Call me by your name

Ormai viziato in fase terminale da un’offerta “home” semplicemente incredibile in quantità, qualità e perfino celerità di uscita, era davvero molto tempo che non mi recavo in quel buffo tempio della settima arte che è il cinema, ormai relegato a divertimento accessorio all’interno di malls affollati di gente normalmente intenta ad altro.
Ma con Luca Guadagnino, di cui sono fan da lungo tempo e che, assieme a Sorrentino rappresenta un’Italia internazionale e cosmopolita portatrice sana di una qualità ormai da top ten del cinema mondiale e quasi sempre tragicamente incompresa in questo paese eternamente malato di rabbioso provincialismo, ho voluto fare un’eccezione.
L’ho visto in prima, subito, a seguito anche delle critiche estatiche di mezzo mondo più che dell’aspetto Oscar che solo in Italia viene vissuto come un prolungamento del sempiterno tifo demente.
D’altronde il paradosso è che lo stesso Guadagnino, in una recente intervista pubblica organizzata dal Guardian che ho visto in rete, ha ampiamente parlato del suo essere il classico italiano non profeta in patria (un titolo di merito indiscusso, soprattutto sul piano culturale), simpaticamente bersagliato di critiche spesso acide anche in passato e visto con sospetto per il suo internazionalismo cosmopolita figlio della buona borghesia e della buona educazione cerebrale che ha ricevuto evidentemente nel corso della sua vita.
La fascinazione estrema di questo film, debitore del miglior Bertolucci, quello anche di pellicole clamorosamente sottovalutate come “The Dreamers”, ma soprattutto debitore del grande cinema francese del passato, è evidente fin dal primo fotogramma, con quei titoli di testa quasi neo-ellenisti, con quella musica superba, e quella prima, straordinaria mezz’ora indolente, di estate profonda, di preparazione al dramma.
La coproduzione italo francese e la presenza di attori d’oltralpe, oltre a che scelte chirurgiche nella recitazione americana (quanto tempo era che non vedevamo il grande Michael Stuhlbarg?), sono al servizio di una ambientazione italiana insolita.
Spostando il radar dalla riviera ligure (come nel libro) alla vicina Crema, Guadagnino porta nella pianura padana degli anni ’80 un lento vento estivo, fatto di rarefazioni alla “Novecento” (due attori francesi e un cast internazionale anche qui : un caso?) intrecciate all’atmosfera distratta, pigra, magica, sognante di un Truffaut, un Rivette, un Rohmer.
Guadagnino dice di aver trovato nel prodigioso Timothée Chalamet l’erede di Jean-Pierre Léaud e un personaggio replicabile, come nel mitico ciclo doineliano.
Non è improprio il parallelismo.
Questo giovane ragazzo americano di chiare origini francesi è semplicemente la rivelazione di questo film e una sicura promessa per il futuro.
L’Italia resta sullo sfondo, con quei accenni ironici al Duce, perfino al pentapartito, con una ricostruzione profonda, dettagliata degli anni ’80 lombardi che, per chi li ha vissuti davvero, fa sincera impressione.
Ma il plot gravita altrove, gravita sulla relazione d’amore omosessuale tra i due protagonisti, vista soprattutto dalla parte psicologica del nuovo Doinel, con una finezza e una eleganza di tratti che ha semplicemente del prodigioso.
Guadagnino non è nuovo a film importanti, quasi sempre di ambientazione borghese ed alto borghese.
Una èlite di censo ma anche di cultura, come in questo caso.
Già “Io sono l’amore” era uno di questi e “A bigger splash” era chiaramente una delle vie possibili per un cinema di qualità, d’arte, perfino in questi tempi oscuri, una specie di rieditazione de “La piscina” (la France d’abord) in chiave postmoderna.
Ma con questo, chiaramente, il nostro ha alzato l’asticella fino a livelli piuttosto inaccessibili per il 90% del cinema mondiale.
Una visione rarefatta, sublime e meditata, una cura formale, fotografica e musicale, oltre che recitativa, davvero d’altri tempi, irrorata dal teatro e dalle sue tecniche alle quali, palesemente, questi attori in stato di grazia hanno attinto a piene mani.
E poi c’è il finale.
Uno dei migliori della storia del cinema e non sto affatto esagerando.
Non voglio svelarlo per non rovinare l’incanto.
Mi basta sottolineare il contrasto tra la vita quotidiana, prosaica che continua e il vero “sturm und drang” davanti al camino e davanti alla vita che lo attende con la “gestione” complicata della perdita.
Ci voleva un attore straordinario per stare in close-up per qualche minuto e concludere un film di questo calibro.
L’abbiamo trovato : si chiama Timothée Chalamet ed è, in poche parole, un genio della recitazione, un talento assoluto e purissimo.
Troverete pochi film come questo in questi anni complicati.
Sicuro classico nei prossimi decenni, da studiare nelle scuole di cinema.
Un capolavoro che ha il gusto di epoche perdute.

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