La fine dei nazionalismi

La fine dei nazionalismi non comporta necessariamente la fine del nazionalismo.
Quando i nostri pronipoti studieranno questo periodo storico, turbolento come da prassi per i periodi di transizione, troveranno che la parola “glocal” sarà molto utile per inquadrare la vicenda.
L’avvento della “globalizzazione” è semplicemente, al di là degli slogan di comodo, la modernizzazione di un mondo per certi versi ancora molto antico ed arretrato culturalmente grazie alla spinta combinata di fattori inarrestabili come la tecnologia delle comunicazioni e dei trasporti.
In un mondo fatalmente più aperto e interconnesso molte letali sciocchezze diventano più difficili da sostenere e per forza di cose prevale la relatività (alcuni ideologi direbbero : il relativismo) di un mondo che scopre di essere molto più simile di quanto sospetterebbe chi si rifugia nel proprio paesello.
Il misto di rabbia e paura, due emozioni che spesso tendono a rinforzarsi a vicenda, alimenta la feroce reazione sociale e culturale di chi sta perdendo il senso della storia e anche il senso delle piccole storie che lo animano.
Si agita lo spettro della perdita di identità, statale, locale ma anche religiosa, ma in realtà si grida alla luna e non si capisce l’enorme opportunità data da un mondo più aperto, informato, meno ancorato alle piccole patrie.
D’altronde non si contano i danni che nazionalismi e religioni hanno combinato in questi secoli che sono alle nostre spalle e francamente non si capisce davvero tutta questa nostalgia.
Perchè spesso, troppo spesso nella storia il comprensibile senso di appartenenza ad un luogo, ad una cultura, ad una religione, sono sfociati in un’arma di contrapposizione agli altri luoghi, culture, religioni.
Personalmente, ad esempio, mi identifico nella categoria “occidentale”, “europeo”.
Qualsiasi cosa voglia dire.
Mi sono sentito a mio agio da sempre, da quando ricordo le mie vicende terrene, al di fuori dalla statalità “Italia” e dalla declinazione cattolica della religione del luogo, il cristianesimo.
Penso che il mondo abbia tutto da guadagnare dal depotenziamento dell’importanza e del concetto di singola nazione.
Innanzitutto per una questione culturale.
Non è un caso che da sempre, non solo oggi in piena globalizzazione tecnologica, le classi più avanzate e colte dei singoli paesi sono sempre state cosmopolite e, spesso, abbastanza sospettose di ogni forma di ideologismo sia statale che religioso.
Quando si fanno analisi approfondite dei recenti “moti indipendentisti” (come direbbero a scuola se si studiasse un ipotetico “Risorgimento”), dalla Brexit alla Catalogna, si scopre l’ovvietà che la stragrande maggioranza di queste istanze sono portate avanti dalle classi più deboli, meno attrezzate culturalmente, quasi sempre le più avanti con gli anni.
La generazione dei nazionalismi al top della storia, quelle uscite dalla temperie delle due guerre mondiali, non si rassegna ad un mondo completamente diverso, che sta smantellando ad uno ad uno tutti gli pseudo pilastri su cui hanno costruito la loro identità e la loro storia.
Io, che faccio parte della generazione di mezzo, pur non comprendendo, da manuale, alcune istanze delle nuove generazioni, soprattutto sul piano culturale, sento però con certezza che il vento della storia sta andando, da almeno trent’anni in una direzione che non vedo affatto come inquietante, al di là delle banalità complottiste e semplicistiche che media e popolino possono agitare.
Persone che per anni si sono bevute ogni tipo di propaganda, sia statale che religiosa, adesso ci vengono a dire che dobbiamo aver paura del potere e pontificano contro i rischi della globalizzazione.
Fino a pochi anni fa servi premurosi e ottusi, adesso pasdaran incazzosi e sospettosi.
Troppo comodo.
Visto che, fino a questo momento almeno, tendo a non dimenticare, ricordo con precisione i limiti e i problemi del mondo che fu.
Ovviamente non ho la presunzione semplicistica del ventenne che prevede un futuro luminoso e perfetto ma attendo con ragionevole rilassatezza i frutti di un mondo che si conosce meglio e che, fatalmente, apre le proprie porte.
Fra qualche anno alcune sterili discussioni di questi tempi, tipo quella sul “politically correct” (la reazione biliosa di gente semplicemente “non educata” ad un mondo che non accetta più, anche formalmente, alcune bestialità), saranno cadute nel dimenticatoio perchè date, giustamente, per scontate.
Una specie di iato come quello che intercorse tra l’America esplicitamente razzista di qualche decennio fa e il mondo che è venuto dopo.
Rifiutare l’interconnessione naturale, la necessità economica e geopolitica di grandi blocchi sovranazionali, è una solenne sciocchezza e quindi sarà pagata duramente da chi persegue questi sogni antistorici.
Ovviamente ognuno può coltivare la propria dimensione “local” senza problemi, come è sempre successo nella storia, senza che questo diventi una ideologia che sovrasta le vere necessità.
Le radici esistono ma non per questo devono diventare una perenne àncora mentale.
L’America è un melting pot che funziona da decenni, con tutti limiti e le brutture della storia, e non per questo la gente ha perso il senso di appartenenza e di orgoglio per il singolo paesello, cosa che avviene anche nelle megalopoli, come chiunque abbia girato per davvero sa perfettamente.
Rappresenta comunque un dato prepolitico, umano e tale dovrebbe restare.
Esattamente come la religione, con la quale condivide il destino di debordamento dai propri ambiti e quindi gli enormi danni fatti fino ad oggi.
In genere l’esasperazione del concetto appartiene ai deboli, ai semplici, ai poco attrezzati culturalmente, e in questo il calcio ne è la plastica rappresentazione perfetta.
La gabbietta in testa e gli automatismi mentali che ne derivano hanno sempre fatto danni alle persone e alla storia in generale ma ora, questa è la mia impressione, siamo probabilmente agli ultimi fuochi.

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Walter Becker

Walter non c’è più, un altro dei veri immortali che se ne va.
Il compagno di mille battaglie Donald Fagen mette in rilievo sul necrologio apparso su Facebook il sarcasmo disincantato sulla natura umana che era un tratto caratteristico della persona e che si notava sia nei suoi testi che nella musica da solista, dove risaltava ampiamente la parte scabra, l’ingrediente acido che dava un tocco meraviglioso poi alle portentose creazioni in duo.
Le nostre vicende terrene si incrociarono solo una volta qualche anno fa a Lucca, in una memorabile serata dove andai ad omaggiare uno dei monumenti della musica moderna per un concerto che molti non si dimenticheranno mai.
Rivedo Becker su YouTube nell’ultimo concerto sul palco con gli Steely Dan, già stravolto dalla malattia e dagli anni.
Lo vedo con Larry Carlton, altro gigante, ad aiutarlo nelle parti di chitarra, ospite prezioso.
Veri musicisti per musicisti, non si contano i grandi della musica di tutti i generi che riconoscono agli Steely Dan un’influenza decisiva sulla loro carriera e sul loro modo di pensare musica.
Ma la loro musica, levigata e perfetta come un sogno irreale, non lascerà per definizione eredi e continuatori.
Troppo unica e fuori dal tempo, troppo legata ad una perizia ed un talento compositivo, produttivo ed esecutivo imbarazzanti, abbacinanti.
“Time out of mind” appunto, un tempo immemorabile che è quello dell’infinito sia dietro che davanti a noi.
Il pezzo perfetto, o meglio uno dei tanti pezzi perfetti in un paniere infinito di diamanti.
Un pezzo che allude all’infinito con infinita classe ed umorismo in una serie di note nirvaniche, essenziali.
Come con altri grandi in altre arti, come con Kubrick, tutto sembra incastonato definitivamente e con cura certosina, ogni singolo pezzo, come ogni singola scena, sembra lì da sempre e non modificabile.
Nel testo si parla di “perfection and grace”.
Appunto.

Son you better be ready for love
On this glory day
This is your chance to believe
What I’ve got to say
Keep your eyes on the sky
Put a dollar in the kitty
Don’t the moon look pretty
Tonight when I chase the dragon
The water will change to cherry wine
And the silver will turn to gold
Time out of mind
I am holding the mystical stone
It’s direct from Lasa
Where people are rolling in the snow
Far from the world we know
Children we have it right here
It’s the light in my eyes
It’s perfection and grace
It’s the smile on my face
Tonight when I chase the dragon
The water will change to cherry wine
And the silver will turn to gold
Time out of mind
Children we have it right here
It’s the light in my eyes
It’s perfection and grace
It’s the smile on my face
Tonight when I chase the dragon
the water will change to cherry wine
And the silver will turn to gold
Time out of mind

Jay on the spot

Grazie alla miniera Youtube scopro con piacere che il vecchio Jason e i Jamiroquai sono di nuovo in giro a far il mestiere in cui riescono meglio, elettrizzare le folle e girare il mondo come se non ci fosse davvero un domani.
Dopo il pesante ricovero di Jay Kay per ernia discale e l’interruzione di ogni attività, cominciavamo davvero a dubitare di una delle poche certezze, anche cinetiche, che ci sono rimaste.
E in effetti nel video che ho visto, girato nella splendida piazza di Locarno, faceva quasi tenerezza il nostro, addobbato con regolare tutina antispifferi d’ordinanza, muoversi con molta, molta circospezione, in una specie di funky mentale slow-motion laddove i concerti di questo gruppo grandioso sono sempre stati caratterizzati da una frenesia e da una presenza del frontman mercuriale fino al delirio.
Non dimentico il video del leggendario concerto all’Arena di Verona dove neanche un fortunale di proporzioni epiche aveva impedito al nostro, di fronte ad un muro d’acqua che avrebbe fermato qualsiasi performance, di sfruttare l’elemento per alzare il livello dello scontro col pubblico.
Non dimentico soprattutto l’unica volta che li vidi live a casa mia, a Monza, in una fortunata evenienza creata dal Gran Premio di Formula 1.
Impressione memorabile anche per un vecchio guardone di eventi musicali come l’attempato sottoscritto.
Una potenza di fuoco, una precisione musicale e perfino gestuale che è dei grandi veri, un gruppo che come capita spesso nel jazz e il funk è il top tecnico vedibile in un live.
Sfido chiunque a resistere allo sciamano Jay e, perfino se armato di buon gusto e di buone intenzioni, non si mette dopo pochi minuti ad agitarsi forsennatamente come una qualsiasi parrucchiera in calore.
Ironicamente per una musica così sofisticata, così ricca di tessiture e sottotesti.
Musica per musicisti.
Un wall of sound inarrestabile, una musica che richiede una perizia sovrumana ed un’attenzione estrema, a dispetto dei “movimenti” che suscita incontrollabilmente.
Questo era il momento perfetto per tornare in tour, dopo un album che definirei, dal punto di vista degli “hits” potenziali e della macchina da fuoco commerciale, non arginabile.
Come diceva il saggio Nile Rodgers, altro genio commerciale funky, a David Bowie (voglio dire : David Bowie, senza probabilmente il più grande musicista pop rock di tutti i tempi) che gli chiedeva di produrre hits per lui : un conto è produrre grande musica, un conto è produrre hits.
Sono due sport diversi, come capita spesso negli sport appunto, giocare bene e vincere sono due questioni differenti.
Se le due cose si mettono assieme, poi…
Curiosamente ma non troppo quando ho sentito “Automaton”, già dalla prima volta, ho pensato al magico incontro Rodgers-Bowie.
La perfezione commerciale.
Una autostrada che non si può fermare e una musica irresistibile che già dopo pochi minuti è incisa nel vinile del tuo cervello e non ti lascia più.
Per fortuna che almeno in questo caso siamo in buone mani, in gente che è riuscita a creare musica di livello quasi sempre oppure ha creato anche gioielli in controtendenza come questo.

The Numbers

Non molti giorni fa sentivo da casa mia le note di questo pezzo dei Radiohead, frontliners di lusso della kermesse iDays del Parco di Monza.
I Radiohead appartengono di diritto all’aristocrazia del pop rock odierno, quella che viene considerata ancora di riferimento nella morta gora della musica moderna, deceduta da anni per totale cambiamento di scenario, mancanza di idee e talento, sbagliata concezione del valore della musica e mille altri bugs ed equivoci, tipo il rap, che l’hanno gettata nel nulla.
Di fondo, però, perfino i migliori, come il gruppo di Thom Yorke, sono dei fiacchi epigoni se riferiti ai giganti del passato, e sono sicuro che perfino lui sarebbe d’accordo sull’assunto, in particolare in riferimento ai Pink Floyd, sempre citati tra le influenze maggiori dei Radiohead.
In mezzo ad una musica spesso lamentevole e basta oppure “pointless”, ma sempre con grazia solenne, i nostri piazzano delle perle.
La differenza con il passato è che le perle sono sporadiche.
Ma “The Numbers” lo è senz’altro, con quell’incedere solenne, maestoso ma soprattutto malinconico, che definisce la dolcezza crepuscolare di qualcosa che muore e cambia per sempre.
Sempre meglio che l’epigonismo manieristico di gente come Coldplay, Ed Sheeran, Muse e altri che presto, puntualmente, le riviste inglesi d’antan che ancora si ricordano dei passati splendori, bollano come “overrated”.
Che è un modo perfino gentile per metterla.
I numeri contano sempre.
Au revoir?

May ends in June

Le “snap elections” indette da Theresa May si sono ritorte contro la sua promotrice.
Dopo l’autogol storico di Cameron che, da perfetto nobile inglese, si allontana dal luogo del delitto tornando sdegnosamente al golf e al polo in campagna, la molto meno nobile, furba e velenosa erede di Maggie, secondo la nuova moda, fa finta di nulla, ignora disonestamente le sue contraddizioni e si allea con la parte più troglodita del Regno (DUP? Davvero?) per sopravvivere.
Sembra il paradosso della globalizzazione, l’italianizzazione del mondo una volta civile, soprattutto nella parte nella quale gli italioti, machiavellicamente, possono ancora dire la loro senza essere ridicolizzati dalla modernità.
La politica, ahimè.
L’arte di complicare le cose semplici, tormentando la popolazione e possibilmente garantendosi rendite di posizione.
Una delle belle notizie di queste elezioni del dopo sbornia Brexit è la scomparsa dell’UKIP.
Anch’essa, come Cameron, sparita colpevolmente dopo aver rotto la cristalleria.
E con un Farage, perfetto rappresentante della mediocre, incapace arroganza ottusa che domina la politica oggi, nell’abbraccio mortale con la destra naturale del popolino, rientrato velocemente nei comodi ranghi dello stipendio di europarlamentare.
L’altra, abbastanza sorprendente notizia, è che i giovani sembrano votare progressista, stretti tra l’esigenza di prefigurare un futuro meno avvilente e retrogrado di quello che vorrebbero imporre loro generazioni ampiamente smarrite dalla storia e nostalgiche delle parole d’ordine di una volta o di una “guida” che fosse il prete, il generale o entrambi, e la parallela esigenza di una protezione al loro ruolo di proletari senza tutele nel nuovo mondo.
Votano vecchi socialisti come Melenchon (il più bilioso e meno convincente), Sanders, Corbyn.
In assenza di nuove leve convincenti e terze vie reali (che non sono certo quelle di gente come Renzi, in perfetta continuità di modi e fatti col passato peggiore), vanno dove vedono una speranza e un modo gentile di raccontarla.
Da noi questi afflati sono in gran parte assorbiti dall’ambigua forza del M5S che, pur avendo molti lati oscuri e molte contraddizioni, rispetto al recente passato italico sembra un giglio, giustamente.
Un paese dominato anche anagraficamente da quella “maggioranza silenziosa” che è passata dalle monetine per Craxi al voto a slavina per il suo migliore amico e massimo beneficiario di quel sistema, in totale continuità.
In questo flebile ritorno del giovane progressismo guidato da antichi gentiluomini, in contrapposizione all’ignoranza ottusa e aggressiva dei nemici del “politically correct”, coltivatori ormai senza freni di vecchi e trogloditi costumi, vedo una delle poche vie d’uscita ragionevoli da questo tunnel malefico.
Oltre ad una moderna, sana e senza complessi gestione razionale, consapevole, elitaria che vada oltre l’urlo e il belato e che oggi è rappresentata da gente come Macron e Trudeau.
La mia anima ottimista mi fa pensare che siamo ad una parentesi della storia, chiassosa e costosa, che verrà, spero presto, riassorbita da un flusso storico che va verso una maggiore unione e non certo verso gli ottusi particolarismi che rigurgitano ovunque.
Serve visione, determinazione, competenza vera, resistenza alle sirene del populismo.
Ripensandoci : vasto programma.
Quasi quasi torno al pessimismo della ragione.

Asphalte

Samuel Benchetrit è un talento multiforme, uno di quei fenomeni che nessuno conosce al di qua delle Alpi, a dimostrazione che tra i cugini e gli italioti c’è molto di più che una catena montuosa a separarne culture, destini, logiche, atteggiamenti.
Scrittore, teatrante, regista e molte altre cose Samuel non si è fatto mancare nulla nella sua intensa vita di intellettuale figlio di immigrati, compreso l’amore per belle donne tormentate come Marie Trintignant (morta per omicidio nel 2003), Anna Mouglalis e Vanessa Paradis.
L’ho conosciuto avvicinandomi con sospetto al film “Il condominio dei cuori infranti”, sospetto generato più che altro dall’orrido titolo italiano (comme d’habitude), perché già la sola presenza di Isabelle Huppert, autentica divinità della recitazione, mi attirava irresistibilmente.
Il titolo originale, “Asphalte”, deriva da una sua trilogia letteraria “Les Chroniques de l’Asphalte”, romantica, dolente e grottesca visione delle periferie francesi e dei loro sfortunati abitanti.
Anche il film respira questa atmosfera a metà tra il trasognato e il malinconico ed è, come capita spesso ai film francesi, un autentico gioiello intriso di una classe sconosciuta in Italia, nonostante l’argomento che avrebbe incoraggiato ben altre derive e ben altri accenti nel cinema nostrano, con alcune idee di sceneggiatura, non rivelabili, semplicemente geniali.
Piccolo, strepitoso cinema da camera, dove non solo la dea recita alla sua siderale altezza (la scena delle finte prove teatrali davanti ad una telecamera vale il film), ma anche una schiera di attori transalpini meravigliosi, tra cui metterei in primo piano Gustave Kervern.
100 minuti della propria vita ben spesi, lontani dalle news e dalle follie di un mondo demente che sembra avere in “gran dispitto” neuroni e lumi vari.

Oui

Quindi, alla fine, il baluardo francese non è caduto.
Niente di meno mi aspettavo dalla nazione di Cartesio e dell’Illuminismo, opportunamente citato anche nel discorso di “incoronazione” di Macron.
Divertente vedere le schiumanti reazioni della parte retrograda e oscurantista, quindi spesso religiosa tradizionalista, di fronte alla vittoria di Macron e alla sua camminata sull’esplanade del Louvre con l’inno alla gioia europeo a fare da sfondo sonoro altamente simbolico.
Di fronte la folla multietnica che è Parigi da decenni e che solo qualche demente ormai esplicitamente razzista ha potuto criminalizzare.
Da una parte, come sempre accade, vedo nella Francia la parte migliore dell’Europa, quella che vota uno così intelligente e raffinato che in Italia prenderebbe a malapena il 5%, come anche i commenti fuori luogo di certi giornalisti dimostrano, critici superficiali ma in realtà innamorati dell’eterno teatrino cialtronesco del politico medio italiano, specchio di un popolo ineffabilmente volgare.
Dall’altra non bisogna sottovalutare che la parte più rumorosa, retrograda e sostanzialmente ignorante che viene manipolata costantemente in nome di antichi e poco presentabili pensieri, rappresenta oggi un buon 20-30% e ha sostituito, nel crollo dei blocchi medi tradizionali sinistra-destra, soprattutto in Francia, l’antico movimento “operaio” che una volta era sostanzialmente di estrema sinistra e oggi, purtroppo, bazzica l’estrema opposta.
Mischiato inoltre con la parte più antiquata del conservatorismo anziano europeo.
E con automatiche reazioni fasciste di odio per i media che, grazie ad un uso spregiudicato e stupido di Internet, sono diventate vulgata comune.
Questo è il populismo moderno, ossia l’unione velenosa di tutte le peggiori resistenze culturali del popolino, spesso anziano e poco istruito, disabituato da sempre alla riflessione critica e facile preda, per motivi culturali, sociali, religiosi di arruffapopoli estremamente pericolosi.
Par contre di Macron apprezzo, oltre all’evidente intelligenza e competenza, la chiarezza nel prendere posizioni oggi impopolari ma esatte come l’europeismo, l’anelito alla razionalità e alla ragione, la spinta all’ottimismo costruttivo, il rifiuto del giochino della paura.
Mai avevo visto un dibattito politico così sbilanciato, nemmeno nel recente Clinton-Trump.
Macron ha disintegrato la Le Pen in quel dibattito e ad un osservatore esterno, non ideologicamente definito, è parsa evidente la sproporzione di contenuti, progetti, modi.
Le Pen ha rivelato con estrema chiarezza la sua sostanziale impreparazione (lo sfogliare nevrotico dei dossier, il bilioso accusare “ad personam” e spesso “ad minchiam”) mentre dall’altra parte il freddo, controllato Macron, senza foglietti,ha risposto con chiarezza e precisione su ogni issue, arrivando perfino a scherzarla sulla questione euro dove alcune fatali esitazioni della simpatica fascista hanno mostrato con estrema trasparenza la totale impreparazione e l’assoluta mancanza di idee chiare.
Con il sottofondo sinistro dell’amicizia interessata di Putin, improbabile idolo di tutto quel blocco di…”pensiero” e geopoliticamente goloso di una Europa divisa e debole.
Per ora è andata e non è poco dopo le due genialate Brexit e Trump.
Ma sicuramente il difficile comincia adesso e bisogna ovviamente guardarsi molto dal cancro destrorso sotterraneo che corrode da sempre la peggiore Europa.
E lo si può fare, secondo me, puntando sull’educazione e la formazione delle nuove generazioni, come da riferimento preciso di Macron nei vari discorsi iniziali.
Allora per davvero si potrà entrare nel futuro senza idiote tentazioni passatiste e nazionaliste old style e con una visione del mondo e della società finalmente senza paraocchi ideologici antichi, adeguata ad un mondo che cambia rapidamente.

L’affaire Macron

In quest’epoca di rabbioso irrazionalismo politico demente, di conferma di un minimo di democrazia esistente, contrariamente alla vulgata delle masse volgari, ossia che tutto sia pilotato, la vittoria della Brexit, di Trump e il grande successo di una come la Le Pen dovrebbe aver già fatto cambiare idea alle masse schiumanti in merito ai trucchi del potere.
Ovviamente non succede perché il marchio di fabbrica del popolino non è la ragione, il pensiero, l’equilibrio, la riflessione.
Neanche le vittorie li educano.
In epoca Internet, masse abituate da anni al pecoronismo e alla totale mancanza di senso critico e di ragionamento sul potere, di colpo si scoprono “haters” a prescindere e, da buon popoletto, esagerano nel senso opposto declinando in senso complottistico, quindi alla fine inutile e non realistico, qualsiasi istanza, qualsiasi informazione.
Dal belato all’urlo, direi.
Il caso di Macron è emblematico.
Nel mondo di oggi le qualifiche, che sono sempre elitarie, la competenza, il curriculum, non sono visti, come dovrebbero, come un plus, bensì come una prova dell’appartenenza al famigerato establishment.
Il noi-loro, il manicheismo tifoideo, la reductio e la parodia del conflitto sociale sono sempre un buon segnale dell’assenza di cervello.
Inutile dire che le religioni organizzate, maestre nella manipolazione dei peggiori istinti del popolino, in questo periodo vanno a nozze.
Ed ecco quindi che Macron è colpevole di venire dall’ENA, scuola d’élite della classe dirigente francese, una cosa che drammaticamente è mancante nel nostro paese di mediocri improvvisatori allo sbaraglio e dove nella politica, in genere, prevalgono i peggiori, i più ideologici e, in genere, la schiuma dell’umanità.
Ha una carriera d’alto livello in campo bancario (orrore), ha sposato una donna più anziana di lui quindi è sicuramente un omosessuale coperto, forse anche pedofilo.
Strano che queste calunnie prevalgano proprio nel campo dove un vero scandalo pedofilia, e di proporzioni mondiali, ha con chiarezza dimostrato la bontà di una certa “educazione” sessuale nevrotica e castrante.
Non dire al popolo che le élites intelligenti e sagge sarebbero la loro salvezza.
Sono ancora persi dietro la narrazione del nemico a prescindere, un facile capro espiatorio di fronte alle brutture del mondo, crisi economica in primis.
Tutto viene tritato in questo festival della mediocrità : i migranti, l’euro, la crisi economica.
Tutto è strumentalizzato e, soprattutto in questo periodo, la moderazione e il buonsenso sono minoritari e molto, molto impopolari.
Sono un ottimista, passerà.
E poi spetterà, come sempre, ai moderati di buonsenso raccogliere i cocci delle stupidaggini e delle urla del popolino e dei suoi numerosi agitatori, spesso oltretutto convinti di avere la Verità in tasca.
Nel frattempo tutti costoro avranno già rinnegato il passato, con la provvidenziale (questa sì) dimenticanza degli stupidi, e saranno passati alla successiva inutile piazzata, magari contro i farmaci, oppure i medici e altri lavoratori del pensiero razionale.
D’altronde i fanatici del miracolo permanente non hanno propriamente in simpatia quelli che, spesso nel silenzio, si attengono ai fatti e a poche verità parziali.

Nocturnal animals

Era molto tempo che non vedevo un bel film, di genere o no, americano, fatto secondo i crismi della loro lunga tradizione.
Non avrei mai detto, inoltre, che un film del genere potesse essere fatto da uno stilista, categoria sulla quale non è difficile avere molti pregiudizi, una categoria che, come i pubblicitari, sembra sempre composta da mediocri annusatori di vento, opportunisti, superficiali cavalcatori di onde senza profondità e contenuti veri, appartenenti ad un demi-monde di pseudo artisti, professionisti della chiacchiera salottiera e del presenzialismo nevrotico.
Forse è necessario essere così per fare efficacemente questo tipo di lavoro ma è indubbio che per gli osservatori esterni la parola che viene subito in mente, in inglese, è “phoney” (fasullo).
Tom Ford stesso non sembra amare l’ambiente fatuo e sostanzialmente vuoto da cui proviene e si vede ampiamente nei suoi rarissimi film, soprattutto in questo dove il patinato estetismo di certe scene non è fine a sè stesso ma davvero si mette al servizio di questa storia dove la gallerista che ha scelto la vita facile vive appunto quel tipo di mondo, quel cinismo anch’esso superficiale, incarnato magistralmente nel brevissimo cameo e nella splendida battuta di Michael Sheen, attore peraltro che è sempre piacevole incontrare, in qualsiasi circostanza.
In questa atmosfera da “Brivido caldo” aggiornato, con quella musica molto Hitch ma anche molto anni ’80, Ford imbastisce una storia davvero magistrale che si dispiega su due piani narrativi contemporanei, quello del film vero e proprio, ossia quello che gira attorno alla vita della gallerista ex idealista che lascia brutalmente il suo fidanzato sognatore e potenziale scrittore, abortendo suo figlio e mettendosi con un finanziere che la tradisce, con quello sotterraneo del libro che lei riceve, con dedica, dal suo ex appunto, un libro potente, brutale che racconta altre storie ma sempre con una evidente colpevolizzazione per colei che l’ha abbandonato.
Non riveleremo altro della trama e del finale di questo film a rischio reale di spoiling, ma è certo che le basi di un grande film ci sono tutte : sceneggiatura impeccabile tratta da un libro molto celebrato, regia elegante e attenta, recitazione all’altezza.
Un film (vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia) che non dimenticherete presto.
Il che non è poco, ripeto, nel deserto, soprattutto americano, di questi decenni faticosi.

Back home, again

Reduce da un consueto time out londinese, constato che nulla è cambiato pur se tutto cambia.
Dopo una intera vita di peregrinazioni nella città di Samuel Johnson e della sua celeberrima e verissima affermazione (“When a man is tired of London, he is tired of life”), dopo brevi, lunghi, lunghissimi periodi nella capitale dei mille villaggi, la sensazione è sempre la stessa della prima volta : sono tornato a casa.
Nessun posto nel pianeta mi regala questa sensazione, nemmeno quelli a me più cari, come Parigi, la Provenza o altri.
Quelli sono luoghi del cuore, Londra è casa.
Ne conosco strade e luoghi, riti e liturgie, eppure è tale l’offerta di esperienze e di realtà che questa città immensa fornisce che ogni volta è una storia nuova.
Se credessi a quella buffa teoria che è la reincarnazione dovrei farmi qualche domanda, ma fortunatamente sono un essere pensante e quindi mi limito a parlare di evidenti affinità elettive.
Rafforzate poi anche dalla ragione, come capita nei migliori amori della nostra vita.
Roba da chiedere la cittadinanza onoraria per meriti acquisiti sul campo, magari al nuovo sindaco Sadiq Khan, col quale sicuramente andrei più d’accordo che con il suo improponibile predecessore.
Nonostante il mondo sia molto cambiato e spesso in peggio, Londra, pure a breve distanza da un attentato a Westminster, mantiene la sua meravigliosa indifferenza alle brutture del mondo, potenza dell’understatement, la sua forza inerziale straordinaria che deriva dall’essere una città mondo unica al mondo appunto, molto più di New York e tante altre megalopoli più…provinciali (se mi passate il termine), una città libertaria e naturalmente tollerante dove non hai mai la sensazione di essere blindato, dove lo Stato è fortunatamente ancora molto leggero, dove il senso di libertà è ancora forte e soffia col vento costante e il suo tempo mutevole.
Non questa volta, peraltro, dopo meravigliosi giorni di quasi estate che hanno, prevedibilmente, riempito i parchi di gente di tutte le razze del mondo.
Se c’è un posto che apre la testa come pochi altri è questo e non finirò mai di ringraziare la mia insistenza (premevo per andarci fin da piccolo : tu chiamale, se vuoi, premonizioni, intuizioni) e il liberalismo così anglosassone dei miei genitori lombardi per avermi permesso di fare parte della mia giovinezza sulle rive del Tamigi.
Lontano dai razzismi, così assurdi in London dove qualsiasi persona è straniera, lontano dai provincialismi, dalle grettezze mentali e dalle incrostazioni letali del tinello italico, lontani dalla burocrazia e dalle vessazioni di uno Stato nemico, espressione perfetta di un popolo che ragiona al contrario in quasi tutte le questioni essenziali, lontano dall’ossessione piccolo borghese dell’apparire, della bella figura.
Gli stupidi ed autolesionistici furori della Brexit sembrano molto lontani qui, dove la stragrande maggioranza ha votato Remain.
Il mondo intanto però va avanti secondo schemi nuovi.
Anche qui il dilagare dell’elettronica personale e mobile ha cambiato la posizione delle teste delle persone e spesso la loro attenzione.
Questo ha sostituito le mie ormai antiche immagini di interi treni del Tube quasi silenziosi con gente intenta a leggere di tutto, in cartaceo ovviamente.
A livello di linguaggio mi sono piacevolmente sorpreso a passare per un vecchio cittadino agée, lievemente aristocratico, col mio inglese arrotondato, old style, pieno di formule di cortesia e abbastanza scevro da americanismi.
I giovani che oggi hanno preso il posto delle vecchie generazioni ovunque nei servizi, se non sono stranieri e quindi chiedono a te paradossalmente di parlare più lentamente perché sanno poco la lingua o ne maneggiano una versione globish localizzata, in genere ti guardano con tenerezza e ti rivolgono qua e là un deferente “sir” che è il sempiterno modo inglese di metterti al tuo posto nella scala sociale sulla base del modo in cui parli, una vecchia ossessione del luogo.
E questo semplicemente per un “good evening” di troppo o una forma di cortesia raffinata che nel mondo iper diretto dell’hallo generalizzato e delle contrazioni yankee, viene visto come un eccesso di forma che potrebbe avere un vecchio zio nostalgico del porridge e dei “gesti bianchi” del cricket, quando era davvero total white.
E poi c’è il teatro.
Come dice mia moglie, se non hai visto teatro a Londra, praticamente non sai cosa è il teatro e soprattutto come dovrebbe essere.
Sovrastati dalla solita clamorosa offerta, in quantità e qualità, mi ero distratto e non avevo notato ad esempio una pièce di Albee (The Goat, or Who is Sylvia?) che si celebra al Royal Haymarket, proprio di fronte al teatro che da una vita racconta in maniera barocca e flamboyant la triste storia del “Phantom of the Opera”.
Attratti dalla star attraction (Damian Lewis, splendido attore inglese che ha già dato lustro a due delle serie migliori degli ultimi anni, “Homeland” e “Billions”), siamo entrati di corsa per poi assistere, more solito, ad uno spettacolo teso, di rara eleganza, grottesco al punto giusto, recitato magnificamente da tutti, star inclusa.
Questo mondo intanto è cambiato anche perché l’ossessione securitaria ha contagiato tutto.
Oggi qualsiasi posto nel globo che sia lontanamente famoso ha ridotto la sua appetibilità turistica per le lunghe code, aeroportuali, per entrarci e in generale per le limitazioni che questo comporta.
Tornato a Wimbledon dopo molti anni, questo luogo ad esempio è stato totalmente cambiato, come esperienza, dal nuovo feroce ordine mondiale.
Se una volta era una festa libertaria che comprendeva fragole con panna girando per l’immenso e splendido club indisturbati, oggi la security comanda tutto e ti confina nei posti imprenscindibili (museo, centre court, shop) non nascondendo il fatto che non vede l’ora che la mandria se ne vada in fretta.
Certo il Centre Court fa sempre battere il cuore e la tentazione, per noi cultori del tennis d’antan, è sempre quella di inginocchiarsi ma è chiaro che l’era del tennis moderno, con i suoi strascichi di turismo di massa e controllo delle masse stesso ha veramente cambiato i connotati di questo che resta un posto meraviglioso in un quartiere meraviglioso di una città straordinaria.
Ultima sera alla Royal Albert Hall, uno dei teatri più belli del mondo, proprio di fronte all’Albert Memorial, il posto in cui davo appuntamenti a chiunque nei giorni gloriosi della Londra degli anni 70-80, omaggio al mio nome più che all’amatissimo marito di Victoria, a cui è ovviamente intitolata la stessa sala da concerti circolare.
In scena gli ABC, o meglio Martin Fry, che porta avanti da solo il nome della casa, con l’orchestra di Anne Dudley.
Domina la sofisticata, dolcissima nostalgia di una musica di estrema eleganza che celebra gli heydays dell’epoca dei new romantics, una delle tante epoche musicali inglesi che hanno segnato il mondo e che, nel loro mix di musica elevatissima e dandismo spericolato, irriverente, sorprendentemente ingenuo, sembrano ormai appartenere ad epoche remotissime.
Con Martin la vita è stata lieve e voce e figura non sembrano la parodia della sua gioventù, quando, dice durante uno dei siparietti del concerto, si presentava nei pubs di Sheffield, sua città natale, vestito di giacca “gold lamé”, non una buona idea, chiosa, mentre promette il suo rientro per la seconda parte con quell’outfit.
Nella prima parte del concerto predomina l’ultimo, splendido album del nostro, il sequel di “Lexicon of Love”.
Martin è uno degli ultimi giganti del pop inglese, quella meravigliosa aristocrazia che parte dagli anni 60 e arriva a fine anni 90, ricca di veri artisti della composizione.
Grazie all’orchestra, la comunanza feconda di un tocco ormai alla Bacharach associato al tipico suono ABC, scende su una audience folgorata una dispensa fortunosa di perle che però solo i fans veri (quorum ego) hanno accompagnato con testa e testi declamati alla perfezione.
“Flames of desire”, “Ten below zero”, “Kiss me goodbye”, gli ultimi capolavori, e una serie di antiche meraviglie come “Be near me” hanno illuminato un first act eccelso.
Nella seconda parte la promessa è mantenuta e Martin entra di corsa vestito con giacca dorata d’ordinanza.
Scatta la celebrazione, molto più popular pur nel consueto splendore della tessitura musicale, di “Lexicon of Love” originale, uno degli album debutto più straordinari e celebrati dell’intera storia del pop inglese.
Tutti in piedi, anche nel Grand Tier, per la sequenza magica, fino al bis di “Look of love”.
Yippie aiy yippee yaye, indeed.
E alla sera, passeggiando e rasentando Kensington Gardens, per tornare in albergo dopo questa serata champagne di autoindulgenza assoluta ho pensato che Samuel Johnson era ancora mio amico e per me evidentemente era ancora lontano il tempo della depressione.