Il problema

Incautamente ho deciso di guardare l’ultimo film di Muccino “A casa tutti bene”.
Uno vorrebbe rimanere in pace con tutti, soprattutto a Natale, ma questo film fa davvero prudere le mani oltre ogni ragionevole aspettativa.
Il cinema italiano autoctono, oltre alle sue evidenti voragini tecniche (recitazione, regia, dizione, sceneggiatura) fa capire perché i migliori se ne siano sempre, costantemente “andati all’estero” per combinare qualcosa di buono.
Secondo uno schema presente in molti settori della nostra società.
I casi di Tornatore, Guadagnino e Sorrentino sono lì a dimostrarlo.
Ma il problema italiano di fondo è anche la cultura che c’è dietro, o meglio, la subcultura di massa ormai accettata da decenni e che, lungi dall’essere sublimata dai talenti veri, quelli degli anni 60-70-80, Monicelli, Germi, Risi, Tognazzi e via via elencando gente che aveva scuole vere, talenti reali ed un minimo di maestranze adeguate, oggi vive solo grazie ad un gusto medio ormai decisamente devastato da anni di televisione emetica e da un comune sentire mediocre, meschino, culturalmente irrilevante.
Con le dovute eccezioni, come sempre.
Eccezioni alle quali sicuramente non appartiene il nostro Muccino.
Non si è mai capito quale fosse la considerazione, sicuramente eccessiva, che questo regista ha riscosso in Italia e perfino ad Hollywood.
Temo che perfino negli USA più commerciali e melensi, quelli che hanno portato l’italico oltreoceano, si siano accorti del misunderstanding.
Fatto sta che quest’ultimo film, iperpompato, ipercelebrato, furbissimo nelle premesse, con il consueto raduno di famiglia di attori giovani e vecchi amatissimi dal popolo, già incline a deliri da TSO come le recenti elezioni dimostrano ad abundantiam, tocca vette sinceramente inenarrabili che lo portano a veleggiare tra il kitsch e il vero trash lasciando alla fine una sensazione di vuota rabbia che preoccupa.
Con l’eccezione del discreto Accorsi, spesso andato in Francia a vedere come si recita davvero, non troverete nel ricchissimo cast nessuno che io trovi simpaticamente adeguato alle richieste di un regista pensante.
Ma se ci mettiamo, oltre alla meravigliosa costante della presa diretta e della sua implacabile conseguenza, ossia una dizione incomprensibile e spesso involontariamente comica, una sceneggiatura prevedibile oltre ogni sospetto, piatta e senza mezza idea su come sviluppare un dramma, siamo all’apoteosi.
Muccino quando deve dare un boost all’azione fa meccanicamente alterare i propri malcapitati “personaggi” senza una parvenza di sviluppo, di preparazione alla scena, senza nulla.
Nei rari momenti di quiete da questo esagitato maelstrom butta lì una cosa che piace molto agli italioti, la cantata di gruppo di pezzi famosi del passato canoro, come a strizzare l’occhiolino alla parte più becera e mediocre dell’uditorio, quella che si emoziona a comando se sente una canzone che assurdamente la emoziona a dispetto della sua pochezza.
Il povero Gianmarco Tognazzi che recita una parte che ricorda vagamente quelle fatte da suo padre in mille migliori film, lo sfigato un pò meschino, pieno di debiti che vuole approfittare della riunione famigliare per chiedere soldi (un topos assoluto), è il personaggio prescelto nel dare il via al delirio musical-canterino a tappe forzate.
Poi esistono le punte di vera demenza.
Questo film parla di isole, di traghetti bloccati dal maltempo, evoca grandi film del passato con impostazioni simili (penso a Polanski ma non solo) ma in pochi secondi si inabissa.
La scena d’amore tra Accorsi ed Elena Cucci, pur nella fatica di una dizione davvero impensabile, tocca vertici involontariamente autoironici realmente devastanti, citando perfino l’isola che non c’è in un dialogo che anche un adolescente di oggi, ossia mediamente un rintronato vagamente cerebroleso, troverebbe imbarazzante.
Stendo un velo pietoso sulle “attrici” femminili, un campionario di isterie supportate da un talento davvero evanescente.
Ma perfino attori che qualche volta sono riusciti ad uscire vivi da filmetti improbabili, spesso commediole, quelle cose che gli italiani amano sempre oltre ogni limite di buon senso e senza alternative oltretutto al mainstream, penso a Favino ad esempio, si arrampicano sugli specchi scivolosi di questo “bomb” colossale con l’aria di chi è smarrito e vuole scappare al più presto dal naufragio.
Se c’è un film epitome della desolante pochezza di gran parte del cinema italiano e del mood medio della società italiana è proprio questo.
Con tutti i topoi, le nevrosi, le frasette fatte e i luoghi comuni, tra baci perugina e “fatti una risata”, leitmotiv ricorrente di questo Titanic.
D’ora in poi quando vorrò ricordare ai molti smemorati perché raramente guardo film italiani e preferisco veleggiare tra Francia, Inghilterra e qualche rimasto gioiello di altrove, imporrò la visione di questa perla.
Che si conclude con una scena così fintamente “artistica” che fa perfino tenerezza nel suo tentativo di elevare il non elevabile, rivelando l’estetica superficialmente banale, da sciampista, che è il vero basso continuo di questi ultimi trent’anni.
Buona visione, davvero.

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