London still calling

Nel giorno dell’enorme manifestazione a Londra, città che, come avrete intuito, mi è particolarmente cara, manifestazione contro quella impresentabile follia retrotopica e autolesionistica che si chiama Brexit, si possono prendere alcuni appunti dal fronte inglese per fare il punto sul periodo di passaggio che il mondo sta attraversando.
Come dice un noto giornalista, viviamo tempi interessanti, forse troppo.
Ma il privilegio discutibile di vivere nelle anse significative della storia, in un’epoca che sembra lontanissima dalle suggestioni della fine della storia à la Fukuyama, è che si possono osservare molto da vicino le logiche contrapposte che forgiano il futuro.
Personalmente nutro pochi dubbi sul fatto che a medio termine (a lungo termine vale sempre l’immortale, lei sì, massima keynesiana) la logica inarrestabile della globalizzazione e quindi della traduzione in forma sociopolitica di un futuro ad alta interconnessione informativa e di movimento sia un dato certo.
La controriforma che si sta tentando, sulla base di un combinato disposto micidiale di fake information possibile paradossalmente proprio solo nella virtualità globalizzata dei social networks, ricettacolo di ogni rabbia e di ogni orizzontalità non qualitativa, verte sostanzialmente sul pensiero debolissimo dell’agognato ritorno ad un passato idealizzato fatto di varianti del famigerato trittico Dio Patria Famiglia che ha già fatto danni incalcolabili alle teste a alle vite di milioni persone, in Europa e fuori.
Questa nevrosi passatista, negazionista della realtà e del nuovo mondo, alimentata da una economia in crisi ma comunque stabilizzata e tenuta sotto controllo meglio che in passato (la chiamano austerità, ignorando o mistificando i fondamenti dell’economia), riflesso diretto del cambiamento radicale del lavoro e della informazione che è già in essere, ha riportato a galla le vecchie pulsioni nazionalistiche, xenofobe, autarchiche, sulla base, ad esempio, di una pressione migratoria enormemente inferiore alla percezione : quando si dice la virtualità.
Inutile dire che l’Italia, con un passato oscuro mai veramente risolto, a differenza della Germania, reduce da un ventennio berlusconiano, ora in piena fase di identificazione culturale con Salvini, per dire, paese già di suo molto arretrato culturalmente rispetto alla media europea e incline di suo a perenni controriforme gattopardesche, ingessato in anni di errori voluti, di statalismo economico (chi parla in Italia di eccesso di liberismo semplicemente non sa di che parla oppure mente sapendo di mentire) che ha portato a gradi di corruzione, di debito, di spesa pubblica e welfare impazziti, non poteva che essere in primo piano nel raglio.
Laboratorio politico permanente, quasi sempre in negativo.
Con le sue caratteristiche tipiche di rimozione costante del passato, di autoassoluzione facile, di ricerca costante del capro espiatorio esterno.
E con la specificità tutta nostrana di chiedere continuamente e pavlovianamente soluzioni allo Stato salvo poi cercare in ogni maniera di trovare soluzioni furbe e individualistiche, spesso antistatali, in ogni singolo aspetto della propria vita.
Massima evasione fiscale d’Europa, massima tassazione, ora pure massimo assistenzialismo, oltretutto demenziale in forme e contenuti.
Geopoliticamente parlando, basti pensare alla mentalità del “Franza o Spagna” rivisitata con moderno vestito cinese o nell’appoggio a Maduro, l’opportunismo, le note disonestà contabili e non, la fama meritata di poca serietà e poca affidabilità globale.
Tornando all’Europa l’invecchiamento medio della popolazione e quindi il naturale approdo a forme mentali di protezione, di welfare a tutti i costi, è stato progressivamente il motore che ha portato la fragile navicella verso la tempesta perfetta.
Parlare oggi di diritti civili, di liberismo vero (meglio di liberalesimo nell’accezione squisitamente anglosassone) e di accoglienza perfino interessata (le nostre sono società inesorabilmente al declino senza un adeguato ricambio generazionale quasi sempre esogeno), di soluzioni condivise e razionali all’interno dell’ombrello UE e Nato, è profondamente impopolare e questo la dice lunga sulla confusione vigente che è anche quella, in parallelo, della generazione dei millennials.
L’avvento al potere di una sciagurata classe dirigente che oscilla tra incompetenza e ignoranza non riducibili e idee di patetico isolazionismo ha indebolito l’intera area occidentale di riferimento e porterà, se non cambierà qualcosa, ad una minore sovranità al di là delle imbarazzanti illusioni di molti.
Oltretutto con l’avallo del centro dell’impero, provvisoriamente “diretto” da una sciagura vivente come Trump.
A livello continentale, si ignora che i problemi dell’Europa di oggi, se si conosce davvero il meccanismo dell’UE, sono in gran parte riconducibili ai veti e ai blocchi delle eterne nazioni.
Nell’era dei no vax, dell’omeopatia di massa e dei terrapiattisti e complottisti niente di più normale dell’ignoranza.
Peccato che però al di là del chiacchiericcio spesso isterico della rete esistono quelle piccole realtà che si chiamano democrazia rappresentativa e contrappesi necessari, competenza, necessità di élites sensate e quindi, spesso, antipopolari.
Ineludibile una forte, continua, paziente rieducazione delle masse, come si diceva anticamente, in merito ai principi democratici di base e ai pericoli mortali delle dittature populiste della maggioranza, l’inganno anche numerico sulla quale sono state fondate molte vere dittature.
Non a caso in questo periodo di arretramento dei diritti civili, di follie basate sulla prevalenza dell’interesse partitico rispetto all’interesse finale nazionale (Brexit docet così come quasi tutte le operazioni pericolose e ridicole del governo italiano), di intossicamento delle menti deboli, enormemente amplificato dai socials che permettono algoritmi di gestione del consenso impensabili fino a ieri e con il corollario paradossale e inquietante delle Echo chambers che rafforzano i pregiudizi, è diventato indispensabile avere élites di peso e di visione che lancino un nuovo rinascimento.
Ma evitando accuratamente i leaderismi e gli egotrip che hanno appesantito anche tentativi recenti.
Le due ideologie dominanti degli ultimi decenni non a caso hanno rialzato la testa, così come tutte le ideologie irrazionali e integraliste, religioni in testa.
In Italia, ad esempio, cattolici e marxiani si trovano fratelli nella generazione spontanea di vecchie formule aggressive e disintegrate dalla storia e dalla logica.
Entrambe propongono come loro ultimo rifugio l’oclocrazia populista, l’anticamera del disastro economico e della fine della democrazia che le forme vagamente settarie e pnl di Rousseau già prefigurano nella loro evidente veste di trappola per gonzi perfino troppo evidente.
Il Parlamento inglese ha un sito dove con 100000 firme raccolte per qualsiasi issue la House è costretta a discutere in merito.
Nello specifico milioni e milioni di persone hanno intasato il server per chiedere di revocare l’articolo 50 e fare un secondo referendum sulla Brexit.
Questa formula che contempla l’unione del sondaggio diretto e la formalizzazione istituzionale indica la via per superare l’impasse, questo glitch della storia.
E mantiene retta la barra sul popolo che governa solo secondo le linee costituzionali.
Anche perché “il popolo” di fatto non esiste mentre purtroppo, in real life, di demagoghi è piena la discarica della storia.
In Francia, altro fronte del conflitto, oltre al cancro usuale dell’estrema destra, perenne problema sotterraneo del vecchio continente, c’è un Melenchon, per esempio.
Ossia la certificazione della scomparsa dei moderati e la prevalenza di un estremismo eccitato, stile gilets jaunes, acefalo e violento, senza vere basi rivendicative se non false o discutibili, che vive del continuo rancoroso presente dei mille socials e che cerca una revanche fortemente venata di invidia socio-culturale, attenzione, non solo economica, nonché di perdita definitiva e ormai sdoganata di ogni razionalità costruttiva.
In USA sembra quasi che l’unico che possa fermare Trump sia un tardo socialista come Sanders, sulla falsariga della figura di Corbyn in UK che grazie alle sue esitazioni e alle sue teorie vagamente anticapitalistiche sta consegnando assieme ai Tories, in piena metastasi destrorsa, un glorioso paese alla disfatta e probabilmente anche allo smembramento.
Esempio massimo e definitivo dei danni che la partitocrazia senza forme istituzionali e quindi tendenzialmente slegata da considerazioni di bene comune può fare perfino in un paese liberale, di solide basi democratiche come il Regno Unito.
Naturalmente ottimista, come da ROM personale, vedo già all’orizzonte la curva del fiume e la fine progressiva di questo ebete neonazionalismo terminale, di quest’ultimo acido rigurgito di un passato mai rimpianto.
E vedo ad esempio nel nascente movimento ambientalista giovane, dalla Germania alla Svezia, una piccola risposta alla miopia e al medioevo mentale nel quale le destre di sempre e anche qualche sinistra fuori tempo massimo, vorrebbero a forza rinchiuderci.
Sarà inoltre utile prepararci in merito a quale Europa vogliamo.
Personalmente : più decidente e meno bloccata da veti vari, con conclusa unità fiscale, scolastica, politica, bancaria e militare, con l’inglese come lingua ufficiale, con una gestione federalista sul modello statunitense.
Vaste programme?

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