Il lapsus

Dopo le dichiarazioni di Fontana e dopo il fatto di Macerata il minimo che posso dire è che non sono affatto sorpreso.
Anzi, sono sorpreso che certe manifestazioni superficiali del sottostante italiano, per usare un termine finanziario quanto mai appropriato, non siano più frequenti.
Chiunque conosca gli animal spirits italiani e la mentalità profonda dell’Italia media, quella delle province ma non solo, sa che è ben lontana dall’iconografia del “brava gente”, questo sì davvero buonista nel senso deteriore del termine, secondo la nuova vulgata di un periodo storico orrendo dove bontà e giustizia vengono declinate solo in senso negativo, decorate con il loro rituale -ismo.
In piena crisi economica e in tempi in cui in tutto il mondo c’è un riflusso che è parte generazionale, parte culturale, di rifiuto della modernità e conseguente rifiuto del cosmopolitismo globalizzato che, tra qualche difetto, ha sicuramente il pregio di smontare in partenza ogni ipotesi di razzismo, di provincialismo, di passatismo, di ideologismo, figuriamoci se l’Italia, messa di fronte per davvero alla sua prima ondata migratoria reale non rivelava il suo vero volto.
Quello di un paese che metabolicamente è refrattario al cambiamento, patologicamente ancorato culturalmente al suo passato, qualsiasi passato.
Dalla frase assoluta, definitiva, del Gattopardo, all’eterna nostalgia di Mussolini, al possibile ritorno di “chiunque” nel campo politico, culturale, perfino musicale (l’eterno Sanremo, l’eterna sfilata di “campioni” degli anni ’60 nelle trasmissioni televisive), l’idea del tinello perenne, l’idea di un popolo oltretutto invecchiato in gran parte e quindi adesso anche ontologicamente avvinto, come un malato, alle sue false, piccole certezze, patologicamente incline al luogo comune, al rassicurante e inquietante paesaggio che certi programmi nazionalpopolari dipingono ampiamente nel loro iperrealismo cafone e irrimediabilmente ignorante, proprio nel senso etimologico del termine.
La quasi certa vittoria della destra, che io come tanti altri prevedevo da quasi due anni, come un ritorno all’ovile di un popolo lontanissimo dal progressismo, avrà il paradossale effetto di farci rimpiangere perfino questi anni tormentati, dominati da personalità ambigue come Renzi (eufemismo) o notarili come Gentiloni.
Solo chi non conosce questo paese disperante può credere per davvero nel potere rigenerante della democrazia, nella superiore saggezza del “popolo”.
Chiunque abbia due neuroni circolanti nell’ampio spazio sopra gli occhi sa che la democrazia, tra i tanti suoi difetti, ha il peccato originale quello vero, quello del primato del numero sulla qualità.
Ma, come Churchill, non riusciamo ad immaginare derive migliori e quindi ci teniamo questo simulacro che quasi sempre, soprattutto in Italia, premia il peggiore.
La battaglia è come al solito culturale ma, come tutte le battaglie culturali in Italia, finisce nella regola di fondo : breve primavera (quando va bene) e subito l’inverno reazionario del “riflusso”.
Gran parte del desiderio di Europa è nato in noi come possibile rimedio pratico all’irriformabilità soprattutto culturale del paese, oltretutto devastato oltre ogni misura dagli ultimi vent’anni.
E, nel concreto, una comprensione più ampia dei fenomeni e quindi l’uscita totale dal provincialismo che è la ROM italica.
Una cosa che avrebbe avuto benefici nel dettaglio a livello legale, economico, formale.
La crisi economica ha fatto ben presto dimenticare a gran parte dell’invecchiata Europa gli enormi vantaggi, anche economici, del mercato unico e della stabilità e ha dato la stura ai peggiori nazionalismi e al delirio del “particulare” che, nel dettaglio, è quello che frena Bruxelles e Strasburgo tutti i giorni.
Effetto paradossale : coloro che la criticano per la sua non evoluzione sono proprio quelli che la frenano.
Questo mood generale che nel mio sconfinato ottimismo di fondo penso transeunte, ha effetti letali sulla mentalità italica, già tendente alla confusione tra realtà e desiderata, alla rimozione del passato, anche recente, all’incapacità di capire il mondo al di là degli stessi paeselli, figuriamoci oltre i confini nazionali, fin troppo vasti già adesso per le piccole menti che abitano questa terra.
Buone elezioni.

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