A song for Europe

Nei giorni della conclusione formale della Brexit, ossia la messa in atto del costoso e complicatissimo suicidio del glorioso Regno Unito (prossimamente disunito), mentre i responsabili di questo scempio, popolino incluso, fuggono come ladri nella notte che echeggia ancora delle loro menzogne, gira ancora il venticello infido della calunnia su tutto lo sventurato continente.
Gli equivoci su questa magnifica idea, visionaria e nello stesso tempo molto concreta, sono innumerevoli in quest’epoca di confusione planetaria.
Prima di cadere definitivamente nel mondo di Idiocracy (film che si rivela sempre più profetico) è bene mettere qualche punto, operazione ormai sempre più necessaria nel populistico chiasso dei dementi.
Equivoco n. 1 : l’Europa ci toglie sovranità.
L’Europa è nata per togliere parti crescenti di sovranità a stati nazionali che si intendono in via di superamento, altrimenti si faceva prima a restare nel mondo del 1946.
Equivoco n. 2 : l’Europa liberista ha il culto dell’austerità.
Qui bisogna mantenere la pazienza, pratica spesso difficile quando si parla con aspiranti ideologi incompetenti.
A parte l’evidente contraddizione in termini, l’Europa non è né liberista né austera.
Se uno andasse davvero a leggere fatti e documenti (qui, imho, siamo davvero in pochi a potere alzare la mano), capirebbe che il mondo è ancora molto (troppo) non liberista e che a dispetto dei mercati e della naturale globalizzazione di merci, denari, persone, i singoli stati spesso e volentieri si mettono di mezzo ma non per regolamentare la finanza cattiva (la vulgata del volgo) bensì per lucrare il più possibile fiscalmente a dispetto di ogni buonsenso amministrativo.
L’Italia, inutile a dirsi, è in prima fila nello statalismo burocratico senza un domani.
E oggi, a dispetto di ogni regola di banale buonsenso amministrativo, vorrebbe tornare allo spending pro domo sua, supportato in maniera grottesca da un keynesismo capito male, da cialtroni, clientelare e assistenziale, senza entrare nel merito mai delle vere issues di svolta e di entrata nella modernità : produttività, drastico taglio della spesa pubblica, revisione profonda del sistema pensionistico (in senso OPPOSTO all’annullamento della Fornero).
In sostanza la quisquilia di uno stato leggero, sostenibile, fiscalmente e civilmente in fase di arretramento (lo stato non DEVE occuparsi di tutto), tantomeno dedito ad avventure imprenditoriali che in Italia hanno sempre dimostrato la loro natura predatoria e clientelare, oltre che demenziale sul piano del business.
Vasto programma.
Dai tempi della spending review di Cottarelli in avanti nessuno in Italia ha mai davvero voluto toccare i fili giusti.
Troppi interessi clientelari, politici, elettorali.
E, in fondo, e a dispetto delle idee fantasiose del popolo, con una Europa troppo poco forte e troppo poco invasiva, chiusa come ancora è in veti reciproci e nazionalismi continui.
Figuriamoci poi con un governo che vive solo per motivi elettorali (anche europei, purtroppo) e che mente sistematicamente dominato come è, anche in tragica buona fede, da un pensiero magico che è la traduzione moderna e aggiornata al web del rifiuto dell’Italia profonda di entrare nel futuro.
L’austerità dicevamo.
Oggi viene chiamata austerità la gestione oculata e attenta in fase economica recessiva.
In realtà, a fianco di questa, e anche ben prima del QE di Draghi, l’Europa ha giocato questa partita in maniera mista e con in testa ben presente la liquidità del sistema e l’importanza degli investimenti, soprattutto in Research and Development.
Il punto è che per questo e per molte altre cose (vedi, in primis, politica estera) i singoli stati hanno ancora potere di vita e di morte e quindi l’immobilismo dell’Italia, mentale, culturale, economico ha prevalso su ogni altro aspetto.
I cialtroni oggi dilaganti si guardano bene dal dirvi il tasso di crescita dell’Eurozona degli ultimi vent’anni.
Si noterà che l’Europa cresce, sostanzialmente, e l’Italia no.
Indovinate il perché.
Si guardano inoltre dal suggerirvi uno scenario ipotetico di una Italia fuori dall’Eurozona a seguito della crisi mondiale post Lehman.
Senza lo scudo di una stabilità politico-economica indiscussa e di tassi fissi bassi mi sarebbe piaciuto vedere la fine dello stivaletto, con i suoi debiti e la sua inflazione a doppia cifra modello anni ’70.
Capovolgendo la realtà si preferisce parlare di unioni monetarie e moneta criminale.
La ricerca dei capri espiatori degli ometti in malafede continua copiosa e il popolino ama sentirsi sussurrare canzoni rassicuranti e autoassolutorie.
In questo piccolo nuovo mondo antico, le antiche parrocchiette, marxismo e cristianesimo, al dunque hanno rialzato la testa e si sono saldate contro la modernità laica, scientifica, liberale, che supera gli steccati naturalmente, soprattutto quelli dell’irrazionalismo, del razzismo e del nazionalismo.
Oggi sentire parlare i vari nanetti nostrani e non solo fa impressione.
Una specie di populismo marxiano (che sembra l’unica “sinistra” possibile in questi tempi cupi) per ora complice, in un ipotetico domani ancora contrapposto fintamente al populismo irrazionale ed interessato di chi cerca pecorelle e che si organizza bene nelle forme da setta, con relativo culto del guru, che si vede in molti movimenti europei attuali, con relativi dogmatismi assurdi e antistorici e sgomento dei normali pensanti dotati di spirito critico vero di fronte all’ingenuità davvero bambinesca e alla scarsa tenuta intellettuale e morale di molti seguaci sognanti.
E il relativo, antico sospetto per scienza, medicina, per qualsiasi seria ricerca su verità parziali dimostrabili che metta in dubbio e ridicolizzi le fantasiose affermazioni assolutistiche e totalizzanti mai dimostrate e mai dimostrabili in qualsiasi chiave.
Tra le tante sbornie e i tanti passi falsi della storia, questa del populismo aggressivo e retrogrado sembra una delle peggiori.
Se sarà servita a mettere a punto i difetti e i limiti delle costruzioni complesse come l’Europa e le ingiustizie economiche strutturali che in gran parte nella globalizzazione de facto si risolvono solo proprio con le costruzioni multinazionali complesse (altro paradosso non colto), allora questo periodo disperante non sarà passato invano.
Altrimenti le larghe praterie dell’avventura si apriranno sotto i nostri piedi e, per ultimo paradosso, si potranno realizzare proprio i disastri bellici e sociali che mille cassandre populiste attribuivano al “sistema” e che solo loro, scardinandolo, renderanno davvero possibile.
Questo vociare idiotico e rabbioso di incompetenti che, con l’arma del web usata male, invece di informarsi per davvero trovano affannosamente nel mare magno delle informazioni l’onda che serve, quella ideologica e complottista al punto giusto, per cavalcare qualsiasi avventura, finirà prevedibilmente male, portandosi dietro l’antidemocrazia, le guerre e addirittura le lotte di classe del passato.
Quella follia che vorrebbe superare la Nato, il patto atlantico che è stata la chiave del benessere e della pax post 1945 per avventure verso la Russia e altre pseudodemocrazie che hanno un palese esplicito interesse antieuropeo e che dettano ormai la moda dell’aggressività contro i media e contro la libera informazione.
Io, a costo di passare per romantico, credo ancora nella democrazia liberale, nel superamento del nazionalismo aggressivo e retrogrado, nel superamento del culto del suolo proprietario e delle religioni che in queste marce indietro sguazzano sempre felici (amano così tanto il bambinismo dei seguaci e l’ignoranza da averle teorizzate usando orgoglio e superbia a sproposito per fini manipolatori..il vecchio trucco del senso di colpa e della paura) e credo non nella società perfetta, destinata ad essere una utopia, ma in una società migliore di quelle del passato, che si liberi finalmente di pregiudizi e di chiavi di lettura della realtà che stanno rivelando in pieno il loro virus culturale di fondo.
E lo dico da un paesello che è sempre stato l’avamposto del passato per quel suo arroccarsi automatico sul vecchio, sull’antiriforma, sullo statalismo.
L’Italia non è “passata al populismo”, è sempre stata populista e oggi non casualmente sembra avere il ruolo storico, almeno in Europa, di guidare questa rivolta folle, feroce e irrazionale contro il progressismo liberale e una ipotesi di futuro che risolva per davvero le contraddizioni che hanno reso il Novecento un secolo terrificante e che oggi, nel nuovo mondo e con le nuove armi, porterebbe inesorabilmente all’abisso sia economico che sociale che geopolitico.
Intanto, nel breve, come stanno già capendo gli amici inglesi, reintroduzione di dazi, barriere e smantellamento di supply chains internazionali, con tanti saluti alla cooperazione e a migliaia di posti di lavoro, visto che la realtà, ovviamente, non fa sconti e la realtà tecnologica oggi è sovranazionale. Punto.
Bryan Ferry declama, nella splendida canzone dei Roxy Music che fa da titolo di questo post e che rimanda ad altro tipo di tensioni:

Now, only sorrow
No tomorrow
There’s no today for us
Nothing is there
For us to share
But yesterday

Speriamo che il destino, al crocevia definitivo, risulti essere più grazioso.

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2 thoughts on “A song for Europe

  1. Sono una romantica anch’io …alle volte però mi capita – ahimè sempre più spesso – di vedere nero. Vero è che una volta toccato il fondo si può solo risalire. Solo che – mi chiedo – come faccio a capire qual è il fondo? Quando raggiungo il punto di non ritorno? Quindi, per forza ed inevitabilmente, un evento irreversibile?
    …pensieri e dubbi in libero fluire…grazie Alby!

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