Panem et circenses

Anch’io, come tutti, vittima dello stesso meccanismo mediatico e di marketing che ci permea da decenni, mi sono messo ritualmente in fila per vedere gli Hunger Games di turno.
Nell’epoca dove i film sono serializzati, sono solo per teenagers o milf e sempre, sempre tratti da romanzetti di successo, devo dire che la coppia di tonitruanti pellicole che ho visto sono tra le migliori di questo genere.
Anche perché nobilitate da “comparsate” di lusso di grandi attori che si ritagliano cachet insensati in questi blockbusters (qui Donald Sutherland, il sempre grande Seymour Hoffman…).
Se ripenso peraltro a “Twilight”, ultima serie della serie, il confronto è impietoso.
La fottuta saga vampiresca che, tra le tante colpe, ha anche quella di aver generato un indotto filmico e libresco insensatamente dedito a mille varianti sul tema, era l’apoteosi del nulla, sicuramente una delle saghe più grottescamente deboli e ridicole mai uscite in sala, sceneggiata da deficienti, recitata ai limiti del trash involontario, diretta da vari ubriachi.
In particolare il primo episodio, monumentale ed immortale ciofeca, talmente insensato da far sospettare l’operazione situazionista.
Con il vizietto tra l’altro così contemporaneo, del didascalico meccanicistico a guisa di “spiega” per le non affilatissime menti dei ragazzetti di oggi, che in parte infetta persino “Hunger Games”.
Qui però questo “stile” narrativo ha perlomeno il vantaggio di spiegare con tenera banalità dei meccanismi utili da capire per la futura vita adulta, invece che essere asservito all’inutile, demenziale descrizione di un mondo parallelo, dove domina incontrastato lo stupore e l’adolescenziale indecisione della protagonista, divisa tra due ometti, come d’habitude, in questo caso simpaticamente diversi anche per specie (il lupo e il succhiasangue).
“Hunger Games” parla in fondo della società orwelliana in cui già viviamo, fintamente divertita e ammiccante (vedi le scene del treno e le scene dello “spettacolo”), paravento per la repressione mentale ed economica più dura, dominata da falsi messaggi e improntata sul fasullo per eccellenza, il mondo della tv.
Il riferimento esplicito alla Roma antica (il mondo in questione si chiama “Panem” ma lavora molto sui circenses, come è ovvio), il nome latino di molti personaggi, tutto àncora la distopia al nuovo ma con riferimento al modello primigenio, guarda caso italiota romanocentrico.
C’è proprio tutto in questa saga wikipedia : la menzogna e l’uso dei media come controllo sociale, la politica come l’arte di smascherare il “Truman show” perenne, il gioco come metafora della vita e il gioco truccato come metafora di un mondo marcio, il tifo come arma di distrazione di massa, il reality e i 15 minuti di celebrità warholiani elevati a sistema, la virtualità e l’internet delle cose.
C’è perfino, ovviamente, il rimando all’intero mondo metafilmico del passato, con la chicca di chiamare l’artefice del gioco, il diabolico Seymour Hoffman, “Plutarch”, quasi laicizzando il più osservante riferimento “Christof” (Ed Harris), scoperta metafora nello splendido e archetipico film di Weir.
Il film, come si suol dire, “intrattiene” e rappresenta quasi un bigino di introduzione alla politica per bambini.
Veicolato dalla solita eroina, crossover evidente dei veri destinatari dell’odierna industria culturale popular : le donne, i teens.
Leggero disagio quindi del sottoscritto alla visione pubblica.
Sic.

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La mania di scrivere

La mia insana passione trash per talent e reality mi ha portato lá dove osano le aquile : su Rai3 a vedere “Masterpiece”.
Contro ogni previsione, soprattutto la mia, lo sto seguendo con assiduità.
I casi sono due : o sono davvero appassionato dell’argomento, al punto che ne ho sempre voluto farne la mia professione (un classico), o sono marcio.
Probabilmente sono vere entrambe le cose.
Di fatto però il format funziona e solletica uno dei più grossi bacini di interessati del mondo, ma soprattutto dell’Italia.
Hanno fatto talent su tutto, anche su aspirazioni molto meno diffuse che scrivere e soprattutto scrivere un romanzo.
La rete ha attenuato questa valanga di inespresso, grazie alla facilità dei blogs, del self publishing e così via, ma la sensazione è che il rumore di fondo rimanga.
Il programma è strutturato in maniera tripartita, così come sono tre i giudici, ha un ritmo serrato, regia perfetta, ricorda vagamente “Masterchef” (eufemismo) e non si attarda ad uccidere l’interesse estenuandosi in interminabili readings.
Personalmente penso che i readings uccidano la letteratura (anche quella scarsa, soprattutto quella scarsa) e che qualsiasi testo, letto a lungo, perda in maniera clamorosa qualità, aura, precisione.
Leggere è proprio un processo mentale, al massimo fruibile in audiobook da soli.
Almeno due giudici su tre, come da regola televisiva, non brillano per empatia e simpatia.
In questo caso, parallelamente al duo Barbieri-Cracco di Masterchef, il duo dei “De” (Cataldo, Carlo) assolve al compito, mentre la pars construens è appaltata a Taye Selasi, donna di plateale televisiva avvenenza, scrittrice a me ignota (probabilmente migliore di tanti altri sedicenti esperti), esponente in quota del cosmopolitismo che apre gli orizzonti al solito molto ristretti della cultura italiota.
Al netto delle sciocchezze e delle partigianerie di opinioni ormai indurite, il tutto funziona.
All’esterno, secondo meccanismo X factoriano, il caronte è Massimo Coppola, finto simpatico in realtà molto rigoroso nei suoi pregiudizi.
Come tutti noi, peraltro.
Il meccanismo tripartito (assaggio del romanzo già scritto – prova su strada – pitch marchetta in location suggestiva con chi “ce l’ha fatta”) è inesorabile e tranchant e funziona benissimo.
Il paese dove tutti scrivono e nessuno legge in realtà viene fuori per quello che è : un paese prigioniero dei suoi molti difetti, culturalmente arretrato e innamorato volgarmente del successo numerico e monetario, dove pochi leggono davvero, soprattutto i romanzi (ormai quasi riserva indiana per donne e teens), ma neanche tanti poi provano per davvero a scrivere, soprattutto opere strutturate come inevitabilmente sono le novels.
La mania però persiste, è una pulsione mondiale, e in mille rivoli trova comunque la sua espressione.
Anche se la vecchia idea polverosa italiota del “100.000 copie con editore prestigioso” probabilmente è una concessione local che altrove verrebbe più sfumata.
Per la cronaca : anch’io sto scrivendo un romanzo.
Somebody help me.

Litterature

La fase postmoderna della letteratura sembra non finire mai, sulla falsariga di quanto già succede nell’arte figurativa.
La centrifuga impazzita del commercio ha necessità che vanno ben oltre la valutazione calma ed oggettiva di quanto ci propina oggi il…”mercato” ed è praticamente impossibile evitare l’errore di confondere il marketing con la realtà.
Nell’arte figurativa tutto ormai è confuso, mentre nella letteratura (locuzione peraltro ormai ampiamente demodè, come è significativo) sembra quasi che ci sia un tacito accordo.
Da una parte raccontare una storia (o perfino sviluppare una saga, meglio) è affare “popolare” e, soprattutto, adolescenzial-giovanile.
Dall’altra la letteratura “d’arte” , di qualità, sembra vivere in un mondo tutto suo, una nicchia di mercato weird per i superstiti amanti del romanzo.
Nel sempre più residuale mercato di quantità, saghe infinite con target giovanile o chick-lit elevati alla massima potenza.
D’altronde solo giovani e donne sembrano acquistare libri in maniera rilevabile dai radar degli uffici editoriali.
Che poi tra gli adulti siano soprattutto le donne a leggere dovrebbe far pensare, soprattutto i maschietti.
E se ci trasferiamo nella wasteland culturale italica diventa difficile perfino vedere qualcuno leggere un giornale, figurarsi il resto.
Siamo pure viziati e limitati nella nostra visione dalla macroarea nella quale viviamo, l’Occidente, geograficamente e storicamente in piena decadenza su molti fronti, dicono, ma in realtà molto vitale nella sua posa decadentistica, ancora redditizia nel mondo artistico e sul mercato mondiale.
In un panorama iperframmentario, post-tutto, bombardato a livello di advertising su poche cose ma in realtà iper lussureggiante a livello di offerta, è facile che ci sia sfuggito qualcosa.
Ma la realtà è che ancora oggi siamo qui a parlare di alcuni grandi classici con la certezza o quasi che nel futuro saranno pochi ad essere ricordati davvero nella stessa maniera.
La critica e le cronache che si ostinano a conservare la nicchia letteraria amano i vari Martin Amis, Foster Wallace, quest’ultimo assurto a livelli più alti in automatico, come nel rock, solo perché morto drammaticamente e prematuramente, ma la sensazione di quasi tutti è sempre quella : tutto qui?
Perfino l’informale vero necessita di regole, perlomeno “interne”, ma qui siamo in presenza di generazioni di scrittori che, sbagliando, pensano che andare oltre significhi non curare la scrittura perché “tout se tient”.
Moderni ma nel senso più banale del termine. Finti informali. Sciatti veri.
Pigrizia artistica ed intellettuale che altri non hanno, s’intende.
Altri che ancora non conosciamo.
In compenso nella letteratura di genere prevale il “carino”, esattamente come nell’iper-asfittico cinema di sala.
Lo stream of consciousness joyciano, per fare esempi altissimi, ha una necessità (parola chiave) ed una coerenza interne che dovrebbero essere di riferimento.
Dall’altra parte dello spettro, l’impressionismo estenuato e iperdescrittivo di un Proust ha lo stesso, inesorabile marchio di qualità, oltre ogni moda, ogni gusto, ogni periodo.
La domanda che ci dobbiamo fare è sempre la stessa : cosa resterà non solo degli anni ottanta ma di tutti questi decenni fra 100 anni ?
Io penso che saranno nomi che neanche abbiamo mai sentito o che sono passati molto in secondo piano.
Come anche gli ultimi premi Nobel sembrano suggerire.
E per gli altri, fisicamente, ma, più probabilmente, con l’apposita icona e il relativo “swoosh” sonoro…destiny is in the litter.

Librarsi

Mi fa sempre impazzire che ci sia qualcuno che rifiuta un hardware invece che un software.
Quando é chiaro che in quanto ad hardware questo è un periodo di Bengodi, è il software meraviglioso del passato che manca.
Mi spiego meglio.
Non sto parlando di computers.
Sto parlando di musica, di libri, di arte.
E tutto questo oggi si esprime in bit.
Per questo è davvero incomprensibile l’acritico attaccamento al libro di carta, così come al vinile.
Addirittura nel primo caso il feticismo è di tipo olfattivo, una specie di forma degenerata di madeleine, mentre nel secondo, almeno con qualche ragione, si parla della qualità ampia delle informazioni del vinile, peraltro già raggiunto da altri tipi di files che non sia l’ipercompresso mp3.
Io sono molto nostalgico della musica del passato, di certi libri.
Ricordo ancora l’emozione dell’uscita di un album, il religioso ascolto leggendo i testi in copertina.
Ricordo certe letture, perché soprattutto erano le prime e mi aprivano i mondi che hanno formato la mia vita fino ad adesso.
Paradossalmente la mancanza di informazioni, la difficoltà nel reperirle, creava maggiore aspettativa e dava più soddisfazione.
Ma è tutto qui.
Se guardiamo bene oggi abbiamo i supporti perfetti, anzi, li abbiamo proprio superati e possiamo godere dell’arte nella sua immaterialità, così come dovrebbe essere sempre.
Qualità perfetta, disponibilità totale (benedetti sempre internet, spotify, amazon, oyster…), reperibilità immediata, hardware splendido per poter fruire di questo software.
E sarebbe bello che gli avidi lettori e gli innamorati della musica potessero davvero “librarsi” ed abbracciare il terzo millennio laddove esprime la sua vera età dell’oro.
Perché in fondo un vinile di musica orrenda l’abbiamo abbandonato in fretta mentre è la musica di “Nursery Crime” quella che ci fa rimpiangere la nostra giovinezza, gloriosamente coincidente con la golden age della musica pop-rock (e non solo).
Per non parlare del pensiero consolante di avere tutta la propria biblioteca a portata di mano, in un viaggio, senza l’incubo di un peso che la Ryanair di turno non ti perdonerebbe.
L’arte non ha materia, conta il contenuto.
Liberatevi dai contenitori.
Libratevi.

Alfred e il futuro

Chi fa da sè fa per tre.
Il fottuto luogo comune resta in testa dopo aver visto “Hitchcock”, il classico film che va col pilota automatico grazie a due giganti della recitazione, Anthony Hopkins ed Helen Mirren, più una schiera di ottimi comprimari.
Il film narra del periodo successivo al periodo “classico” del grande Hitch, il momento in cui il grande Alfred devia dal percorso prestabilito dalle majors hollywoodiane, amanti della sicura ripetizione di clichè di successo da sempre, per entrare definitivamente nel mito con “Psyco”, di cui si parla nei dettagli e, successivamente, lo straordinario “The birds “.
Film rievocato dall’ultima inquadratura, come in una specie di prequel storico.
Hitchcock come sempre in anticipo sui tempi, deluso dai suoi intermediari, dai suoi “editori”, volle a tutti i costi fare un film che nessuno voleva produrre.
Aveva ragione lui, naturalmente, con l’intuito e il coraggio dei veri artisti, e con “Psyco” aprì interi filoni del futuro, avanguardia pura negli anni in cui fu realizzato.
Un film “indie” a tutti gli effetti, un horror a basso costo si direbbe oggi.
Per fare questo capolavoro Alfred dovette finanziarselo da solo, ipotecando la casa e accettando la distribuzione del film a patto di accollarsi l’intero rischio dell’operazione nonché barattando lo stipendio per una compartecipazione agli utili, primo caso poi seguito felicemente da altri, ad esempio Jack Nicholson per Batman.
In questa success history ci vedo profeticamente l’inizio del percorso che ha portato l’arte ad oggi, l’epoca della disintermediazione e dell’accesso diretto a tutto.
Più che disintermediazione direi fine delle intermediazioni a basso valore aggiunto.
Penso che esisteranno sempre editori e distributori ma, primo, ce ne saranno sempre meno, non saranno sempre necessari, e quando lo saranno dovranno sudarsi duramente il ruolo e le prebende, secondo, in gran parte degli scenari saranno semplicemente scavalcati e resi inutili.
Il web ha davvero cambiato tutto e sono stupito dello stupore col quale molte persone accolgono ancora frasi come quelle di Casaleggio nella recente intervista dove, applicando il concetto alla politica, parla con naturalezza dicendo una ovvietà ossia che la democrazia sarà sempre più ineluttabilmente diretta e veicolata dalla rete.
Se c’é un caso di scuola di intermediario inutile, anzi dannoso, è il politico nella democrazia rappresentativa italiana.
La stessa miopia la vedo spesso nell’analisi del fenomeno del self publishing.
La tradizionale ignoranza tecnologica italiota accentua i ritardi, gli equivoci e le incomprensioni.
Spesso si confonde il fenomeno del self publishing con il vecchio, strasuperato fenomeno delle “vanity press”, così largamente diffuso, in passato, nell’immenso sottobosco editoriale cartaceocentrico italiano.
A parte che anche autori celebratissimi sono affetti da vanity compulsiva e pagherebbero per essere pubblicati anche loro, ma oggi l’aura che distingue un autore pubblicato da una casa editrice, spesso per motivi insondabili o forse fin troppo sondabili, da un autore che preferisce la distribuzione diretta è puramente convenzionale e legata a schemi mentali ampiamente superati.
Certamente oggi, col web, l’espressione diretta prevale (come il fenomeno dei blog dimostra ad abundantiam) e l’autorevolezza nasce dal web stesso, col passaparola, col successo che “democraticamente” e senza filtri il web garantisce.
Lo dimostrano oltre che case histories infinite di successi editoriali self published nei paesi che vivono già il futuro e non lo subiscono come il nostro, lo stesso trionfo di molti blog che sono consultati e considerati molto più autorevolmente, e in molti settori, di paludate operazioni editoriali ufficiali.
Penso che gli intermediari già da tempo setaccino il web alla ricerca del prossimo filone d’oro per fornire una coperta economica più comoda ai talenti che la rete evidenzia e un futuro al proprio stipendio che dipenderà sempre di più da questo scouting telematico.
Narrativa, cinema…tutto sarà sempre più dipendente da questo meccanismo e i lontani, non rimpianti, tempi delle piccolissime case editrici e delle loro patetiche, arrancanti distribuzioni cartacee finiranno laddove di solito finisce la carta : nel cestino.

No more

La storia e il tempo sono una gran brutta bestia, non c’è che dire.
Hai voglia a non diventare nostalgico.
Questo tempo mi sembra un tempo che ha fatto piazza pulita di un mondo.
Il mondo della borghesia illuminata che aveva i suoi campioni a teatro, al cinema, nei libri.
Un certo tipo di comicità, un modo elegante e pensante di ridere.
Penso a Neil Simon, a Woody Allen : non ci saranno mai più scrittori e uomini di spettacolo così.
Magari ne troveremo di diversi, impareremo a ridere nella maniera un pò acida e sarcastica (quando va di lusso) che sembra così consona al nostro mondo feroce.
Ma quel mozartiano modo di gingillarsi della borghesia occidentale, soprattutto newyorkese, quel gusto per il dialogo brillante, la commedia della parola per eccellenza : never again, sospetto.
Vedo qua e là i semi fecondi sparsi, ad esempio in certa commedia francese moderna, ma in fondo tutti sappiamo che avranno pochi eredi, anche perchè a quel livello di classe e di talento è oggettivamente difficile pure arrivare.
Con la nostra compagnia di teatro abbiamo messo in scena varie commedie di Simon ed è stata una scuola di vita, di ritmo, di tempi.
Vale la solita regola : opera omnia e via andare.
O meglio : andare a vedere, se si riesce ancora a vedere qualche produzione che non lo distrugga.
Altrimenti meglio passare per le numerose “versioni” cinematografiche, spesso illuminate da attori in stato di grazia perenne come l’indimenticabile Walter Matthau.
Basterebbe “dirlo” Neil Simon, eppure è stato massacrato più volte, o peggio, “adattato” alla realtà italiana, il che equivale ad avere una Ferrari e smontarla per farne una Panda.
Su Allen, al di là del cinema che tutti amiamo alla follia, soprattutto quello meraviglioso del periodo d’oro, i suoi libri portano con sè la carica e quel tipo di comicità colta oggi quasi introvabile.
Opera omnia necessaria, anche qui, con vette iperuraniche qua e là in “Getting even” e “Without feathers” (magicamente tradotti “Saperla lunga” e “Citarsi addosso”).
E una perla nascosta in questi capolavori che ossessivamente cito sempre, tra le tante, chissa perchè : “Le liste di Metterling”.
Non osiate concludere il vostro passaggio terreno senza passare attraverso questi lidi.
Adieu.

Struck n. 6

Anch’io alla fine ho ceduto al “word of mouth” della rete e alle mille recensioni entusiastiche e ho letto “Open” di Agassi, quella che moltissimi considerano la più grande biografia mai scritta e il libro di sport più bello mai scritto.
Al di lá delle enfasi e della classifiche, sempre difficili da fare, faccio il report di quello che è successo a me e che dimostra l’assunto : letto in tre giorni (é un bel tomone, anche se l’ebook non lo dà a vedere), spesso pensato durante il giorno, difficile da mettere giù in buona sostanza.
Quando questo succede, raramente è per caso.
Sono un appassionato di tennis ma non sono stato appassionato di Agassi nè tantomeno un suo tifoso.
Leggendo il libro ho capito che mi sbagliavo ma per i motivi che uno non direbbe.
Ossia ho trovato stranamente interessantissima la vita di uno che, soprattutto alla sua apparizione nel mondo dei bianchi gesti, sembrava un deficiente post punk non a caso originario di Vegas (non un tempio di eleganza) e perfino con un tennis brutale di anticipo un filo eccessivo, anche se barbaramente incuriosente.
Questo libro ha esattamente quello che mancava alla celebrata ma fredda, sterile biografia ufficiale di Isaacson su Jobs, una persona a cui sono molto più interessato rispetto ad Agassi, in partenza, e che tutti oggettivamente troverebbero mille volte più interessante.
A mio avviso una biografia floppata se mai ce ne fu una, a dispetto dell’enorme successo di vendita, un vero peccato perché la vita e i pensieri del grande Steve meritavano secondo me sorte migliore.
Se c’é un libro che dimostra la potenza della scrittura è proprio questo.
A dimostrazione che perfino le biografie vanno scritte come un romanzo se vogliono davvero avvincere, con la stessa densità e la stessa libertà di approccio, a volo d’aquila.
Così facendo potete parlare e scrivere di qualsiasi cosa, di qualsiasi argomento, e la gente vi guarderà e leggerà rapita.
Anche Baricco è rimasto folgorato da questo libro e l’ha inserito addirittura nel suo elenco dei 50 libri migliori letti negli ultimi dieci anni, fatto per Repubblica (“Una certa idea di mondo”), scrivendone per il giornale una breve recensione che, guarda caso, é meglio di molti suoi lavori di fantasia.
A dimostrazione dell’assunto iniziale.
Un libro fortunato, insomma, a partire dal titolo e dal suo doppio senso felice, costruito con la tipica professionalità americana, come lo stesso finale rivela, da un ex atleta che ha capito man mano nel tempo l’importanza della serietà del lavoro e da un tecnico della materia, uno scrittore ex Pulitzer, J.R. Moehringer, che scrive divinamente.
La necessità è il criterio di scelta e questo libro era necessario, non la solita, scontata operazione commerciale ed autocelebrativa della celebritá di turno.
Da leggere, se potete in originale.

The Pattie Boyd Experience

Pattie Boyd è un personaggio incredibile e appartiene alla piccola storia della musica che, spesso, è più affascinante di quella grande.
La musa dagli occhioni dolci, ex modella ma sicuramente appartenente, da quello che vedo e leggo, alla categoria “donne rassicuranti”, complici compagne perfette, ha attraversato il suo tempo, il tempo del libero amore e della rivoluzione sociale e culturale del sex, drugs and rock’n’roll con innata grazia primigenia.
Proprio per questo ha rappresentato in fondo l’evoluzione sana della groupie, la moglie che democraticamente è stata per alcuni, a tempi alterni, ma soprattutto per George Harrison ed Eric Clapton.
L’ho vista recentemente rievocare i bei tempi andati al “Ronnie Wood Show”.
Ronnie Wood, col quale lei ha avuto una breve avventura a base soprattutto di viaggi e divertimento, l’ha definita l’ex moglie di Harrison, poi di Clapton e per poco anche la sua.
Ma dagli sguardi tra i due si capiva che il livello di complicità di questa donna intelligente ed affascinante con lui ha toccato in passato tacche inferiori.
Ronnie in trasmissione rievocava ossessivamente pezzi “down the memory lane” e lei faceva vedere foto dei tempi straordinari che hanno vissuto, soprattutto nel porto di mare della casa di George, quella intrigantissima “Friar Park” che, comme d’habitude nella storia agrodolce dei Beatles, è finita amaramente quando George fu salvato dalla seconda moglie in extremis dall’aggressione in casa di un pazzo “intruder”.
Poco dopo fu messa in vendita come sempre capita, soprattutto alle persone anziane e abbastanza isolate, per “security reasons”.
Una specie di replica della morte “di fama” di Lennon, con un potenziale Chapman mancato.
E lo sparo di New York dell’80, come qualcuno disse, è stata davvero la fine dell’innocenza, la fine dell’estate, dopo anni gloriosi.
Una donna che ha ispirato vari pezzi e almeno tre memorabili non può essere una donna qualsiasi.
E leggendo il suo libro, inaspettatamente interessante, tranche de vie della Londra del rock nei suoi tempi migliori vista dall’interno, questo si coglie appieno.
Tre straordinari pezzi : “Something”, scritta da Harrison, il pezzo che fece capire al mondo che c’era un terzo genio oltre ai due acclaratissimi, definita da Sinatra la più grande “love song” di tutti i tempi, la canzone dell’innamoramento per definizione.
E poi “Layla” di Clapton, il pezzo par excellence dell’urgenza dell’amore inevitabile e “difficile”, uno dei riff seminali del rock di tutti i tempi, uno dei grandi momenti musicali, uno dei veri brividi del concerto di Blackbushe, il più “affollato” evento musicale della storia (sì, c’ero).
Dopo Layla e mille altri discorsi, Pattie si convinse, e dopo il “passaggio”, George accettò la cosa con estrema intelligenza e sportività con l’immortale frase : “Meglio con lui che con un qualsiasi altro idiota”.
E i due rimasero amici, a dispetto di ogni previsione.
Buon ultima “Wonderful tonight” (sempre Clapton), la canzone della fase matura dell’amore : i coniugi non più giovanissimi che vanno a cena fuori, lei che chiede lumi sul look e lui che con dolcezza così classica la rassicura…sei bellissima stasera.

Bariccologia

Ho visto recentemente una delle “Palladium lectures” di Alessandro Baricco, quella su Proust e la scrittura.
Una meraviglia.
Lo so, in questo paese dove tutto diventa politica o meglio, tifo ideologico, il buon Alessandro ha subito la stessa sorte, al contrario, di una certa cultura non di sinistra che tentava faticosamente di farsi notare negli anni 60 e 70.
Ma di fronte allora esisteva davvero una cultura, “impegnata” o meno che fosse, come si diceva, oggi invece esiste solo la subcultura televisivo-ideologica-destrorsa, quella forma di dittatura della maggioranza ex silenziosa che purtroppo non ha più nè il timore dell’ignorante nè tantomeno il pudore di chi sa di dover nascondere la propria squallida mediocrità o il proprio benpensantismo da quattro soldi.
In senso letterale : che si vende subito per quattro soldi.
E che purtroppo non sta più in quel pudico silenzio che meritavamo ampiamente.
La deviazione culturale della famosa “scelta di campo”, non a caso slogan molto contrabbandato nella neolingua dell’ultimo ventennio.
Ossia : non importa ciò che diciamo e come lo diciamo, le parole NON contano (vero Nanni?), conta solo la bandiera e la trombetta.
Pertanto Baricco paga quello che in altri paesi non si vedrebbe neppure : lo schieramento politico esplicito, il rientrare nelle comode generalizzazioni (certa gente, si sa, non ama pensare nel dettaglio) dell’intellettuale di sinistra.
Da qui subito tutto il florilegio umano e comportamentale del borghese piccolo piccolo : l’invidia malcelata (subito infatti invocata di fronte ad altre critiche e di ben altro spessore rivolte ai propri capi e capetti), il livoroso tentativo di abbassarlo ai propri standard (l'”anche lui” dei talk show politici), la confusione e la polvere di chi non ci sta capendo nulla e/o non vuole far capire nulla.
Dopo la prima “passata”, la seconda : il gossip.
E’ un narciso, ama circondarsi di donne adoranti (ci sarà un motivo se in questo sventurato paese di non lettori, le uniche che leggono LIBRI sono le donne?) e così via cazzeggiando.
Questa fetida patina nasconde la evidente realtà : abbiamo un divulgatore di prim’ordine e un uomo di cultura finalmente moderno, a suo agio col linguaggio, a suo agio con le tecnologie, per nulla polveroso e antico.
Come scrittore l’ho sempre considerato uno…normale.
E non mi sembra di facciata la sua reiterata ammissione di inferiorità al cospetto dei più grandi.
Ma come uomo di cultura in senso lato e risorsa per un paese che ne avrebbe disperatamente bisogno : chapeau.
Io l’ho scoperto anni fa, come molti, con Totem.
Una delle prime trasmissioni tv che hanno fatto scoprire la potenza della parola (uno dei sequels della logica è stato Paolini, ad esempio) all’interno del tritatutto catodico.
E anche dal punto di vista strettamente politico…
Guardatevi questo spezzone e ditemi se non avreste voluto questa Italia qui.

Scripta che non manent

Pur essendo un lettore molto sopra la tragica media quantitativa italiana, leggo comunque pochi romanzi rispetto ad altri, gloriosi momenti della mia vita.
Gli anni della formazione sono gli anni in cui, se si ha un minimo di interesse nell’argomento, la curiosità per i grandi libri del passato prevale su tutto.
Soprattutto per la nostra generazione, l’ultima prima dell’avvento definitivo del video, del web, del multitasking perenne.
In più, comme d’habitude, l’avvento dell’età adulta e lavorativa in senso stretto incrementa la lettura dei saggi sui mille argomenti d’interesse, dei giornali e delle riviste che si moltiplicano e si accumulano e, dall’avvento del web, delle mille cose che si trovano in rete, blog inclusi.
In tutto questo maelstrom informativo l’escapismo dedicato e bisognoso di continuità che richiede un romanzo spesso e volentieri viene messo da parte.
Ma mi sono spesso chiesto se per questi, fondatissimi, motivi o anche perché, bisogna dirlo, il livello medio della narrativa, non solo italiana, é clamorosamente crollato negli ultimi trent’anni.
Da quanto tempo non leggiamo un grande romanzo?
Ne leggiamo qualcuno carino ma normalmente nulla di memorabile.
Il che si allinea a quello che succede al cinema, ad esempio.
É vero che la prospettiva temporale spesso inganna.
Alle spalle abbiamo, distillato, il meglio di 2000 anni, 2000 anni oltretutto molto concentrati e non così postmodernamente svaporati in mille rivoli, impossibili da seguire.
Sicuramente molti romanzi di valore ci sono sfuggiti o sono scomparsi nell’assordante rumore di fondo della produzione mondiale.
Ma se proprio dobbiamo seguire la critica e il parere dei sedicenti esperti, quello che ci viene offerto oggi come il meglio degli ultimi decenni ci lascia alquanto perplessi, soprattutto se lo proiettiamo nel giudizio più spietato, quello del tempo e del futuro.
Siamo proprio sicuri che i De Lillo, i Franzen, i Foster Wallace saranno ricordati nei secoli come Hemingway, Faulkner, Joyce e altri?
E vogliamo proprio parlare di Baricco e altri?
L’ultimo romanzo che ho letto é proprio Mr. Gwyn.
Ho sempre pensato che il nostro fosse principalmente un ottimo, ottimo divulgatore ed affabulatore e un romanziere normalissimo e, al massimo, “carino”.
Aggettivo che inizia a preoccuparmi perché caratterizza, quando va bene, il 90% della produzione artistica dei nostri tempi (cinema, libri, tutto) ma che é l’anticamera inesorabile dell’oblio veloce.
Sono ANNI che consiglio sempre gli stessi libri agli amici e questo non perchè non mi sono aggiornato (persone molto vicine a me lo fanno con divorante assiduità e mi confermano l’assunto) ma perchè semplicemente se devo spingere una persona a perdere qualche ora in concentrazione preferisco farglielo fare su scritti davvero memorabili.
A qualcuno interessa ancora COME si scrive?
E se sì, sa notare la differenza, a parità di contenuti?
Tra i molti libri che consiglio ci metto sempre “Dubliners” (Gente di Dublino) di Joyce, secondo me la più grande raccolta di racconti della storia e il molto più recente “Cosmetica del nemico” di Amelie Nothomb, scrittrice icona alquanto modaiola ma che, almeno in questo piccolo gioiello, ha dimostrato che scrive come in paradiso e può avere idee geniali.
In Dubliners poi, oltre al magnifico atto finale (The dead), ci sono due raccontini, apparentemente minori, che SONO, per me, l’infanzia e l’adolescenza e catturano, come per magia, quel periodo unico della vita : Araby ed Eveline.
Ho come l’impressione che il meglio di questi decenni sia da ricercare, come capita anche in musica, in nomi minori.
Altrimenti non ci resterà che accettare il destino di molti che, con sublime condivisibile snobismo, sostengono di aver tempo solo di leggere e rileggere i classici.
Ars longa vita brevis, si sa.