmente una band (con relativi video : sono gli anni ottanta, baby) pur di forzare le situazioni, rivelandosi pure molto ben più dotato di quanto gli inizi facessero sperare.
Della serie “piccoli, deliziosi film che solo i britannici sanno fare”, “Sing street”, doppio senso voluto tra Synge street e Synge school (i luoghi della storia) e “sing” (cantare), è un must ed è sicuramente il miglior film del nostro simpatico ossessionato.
Celebrato fin dai tempi dell’orrido, incredibilmente menoso e privo di idee “Once”, l’equivalente filmico di Ed Sheeran, uno che solo nel deserto odierno poteva far fortuna, la dimostrazione che la semplicità del country, il documentarismo easygoing “volemose bene” diventa banale sciatteria in un attimo se non ci sono solide fondamenta e vera profondità, in realtà Carney è con questo film che raggiunge la vera maturità.
Qui c’è una storia ben congegnata, una regia non dilettantistica e lontana dalle fisime del finto povero che solo un regista di ben altro spessore come Loach può maneggiare senza farsi male, qui c’è, more solito, il regalo di una recitazione di giovani meravigliosamente naturale, perfetta, secondo la più bella tradizione della patria del teatro.
Qui pure la musica è migliore, inutile a dirsi, più ricercata, più ambiziosa, secondo i parametri degli anni ’80 ormai assurti a luogo dell’anima e ultima spiaggia per una musica davvero interessante e ricca, prima del vuoto e del baratro che tutti abbiamo visto spalancarsi subito dopo.
Classico “feel good” film all’inglese, con un finale giustamente celebrato, questa è una chicca che dovete portarvi a casa senza esitazioni.

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