Idiocracy

Fortunatamente non sono un politico, anche se in passato qualcuno incautamente me lo propose, ma sfortunatamente sono un elettore in questo sventurato paese e quindi ho seguito con attenzione, come tutti, l’ultima tornata elettorale.
Prima che la “politique politicienne” prenda brutalmente la scena e prima delle probabili mille giravolte e dei mille valzer conseguenti, faccio poche semplici riflessioni.
Intanto rilevo che la gente italica, proverbialmente e provvidenzialmente tendente alla facile dimenticanza a breve, non blatera più di democrazia negata o di complottoni e brogli elettorali a favore dei fantomatici “poteri forti”, visto l’esito elettorale clamorosamente favorevole ai sedicenti amici del popolo.
Sulla falsariga di Brexit e Trump e con la particolarità “giovanile” del M5S, hanno vinto quelli che stanno credendo alla neo-narrazione del momento, in genere anziani nostalgici a prescindere e male informati o giovani anziani dentro.
E non c’è dubbio che visto il naturale, miserabile appeasement naturale, servile, dell’ambiente italico ai potenti, ben presto alcune scemenze da rete andata a male vedranno velocemente un momentaneo bagno di folla anche sui media e sulla scena politica generale.
A dimostrazione che in questo paese senza opinione pubblica qualificata l’ultimo dei problemi è pensare che i media siano contro il popolo.
Il problema è sempre squisitamente culturale e su questo dato di base, come è noto, l’Italia non ha davvero alcuna carta in regola, tra vecchie ignoranze e provincialismi e nuove ignoranze, magari veicolate da una rete, al solito, usata male da molti fenomeni di ritorno, senza categorie critiche né apparente voglia di imparare.
La surreale campagna elettorale che fortunatamente abbiamo alle spalle, non ha affrontato mai le issues di fondo, spesa pubblica assurda, debito pubblico, necessità assoluta di dimagrimento statale, politico, previdenziale, con conseguente drastica riduzione di un fisco criminale, entrata definitiva nel mondo civile e nelle sue regole di convivenza, ma anzi si è scatenata su fantapromesse economiche mixate abilmente alla criminalizzazione del “diverso”, alla creazione inesauribile di capri espiatori preventivi anche sulle future inadeguatezze governative (Europa, neri, tedeschi cattivi e perfida Albione) fidando ciecamente e giustamente sulla qualità degli interlocutori, ossia quegli elettori così icasticamente e precisamente definiti da antichi e da più recenti burattinai.
Nel momento in cui il mondo va naturalmente nella direzione del liberismo di mercato, figlio di un mondo che va avanti, anche pragmaticamente, figlio di comunicazioni e tecnologie che hanno cambiato il globo in trent’anni più che nei 300 ultimi, si inventano complotti nel paese che non ha mai visto neanche lontanamente il liberismo, che è malato di statalismo e di assistenzialismo ancora oggi a dispetto di ogni buonsenso e razionalità, non solo contabile.
Ai media ora piace raccontare la favola del PD pariolino e perdente, una categoria giornalistica dello spirito quasi quanto l’Inter.
Se facessi il politico ci penserei ma visto che faccio altro constato che, come capita spesso nella storia, le cose razionali e giuste vanno contro il mood e la pancia del popolo.
Trovare la quadra è difficile e trovare un linguaggio comune è il precipuo compito del politico : in questo senso vedo che l’ex Ulivo ha una lunga strada da percorrere d’ora in poi, in buona compagnia con le altre socialdemocrazie europee che nel passaggio tra società industriale e informatica si sono perse per strada.
Battaglia culturale particolarmente difficile in questo paese che non poteva che rivelare la sua vera anima di patriottismo becero, altro che autorazzismo.
In questo senso sfatiamo subito un persistente mito e luogo comune : lungi dal idea di esterofilia vera ed informata, che è sola una patina apparente e superficiale, l’anima profonda dell’Italia è nazionalista e anche provincialissima e oggi, nella globalizzazione, è l’Italia che viene vista come il paesello a cui arroccarsi come dimostra la furbissima Lega di Salvini passata agevolmente dalle ampolle padane al partito nazionale, dalla secessione all’autarchia postfascista senza che nessuno abbia osato farle rilevare la tragica e demenziale incoerenza.
Il tutto creando subito una nuova categoria di nemici, dai meridionali ai neri.
La globalizzazione cambia tutto, dato che è un dato di fatto dovuto a comunicazioni e tecnologia, con buona pace dei complottisti idioti che pensano che sia creata e manovrata a tavolino da 4 cattivoni.
Al massimo può essere cavalcata da qualche furbo, in entrambi i campi, come anche la reazione di pancia alla stessa dimostra ad abundantiam.
Superficialità è la parola chiave del momento storico ed è la definizione del gap culturale medio.
Un nazionalismo idiota che prescinde dai dati di fatto ed è il ricettacolo di tutti i pregiudizi sta anche diventando uno dei motivi storici che impedisce la crescita politica dell’Europa che, lungi dall’essere fortissima, è debole proprio per i giochi incrociati di uno stantio sovranismo nazionale che finge di non capire il progetto.
O, peggio, davvero non lo capisce e non capendo demonizza, paragonando la UE all’URSS, cosa che richiederebbe un TSO immediato, tanto per rimanere negli acronimi.
Perfino il voto ai M5S, sensatissimo sul piano della rivolta verso la perenne paluda partitocratica e castale italiana, perfettamente rappresentata perfino dai nuovi apparenti, sembra in realtà un voto giusto dato per i motivi sbagliati ossia per un assistenzialismo come se non ci fosse un domani, dopo i folli plebisciti bulgari del passato per la destra.
In più, in Italia la selezione della classe dirigente al contrario non aiuta e non promette, come sempre, nulla di buono.
Tornando a Bruxelles, se c’è qualcosa che manca è un ufficio marketing e magari qualche politico veramente di visione e di levatura che finalmente faccia i passi decisivi oltre la miope guerra tra piccoli interessi statali.
Il resto la fa la proverbiale poca memoria, figlia dell’incultura, che provvidenzialmente non racconta più alle povere menti come era davvero l’Italia degli anni 70-80-90, nei veri dettagli.
Tornano utili il mai dimenticato libello di Carlo Cipolla e la leggendaria commedia distopica del 2006, come da titolo di questo post.
E dato che il calcio e la politica in Italia, lungi dall’essere qualcosa di serio, sono due generi di intrattenimento, buon divertimento.

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