Adieu Peter

E anche Peter Mayle se ne è andato qualche giorno fa.
Peter appartiene di diritto a quella lunga schiera di personaggi, soprattutto di cultura, quasi totalmente sconosciuti in Italia ma che sono delle autentiche leggende altrove.
In quell’altrove soggiorno spesso e volentieri e, devo dire, nelle due nazioni separate dalla Manica il nostro era spesso e volentieri ricordato con affetto.
Brillante pubblicitario londinese, allievo del grande Ogilvy, curioso uomo di cultura (possibile la cultura senza una vorace, inestinguibile curiosità?), Peter ha fatto quello che molti di noi si limitano a sognare : riconvertirsi da una precedente carriera “commerciale” per fare quello che si è sempre voluto fare, scrivere fondamentalmente.
E farlo uscendo letteralmente dai propri confini per vivere in posti d’elezione.
Lo racconta in uno dei suoi primi, divertenti libri : era finito in vacanza in Provenza per scrivere un libro, si era trovato ben presto ad accantonare il romanzo da tanto tempo concepito per concentrarsi su quello che lo circondava, un posto straordinario.
Nasce così la leggenda di Peter Mayle in Provenza, una leggenda che l’ha reso famoso e che ha contribuito sicuramente alle già notevoli fortune economiche e turistiche di quella magica regione francese.
Il libro nato da quella prima folgorazione è “Un anno in Provenza”, un libro che tutti gli adoratori di quella terra (quorum ego) conoscono a memoria.
Un libro che ha echi di un Wodehouse minore (Peter stesso sarebbe d’accordo con me che il maggiore è inavvicinabile) e che racconta, come pochi libri che ho incontrato nella mia vita, il coup de foudre divertito che immediatamente si ha per certi luoghi della terra, per la loro cultura, per la stessa aria che vi si respira.
Una eterna nostalgia dei luoghi che è la natura stessa di questo capolavoro del genere e che capisco benissimo avendo nella mia vita conosciuto solo due luoghi che mi hanno segnato così profondamente, al punto da vagheggiare improbabili nascite o rinascite, a mezzo trasferimento di armi e bagagli, cà va sans dire : Londra, l’amore della giovinezza, e la Provenza, la passione della maturità.
Da allora, con sempre maggiore notorietà, cosa che ne faceva una star di quei luoghi fino a incidere sulla sua stessa vita privata, questo expat di lusso, tipico inglese raffinato, elegante, amante del sole e dell’ottima cucina nonché dei meravigliosi vini, ha inanellato una serie di reportage dal mondo agreste chic nel quale la vita l’aveva portato ormai definitivamente.
Da Menerbes alla meravigliosa Lourmarin fino a Vaugines, luogo dove è passato a nuova dimensione.
La fortuna definitiva e la fama mondiale arrivano con “A good year”, un vero romanzo finalmente, autentica bibbia romantica per tutti gli amanti del genere.
Che narra la storia di un finanziere londinese che arriva svogliatamente e nevroticamente in questi luoghi per occuparsi della vendita della casa di zio Henry, luogo delle sue antiche vacanze e bastide spettacolare in rovina.
Inutile dire come andrà : arriveranno contemporaneamente l’amore per una donna e l’amore per il luogo fino al trasferimento e al cambio di vita.
Questa storia è piaciuta ad un altro perverso adoratore della Vaucluse e del Luberon, Ridley Scott, che partendo dai luoghi delle sue vacanze ha congegnato un film di discreto successo con Russell Crowe e Marion Cotillard che ha dato l’ennesima spinta al turismo culturale in tutta la zona.
Noi tutti siamo stati a Bonnieux, il cuore di tutta la storia, oppure a Gordes, nel meraviglioso ristorante della clamorosa piazzetta con gli alberi, per non parlare della rituale gita a Chateau la Canorgue, dove hanno addirittura messo un cartello per scoraggiare i curiosi che vorrebbero, inutilmente, visitare la bastide del film e finiscono, senza ritegno, per consumare bicchieri e bicchieri degli strepitosi rossi locali, oppure, infine, a Cucuron, nella famosissima piazza alberata con la “piscina” dove avviene la festa finale, Place de l’Etang, la piazza dello stagno.
“Coin perdu”, angolo perduto, è il nome evocativo che ha il vino che viene prodotto a Chateau Canorgue e nel film.
Ed è questo che in fondo attrae la raffinata fauna che ogni anno percorre questi luoghi, i suoi strepitosi villaggi medievali, i suoi mercati, i suoi ristoranti, le sue colline.
L’idea, quasi archetipica, di un posto dove rifugiarsi, nella tranquillità dei giusti, dove separarsi quel tanto che basta dalla pazza folla e vivere laddove il bello è una religione gelosamente custodita.
E il bello, come è noto, aiuta a vivere, anzi, probabilmente ne rappresenta il segreto meglio custodito.

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