Adieu Peter

E anche Peter Mayle se ne è andato qualche giorno fa.
Peter appartiene di diritto a quella lunga schiera di personaggi, soprattutto di cultura, quasi totalmente sconosciuti in Italia ma che sono delle autentiche leggende altrove.
In quell’altrove soggiorno spesso e volentieri e, devo dire, nelle due nazioni separate dalla Manica il nostro era spesso e volentieri ricordato con affetto.
Brillante pubblicitario londinese, allievo del grande Ogilvy, curioso uomo di cultura (possibile la cultura senza una vorace, inestinguibile curiosità?), Peter ha fatto quello che molti di noi si limitano a sognare : riconvertirsi da una precedente carriera “commerciale” per fare quello che si è sempre voluto fare, scrivere fondamentalmente.
E farlo uscendo letteralmente dai propri confini per vivere in posti d’elezione.
Lo racconta in uno dei suoi primi, divertenti libri : era finito in vacanza in Provenza per scrivere un libro, si era trovato ben presto ad accantonare il romanzo da tanto tempo concepito per concentrarsi su quello che lo circondava, un posto straordinario.
Nasce così la leggenda di Peter Mayle in Provenza, una leggenda che l’ha reso famoso e che ha contribuito sicuramente alle già notevoli fortune economiche e turistiche di quella magica regione francese.
Il libro nato da quella prima folgorazione è “Un anno in Provenza”, un libro che tutti gli adoratori di quella terra (quorum ego) conoscono a memoria.
Un libro che ha echi di un Wodehouse minore (Peter stesso sarebbe d’accordo con me che il maggiore è inavvicinabile) e che racconta, come pochi libri che ho incontrato nella mia vita, il coup de foudre divertito che immediatamente si ha per certi luoghi della terra, per la loro cultura, per la stessa aria che vi si respira.
Una eterna nostalgia dei luoghi che è la natura stessa di questo capolavoro del genere e che capisco benissimo avendo nella mia vita conosciuto solo due luoghi che mi hanno segnato così profondamente, al punto da vagheggiare improbabili nascite o rinascite, a mezzo trasferimento di armi e bagagli, cà va sans dire : Londra, l’amore della giovinezza, e la Provenza, la passione della maturità.
Da allora, con sempre maggiore notorietà, cosa che ne faceva una star di quei luoghi fino a incidere sulla sua stessa vita privata, questo expat di lusso, tipico inglese raffinato, elegante, amante del sole e dell’ottima cucina nonché dei meravigliosi vini, ha inanellato una serie di reportage dal mondo agreste chic nel quale la vita l’aveva portato ormai definitivamente.
Da Menerbes alla meravigliosa Lourmarin fino a Vaugines, luogo dove è passato a nuova dimensione.
La fortuna definitiva e la fama mondiale arrivano con “A good year”, un vero romanzo finalmente, autentica bibbia romantica per tutti gli amanti del genere.
Che narra la storia di un finanziere londinese che arriva svogliatamente e nevroticamente in questi luoghi per occuparsi della vendita della casa di zio Henry, luogo delle sue antiche vacanze e bastide spettacolare in rovina.
Inutile dire come andrà : arriveranno contemporaneamente l’amore per una donna e l’amore per il luogo fino al trasferimento e al cambio di vita.
Questa storia è piaciuta ad un altro perverso adoratore della Vaucluse e del Luberon, Ridley Scott, che partendo dai luoghi delle sue vacanze ha congegnato un film di discreto successo con Russell Crowe e Marion Cotillard che ha dato l’ennesima spinta al turismo culturale in tutta la zona.
Noi tutti siamo stati a Bonnieux, il cuore di tutta la storia, oppure a Gordes, nel meraviglioso ristorante della clamorosa piazzetta con gli alberi, per non parlare della rituale gita a Chateau la Canorgue, dove hanno addirittura messo un cartello per scoraggiare i curiosi che vorrebbero, inutilmente, visitare la bastide del film e finiscono, senza ritegno, per consumare bicchieri e bicchieri degli strepitosi rossi locali, oppure, infine, a Cucuron, nella famosissima piazza alberata con la “piscina” dove avviene la festa finale, Place de l’Etang, la piazza dello stagno.
“Coin perdu”, angolo perduto, è il nome evocativo che ha il vino che viene prodotto a Chateau Canorgue e nel film.
Ed è questo che in fondo attrae la raffinata fauna che ogni anno percorre questi luoghi, i suoi strepitosi villaggi medievali, i suoi mercati, i suoi ristoranti, le sue colline.
L’idea, quasi archetipica, di un posto dove rifugiarsi, nella tranquillità dei giusti, dove separarsi quel tanto che basta dalla pazza folla e vivere laddove il bello è una religione gelosamente custodita.
E il bello, come è noto, aiuta a vivere, anzi, probabilmente ne rappresenta il segreto meglio custodito.

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Il lapsus

Dopo le dichiarazioni di Fontana e dopo il fatto di Macerata il minimo che posso dire è che non sono affatto sorpreso.
Anzi, sono sorpreso che certe manifestazioni superficiali del sottostante italiano, per usare un termine finanziario quanto mai appropriato, non siano più frequenti.
Chiunque conosca gli animal spirits italiani e la mentalità profonda dell’Italia media, quella delle province ma non solo, sa che è ben lontana dall’iconografia del “brava gente”, questo sì davvero buonista nel senso deteriore del termine, secondo la nuova vulgata di un periodo storico orrendo dove bontà e giustizia vengono declinate solo in senso negativo, decorate con il loro rituale -ismo.
In piena crisi economica e in tempi in cui in tutto il mondo c’è un riflusso che è parte generazionale, parte culturale, di rifiuto della modernità e conseguente rifiuto del cosmopolitismo globalizzato che, tra qualche difetto, ha sicuramente il pregio di smontare in partenza ogni ipotesi di razzismo, di provincialismo, di passatismo, di ideologismo, figuriamoci se l’Italia, messa di fronte per davvero alla sua prima ondata migratoria reale non rivelava il suo vero volto.
Quello di un paese che metabolicamente è refrattario al cambiamento, patologicamente ancorato culturalmente al suo passato, qualsiasi passato.
Dalla frase assoluta, definitiva, del Gattopardo, all’eterna nostalgia di Mussolini, al possibile ritorno di “chiunque” nel campo politico, culturale, perfino musicale (l’eterno Sanremo, l’eterna sfilata di “campioni” degli anni ’60 nelle trasmissioni televisive), l’idea del tinello perenne, l’idea di un popolo oltretutto invecchiato in gran parte e quindi adesso anche ontologicamente avvinto, come un malato, alle sue false, piccole certezze, patologicamente incline al luogo comune, al rassicurante e inquietante paesaggio che certi programmi nazionalpopolari dipingono ampiamente nel loro iperrealismo cafone e irrimediabilmente ignorante, proprio nel senso etimologico del termine.
La quasi certa vittoria della destra, che io come tanti altri prevedevo da quasi due anni, come un ritorno all’ovile di un popolo lontanissimo dal progressismo, avrà il paradossale effetto di farci rimpiangere perfino questi anni tormentati, dominati da personalità ambigue come Renzi (eufemismo) o notarili come Gentiloni.
Solo chi non conosce questo paese disperante può credere per davvero nel potere rigenerante della democrazia, nella superiore saggezza del “popolo”.
Chiunque abbia due neuroni circolanti nell’ampio spazio sopra gli occhi sa che la democrazia, tra i tanti suoi difetti, ha il peccato originale quello vero, quello del primato del numero sulla qualità.
Ma, come Churchill, non riusciamo ad immaginare derive migliori e quindi ci teniamo questo simulacro che quasi sempre, soprattutto in Italia, premia il peggiore.
La battaglia è come al solito culturale ma, come tutte le battaglie culturali in Italia, finisce nella regola di fondo : breve primavera (quando va bene) e subito l’inverno reazionario del “riflusso”.
Gran parte del desiderio di Europa è nato in noi come possibile rimedio pratico all’irriformabilità soprattutto culturale del paese, oltretutto devastato oltre ogni misura dagli ultimi vent’anni.
E, nel concreto, una comprensione più ampia dei fenomeni e quindi l’uscita totale dal provincialismo che è la ROM italica.
Una cosa che avrebbe avuto benefici nel dettaglio a livello legale, economico, formale.
La crisi economica ha fatto ben presto dimenticare a gran parte dell’invecchiata Europa gli enormi vantaggi, anche economici, del mercato unico e della stabilità e ha dato la stura ai peggiori nazionalismi e al delirio del “particulare” che, nel dettaglio, è quello che frena Bruxelles e Strasburgo tutti i giorni.
Effetto paradossale : coloro che la criticano per la sua non evoluzione sono proprio quelli che la frenano.
Questo mood generale che nel mio sconfinato ottimismo di fondo penso transeunte, ha effetti letali sulla mentalità italica, già tendente alla confusione tra realtà e desiderata, alla rimozione del passato, anche recente, all’incapacità di capire il mondo al di là degli stessi paeselli, figuriamoci oltre i confini nazionali, fin troppo vasti già adesso per le piccole menti che abitano questa terra.
Buone elezioni.

Call me by your name

Ormai viziato in fase terminale da un’offerta “home” semplicemente incredibile in quantità, qualità e perfino celerità di uscita, era davvero molto tempo che non mi recavo in quel buffo tempio della settima arte che è il cinema, ormai relegato a divertimento accessorio all’interno di malls affollati di gente normalmente intenta ad altro.
Ma con Luca Guadagnino, di cui sono fan da lungo tempo e che, assieme a Sorrentino rappresenta un’Italia internazionale e cosmopolita portatrice sana di una qualità ormai da top ten del cinema mondiale e quasi sempre tragicamente incompresa in questo paese eternamente malato di rabbioso provincialismo, ho voluto fare un’eccezione.
L’ho visto in prima, subito, a seguito anche delle critiche estatiche di mezzo mondo più che dell’aspetto Oscar che solo in Italia viene vissuto come un prolungamento del sempiterno tifo demente.
D’altronde il paradosso è che lo stesso Guadagnino, in una recente intervista pubblica organizzata dal Guardian che ho visto in rete, ha ampiamente parlato del suo essere il classico italiano non profeta in patria (un titolo di merito indiscusso, soprattutto sul piano culturale), simpaticamente bersagliato di critiche spesso acide anche in passato e visto con sospetto per il suo internazionalismo cosmopolita figlio della buona borghesia e della buona educazione cerebrale che ha ricevuto evidentemente nel corso della sua vita.
La fascinazione estrema di questo film, debitore del miglior Bertolucci, quello anche di pellicole clamorosamente sottovalutate come “The Dreamers”, ma soprattutto debitore del grande cinema francese del passato, è evidente fin dal primo fotogramma, con quei titoli di testa quasi neo-ellenisti, con quella musica superba, e quella prima, straordinaria mezz’ora indolente, di estate profonda, di preparazione al dramma.
La coproduzione italo francese e la presenza di attori d’oltralpe, oltre a che scelte chirurgiche nella recitazione americana (quanto tempo era che non vedevamo il grande Michael Stuhlbarg?), sono al servizio di una ambientazione italiana insolita.
Spostando il radar dalla riviera ligure (come nel libro) alla vicina Crema, Guadagnino porta nella pianura padana degli anni ’80 un lento vento estivo, fatto di rarefazioni alla “Novecento” (due attori francesi e un cast internazionale anche qui : un caso?) intrecciate all’atmosfera distratta, pigra, magica, sognante di un Truffaut, un Rivette, un Rohmer.
Guadagnino dice di aver trovato nel prodigioso Timothée Chalamet l’erede di Jean-Pierre Léaud e un personaggio replicabile, come nel mitico ciclo doineliano.
Non è improprio il parallelismo.
Questo giovane ragazzo americano di chiare origini francesi è semplicemente la rivelazione di questo film e una sicura promessa per il futuro.
L’Italia resta sullo sfondo, con quei accenni ironici al Duce, perfino al pentapartito, con una ricostruzione profonda, dettagliata degli anni ’80 lombardi che, per chi li ha vissuti davvero, fa sincera impressione.
Ma il plot gravita altrove, gravita sulla relazione d’amore omosessuale tra i due protagonisti, vista soprattutto dalla parte psicologica del nuovo Doinel, con una finezza e una eleganza di tratti che ha semplicemente del prodigioso.
Guadagnino non è nuovo a film importanti, quasi sempre di ambientazione borghese ed alto borghese.
Una èlite di censo ma anche di cultura, come in questo caso.
Già “Io sono l’amore” era uno di questi e “A bigger splash” era chiaramente una delle vie possibili per un cinema di qualità, d’arte, perfino in questi tempi oscuri, una specie di rieditazione de “La piscina” (la France d’abord) in chiave postmoderna.
Ma con questo, chiaramente, il nostro ha alzato l’asticella fino a livelli piuttosto inaccessibili per il 90% del cinema mondiale.
Una visione rarefatta, sublime e meditata, una cura formale, fotografica e musicale, oltre che recitativa, davvero d’altri tempi, irrorata dal teatro e dalle sue tecniche alle quali, palesemente, questi attori in stato di grazia hanno attinto a piene mani.
E poi c’è il finale.
Uno dei migliori della storia del cinema e non sto affatto esagerando.
Non voglio svelarlo per non rovinare l’incanto.
Mi basta sottolineare il contrasto tra la vita quotidiana, prosaica che continua e il vero “sturm und drang” davanti al camino e davanti alla vita che lo attende con la “gestione” complicata della perdita.
Ci voleva un attore straordinario per stare in close-up per qualche minuto e concludere un film di questo calibro.
L’abbiamo trovato : si chiama Timothée Chalamet ed è, in poche parole, un genio della recitazione, un talento assoluto e purissimo.
Troverete pochi film come questo in questi anni complicati.
Sicuro classico nei prossimi decenni, da studiare nelle scuole di cinema.
Un capolavoro che ha il gusto di epoche perdute.

Eva

Da appassionato di fantascienza con la peculiare perversione per la robotica, sono sorpreso di non aver sentito prima parlare di “Eva”.
Una produzione Canal+ spagnola di cui avevo avuto sentore solo recentemente in rete, dove un sotterraneo hype ne parlava come di una chicca da vedere assolutamente.
Non posso che confermare l’indispensabilità della visione di questo inatteso gioiello. Un modello in effetti di come la “fantascienza” pensante alla “Black mirror” parli ai nostri cuori, nel suo mix di contemporaneità e software futuribili, portati alle estreme conseguenze, molto meglio di altri generi ormai consunti dal tempo che corre velocissimo.
Straordinario esempio del miglior cinema europeo che grazie appunto alla qualità ormai pervasiva e a basso costo del software svetta sul cinema Usa anche nelle sue roccaforti, con una profondità di approccio che gli yankees culturalmente possono solo sognarsi, “Eva” resterà a lungo nei nostri cuori di cinefili.
Giocando con topoi eterni che la robotica sembra portare alla ribalta meglio di altri argomenti, il prometeismo della creazione, il tema del doppio, qui mischiati alla consueta, latente inquietudine per le derive negative possibili, “Eva” tocca poi temi eterni, quasi in chiave poetica, che ne rendono eterno e potentissimo l’involucro futuribile.
Sono molti gli atouts di questo piccolo grande film.
Una ambientazione gelida e fascinosa, una recitazione cronometrica simboleggiata da Daniel Brühl, classico attore “coltellino svizzero”, quindi a suo agio a La Chaux-de-Fonds dove “Eva” è stato girato, tipico attore che “dove lo metti, sta”, versatile, preciso.
E poi alcuni personaggi e scene memorabili, dalla protagonista al butler, al gatto robotico che letteralmente “ruba la scena” in più occasioni, ad una scena d’amore indelebile, suggellata nientepopodimeno che da “Space Oddity” di Bowie.
Sceneggiatura sapientissima, calibrata, con potenti colpi di scena e una generale atmosfera romantica che rendono questo film una chicca assoluta. Non perdetelo.

Juste la fin du monde

Nel generale rarefarsi della qualità artistica e nell’appiattimento vagamente anti culturale e anti intellettuale della temperie attuale, fa piacere ritrovarsi ancora a parlare di cinema di qualità, soprattutto se realizzato da un giovane, un giovanissimo regista che in poco tempo ha già conquistato legioni di critici e affezionati guardoni.
Inutile a dirsi il nostro è francofono, del Quebec, e gode, anche indirettamente, di quella meravigliosa “bolla” di eleganza e intelligenza non superficiale che sembra prerogativa certa di poche parti dell’Europa, Francia in primis, ultimo baluardo contro un mondo di giovani zombies chini sul loro “black mirror”, colpevolmente stupidi nell’era di google e wikipedia o, peggio, di attempati irrazionali retrogradi disinformati in cerca dell’ultimo bersaglio da odiare in nome di un passato che fortunatamente non tornerà più.
Xavier Dolan ha 28 anni ma sembra dimostrarne molto di più, sia umanamente che artisticamente.
Come sempre il dolore personale forgia i grandi artisti e il nostro lo è senz’altro.
Avevo visto qua e là spezzoni del suo melodrammismo in salsa gay e ne avevo avuto la sensazione di qualcosa di inespresso che doveva trovare il suo veicolo e la sua pulizia formale per trovare una potenza che mi sembrava ancora sfuggente, al di là degli strepiti.
Poi, appunto, ho visto “Juste la fin du monde” ed è un film che mantiene, che è all’altezza metaforica del suo titolo : davvero la fine del mondo.
Il ragazzo, intanto, ha capito una cosa essenziale : nel cinema ci sono due cose davvero essenziali, sceneggiatura e livello attoriale.
Le idee, la qualità della regia, la fotografia, la musica sono tutti elementi importanti ma i due suddetti sono davvero la colonna vertebrale dell’intera faccenda.
Soprattutto se ci si addentra nel nobile terreno del cinema di interni, teatrale, come in questo caso.
Essenziali quindi l’ancoraggio ad una pièce di Jean-Luc Lagarce, amato teatrante francese, e, soprattutto, la scelta di un cast stellare, di grandi attori francesi, tra cui svettano Nathalie Baye, monumento assoluto, e la sempre più convincente Marion Cotillard.
Con la chicca di un personaggio principale, scrittore, fuori dagli schemi mediocri della piccola ottusa borghesia di ovunque, gay e intellettuale nell’animo (orrore!), gentile e sofisticato, che torna a casa dopo molti anni, dalla sua “imbarazzante” famiglia, per una sconvolgente rivelazione, come subito espresso nella prima, strepitosa scena sull’aereo.
Interpretato, ed è una delle rivelazioni di questo splendido film, da uno che si era fatto notare per l’avvenenza e per un fortunato spot per un profumo francese, Gaspard Ulliel, di cui sicuramente sentiremo parlare e che è il protagonista di un altro attesissimo film, il thriller remake “Eva” con un’altra dea del cinema francese, Isabelle Huppert.
Gran premio della giuria a Cannes, che è sempre un segnale, visto che si tratta del premio vero della critica, quello che conta davvero per chi ne capisce, nel festival più raffinato e più culturalmente convincente del pianeta.
Da oggi inizia la vera carriera di questo fenomeno e sono davvero curioso di capire cosa potrà mai tirar fuori nella maturità uno che riesce ad assemblare un prodotto di questo livello ed un finale folgorante come quello che conclude questo tour de force.
N’oublie pas Xavier.

Nostalgia della ragione

Le recenti cronache di Gerusalemme fanno come sempre disperare sulla ragione e la ragionevolezza della mente umana.
La combinazione di uno come Trump, ineffabile in senso stretto, e del posto nel quale non solo idealmente ma anche fisicamente le tre religioni monoteiste si contendono da sempre il palcoscenico, lasciando il consueto strascico di morti e feriti, come sempre avrà l’effetto di far pagare alla minoranza pensante le tremende conseguenze di irrazionalità lontane e sedimentate.
Sulla falsariga di quello succede con la scienza, la medicina, la tecnologia e tutte le attività umane razionali cresce il chiacchiericcio isterico e disinformato di quelli che vedono solo bugs e complotti e in nome di un ipotetico altrove mentale assoluto, distruggono o tentano di screditare quel poco di acquisizioni e di conquiste parziali che nel tempo l’uomo è riuscito a costruirsi.
Salvo poi servirsi, nel silenzio, di quelle bistrattate verità dimostrate.
E che, viste retroattivamente, non sono neanche tanto di disprezzare se solo si pensa a cosa era il mondo nel Medioevo e come è adesso.
La stessa Internet, ossia la messa in pratica di una semplice ma rivoluzionaria idea tecnologica, viene usata contro gli stessi fini e dà accesso, ahimè, ad un largo volgo irrazionale che guida una Ferrari senza saperne i comandi e viaggia su autostrade futuribili portando avanti istanze pre-medievali.
La memetica, così come la genetica e in fondo già lo stesso Darwin, possono spiegare con chiarezza, e lo fanno, i movimenti mentali e culturali che si affermano o meno (alla Onfray), la storia biologica del pensiero, il suo essere condizionato dal desiderio, dalle aspirazioni e, spesso, virato su una irrazionalità che lungi dall’essere etica e sentimentale, è in realtà la morte dello stupore vero, spesso la morte e basta, non solo del cervello peraltro.
Da qui l’arroganza di chi taccia gli altri di arroganza, la pretesa di rispetto francamente immotivata, la valutazione ideologica e quindi già in partenza sbagliata di ogni realtà storica.
Perchè la realtà ha il brutto vizio di deludere tutti, smentire tutti, disilludere tutti, a turno, e quindi per chi non lo riconosce, pensando erroneamente di avere in tasca il codice assoluto, diventa un grosso problema l’accettazione.
Dopo il virus del wishful thinking, ecco anche il virus del negazionismo.
La visione infantile, manichea che ammorba gli irrazionali e gli ideologi, così sempre pronti a schierarsi e intolleranti anche di chi non si schiera, porta alla predica sul relativismo che è facilmente reversibile : tutti atei con gli dèi degli altri.
“Delusion”, come nel libro di Dawkins, ha un significato ingannevole nel passaggio dall’inglese all’italiano (“illusione”), ma potrebbe perfino significare la stessa cosa e avrebbe perfino connotazioni semantiche aggiuntive.
Sempre aggressivi con le opinioni altrui, nascosti dietro il dito di opinioni indimostrabili, irrazionali, poco autorevoli di default.
Nella vita di tutti i giorni, nessuno di noi, razionale o meno, gioca in maniera siffatta anche con le piccole cose e non accetta almeno una buona dose di attendibilità.
Sulle cose teoricamente più importanti invece si vola liberi, confondendo lo stile con la sostanza, il desiderio con la realtà, lo slancio passionale con il sentimento vero.
Come succede spesso anche con la salute, come si evidenzia nel famoso libro di Burioni e presso poche altre isolate luci che portano avanti la battaglia contro l’oscurantismo, spesso interessato, di una marea di ciarlatani, furbi o magari semplicemente irrazionali, quindi portati al credulonismo più assoluto quando le cose si fanno complicate.
Creduloni che in genere poi rivoltano la consueta frittata accusando di credulonismo quelli che non credono alle varie e sempre più numerose conspiracy theories, rivoltando, as usual, l’onere della prova su chi non dovrebbe darla ma riceverla.
Problema che ammorba anche molte relazioni umane che sono fondate, se sono sane, su sentimenti veri, su un’etica vera e non sui loro surrogati dogmatici e ideologici, tanto meno sulla totale irrazionalità.
I fondamentalismi senza fondamento dei cultori degli ultramondi possibili, l’irrazionalismo senza confini e alla deriva di gran parte del mondo sono cose che tendono ad atterrirmi.
Il “wishful thinking” di chi tiene il punto del cervello, che non esclude ovviamente nè l’amore nè altre aperture, anzi le potenzia, è proprio quello che il mondo possa migliorare in questo senso.
Che la globalizzazione e il cosmopolitismo portino ad una maggiore visione razionale, allo smascheramento degli inganni del razzismo, del patriottismo, del provincialismo, del tifo irrazionale religioso, politico, economico, dei pregiudizi sui diversi di tutti i tipi.
Che apra le menti così dannatamente chiuse, a fronte di un mondo che oggi permette per davvero viaggi e informazioni facili e a basso costo.
Ma se non sarà così, statene certi, saremo sempre pronti a riconoscere la nostra sconfitta.
E vedremo, come sempre con sorpresa, le inutili, sbagliate e tristi battaglie altrui.

Décadence

Je suis l’Empire à la fin de la décadence, qui regarde passer les grands Barbares blancs en composant des acrostiches indolents d’un style d’or où la langueur du soleil danse
Paul Verlaine

Se c’è una cosa che tuttora si nota molto andando in vacanza nei paesi civili è la differenza che esiste tra i programmi televisivi, nonostante la globalizzazione e il dilagare del format unico.
Anni di berlusconismo hanno ovviamente peggiorato la situazione italiana.
Inutile dire che quando uno vuole divertirsi davvero guarda certe trasmissioni nazionalpopolari, soprattutto nelle loro derive ansiogeno estremistiche applicate al tempo meteorologico e ovviamente a tutti i diversi che osano toccare un suolo che viene percepito come proprio in senso stretto, immobiliare.
Ma è una risata amara perchè evidenzia il degrado culturale devastante di questa “nazione” nonché l’ormai evidente indistinguibilità tra una parodia di Crozza (sempre sia lodato) e la realtà.
Se poi si pensa alla politica nostrana è facile capire in fretta la totale inutilità del dedicarsi se non per motivi strettamente economici, come peraltro fanno con solerzia i milioni che vi si dedicano “professionalmente” (altra anomalia italiana), soprattutto in vista dell’ennesima truffa elettorale e dell’imminente, vergognoso matrimonio di quelle forze che solo pochi anni fa fingevano di odiarsi, credute al solito dai soliti stupidi, ossia la stragrande maggioranza della tifoseria nazionale.
Ci credevate, davvero?
A non molti chilometri di distanza la Francia evidenzia i limiti culturali feroci della vicina di casa.
La naturale tendenza transalpina al dibattito, alla discussione colta e pensosa, invece che suscitare il solito sdegno cialtrone del nesci (come diceva il grande Brera), viene accolta sempre bene anche nelle tribune televisive e non è affatto raro che intellettuali raffinati e di nicchia diventino superstars mediatiche.
Fin dai tempi di Apostrophes di Bernard Pivot, la tv francese è sempre apparsa, e non solo ai miei occhi, una boccata d’aria fresca proprio per la qualità e il livello della discussione.
Perfino la televisione sportiva che l’Equipe, il grande e autorevolissimo giornale sportivo, ha messo in pista, rispetto agli squallidi e ignoranti tinelli di molta tv italiana (Sky esclusa, ovviamente) sembra una riunione dell’areopago applicata, per una volta, a più pedestri argomenti.
Percepiti ovviamente come antipatici dalla marmaglia italica, in realtà i francesi sono un popolo variegato e normalissimo ma che ha ben chiaro in testa il concetto di merito, èlite, intelligenza e non teme le accuse di snobismo, classico raglio da inferiority complex mal mascherato.
L’elezione di Macron stessa e la sua fuga in avanti sull’Europa, che è il nostro futuro, in un momento di rigurgito astioso e finale dei trogloditi di tutto il mondo, è stata premiata in un modo che, penso, sarebbe stato impossibile ovunque se non in quel paese che ama ancora la razionalità cartesiana e se ne fa convincere, senza indulgere troppo nell’irrazionalismo violento e aggressivo dell’ideologia.
Nessuna meraviglia quindi che Michel Onfray, un intellettuale polemista di straordinario livello, sia così popolare nell’Esagono.
Lo seguo da tempo, fin dal micidiale “Traité d’athéologie”, arma impropria e di devastante efficacia nelle frequenti discussioni sulle religioni e le loro fantasiose elucubrazioni.
Ma questo “Décadence”, che in Francia è un best seller, è davvero un’opera definitiva, che andrebbe insegnata a scuola.
Qui il filosofo diventa storico, sociologo e fa una analisi della decadenza del mondo occidentale o meglio, di una fase del mondo occidentale, quella dominata dalla cultura giudaico-cristiana, che è vertiginosa, precisa e dettagliatissima.
Una lente di ingrandimento applicata alla storia ma soprattutto un cannocchiale che ci fa finalmente capire e intravedere il futuro, oggi annebbiato dal fumo e dalla confusione della transizione.
Soprattutto è folgorante la descrizione accurata e “terminale” dei meccanismi culturali e sociali che permettono l’affermazione di alcuni culti e non di altri.
Opera clamorosa, consigliatissima per menti ben aperte e possibilmente non troppo incrostate da ideologie e religioni varie.

The Putin interviews

Quattro ore di interviste montate da vari incontri avuti in Russia con Putin : Oliver Stone non perde certamente lo smalto dei giorni migliori e confeziona un cadeau per appassionati di geopolitica quantomai attuale in piena guerra fredda 2.0 con relativo contorno di strepiti tifoidei per il buon Vladimir da parte della stragrande maggioranza del movimento destroide, sovranista, ormai razzista e fascista senza più complessi.
Il risultato, però, nonostante io sia stato incollato allo schermo per reale curiosità, è, ovviamente direi, abbastanza modesto, direi quasi democristiano ed apologetico.
Ho sempre avuto interesse e simpatia per il buon Oliver, fustigatore del sistema America e contestatore della prima ora.
Nonchè ottimo regista, con ottimi argomenti, il che è essenziale.
Ma non mi sono mai illuso sulla sua reale portata rivoluzionaria.
Ho riserve perfino su Michael Moore, in questo senso, figuriamoci su Oliver.
Nella balena America può starci qualsiasi cosa, da Spielberg, l’ingenuo cantore dell’American dream, a Oliver e Michael.
Ma siamo sempre nel sistema e penso che le denunce più potenti ed efficaci stiano ormai alle nostre spalle.
Forse i film più politici sono quelli meno politici : “Wall Street”, l’apologia acida del “greed is good”, della fascinazione ottusa per il denaro, “Natural born killers”, la discesa agli inferi nell’altro buco nero degli Usa, quello della fascinazione per le armi e la violenza.
In fondo “JFK”, “Nixon” fino al recente “Snowden” non dicono nulla di realmente nuovo e spettacolarizzano in maniera evidente quello che ormai è mainstream.
Attirato dalla prospettiva di fare un lungo reportage sul politico del momento, quello più apparentemente riservato e freddo, Oliver si è fatto una simpatica vacanza sulla Piazza Rossa con moglie e seguito e certamente non è andato fin lì per fare domande scomode e darci davvero dentro.
Accomunato naturalmente da una certa simpatia umana evidente e da una condivisione pre-politica sulle evidenti magagne e colpe americane, Oliver è apparso spuntato in questa circostanza, troppo evidentemente pilotato dal sapiente marketing cremlinese, è apparsa troppo evidente la natura “fake” di qualsiasi operazione televisiva, figuriamoci se concordata con uno come Putin che chiaramente non lascia nulla di non calcolato perfino quando si reca in bagno.
C’è una scena che suggella con evidenza questa generale “atmosfera”, rilassata fino al delirio.
Quella dove si vede chiaramente la preparazione di una scena dell’incontro tra i due, accuratamente coreografata, con Putin come docile attore nelle mani del sapiente regista.
O la famosa scena del caffè portato da Putin quasi con timidezza.
O la scena epicamente propagandistica della “control room” militare, con tanto di videotelefonata tra il grande capo e un generale.
Perfino quando Oliver propone a Vladimir di vedere assieme “Dr. Strangelove”, che stranamente Putin non aveva mai visto, la gag risulta fiacca.
Siamo dalle parti del divertissement e va bene così in fondo, perfino per noi spettatori interessati alla verità ed equidistanti per principio.
Questo ovviamente rinforzerà le vele dei tanti fanatici ammiratori del nostro, talmente nostalgici del Dio-Patria-Famiglia da dimenticare l’ovvietà della complessità del mondo, soprattutto delle questioni politiche, militari, geopolitiche.
Ma non sono certo queste quisquilie che hanno mai fermato la mandria dei tifosi, così invelenita contro gli Usa e per motivi ideologici stretti, da dimenticare che in questo ambiente perfino Vladimir, e si vede chiaramente qua e là nel documentario, riderebbe della loro dabbenaggine manichea.
Il resto è propaganda, perfino nel senso buono del termine, ossia approfittare dell’insperato regalo per portare avanti le proprie idee e, se possibile, mettere in cattiva luce o in burletta gli avversari di sempre.
Come nella velenosa, intelligentissima allusione alle cerimonie brezneviane in relazione agli scambi finali di onorificenze tra Obama e Biden, nella gelida, spietata constatazione del loro potere perduto e quindi della inutilità delle loro minacce, perfino nella “compassione” ironica per il patriota Mc Cain.
Persona molto intelligente e capace : nulla di nuovo.
Persona molto ambigua e chiaramente espressione di un potere molto più assoluto e spietato di qualsiasi democrazia occidentale : altra ovvietà che stenta ad entrare nelle cervici dei molti dementi adulatori.
Guardando oltre, l’auspicio dei pensanti è che la Russia esca dall’equivoco sovranista, del piccolo mondo antico bigotto, caucasico e intollerante delle minoranze, si apra davvero al mondo e che gli Usa di converso si riequilibrino, trovino il loro modo di stare al mondo, quello multipolare, senza eccezionalismi che non possono più neanche permettersi economicamente.
In pratica, finita la polvere e lo strepito degli estremisti, finalmente trovare un nuovo equilibrio anche strategico.
In questo, stranamente, sono ottimista.
Sperando sempre di non essere smentito dai fatti, perchè in questo caso lo sarei in maniera davvero troppo esplosiva.

La fine dei nazionalismi

La fine dei nazionalismi non comporta necessariamente la fine del nazionalismo.
Quando i nostri pronipoti studieranno questo periodo storico, turbolento come da prassi per i periodi di transizione, troveranno che la parola “glocal” sarà molto utile per inquadrare la vicenda.
L’avvento della “globalizzazione” è semplicemente, al di là degli slogan di comodo, la modernizzazione di un mondo per certi versi ancora molto antico ed arretrato culturalmente grazie alla spinta combinata di fattori inarrestabili come la tecnologia delle comunicazioni e dei trasporti.
In un mondo fatalmente più aperto e interconnesso molte letali sciocchezze diventano più difficili da sostenere e per forza di cose prevale la relatività (alcuni ideologi direbbero : il relativismo) di un mondo che scopre di essere molto più simile di quanto sospetterebbe chi si rifugia nel proprio paesello.
Il misto di rabbia e paura, due emozioni che spesso tendono a rinforzarsi a vicenda, alimenta la feroce reazione sociale e culturale di chi sta perdendo il senso della storia e anche il senso delle piccole storie che lo animano.
Si agita lo spettro della perdita di identità, statale, locale ma anche religiosa, ma in realtà si grida alla luna e non si capisce l’enorme opportunità data da un mondo più aperto, informato, meno ancorato alle piccole patrie.
D’altronde non si contano i danni che nazionalismi e religioni hanno combinato in questi secoli che sono alle nostre spalle e francamente non si capisce davvero tutta questa nostalgia.
Perchè spesso, troppo spesso nella storia il comprensibile senso di appartenenza ad un luogo, ad una cultura, ad una religione, sono sfociati in un’arma di contrapposizione agli altri luoghi, culture, religioni.
Personalmente, ad esempio, mi identifico nella categoria “occidentale”, “europeo”.
Qualsiasi cosa voglia dire.
Mi sono sentito a mio agio da sempre, da quando ricordo le mie vicende terrene, al di fuori dalla statalità “Italia” e dalla declinazione cattolica della religione del luogo, il cristianesimo.
Penso che il mondo abbia tutto da guadagnare dal depotenziamento dell’importanza e del concetto di singola nazione.
Innanzitutto per una questione culturale.
Non è un caso che da sempre, non solo oggi in piena globalizzazione tecnologica, le classi più avanzate e colte dei singoli paesi sono sempre state cosmopolite e, spesso, abbastanza sospettose di ogni forma di ideologismo sia statale che religioso.
Quando si fanno analisi approfondite dei recenti “moti indipendentisti” (come direbbero a scuola se si studiasse un ipotetico “Risorgimento”), dalla Brexit alla Catalogna, si scopre l’ovvietà che la stragrande maggioranza di queste istanze sono portate avanti dalle classi più deboli, meno attrezzate culturalmente, quasi sempre le più avanti con gli anni.
La generazione dei nazionalismi al top della storia, quelle uscite dalla temperie delle due guerre mondiali, non si rassegna ad un mondo completamente diverso, che sta smantellando ad uno ad uno tutti gli pseudo pilastri su cui hanno costruito la loro identità e la loro storia.
Io, che faccio parte della generazione di mezzo, pur non comprendendo, da manuale, alcune istanze delle nuove generazioni, soprattutto sul piano culturale, sento però con certezza che il vento della storia sta andando, da almeno trent’anni in una direzione che non vedo affatto come inquietante, al di là delle banalità complottiste e semplicistiche che media e popolino possono agitare.
Persone che per anni si sono bevute ogni tipo di propaganda, sia statale che religiosa, adesso ci vengono a dire che dobbiamo aver paura del potere e pontificano contro i rischi della globalizzazione.
Fino a pochi anni fa servi premurosi e ottusi, adesso pasdaran incazzosi e sospettosi.
Troppo comodo.
Visto che, fino a questo momento almeno, tendo a non dimenticare, ricordo con precisione i limiti e i problemi del mondo che fu.
Ovviamente non ho la presunzione semplicistica del ventenne che prevede un futuro luminoso e perfetto ma attendo con ragionevole rilassatezza i frutti di un mondo che si conosce meglio e che, fatalmente, apre le proprie porte.
Fra qualche anno alcune sterili discussioni di questi tempi, tipo quella sul “politically correct” (la reazione biliosa di gente semplicemente “non educata” ad un mondo che non accetta più, anche formalmente, alcune bestialità), saranno cadute nel dimenticatoio perchè date, giustamente, per scontate.
Una specie di iato come quello che intercorse tra l’America esplicitamente razzista di qualche decennio fa e il mondo che è venuto dopo.
Rifiutare l’interconnessione naturale, la necessità economica e geopolitica di grandi blocchi sovranazionali, è una solenne sciocchezza e quindi sarà pagata duramente da chi persegue questi sogni antistorici.
Ovviamente ognuno può coltivare la propria dimensione “local” senza problemi, come è sempre successo nella storia, senza che questo diventi una ideologia che sovrasta le vere necessità.
Le radici esistono ma non per questo devono diventare una perenne àncora mentale.
L’America è un melting pot che funziona da decenni, con tutti limiti e le brutture della storia, e non per questo la gente ha perso il senso di appartenenza e di orgoglio per il singolo paesello, cosa che avviene anche nelle megalopoli, come chiunque abbia girato per davvero sa perfettamente.
Rappresenta comunque un dato prepolitico, umano e tale dovrebbe restare.
Esattamente come la religione, con la quale condivide il destino di debordamento dai propri ambiti e quindi gli enormi danni fatti fino ad oggi.
In genere l’esasperazione del concetto appartiene ai deboli, ai semplici, ai poco attrezzati culturalmente, e in questo il calcio ne è la plastica rappresentazione perfetta.
La gabbietta in testa e gli automatismi mentali che ne derivano hanno sempre fatto danni alle persone e alla storia in generale ma ora, questa è la mia impressione, siamo probabilmente agli ultimi fuochi.

Walter Becker

Walter non c’è più, un altro dei veri immortali che se ne va.
Il compagno di mille battaglie Donald Fagen mette in rilievo sul necrologio apparso su Facebook il sarcasmo disincantato sulla natura umana che era un tratto caratteristico della persona e che si notava sia nei suoi testi che nella musica da solista, dove risaltava ampiamente la parte scabra, l’ingrediente acido che dava un tocco meraviglioso poi alle portentose creazioni in duo.
Le nostre vicende terrene si incrociarono solo una volta qualche anno fa a Lucca, in una memorabile serata dove andai ad omaggiare uno dei monumenti della musica moderna per un concerto che molti non si dimenticheranno mai.
Rivedo Becker su YouTube nell’ultimo concerto sul palco con gli Steely Dan, già stravolto dalla malattia e dagli anni.
Lo vedo con Larry Carlton, altro gigante, ad aiutarlo nelle parti di chitarra, ospite prezioso.
Veri musicisti per musicisti, non si contano i grandi della musica di tutti i generi che riconoscono agli Steely Dan un’influenza decisiva sulla loro carriera e sul loro modo di pensare musica.
Ma la loro musica, levigata e perfetta come un sogno irreale, non lascerà per definizione eredi e continuatori.
Troppo unica e fuori dal tempo, troppo legata ad una perizia ed un talento compositivo, produttivo ed esecutivo imbarazzanti, abbacinanti.
“Time out of mind” appunto, un tempo immemorabile che è quello dell’infinito sia dietro che davanti a noi.
Il pezzo perfetto, o meglio uno dei tanti pezzi perfetti in un paniere infinito di diamanti.
Un pezzo che allude all’infinito con infinita classe ed umorismo in una serie di note nirvaniche, essenziali.
Come con altri grandi in altre arti, come con Kubrick, tutto sembra incastonato definitivamente e con cura certosina, ogni singolo pezzo, come ogni singola scena, sembra lì da sempre e non modificabile.
Nel testo si parla di “perfection and grace”.
Appunto.

Son you better be ready for love
On this glory day
This is your chance to believe
What I’ve got to say
Keep your eyes on the sky
Put a dollar in the kitty
Don’t the moon look pretty
Tonight when I chase the dragon
The water will change to cherry wine
And the silver will turn to gold
Time out of mind
I am holding the mystical stone
It’s direct from Lasa
Where people are rolling in the snow
Far from the world we know
Children we have it right here
It’s the light in my eyes
It’s perfection and grace
It’s the smile on my face
Tonight when I chase the dragon
The water will change to cherry wine
And the silver will turn to gold
Time out of mind
Children we have it right here
It’s the light in my eyes
It’s perfection and grace
It’s the smile on my face
Tonight when I chase the dragon
the water will change to cherry wine
And the silver will turn to gold
Time out of mind