Once in a lifetime

Ho un grande rammarico nel giorno del mio compleanno (a proposito : 29, ma con una vita talmente intensa che sembrano 57).
Essermi fatto scappare il concerto (concerto?) di David Byrne agli Arcimboldi a Luglio.
Nell’arte è così, per quanto tu possa essere informato, e io sono in overload costante, qualche volta va bene, qualche volta va male.
Ad esempio che dire della possibilità di vedere Damian Lewis dal vivo a Londra fare una pièce come “The goat”, semplicemente passeggiando per Haymarket e vedendo una locandina?
Agli Arcimboldi, teatro che è l’antitesi esatta di come va fatto un teatro (prendere nota dai “verticali” teatri del West End), ho già toccato con mano leggende come Burt Bacharach o Mick Hucknall (accompagnato dal suo simpatico complessino, Simply Red).
David Byrne, classica testa pensante dell’aristocrazia musicale mondiale, americano atipico, lo vidi già come frontman dei devastanti Talking Heads (l’equivalente di Warhol e Pollock in musica) in un lontano concerto nel famigerato laghetto di Redecesio, già debitamente celebrato da Frank Zappa in un memorabile album a base di zanzare, confusione, lacrimogeni e grandissima musica, come solo Frank, l’altro grande americano modernista, sapeva imbastire, dentro e fuori dai palchi.
David lo conosciamo tutti, musica per menti come quella dei Talking Heads, album imprenscindibili come quasi tutti fino al sensazionale, futuristico “Remain in Light”, collaborazioni con altri geniacci d’oltreoceano come Brian Eno (“My Life in the Bush of Ghosts” ancora adesso dà i brividi, un pertugio sonoro dal quale si vede ancora futuro), libri significativi e illuminanti come “Bicycle diaries” (un’altra costante, l’ossessione per il biciclo) e “How music works”.
In rete si possono vedere frammenti di questa ennesima, geniale idea del nostro.
Che volendo sfuggire alle logiche ormai stantie e risapute del concerto celebrazione, pur avendo alle spalle un repertorio immenso e immortale, si è buttato sulle amate sponde dell’arte vera, dell’installazione da art show moderno.
Complici le possibilità che oggi l’elettronica e le reti danno in abbondanza, una delle poche cornucopie di una età altrimenti oscura, molto oscura per la cultura, ha creato qualcosa di nuovo, di totalmente nuovo.
Una specie di parata di musicanti, attori, saltimbanchi che si agitano su una tela vuota, in una grigia e assordante monocromia e che interagiscono con mille strumenti.
Una assoluta continua meraviglia che si può solo intuire su YouTube ma che probabilmente era l’esperienza dell’anno.
Tentato di recarmi a Londra per recuperare (ormai un classico : uno spettacolo per avere un pretesto per tornare a casa), vi lascio con le parole di un pezzo immortale, ancora adesso una delle polaroids perfette dello straniamento dell’uomo moderno.
Happy birthday to me.

And you may find yourself
Living in a shotgun shack
And you may find yourself
In another part of the world
And you may find yourself
Behind the wheel of a large automobile
And you may find yourself in a beautiful house
With a beautiful wife
And you may ask yourself, well
How did I get here?
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
And you may ask yourself
How do I work this?
And you may ask yourself
Where is that large automobile?
And you may tell yourself
This is not my beautiful house!
And you may tell yourself
This is not my beautiful wife!
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Water dissolving and water removing
There is water at the bottom of the ocean
Under the water, carry the water
Remove the water at the bottom of the ocean!
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again in the silent water
Under the rocks, and stones there is water underground
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
And you may ask yourself
What is that beautiful house?
And you may ask yourself
Where does that highway go to?
And you may ask yourself
Am I right? Am I wrong?
And you may say yourself, “My God! What have I done?”
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again in to the silent water
Under the rocks and stones, there is water underground
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Look where my hand was
Time isn’t holding up
Time isn’t after us
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Letting the days go by (same as it ever was)
Letting the days go by (same as it ever was)
Once in a lifetime
Letting the days go by
Letting the days go by

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3 thoughts on “Once in a lifetime

  1. I 3 concerti più belli della mia vita li ha fatti tutti Franco Battiato. Gli piace farli in mezzo ai prati, e questo talvolta causa degli inconvenienti non da poco.
    Ad esempio, al primo dei 3 concerti aveva piovuto a dirotto dalla mattina fino a un’ora prima dell’inizio, e quindi per raggiungere il mio posto a sedere dovetti avanzare nel fango che mi arrivava fino alle caviglie.
    Tuttavia, fare i concerti in un contesto agreste ha anche dei lati positivi: ad esempio, al secondo e al terzo concerto eravamo in piena Primavera, e quindi l’aria era carica di tutti gli odori naturali della terra, sembrava di essere nel giardino dell’Eden.
    Al primo concerto Battiato fece un’entrata in scena spettacolare: arrivò in macchina, fece fermare l’autista a poca distanza dagli ultimi posti a sedere e poi percorse a piedi il tragitto da lì al palco. Anche lui si sarà riempito le scarpe di fango, ora che ci penso.
    Il pubblico fu molto disciplinato: invece di sporgersi in avanti per toccarlo, si alzò in piedi e lo applaudì a scena aperta. Lo facemmo perché avevamo capito il senso profondo di quella scelta: Battiato voleva esprimere vicinanza al suo pubblico non con un sorriso finto, non con un ringraziamento stereotipato, ma con il gesto simbolico di camminare in mezzo a noi. Ci commosse senza bisogno di dire una parola.
    Il terzo concerto fu il più bello in assoluto, perché lui nell’ultima mezz’ora ci chiamò tutti sotto il palco e fece canzoni a richiesta finché non gli andò via la voce.
    Quella sera stessa capii che non l’avrei più visto in concerto, perché era meglio chiudere così, avevo già toccato l’apice. Cosa ne pensi della mia esperienza?

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