Décadence

Je suis l’Empire à la fin de la décadence, qui regarde passer les grands Barbares blancs en composant des acrostiches indolents d’un style d’or où la langueur du soleil danse
Paul Verlaine

Se c’è una cosa che tuttora si nota molto andando in vacanza nei paesi civili è la differenza che esiste tra i programmi televisivi, nonostante la globalizzazione e il dilagare del format unico.
Anni di berlusconismo hanno ovviamente peggiorato la situazione italiana.
Inutile dire che quando uno vuole divertirsi davvero guarda certe trasmissioni nazionalpopolari, soprattutto nelle loro derive ansiogeno estremistiche applicate al tempo meteorologico e ovviamente a tutti i diversi che osano toccare un suolo che viene percepito come proprio in senso stretto, immobiliare.
Ma è una risata amara perchè evidenzia il degrado culturale devastante di questa “nazione” nonché l’ormai evidente indistinguibilità tra una parodia di Crozza (sempre sia lodato) e la realtà.
Se poi si pensa alla politica nostrana è facile capire in fretta la totale inutilità del dedicarsi se non per motivi strettamente economici, come peraltro fanno con solerzia i milioni che vi si dedicano “professionalmente” (altra anomalia italiana), soprattutto in vista dell’ennesima truffa elettorale e dell’imminente, vergognoso matrimonio di quelle forze che solo pochi anni fa fingevano di odiarsi, credute al solito dai soliti stupidi, ossia la stragrande maggioranza della tifoseria nazionale.
Ci credevate, davvero?
A non molti chilometri di distanza la Francia evidenzia i limiti culturali feroci della vicina di casa.
La naturale tendenza transalpina al dibattito, alla discussione colta e pensosa, invece che suscitare il solito sdegno cialtrone del nesci (come diceva il grande Brera), viene accolta sempre bene anche nelle tribune televisive e non è affatto raro che intellettuali raffinati e di nicchia diventino superstars mediatiche.
Fin dai tempi di Apostrophes di Bernard Pivot, la tv francese è sempre apparsa, e non solo ai miei occhi, una boccata d’aria fresca proprio per la qualità e il livello della discussione.
Perfino la televisione sportiva che l’Equipe, il grande e autorevolissimo giornale sportivo, ha messo in pista, rispetto agli squallidi e ignoranti tinelli di molta tv italiana (Sky esclusa, ovviamente) sembra una riunione dell’areopago applicata, per una volta, a più pedestri argomenti.
Percepiti ovviamente come antipatici dalla marmaglia italica, in realtà i francesi sono un popolo variegato e normalissimo ma che ha ben chiaro in testa il concetto di merito, èlite, intelligenza e non teme le accuse di snobismo, classico raglio da inferiority complex mal mascherato.
L’elezione di Macron stessa e la sua fuga in avanti sull’Europa, che è il nostro futuro, in un momento di rigurgito astioso e finale dei trogloditi di tutto il mondo, è stata premiata in un modo che, penso, sarebbe stato impossibile ovunque se non in quel paese che ama ancora la razionalità cartesiana e se ne fa convincere, senza indulgere troppo nell’irrazionalismo violento e aggressivo dell’ideologia.
Nessuna meraviglia quindi che Michel Onfray, un intellettuale polemista di straordinario livello, sia così popolare nell’Esagono.
Lo seguo da tempo, fin dal micidiale “Traité d’athéologie”, arma impropria e di devastante efficacia nelle frequenti discussioni sulle religioni e le loro fantasiose elucubrazioni.
Ma questo “Décadence”, che in Francia è un best seller, è davvero un’opera definitiva, che andrebbe insegnata a scuola.
Qui il filosofo diventa storico, sociologo e fa una analisi della decadenza del mondo occidentale o meglio, di una fase del mondo occidentale, quella dominata dalla cultura giudaico-cristiana, che è vertiginosa, precisa e dettagliatissima.
Una lente di ingrandimento applicata alla storia ma soprattutto un cannocchiale che ci fa finalmente capire e intravedere il futuro, oggi annebbiato dal fumo e dalla confusione della transizione.
Soprattutto è folgorante la descrizione accurata e “terminale” dei meccanismi culturali e sociali che permettono l’affermazione di alcuni culti e non di altri.
Opera clamorosa, consigliatissima per menti ben aperte e possibilmente non troppo incrostate da ideologie e religioni varie.

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Scene di lotta di classe in campagna inglese

Ci sono tanti modi di essere rockstar e certamente i Genesis, coerentemente con una musica unica, sognante, molto colta rispetto alla media anche del periodo, sono state delle star molto speciali.
A parte capelli ed atteggiamento hippy, la spolverata della storia in quel decennio, il nucleo storico del gruppo (Gabriel – Rutherford – Banks) è, come da prassi anglo, una filiazione delle art schools private e costosissime, reticolati di rapporti eterni, perse nella meravigliosa campagna inglese, oscillanti tra antiche durezze vittoriane e la sempiterna tradizione high class britannica fatta di pioggia, misteri e tè delle cinque.
Non stupisce quindi che il povero Phil Collins, come racconta nella bellissima autobiografia “Not dead yet”, divorata recentemente con grande soddisfazione, abbia fatto il famoso provino per il trio storico con la soggezione e l’inferiority complex del commoner che abitava al capolinea del Tube, nelle lande desolate di Hounslow.
Lui stesso ne parla ancora con rispetto e timore : la villa in campagna di proprietà, la piscina riscaldata, il piano a coda, i tre “nobili” che provinano i batteristi con sussiego, ottimo inglese, bassa voce, gentilezza da antico landlord.
Phil vinse quel famoso provino, grazie alla feroce passione e alla frequentazione di ambienti poco raccomandabili di Soho, dove si formava la ben più ruspante generazione di autentici geni della musica come Who e altri.
Ma sempre rimase in lui, come dice frequentemente, l’impressione di essere “fuori” dalla cerchia nobiliare, ospite in casa d’altri.
Pur avendo quella grinta e quella ferocia tipica dei meno fortunati per nascita e censo che trascinò anche la riluttante noblesse nei gorghi del pop e delle hits dopo la dipartita di Gabriel.
A dimostrazione che spesso solo dal basso è possibile partire per davvero “fare carriera” : in fondo il privilegio del denaro vero, ereditato, è proprio la rilassatezza che a volte è il vero freno a parabole che potrebbero essere più alte, meno scontate.
Anni irripetibili comunque, anni dove perfino un Collins, abituato a ben altre melodie e logiche, sforna e canta per la prima volta, prima del futuro posto stabile davanti al microfono un gioiello come “For absent friends“, tratto da quell’insensato capolavoro che è “Nursery Cryme” :

Sunday at six when they close both the gates
a widowed pair,
still sitting there,
Wonder if they’re late for church
and it’s cold, so they fasten their coats
and cross the grass, they’re always last.

Passing by the padlocked swings,
the roundabout still turning,
ahead they see a small girl
on her way home with a pram.

Inside the archway,
the priest greets them with a courteous nod.
He’s close to God.
Looking back at days of four instead of two.
Years seem so few (four instead of two).
Heads bent in prayer
for friends not there.

Leaving twopence on the plate,
they hurry down the path and through the gate
and wait to board the bus
that ambles down the street.

Di fronte a questa meraviglia, così intrisa di britannica nostalgia, sparisce perfino la ricca parte dedicata alla complicatissima vita sentimentale del nostro.
Insospettabilmente vivace ma ancora legata a logiche monogame, sulla falsariga di “lenzuola pulite e cioccolata calda” che era la frase tipica di Rutherford di fronte all’ennesimo hotel.
Molto, molto lontani dal cliché sex, drugs and rock’n’roll.
Il che ce li rende ancora più amati, se possibile.

Il bug

Tra i vari libri che sto leggendo in questo periodo c’è anche l’ormai bestseller “Il potere è noioso” del ben noto Alberto Forchielli, spumeggiante imprenditore e finanziere ampiamente globalizzato che ogni tanto veleggia anche su qualche rete televisiva nostrana a spezzare il pane della conoscenza per chi non avesse ancora capito il paese in cui vive e lo stato delle cose mondiali.
Il personaggio è simpatico e il titolo mi ha subito creato una certa comunanza di intenti e di esperienze che vanno al di là della semplice condivisione di un nome di battesimo.
Come tutti i libri sull’Italia (ma non solo) è fondamentalmente un cahiers de doléances che significativamente fa aprire gli occhioni solo in questo paese di arretrati rimbambiti provinciali.
Chiunque abbia avuto un minimo di cervello, abitando in questo paese senza speranza, già in tempi migliori percepiva che l’Italia era una trappola da cui fuggire veloci e che sostanzialmente occuparsi di ciò che i giornali e i media proponevano con aria di finta importanza, soprattutto in politica ed economia, era una perdita di tempo.
Con l’avvento della globalizzazione, dovuta ad evidenti fattori soprattutto tecnologici e non per malignità complottarde di qualcuno (ogni tanto vale la pena ripeterlo ai frignoni acefali di casa nostra), l’evidente arretratezza culturale del paese è tornata ad avere un ruolo preponderante nelle vicende economiche e politiche.
Molti cattolici e comunisti delle nostre parti, le due chiese vincenti fino a metà degli anni ’90, in nome dello scettro perduto per forza maggiore e in nome di ideologie ormai sempre più giustamente sbeffeggiate nel mondo moderno, alzano grandi lai sempre più patetici cadendo facilmente nel complottismo di quarta mano, o nel vecchio giochino del capro espiatorio, soprattutto straniero ovviamente, secondo lo schema classico dei provinciali : gli immigrati, le plutocrazie anglosassoni e germaniche e così via.
Forchielli che, come tutti gli italiani intelligenti che ne hanno avuto la possibilità, ha residenza, interessi, cuore e portafoglio fuori dal paesello natìo, elenca semplicemente i motivi ovvi, culturali, politici ed economici del nostro inevitabile e fragoroso declino.
Una spesa pubblica mostruosa che nessun politico, per bassi motivi di carriera, non ha mai neanche minimamente toccato, un mondo di parassiti, pubblici e non, di tasse fantascientifiche e criminali, di burocrazia surreale, un ambiente culturale fatto di funzionari pubblici e pensionati di basso livello che vive in un mondo artefatto, lontanissimo dalle issues che contano, refrattario all’internazionalità, nostalgico dei bei tempi andati.
Innamorati della furbizia, cosa che li distingue da tutto il resto del mondo civile, dove è vista con sospetto, abituata ai fiorentinismi che una “nazione” siffatta ti costringe ad adottare anche controvoglia, un mondo simpaticamente a parte, altro che l’autorazzismo invocato da qualche politico arguto o da qualche professorone fuori tema.
Il mondo, nel frattempo, pur con mille difficoltà, vola e l’Europa e gli Stati Uniti, che sono parte di una vecchia cultura occidentale oggettivamente in declino politico ed economico, cambiano pelle, forti della propria cultura abituata a respirare il cambiamento, cercando di seppellire definitivamente nel passato i pur evidenti rigurgiti di fogne che con chiarezza si percepiscono come tali.
I parassiti hanno ucciso il paziente da molti anni e solo un boom economico prolungato e l’eterna arte di arrangiarsi tipica del popolino italico ne hanno nascosto la putrefazione.
Alla prima crisi epocale, sostanziale, definitiva, il numeroso popolo bue ha guardato il dito e non la luna, addebitando la propria decadenza e povertà a tutti fuorché a sè stessi.
Pur non cadendo in generalizzazioni sbagliate, Forchielli non ha parole tenere neanche per le nuove generazioni, che sembrano aver introiettato quel “dolce far niente” che una volta perlomeno era lo slogan per vendere l’Italia come luogo di vacanza, unico sbocco vero che ormai rimane.
Di Forchielli apprezzo il tono, veloce, deciso e poco rispettoso di cose che sono rispettabili soltanto da noi e concordo totalmente sia sulla diagnosi che sulle previsioni.
Si vede perfettamente che la visione dall’alto che girare il mondo ti regala ha dato la chiarezza per vedere la realtà con precisione e senza paraocchi ideologici o culturali.
Non resta che andarsene.
Ma per ora, in questo, sembro meno fortunato del mio inconsapevole fratello emiliano.

Equivoci

Umberto Eco ha rappresentato per anni nell’immaginario italico la figura dell'”intellettuale”, perfino oltre i suoi reali meriti e demeriti.
Una figura che in questo paese mediocre spesso si sovrappone a quella del “professore”, in realtà ben diversa, anche umanamente, e che svela il pavloviano moto di pensiero che l’italiano medio fa di fronte alla cultura : qualcosa da studiare controvoglia con un filo di paura di fronte all’interrogazione e qualcosa da aggirare con qualche trucchetto (fingere di imparare, la retorica del bigino e così via).
Spesso l’istituzione stessa scolastica in Italia ha assecondato questo modo di pensare con i suoi comportamenti, generando quindi un corto circuito dal quale questo paese non si è ancora riavuto.
D’altronde lo Stato è uno dei problemi di base di questo paese, quasi mai la soluzione.
La declinazione finale dell’intellettuale quindi è spesso il trombonismo che perfino Eco ha sfiorato negli ultimi anni, soprattutto quando ha imbastito polemiche un pò rétro sul libro di carta e sul ruolo di Internet nel dare risalto agli imbecilli.
Due falsi problemi, a mio avviso, e due terreni scivolosi nei quali una persona intelligente come lui poteva tranquillamente spiegarsi meglio.
Nel merito : la carta non è in contrapposizione all’ebook, resisteranno entrambi ma l’80% dello scibile passerà, come già sta succedendo, in via elettronica e sulla rete.
Ed è giusto, come Eco stesso diceva, educare gli educatori all’uso intelligente e “scremante” della rete per poter dare strumenti di valutazione alle future generazioni.
Internet come playground per gli imbecilli messi sullo stesso piano dei premi Nobel? Altro falso problema.
Se si escludono i socials, che vanno presi per quello che sono, le opinioni vanno vagliate (e torniamo alla questione “educazione al discrimine”, anche qualitativo) e mediamente oggi chi mantiene un blog per anni qualcosa da dire ce l’ha, magari anche solo per cento lettori.
Personalmente sono sempre per la libertà totale e sono sempre per l’abbondanza.
Poi, come sempre, conta la qualità del proprio cervello per valutare nel mare magnum dell’information overload.
Equivocando equivocando nulla è più soggetto ad equivoco della definizione di “intellettuale” o di “snob”, due epiteti usati spesso anche contro Umberto.
Chiunque sia anche di poco al di sopra della aggressiva mediocrità e volgarità imperanti da sempre in questo paese prima o poi viene etichettato con uno o con entrambi degli epiteti suddetti, usati paradossalmente come insulti quando in realtà sono a tutti gli effetti dei titoli di merito.
Ben al di là del “sine nobilitate” di vecchia gestazione, il problema oggi è l’opposto : avercene di snob oggi in un mondo così volgarmente tarato verso il basso.
Lo stesso Eco venne preso sul serio solo dopo aver raggiunto una certa notorietà grossolana, televisiva quindi, con “Il nome della rosa”, quel libro che lo stesso Eco definiva il suo peggiore e che rappresenta bene le logiche bottegaie e piccolo borghesi che sottostanno ai “riconoscimenti” dei servi della gleba.
Se fai soldi e diventi famoso sui circuiti che io frequento allora ti riconosco.
Una variante della vecchia, infelice battuta tremontiana sulla cultura che non dà da mangiare e degli animal spirits della ottusa mediocrità piccolo borghese che è la definizione morale della stragrande maggioranza di questo paese eternamente arretrato.
Quel paese così ben rappresentato sulle reti Mediaset ma anche su quelle Rai (Don Matteo!), quel paese che si rivela ancora, nel 2016, vedendo quella trasmissione così significativa come “Maggioranza assoluta” (appunto), ovviamente su Italia 1, dove personaggi improbabili e seppelliti dalla storia e dal buonsenso vero vengono subito riconosciuti come congrui rappresentanti del “comun sentire”.
Quel paese così ben dipinto da Eco stesso nel folgorante “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, una radiografia attualissima ed esatta al millesimo della mediocrità piccoloborghese atavica e orrendamente soddisfatta dei propri enormi limiti, della superficialità demente e del sospetto per la cultura che ancora adesso impregna il “belpaese”.

In volo con Checco

Come al solito si fa finta di non capire.
L’enorme successo dell’ultimo film di Checco Zalone ha subito rinfocolato la vecchia diatriba tifoidea tra presunti intellettuali e presunto popolino in merito alla cultura italiana.
Se si sbagliano le domande le risposte saranno sempre sbagliate ed “impugnabili”.
Il problema, ovviamente, non è la presenza di gente come Fabio Volo sugli scaffali delle librerie o Checco Zalone nelle sale.
In tutto il mondo esistono prodotti che si rivolgono ad un pubblico di bocca buona, più o meno popolari nel senso lato del termine.
Il problema italiano, specifico, è duplice e il cinema autoriale che si invoca come alternativa non c’entra nulla.
Primo problema : i numeri dimostrano che gli italiani tendono a consumare, nella stragrande maggioranza, SOLO questi prodotti.
Secondo problema : i numeri dimostrano che il consumo culturale in senso lato è spaventosamente basso in Italia rispetto al resto d’Europa e questo vale per qualsiasi forma d’arte o cultura.
Qui sta il dilemma.
Personalmente non ho mai avuto remore nel consumare qualsiasi cosa, anche per innata curiosità onnivora, e quindi non subirò le consuete lamentele dei mediocri furbastri che in genere stoppano qualsiasi critica dicendo le consuete frasi : ma non l’hai neanche visto, letto etc.
Ho letto ANCHE parecchi libri di Volo e visto tutti i film di Checco (salvo quest’ultimo che, magari, è un capolavoro).
Sottolineo magari, ovviamente.
I miei numeri sia nel consumo di libri che di film sono talmente superiori alla media italiana che posso permettermi anche questi lussi.
Perchè di lusso si tratta, soprattutto riducendosi il tempo di vita e di fruizione, il lusso di attardarsi anche con queste cose potendo fare altro.
Ne sono sempre uscito deluso, sia per la pochezza della proposta, sia per la sensazione di aver perso del tempo sostanzialmente.
Zalone, a differenza di Volo, gode del vantaggio di venire dall’epoca d’oro dei cinepanettoni ed è chiaro che in relazione a quella melma può sembrare, ai più sprovveduti, un genio della comicità.
Volo, in compenso, gode del vantaggio competitivo di attenuare i suoi successi grazie ad uno zoccolo duro di lettori numericamente molto inferiore ai frequentatori di cinema che riequilibra la sorpresa di trovarlo in testa alle classifiche grazie alla compresenza di gente come Camilleri o altri che forniscono un solido passatempo per gente che legge molto.
Se lasciamo perdere altri lidi o l’America stessa, dove in genere le cose di qualità non trovano molto spazio (nel cinema americano recente degli Apatow e altri poi non ne parliamo), nell’Europa migliore è facile verificare cosa è considerato “popolare” e paragonarlo, per stile e contenuti, all’equivalente italiano.
Questa è la verifica, impietosa, da fare, anno dopo anno.
Non il consumo di prodotti “di nicchia” che attirano sempre, ovunque, una minoranza illuminata.
Al turning point del nuovo anno sono andato anch’io in un multisala per vedere il nuovo film di Woody Allen, uno che spesso rifila pacchi in tarda età ma che riesce sempre a muovermi, per antica abitudine.
Mi sono trovato in una inspiegabile, inusitata mostruosa fila che solo dopo ho capito fosse riferita al primo giorno di Zalone superstar.
Non è mai piacevole sentirsi in gregge anche perché mi sono trovato in un multisala che, only in Italy, non prevedeva pagamenti ai consueti dispensers con carta di credito.
Dopo una decina di minuti ho capito che non sarei mai riuscito a vedere il mio film e mi sono dileguato, con grande gioia.
Alcuni involontari umoristi continuano a sostenere che quando un successo è popolare ed è osteggiato per l’oggettiva pochezza artistica lì si nasconde l’invidia.
Si usavano questi pseudo argomenti anche nel recente, apparentemente svanito, ventennio berlusconiano.
Argomenti tifoidei per gente con piccole meningi.
L’invidia ovviamente non c’entra nulla e tantomeno la legittimità di questi furbetti di guadagnare sulla dabbenaggine e la pochezza culturale del popolino.
Tutti sanno benissimo che il modo migliore per prosperare in questo paese e anche altrove è fatturare sulla stupidità delle masse.
Il problema è constatare, nel 2016, che l’Italia che i nostri padri ingenuamente consideravano in grande avanzamento, soprattutto culturale, grazie alle lauree, alle migliori possibilità economiche e così via, in realtà si attarda ancora su queste strade, come se non cambiasse mai nulla.
I finti laureati che appestano la penisola, incapaci di scrivere e parlare con accettabile ricchezza e qualità, quelli dell’abuso vocalico su Facebook (cazzoooo amiciiiiii) sono la più plastica rappresentazione del bug anticulturale che è il fattore principale per cui non cambia mai nulla da queste parti, perché tutto parte dalla cultura, che piaccia o no.
Stiamo parlando dell’80% della popolazione, quello che rideva con orrida convinzione ad un film di Aldo, Giovanni e Giacomo (il peggiore, tra l’altro) qualche anno fa, mentre io e pochi altri ci guardavamo in giro stupiti in un cinema milanese, quello che odia “gli intellettuali” e li ha sempre ridotti all’irrilevanza mentre altrove sono ascoltati e “usati”, come si dovrebbe, per innalzare il livello della società.
Il cinema comico italiano è il simbolo di questo paese, che non si è mai alzato dalla “fase anale”, quella dell’infanzia emotiva e mentale.
E come dice una persona a me cara, Ottavia, se si parte da quella zona a ora che si arriva al cervello si fa notte.
Come capita sempre nei posti dove cultura è una parolaccia che evoca antiche noie di origine propriamente scolastica, non esiste in Italia un vero interesse specifico per le arti.
Provate a verificare il commento medio di quelli che escono dai cinema già in cerca affannosa di un posto dove andare a mangiare con gli amici.
“Bello-brutto”, “lento-veloce” (cosa che mi fa impazzire), al massimo qualche accenno veloce alla trama (rovesciando le priorità) : nessun accenno al linguaggio, alla recitazione, alla sceneggiatura.
Specularmente in libreria, diventata velocemente un gineceo di appassionate post-Harmony (da qui il successo delle cinquanta sfumature…), tolto il famoso zoccolo duro, la gggente difficilmente parla di ciò che davvero conta in un’opera letteraria.
Quindi, mi dispiace, hic Rhodus hic salta : quando cambieranno numeri e vincitori allora sapremo che questo paese, davvero, vuole cominciare a cambiare.
Per quanto mi riguarda trovo ozioso illudersi ancora ed aspettare.
Abbiamo dedicato fin troppo tempo e fegato al sedicente bel paese, volgare e sghignazzante.
Anche perché non dovete credere al luogo comune dell’italiano provinciale e quindi esterofilo e autorazzista.
Al dunque, e il dunque è quasi sempre tifoideo (vedi recente squallida vicenda Vale-spagnoli), gli italiani sono ferocemente provinciali e quindi nazionalisti in maniera violenta e ridicola, grottescamente convinti per davvero che tutto il mondo sia paese.
Quella forma di sciatto provincialismo che fa parlare male del governo, dello Stato e delle tasse così come delle cose che in genere non vanno ma in maniera superficiale, non riflessa, non approfondita.
La realtà è che quelli che poi vanno oltre ed analizzano davvero le questioni scoprono, spesso con stupore, di essere andati troppo avanti e di essere rimasti soli nella loro giusta, puntuale, precisa, dettagliata descrizione dello sfacelo italico.
E da qui al dileggio e all’isolamento vero il passo è breve, come tutti i grandi intellettuali di questo paese hanno potuto verificare di persona.
Ma questo non andate a dirlo alle greggi che vogliono ridere.
Peraltro semel in anno, mi raccomando.

Distopia in salsa bearnaise

Michel Houellebecq è sicuramente uno dei miei scrittori contemporanei preferiti.
Ho sempre l’impressione che lui sia al centro dei pensieri che girano nel mondo e che abbia sempre quel pizzico di feroce trasgressività che rende più appetibili le pietanze, spesso indigeste, che serve.
Questa volta, con “Sottomissione”, penso che abbia superato sé stesso e si sia ritrovato al centro del mondo, perfino suo malgrado, con un romanzo di filosofia politica che alla luce dei fatti recenti di Parigi è semplicemente profetico.
Non si può dire che Michel, pur vivendo spesso fuori dall’Esagono, non abbia le idee chiare su quanto succede lì e in generale nel mondo.
Questo romanzo sta spopolando in vendite ed attenzione quasi come se ci fosse stata una regia occulta.
Si tratta invece di pura coincidenza ma la scrittura resta e le distopie, sempre affascinanti su carta, qui trovano un nuovo, dolente epigonale campione.
La storia è nota, è un romanzo breve (altra qualità sempre più apprezzata su queste sponde) che racconta con la consueta disincantata e depressa ferocia e sempre in prima persona (il protagonista è un professore quasi in pensione, esperto di Huysmans) una deriva politica ipotetica, ossia il saldarsi per convenienza politica ed economica delle istituzioni francesi con un partito islamico di minoranza che grazie alla moderazione e alle qualità del suo leader riesce ad andare al potere, in forte contrapposizione al FN di Marine Le Pen, e a far virare la Francia “gentilmente gentilmente” come direbbe MogolBattisti, verso una morbida realtà sociale neo-musulmana.
I temi sono tanti e trattati con la consueta penna laser : la decadenza dell’Occidente (e chi se non Huysmans?), la sua fondamentale mancanza di valori forti e quindi la facile cessione di sovranità verso chi ne ha (anche se discutibili) a patto di avere una serie di optionals, soprattutto economici, ai quali è ormai difficile rinunciare : soldi, donne (qui la poligamia naturale di certi maschietti aiuta), cavalli di Troia del cambio di mentalità.
Il tutto facendo nomi e cognomi di personaggi della politica e del giornalismo viventi, prefigurando addirittura una tempistica attuale, quasi non distopica in realtà ma ucronica : il 2022.
Domani mattina.
Chiaramente un pamphlet amorale ed estremo, in salsa bukowskiana alla Houellebecq, ossia in versione meno popolare e più borghese inacidita, più adatta al crudele mondo moderno e alla civiltà europea, infinitamente più raffinata e perversa, in fondo, di quella oltreoceano.
Qua e là sprazzi di porno quasi sconsolato, residuale, nell’ambito di una depressione cosmica, autoriferita che è quella del suo autore : basta guardarlo nelle recenti, frequenti interviste e si capisce molto del suo mondo e dei suoi personaggi.
In forza di questo e spesso nonostante questo Michel vola alto e ha una tecnica e uno stile di scrittura che inesorabilmente tengono incollati alla pagina.
A dispetto della sua stessa ammissione, che condivido in pieno, secondo la quale il vero killer delle pretese dell’islamismo estremo è la laicità e non una religione contrapposta, Michel si ricorda di essere un creatore di fiction, al di fuori dei talk shows, e impiatta un’idea diversa, con sfumature inedite.
Secondo me e secondo molti romanzo folgorante, soprattutto nel finale, di grande attualità cà va sans dire, sicuramente non per tutti i gusti.

Anedonia chronicles

Finalmente nel 2014 partorirò il mio primo romanzo completo : “Anedonia”.
A meno che l’editing feroce della consorte librofila non infligga mortali ferite al mio fragile pargolo.
La scrittura è una cosa seria : lo sapevo, ma ne ho avuto conferma.
Assolutamente è vera l’affermazione tipica da “writing course” : più che l’ispirazione conta la traspirazione.
Dal momento in cui, ferreamente, ho affrontato la scrittura di lungo termine con l’approccio del lavoro, ritagliando momenti precisi nell’arco della giornata, anche l’ispirazione ha preso forma.
Per agevolare la parte romantica scrivo soprattutto all’approssimarsi del tramonto.
Dopo qualche settimana di questo trattamento si finisce per pensare agli snodi del libro anche durante la giornata, con effetti lievemente stranianti.
Non sarà, penso, un romanzo lungo ma d’altronde anche nel mio ruolo consueto di lettore non amo le strazianti derive.
Anche se Proust resta uno scrittore che amo molto, soprattutto per la sua fiducia nel potere della scrittura minuziosa, così demodè.
La domanda che mi fanno tutti è sempre la stessa : di cosa parla?
Oppure, i più letterati, di che genere è?
In realtà, come tutti sanno, le storie sono state praticamente tutte raccontate e i generi sono ormai quasi intercambiabili e/o affiancabili, soprattutto nella mitopoiesi moderna.
Conta il “come” e su quello ci sto lavorando duramente, come in una lotta contro alcune mie tendenze e stili nativi che, nell’arco lungo di un romanzo, qualche volta sono funzionali e qualche volta no.
Posso dire che è un thriller dell’anima, o meglio degli inganni dell’anima, ambientato in un minaccioso presente, tra Londra e la campagna inglese.
Curiosi?

Il primato del carino

Recentemente sul suo blog Roberto Cotroneo, con la consueta affilata finezza, ha usato come metafora per descrivere la parabola della letteratura quella del big bang.
Vale per tutte le arti all’alba del 2020.
Da un grumo esplosivo, contiguo, compresso, verso una polverizzazione sempre più evidente.
Atomi qua e là, nessuna vera cultura del tempo, nessun filone.
Se guardate i libri di storia di qualsiasi arte partono belli compressi, forti anche della sedimentazione dell’età e del tempo, e parlano di movimenti, di modi, di caratterizzazioni precise.
Poi si sfaldano sempre di più in un elenco di nomi, sempre più monadici, isolati e senza apparente riferimento.
Forse fra duecent’anni si parlerà in maniera ordinata e chiara anche di questa nostra epoca.
In realtà io penso che ci sia di più.
Ho letto da poco il “nuovo” Nick Hornby (“Juliet,naked”. Tradotto ovviamente “Tutta un’altra musica”).
Ho sempre amato, per motivi generazionali, questo scrittore.
Ecco uno di quelli che riconosci al volo come compagni e affini in questo giro di pianeti.
Autore di due dei libri più divertenti e “generazionali” che io ricordi : “Febbre a 90” e “Alta fedeltà”.
Eppure.
Eppure anche lui è nel big bang.
Ci sono quelli che scrivono come Martin Amis (sic), ci sono quelli classicheggianti, ci sono quelli che scrivono romanzetti per alimentare donne e teenagers, ci sono quelli che scrivono i libri carini.
Il carino è la categoria estetica impropria che più dilaga negli ultimi trent’anni, assieme all’iperviolenza, spessissimo gratuita e falsamente icastica.
Si può dire di centinaia di film che dimentichiamo dopo pochi secondi, come di molte serie tv.
E lo diciamo pure dei libri.
E Nick, dopo una breve stagione di livello superiore, è tornato velocemente e sempre più stancamente nell’alveo inesorabile e velenoso del “carino”.
Certo, è sempre un bel cadere rispetto a molti altri e il ragazzo vale sempre la nostra visita.
Eppure continua a parlare delle proprie ossessioni, che sono spesso le nostre e girano spesso attorno alla musica, arte suprema…è il concetto di “necessità” che comincia a svanire.
D’altronde il supermercato di tutto che è ormai diventata la nostra intera vita ci obbliga, chi più chi meno, a presentare in tempo la propria mercanzia.

Panem et circenses

Anch’io, come tutti, vittima dello stesso meccanismo mediatico e di marketing che ci permea da decenni, mi sono messo ritualmente in fila per vedere gli Hunger Games di turno.
Nell’epoca dove i film sono serializzati, sono solo per teenagers o milf e sempre, sempre tratti da romanzetti di successo, devo dire che la coppia di tonitruanti pellicole che ho visto sono tra le migliori di questo genere.
Anche perché nobilitate da “comparsate” di lusso di grandi attori che si ritagliano cachet insensati in questi blockbusters (qui Donald Sutherland, il sempre grande Seymour Hoffman…).
Se ripenso peraltro a “Twilight”, ultima serie della serie, il confronto è impietoso.
La fottuta saga vampiresca che, tra le tante colpe, ha anche quella di aver generato un indotto filmico e libresco insensatamente dedito a mille varianti sul tema, era l’apoteosi del nulla, sicuramente una delle saghe più grottescamente deboli e ridicole mai uscite in sala, sceneggiata da deficienti, recitata ai limiti del trash involontario, diretta da vari ubriachi.
In particolare il primo episodio, monumentale ed immortale ciofeca, talmente insensato da far sospettare l’operazione situazionista.
Con il vizietto tra l’altro così contemporaneo, del didascalico meccanicistico a guisa di “spiega” per le non affilatissime menti dei ragazzetti di oggi, che in parte infetta persino “Hunger Games”.
Qui però questo “stile” narrativo ha perlomeno il vantaggio di spiegare con tenera banalità dei meccanismi utili da capire per la futura vita adulta, invece che essere asservito all’inutile, demenziale descrizione di un mondo parallelo, dove domina incontrastato lo stupore e l’adolescenziale indecisione della protagonista, divisa tra due ometti, come d’habitude, in questo caso simpaticamente diversi anche per specie (il lupo e il succhiasangue).
“Hunger Games” parla in fondo della società orwelliana in cui già viviamo, fintamente divertita e ammiccante (vedi le scene del treno e le scene dello “spettacolo”), paravento per la repressione mentale ed economica più dura, dominata da falsi messaggi e improntata sul fasullo per eccellenza, il mondo della tv.
Il riferimento esplicito alla Roma antica (il mondo in questione si chiama “Panem” ma lavora molto sui circenses, come è ovvio), il nome latino di molti personaggi, tutto àncora la distopia al nuovo ma con riferimento al modello primigenio, guarda caso italiota romanocentrico.
C’è proprio tutto in questa saga wikipedia : la menzogna e l’uso dei media come controllo sociale, la politica come l’arte di smascherare il “Truman show” perenne, il gioco come metafora della vita e il gioco truccato come metafora di un mondo marcio, il tifo come arma di distrazione di massa, il reality e i 15 minuti di celebrità warholiani elevati a sistema, la virtualità e l’internet delle cose.
C’è perfino, ovviamente, il rimando all’intero mondo metafilmico del passato, con la chicca di chiamare l’artefice del gioco, il diabolico Seymour Hoffman, “Plutarch”, quasi laicizzando il più osservante riferimento “Christof” (Ed Harris), scoperta metafora nello splendido e archetipico film di Weir.
Il film, come si suol dire, “intrattiene” e rappresenta quasi un bigino di introduzione alla politica per bambini.
Veicolato dalla solita eroina, crossover evidente dei veri destinatari dell’odierna industria culturale popular : le donne, i teens.
Leggero disagio quindi del sottoscritto alla visione pubblica.
Sic.

La mania di scrivere

La mia insana passione trash per talent e reality mi ha portato lá dove osano le aquile : su Rai3 a vedere “Masterpiece”.
Contro ogni previsione, soprattutto la mia, lo sto seguendo con assiduità.
I casi sono due : o sono davvero appassionato dell’argomento, al punto che ne ho sempre voluto farne la mia professione (un classico), o sono marcio.
Probabilmente sono vere entrambe le cose.
Di fatto però il format funziona e solletica uno dei più grossi bacini di interessati del mondo, ma soprattutto dell’Italia.
Hanno fatto talent su tutto, anche su aspirazioni molto meno diffuse che scrivere e soprattutto scrivere un romanzo.
La rete ha attenuato questa valanga di inespresso, grazie alla facilità dei blogs, del self publishing e così via, ma la sensazione è che il rumore di fondo rimanga.
Il programma è strutturato in maniera tripartita, così come sono tre i giudici, ha un ritmo serrato, regia perfetta, ricorda vagamente “Masterchef” (eufemismo) e non si attarda ad uccidere l’interesse estenuandosi in interminabili readings.
Personalmente penso che i readings uccidano la letteratura (anche quella scarsa, soprattutto quella scarsa) e che qualsiasi testo, letto a lungo, perda in maniera clamorosa qualità, aura, precisione.
Leggere è proprio un processo mentale, al massimo fruibile in audiobook da soli.
Almeno due giudici su tre, come da regola televisiva, non brillano per empatia e simpatia.
In questo caso, parallelamente al duo Barbieri-Cracco di Masterchef, il duo dei “De” (Cataldo, Carlo) assolve al compito, mentre la pars construens è appaltata a Taye Selasi, donna di plateale televisiva avvenenza, scrittrice a me ignota (probabilmente migliore di tanti altri sedicenti esperti), esponente in quota del cosmopolitismo che apre gli orizzonti al solito molto ristretti della cultura italiota.
Al netto delle sciocchezze e delle partigianerie di opinioni ormai indurite, il tutto funziona.
All’esterno, secondo meccanismo X factoriano, il caronte è Massimo Coppola, finto simpatico in realtà molto rigoroso nei suoi pregiudizi.
Come tutti noi, peraltro.
Il meccanismo tripartito (assaggio del romanzo già scritto – prova su strada – pitch marchetta in location suggestiva con chi “ce l’ha fatta”) è inesorabile e tranchant e funziona benissimo.
Il paese dove tutti scrivono e nessuno legge in realtà viene fuori per quello che è : un paese prigioniero dei suoi molti difetti, culturalmente arretrato e innamorato volgarmente del successo numerico e monetario, dove pochi leggono davvero, soprattutto i romanzi (ormai quasi riserva indiana per donne e teens), ma neanche tanti poi provano per davvero a scrivere, soprattutto opere strutturate come inevitabilmente sono le novels.
La mania però persiste, è una pulsione mondiale, e in mille rivoli trova comunque la sua espressione.
Anche se la vecchia idea polverosa italiota del “100.000 copie con editore prestigioso” probabilmente è una concessione local che altrove verrebbe più sfumata.
Per la cronaca : anch’io sto scrivendo un romanzo.
Somebody help me.