Juste la fin du monde

Nel generale rarefarsi della qualità artistica e nell’appiattimento vagamente anti culturale e anti intellettuale della temperie attuale, fa piacere ritrovarsi ancora a parlare di cinema di qualità, soprattutto se realizzato da un giovane, un giovanissimo regista che in poco tempo ha già conquistato legioni di critici e affezionati guardoni.
Inutile a dirsi il nostro è francofono, del Quebec, e gode, anche indirettamente, di quella meravigliosa “bolla” di eleganza e intelligenza non superficiale che sembra prerogativa certa di poche parti dell’Europa, Francia in primis, ultimo baluardo contro un mondo di giovani zombies chini sul loro “black mirror”, colpevolmente stupidi nell’era di google e wikipedia o, peggio, di attempati irrazionali retrogradi disinformati in cerca dell’ultimo bersaglio da odiare in nome di un passato che fortunatamente non tornerà più.
Xavier Dolan ha 28 anni ma sembra dimostrarne molto di più, sia umanamente che artisticamente.
Come sempre il dolore personale forgia i grandi artisti e il nostro lo è senz’altro.
Avevo visto qua e là spezzoni del suo melodrammismo in salsa gay e ne avevo avuto la sensazione di qualcosa di inespresso che doveva trovare il suo veicolo e la sua pulizia formale per trovare una potenza che mi sembrava ancora sfuggente, al di là degli strepiti.
Poi, appunto, ho visto “Juste la fin du monde” ed è un film che mantiene, che è all’altezza metaforica del suo titolo : davvero la fine del mondo.
Il ragazzo, intanto, ha capito una cosa essenziale : nel cinema ci sono due cose davvero essenziali, sceneggiatura e livello attoriale.
Le idee, la qualità della regia, la fotografia, la musica sono tutti elementi importanti ma i due suddetti sono davvero la colonna vertebrale dell’intera faccenda.
Soprattutto se ci si addentra nel nobile terreno del cinema di interni, teatrale, come in questo caso.
Essenziali quindi l’ancoraggio ad una pièce di Jean-Luc Lagarce, amato teatrante francese, e, soprattutto, la scelta di un cast stellare, di grandi attori francesi, tra cui svettano Nathalie Baye, monumento assoluto, e la sempre più convincente Marion Cotillard.
Con la chicca di un personaggio principale, scrittore, fuori dagli schemi mediocri della piccola ottusa borghesia di ovunque, gay e intellettuale nell’animo (orrore!), gentile e sofisticato, che torna a casa dopo molti anni, dalla sua “imbarazzante” famiglia, per una sconvolgente rivelazione, come subito espresso nella prima, strepitosa scena sull’aereo.
Interpretato, ed è una delle rivelazioni di questo splendido film, da uno che si era fatto notare per l’avvenenza e per un fortunato spot per un profumo francese, Gaspard Ulliel, di cui sicuramente sentiremo parlare e che è il protagonista di un altro attesissimo film, il thriller remake “Eva” con un’altra dea del cinema francese, Isabelle Huppert.
Gran premio della giuria a Cannes, che è sempre un segnale, visto che si tratta del premio vero della critica, quello che conta davvero per chi ne capisce, nel festival più raffinato e più culturalmente convincente del pianeta.
Da oggi inizia la vera carriera di questo fenomeno e sono davvero curioso di capire cosa potrà mai tirar fuori nella maturità uno che riesce ad assemblare un prodotto di questo livello ed un finale folgorante come quello che conclude questo tour de force.
N’oublie pas Xavier.

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