Cherrypicking n. 21

L’era glaciale si avvicina.
Dagli anni ’90 fino ad oggi abbiamo vissuto quella che sarà ricordata come la lunga fase di transizione tra il trentennio d’oro (sixties-seventies-eighties) e la fine del periodo post-tutto, nel quale hanno convissuto l’imbarazzante musica moderna, dance e hip hop plastificati e ripetitivi e la felice “exploitation” di ogni nota dei big guns del passato.
Qua e là, ovunque, qualche detrito di musica ricordabile ma, sostanzialmente, il nulla accoppiato agli ultimi colpi, sempre più stanchi e alterni, dei veri grandi.
Gli anni sessanta e i suoi alfieri, se non già morti, sono proprio agli ultimi rintocchi, fatti di brevi comparsate e di album tributo.
Ad esempio l’imminente “Art of Mc Cartney” con Billy Joel, altro vecchio artistone in salsa newyorkese pura, che rifà, alla sua maniera roca e urlante due autentici capolavori del periodo post beatlesiano come “Maybe I’m amazed” (pezzo magico) e “Live and let die”.
Beatles o Stones? Beatles, of course.
Poi però vediamo gli inossidabili Stones tirar fuori ancora un concerto come quello di Hyde Park 2013, ancora emozionante al punto giusto e col vecchio Keith che ormai deambula, appeso alla sua chitarra, ma che fa venire ancora i brividi mentre attraversa il parco tra due ali di folla.
Ultimi fuochi.
La generazione dopo, quella di Bowie soprattutto, e del prog salito agli altari (Pink Floyd, Genesis su tutti), trova ancora la forza di fare album rievocativi, stracolmi di rarities, quando non spiazza il mondo, come solo il Duca sa fare, tirando fuori un album magistrale come “The next day”.
I Pink Floyd chiudono la loro immensa carriera con “The endless river”, outtake ambient dell’epoca a tre, come omaggio al già andato Rick Wright.
Anche se mi piace pensare che il vero canto del cigno sia stata la stratosferica, immensamente emotiva apparizione in line up completa al Live 8 del 2005, quando si capì in un attimo la differenza tra la grande musica del passato e le musichette alimentari che fino a lì avevano allietato il pubblico.
Fu il finale del megaconcerto geldofiano e fu un’autentica celebrazione.
Tanto è successo in questi mesi nel 2014.
Peter Gabriel continua a fare tour ed è un musicista talmente importante ed ingombrante che l’unica reunion ormai da dimenticare è quella dei meravigliosi Genesis.
Ultimi bagliori live nel tour di “ritorno” del 2007 (Turn it on again tour, appunto).
E la bellissima app-libro-tutto celebrativa di Armando Gallo a suggellare la fine dello show.
Nel passaggio tra 70 e 80 si consumano già gli ultimi ritorni.
Bryan Ferry continua imperterrito, negando possibilità di reunion dei Roxy sempre più improbabili.
Seguendo la logica ferrea degli Steely Dan, altro monumento di sempre, capisce che ha trovato un sound inesauribile, che non ha senso cercare sempre qualcosa di nuovo, e si crogiola per l’ennesima volta (“Avonmore” esce fra pochi giorni) nello scintillante distillato post-Avalon che contraddistingue la sua musica.
Di Kate che dire?
Anni di assenza hanno fatto apparire il suo ritorno come la presentazione sontuosa di un nuovo artista.
E in effetti così è stato, una specie di meteora senza eredi, secondo me, e uno dei momenti più alti ai quali abbia mai potuto partecipare nella mia vita di frequentatore di arene musicali.
Spandau Ballet o Duran Duran?
Spands, of course.
Spands più continui, rispetto ai Duran Duran capaci di passare da “Wild boys” (la più brutta canzone del decennio) a gioielli come questo.
Allora ci sembravano gruppetti fashionisti, ora sono giustamente celebrati come gli eredi della grande tradizione.
Grande musica, grande pop.
Entrambi celebrano con documentari estremamente affascinanti il loro rientro o la loro gloriosa continuità.
Entrambi, come da tradizione, schierano il parentado (fratelli Kemp contro fratelli Taylor), ma è Gary Kemp il grande erede della tradizione del golden pop made in UK.
“Soul boys of the western world” è un documentario splendido, intriso di nostalgia, e celebra un gruppo che in poco tempo toccò livelli di successo e di perfezione formale che pochi possono vantare.
Con la morale finale e la redenzione successiva, ossia con l’idea che la triade “money-drugs-women” fosse la causa di gran parte degli splits dei gruppi ma che in realtà è il quarto elemento, l’ego, quello che davvero dà il colpo di grazia.
“Soul boys…”racconta l’amicizia, il successo, il distacco e le beghe legali e il ritorno assieme dei nostri, come in una storia molte volte raccontata ma raramente in maniera così efficace.
“Duran Duran unstaged” è, al contempo, uno dei migliori video live in giro, grazie al genio di David Lynch, disturbante maestro di sovrapposizioni e di associazioni mentali inconsuete.
Un modo diverso di approcciare l’apparente pop di un gruppo molto più tormentato del prevedibile, teatro di “grandi sogni” come lo stesso David recita all’inizio dello show.
L’inossidabile Prince, tuttora il meglio conservato del bigoncio, continua a sfornare album come se piovesse.
Persegue la sua fase “Tin Machine” con il rumoroso trio femminile 3rd eye girl ma in contemporanea rilascia “Art official age” e qua e là tocca livelli che fanno capire perché tuttora è riconosciuto come uno dei grandissimi dell’intera storia : perché fa pezzi come questo che sembrano fermare il tempo.
Perfino i Simple Minds, dopo il sorprendentemente efficace “Graffiti soul”, ci provano gusto ancora con “Big Music”, un titolo ed una cover sunto della loro filosofia e della loro musica, una musica sempre magniloquente, loud in senso intelligente, di grande impatto emozionale.
Oasis o Blur? Oasis, ma con riserva.
Anche qui i fratelli, i fratelli Gallagher.
L’ultimo bagliore di musica irrorata dalla grande musica del passato e rivisitata al punto giusto.
Tocchi UK evidenti in entrambi, Lennon, Davies e mille altri.
Oasis sciolti ma in odore di reunion, Blur in fase celebrativa spinta (cofanetti, concertoni di rientro e così via), un frontman che scrive musica intimista e sempre più complessa.
Quando anche l’ultima nota dei reduci del trentennio giusto sarà estinta se non nel ricordo prolungato di tutti gli Spotify e Youtube del globo, quale sarà la musica del futuro?
L’era glaciale si avvicina.

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Cherrypicking n. 20

Il periodo berlinese di Bowie e dei suoi accoliti, Iggy Pop, Tony Visconti, Brian Eno, Robert Fripp, Carlos Alomar, la crema dell’intellighenzia del rock inglese, è sempre stato uno degli apici culturali, psicologici, filosofici, musicali dell’intera storia della musica moderna.
David si rifugia qui per scappare dai pusher e dai deliri della feroce città degli angeli, per annegare nell’anonimato che ti salva dalla follia e per rigenerarsi sotto tutti gli aspetti possibili.
Sulla cover del suo live americano “David live”, appare un David spettrale e pre-cadaverico al punto che Bowie, a distanza di anni, dirà che l’album andrebbe ribattezzato “David is alive and well and living only in theory”.
L’ultimo album prima della fuga ha già un passo nel futuro, è lo stratosferico “Station to station” e ha in sé pulsioni contraddittorie, soul plastificato in letale combinazione con elettronica distorta, e la malata atmosfera anche del film di Roeg con Bowie, “The man who fell to earth”, una delle pellicole più affascinanti e disturbanti dell’intera filmografia inglese.
David arriva a Berlino e cambia look, gira con cappello e vestiti dimessi, si libera dell’intero suo guardaroba e di quasi tutte le sue proprietà, gira in bicicletta.
Una forma di zen di autodifesa.
Le lunghe passeggiate nella città più spettrale e affascinante del momento, in piena decadenza, ancora abbarbicata agli ultimi bagliori della separazione forzata del muro, impregnano questi solchi imbevuti di divino.
Hansa by the wall il nome dello studio di registrazione, del rifugio sonoro che contribuisce alla produzione, in sequenza, di “Low”, “Heroes” e “Lodger”.
La trilogia berlinese.
Tre capolavori assoluti, il terzo incredibilmente sottovalutato ma ancora adesso, a distanza di 35 anni, la definizione migliore di rock moderno.
Tony Visconti, produttore storico e mentore del primo Bowie, quello ziggyano, racconta delle sue peregrinazioni sotto il muro con la fidanzata del tempo, nelle pause di lavorazione e il vampiresco Bowie che lo immortala per sempre nel testo di “Heroes” :

I, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns shot above our heads
(over our heads)
And we kissed,
as though nothing could fall
(nothing could fall)

In quella temperie e in quella rinascita, David si salva la vita ma in parte la salva anche a noi, cambiando totalmente pelle, entrando di prepotenza nel futuro, inventando nuove sonorità oppure mettendole a fuoco e a lucido come nessuno aveva mai fatto prima.
Una specie di Apple musicale, l’importante non è uscire prima col prodotto ma arrivare meglio e stabilendo lo standard.
E anche dopo, un album sensazionale, derivativo, come “Scary Monsters”, dominato dal genio di Fripp e contenente la nuova “Fame”, quella anthemica, indimenticabile “Fashion”, pezzo gelido, definitivo, visionario (“We are the goon squad and we are coming to town. Beep Beep.” Che dire?).
Nonché pezzi immortali come “Ashes to ashes”, il conto definitivo con le vecchie mitologie, ormai morte e seppellite col sarcasmo dei grandi.
E con un finale giustamente indimenticabile :

My mother said, “To get things done
You’d better not mess with Major Tom”

E dopo ancora, l’ultima maschera e il periodo di “superstardom” che ha seguito “Let’s Dance”, con la ricerca degli hits con Neil Rodgers e un tour, “Serious Moonlight”, che è la definizione del cool e del controllo sovrumano del palco e della scena.
Iggy Pop, intanto, lucido e veloce come una scheggia, in piena era post Stooges partorisce subito il suo capolavoro, quel gioiello di “The Idiot”, interamente prodotto col sodale, l’algido ragazzo londinese che ne è la sua versione ripulita e dandy.
In questo straordinario primo album solo, colonna sonora del suicidio di Ian Curtis dei Joy Division, altra anima persa ma persa per davvero, senza una sua salvifica Berlino, ci sono varie perle.
A parte “Sister Midnight” e “China girl” che saranno rimasticate e messe su vinile anche dal grande Duca (“Red Money”, immensa, e l’omonimo superhit di “Let’s dance”), ci sono due pezzi che una volta ascoltati non escono più dalla corteccia cerebrale, di una grandezza senza pari.
“Dum Dum boys” e “Mass Production” hanno la cadenza e l’incedere delle grandi imprese del dandismo decadente in musica.
Berlino, o cara.

Cherrypicking n. 19

Quando mi fanno la rituale domanda impossibile, quella che si fa sempre agli appassionati di musica, cinema, letteratura, io non so mai bene cosa rispondere.
La domanda, ovviamente, è : quali sono le dieci, cinquanta, cento opere…che preferisci e porteresti sull’isola deserta.
Normalmente farfuglio qualche nome degli artisti che ritengo imprenscindibili… ma poi esistono le grandi opere “uniche” (caso da manuale : Salinger).
Se parliamo poi di cinema raramente faccio qualche nome italiano.
Non è casuale.
In generale trovo che il cinema italiano sia parecchio sopravvalutato, perfino nel periodo d’oro, quello che tutti ricordano e venerano anche all’estero.
Fellini-De Sica-Rossellini, la sacra triade, più qualche aggiunta tipo Antonioni, Germi e così via.
Più che nel neorealismo o nell’immaginifico magico alla Fellini (secondo me ampiamente sopravvalutato) io penso che la vera grandezza specifica italica, significativamente, stia nella commedia amara, soprattutto quando questa veniva portata ai suoi massimi livelli, non certo oggi.
Mi riferisco agli anni 60, 70 ed 80, anche qui il magico trittico decennale che c’è anche nella musica pop.
Non a caso per me i grandi registi italiani sono Monicelli, Risi e i grandi attori sono le maschere amare comiche di un Tognazzi, Sordi, Manfredi, Gassman.
L’Italia è un paese che non ispira la grande tragedia e la grande commedia dialogica brillante ma è la terra di Plauto e della narrazione di un paese marcio, romanamente disincantato e crudele.
“Amici miei” resta ancora adesso uno dei più grandi film italiani di sempre, integralmente e unicamente italiano, ed è una carrellata di mostri, una finta commedia.
Risi aveva categorizzato addirittura la cosa con “I mostri”.
Dagli anni ’80 ha prevalso la mediocrità e, se non il nulla dei “cinepanettoni”, ha vinto almeno l’aurea prevalenza del “carino”, condito dalle mille facce televisive e non che il non acutissimo fruitore italico ama ritrovare in tutte le salse.
L’unico regista che, mi sembra, faccia eccezione è Tornatore.
Una menzione d’onore la farei anche per Salvatores.
Entrambi non sono registi italioti nell’animo, questa culturalmente è la cosa bella e che li salva spesso dall’oblio istantaneo, anche se entrambi sono stati premiati al massimo livello (Oscar e altro) per due film che perpetuano in parte l’equivoco dell’acquarello italiano (Mediterraneo e Nuovo Cinema Paradiso), ma con punte di eccellenza e una generale, autentica, spinta romantica e sentimentale che li eleva al di sopra della medietà.
Molto significativo, direi, dei meccanismi mentali automatici e prevedibili, soprattutto della cultura americana, non a caso considerata non tra le più brillanti del pianeta.
Cultura americana che, passata la sbornia di grande cinema che ha costruito la grande Hollywood, oggi vive la transizione al nuovo mondo facendo operazioni, nella migliore delle ipotesi, tardo manieristiche come quel celebratissimo “American hustle”, visto recentemente, che ne è l’epitome perfetta.
Schierata quasi per disperazione la nazionale degli attori giovani americani presentabili, attori peraltro usati come macchine di virtuosismo un po’ sterile e fine a sé stesso (lontani dalla perfezione anglo francese), regia alla Scorsese anche senza Martin, visto che quest’ultimo ormai si è perso nei suoi deliri (come l’isterico, fiacco e banale “Wolf of Wall St.” dimostra ad abundantiam), queste sono le basi iperpreparate di questo finto filmone.
Il resto è Transformers oppure macchine di divertimento plastificato e stereotipato (con la solita tiritera dei generi, esplorati mille volte) per masse di depensanti chine sul proprio smartphone e con troppi popcorn nell’altra mano.
Al fine ne dico uno di film che trovo degno dell’isola deserta ed è italiano.
Solo di nome, ovviamente, perché la fattura, la regia, l’ambientazione e perfino gli attori…tutto è rigorosamente non italiota.
E si vede.
Mi riferisco a quel capolavoro che è “La migliore offerta”, di Tornatore.
Altro film che, come “American hustle”, in fondo parla di truffe.
Guardatelo, non ve ne pentirete mai.

Cherrypicking n. 18

C’è sempre stato nella storia del rock chi ha voluto andare oltre il recinto della canzone, il genere, il semplice incassare denaro derivante da un talento di songwriting superiore alla media.
Sono anime curiose, inquiete, veri musicisti polivalenti.
Due tra i migliori di questa categoria sono senz’altro Sting e George Michael.
Eredi della tradizione splendida del cesello autoriale della musica inglese, entrambi dotati di un carisma e di una voce fuori dal normale, passata la sbornia giovanile del successo travolgente di Police e Wham (il cui repertorio già brillava di gioielli di perfezione pop), ben presto si sono messi in proprio e rivolti ad altri lidi.
Sting si è subito votato alla grande madre, il jazz, e ha piazzato due albums straordinari, di crossover, con musicisti sublimi (tra cui Omar Hakim, divino batterista, presto nell’ensemble di superstars, vera aristocrazia degli strumenti, riunito da Kate Bush per il suo ritorno epocale sulle scene).
Ma poi si è spinto fino a Dowland (semper Dowland semper dolens, dicevano), musica da camera medievale rivisitata e a “Symphonicities” (riecheggiante “Synchronicity”, il meraviglioso album canto del cigno dei Police), versione orchestrale dei suoi grandi hits.
Come in parallelo ha fatto anche George Michael col recente “Symphonica”, operazione analoga di “nobilitazione” classica dei grandi classici scritti nel tempo.
Il biondo, visto non molto tempo fa a Montecarlo ancora in gran spolvero, ha ora toccato anche i lidi del teatro musicale.
E come tutti i grandi intellettuali, invecchiando distilla i suoi temi sulle cose essenziali, amore e morte, e torna indietro nel tempo.
Il tempo della sua infanzia.
“The last ship”, album e musical, parla della natìa Newcastle, della fine dell’epoca industriale, dei cantieri navali in chiusura.
E della sua ambizione sfrenata, del voler uscire da quel ghetto di povertà per entrare “in quella macchina”, come racconta con divertito understatement quando narra della visita rara di una celebrity (la regina madre) in quel posto dimenticato.
Una Rolls e due ali di folla : mi sa che il nostro è riuscito ad entrarci, in quella macchina.
Recentemente ho visto un documentario (sempre sia lodata Sky Arte) dove il nostro presentava l’opera in forma concerto a New York.
E sono rimasto folgorato da due pezzi : “Practical arrangement” (l’amore) e “So to speak” (la morte).
Entrambi cantati con l’adorante vocalist Jo Lawry (ex fan, ovviamente…sarebbe un’altra storia da raccontare).
“Practical arrangement”…un testo definitivo e semplice, come solo i veri grandi sanno scrivere.

Am I asking for the moon?
Is it really so implausible?
That you and I could soon
Come to some kind of arrangement?

I’m not asking for the moon
I’ve always been a realist
When it’s really nothing more
Than a simple rearrangement

With one roof above our heads
A warm house to return to
We could start with separate beds
I could sleep alone or learn to
I’m not suggesting that we’d find
Some earthly paradise forever
I mean how often does that happen now
The answer’s probably never
But we could come to an arrangement
A practical arrangement
And you could learn to love me
Given time

I’m not promising the moon
I’m not promising a rainbow
Just a practical solution
To a solitary life

I’d be a father to your boy
A shoulder you could lean on
How bad could it be
To be my wife?

With one roof above our heads
A warm house to return to
You wouldn’t have to cook for me
You wouldn’t have to learn to
I’m not suggesting that this proposition here
Could last forever
I’ve no intention of deceiving you
You’re far too clever
But we could come to an arrangement
A practical arrangement
And perhaps you’d learn to love me
Given time

It may not be the romance
That you had in mind
But you could learn to love me
Given time

Magia pura.
Sempre su Sky Arte passa in questi giorni un doc su George Michael in concerto all’Opéra di Parigi, primo artista pop invitato ad esibirsi nel tempio.
Come George dice nel filmato, anche lui, come me, è sempre stato colpito da quel posto leggendario.
Quando si arriva a Parigi è una delle visioni più emozionanti, proprio architettonicamente, con quella spettacolarità visiva tipica dei boulevards di quella città fatata.
George e la Francia : per me un legame personale sempre vivo.
Mi ricordo una sera a cena a Le Suquet, il dedalo di viuzze in salita di fronte al porto di Cannes, ricco di turisti e di ristoranti straordinari.
Tutta una sera a desinare meravigliosamente ascoltando un album nuovo di una voce nota…finchè la padrona di casa ci regalò il cd che non uscì più dal nostro menù sonoro di quella lontana vacanza.
Era “Older”, un album che da solo vale una carriera, ancora adesso l’apice dell’arte di Michael.
All’Opéra il nostro, con una voce sempre più maestosa e convincente, snocciola due ore di musica straordinaria, tratta perlopiù da “Songs from the last century”, collection della grande musica pop jazz dell’epoca Cole Porter e non solo, nonché vari pezzi tratti da “Symphonica”.
E in più qualche pezzo di “Older”, quel vecchio capolavoro, nato, come spesso capita, sull’onda della nostalgia e del primo accorgersi del tempo che passa.

Cherrypicking n. 17

Ultimi bagliori di brit pop?
L’antica arte albionica di cesellare pop magico e meraviglioso, sotto varie forme, non è mai tramontata veramente dai primi anni sessanta.
Rappresenta quella spinta che più di ogni altra ha elevato la musica “commerciale”, il pop-rock, da arte minore a vera e propria colonna sonora dei nostri tempi, vera e propria musica per le menti moderne, più del jazz stesso, eternamente e sontuosamente derivativo, o tantomeno della classica, sempre più confinata nell’elitarismo della musica contemporanea, apprezzata solo da qualche maniaco come me.
Eppure…questi anni 2000 stanno facendo vacillare molte certezze.
Sempre più rarefatta la musica di qualità, sempre più frammentato il panorama, perfino Britannia non manda più i bagliori di una volta, o perlomeno non con la stessa frequenza, per attardarsi nel rap, nel pop plastificato tanto di moda oggi, e in mille altre derive drammaticamente non decisive.
Dall’albero maestro dei Beatles, dei meravigliosi Kinks fluisce la corrente maestra, con mille epigoni, tra cui amo ricordare i più grandi, gli Xtc, forse il gruppo più genuinamente “inglese” di tutti i tempi, degni figli del gruppo del grande Ray Davies.
E si sono appaiate le due derivazioni del “progressive”, il romanticismo visionario in musica, con gruppi inarrivabili come Genesis, Yes, tutto il grande filone di Canterbury, e del decadentismo arty (dai Roxy fino ai Japan, e oltre fino a Spands, Durans…).
Negli anni ’90 “brit pop” è diventato un brand, un marchio, secondo le regole del tempo.
E ha visti contrapposti Oasis e Blur, due epigoni derivativi, di alterno livello, ma soprattutto molto diversi fra loro.
Nel deserto che già negli anni ’90 si vedeva distintamente arrivare, capisco bene che la musica dei simpaticissimi fratelli Gallagher, sia stata vista proprio come un’oasi in un mare di musica inutilmente irritante.
Sono, direi, l’ala lennoniana del post brit pop, come icasticamente espresso dal finale di molti loro concerti, nel quale scendeva spesso una enorme tela con l’effigie del grande occhialuto al quale si inchinavano rispettosamente tutti i componenti del gruppo.
Meno morbida, più rock e meno incline ai compromessi.
Blur, fedeli al nome, sono più confusi ma, spesso, anche più interessanti.
Ridurli all’ala “maccartiana” della filiazione “fab” mi sembra abbastanza riduttivo.
In realtà in loro e soprattutto nel leader Damon Albarn risiede un’anima inquieta, aperta a molte influenze, passibile di grandi cambiamenti come l’ultimo album “solo” del nostro dimostra.
Un album che ha la malinconica, nostalgica tristezza dell’uomo intelligente.
Al di là degli ultimi fuochi degli epigoni dove vedo, anche episodicamente, il futuro di questa eterna corrente?
Lo vedo in Syd Arthur, un gruppo che già nel nome ha le stimmate dell’ispirazione (Barrett…), che ha tra i componenti il nipote di Kate Bush (!), che suona il violino, ovviamente (buon sangue non mente mai), come in una continuazione dinastica che già la seconda parte del nome fa presagire (Arthur, appunto) e che ha impresso a fuoco il logo “Canterbury” sulla loro musica così antica e così stranamente moderna.
Lo vedo in Spacehotel, un quasi misconosciuto single act di un britanno con cui interagisco su Twitter, degno e spesso sontuoso epigono dell’ala “decadent-arty”.
Sembrerebbe che sia lecito sperare ancora nella grande isola.

Cherrypicking n. 16

È difficile essere colpiti ancora, a così tanta distanza di tempo, da un pezzo o da qualsiasi frammento artistico che si conosce a menadito.
Eppure la grande musica, anche quella pop, ha dei monumenti nascosti.
Il ritorno della grandissima Kate Bush sulle scene e l’eccitazione per aver trovato un miracoloso biglietto per quello che si appresta a diventare probabilmente l’evento del decennio mi hanno fatto ripercorrere quel tesoro di meraviglie che è la sua discografia.
Ho così riscoperto fino quasi al dolore fisico un album straordinario come “The sensual world” che in una serie di capolavori di proporzioni atomiche passa perfino in secondo piano.
Due sono i pezzi che all’interno di questo miracolo di album mi sono sembrati davvero ultraterreni.
Questo e questo.
“Never be mine” e “Walk straight down the middle”, supremo e definitivo quest’ultimo nel chorus (He thought he was gonna die , but he didn’t. She thought she just couldn’t cope, but she did), con la voce di Kate che sembra davvero provenire da un altro mondo.
E questo capolavoro è pure una b-side…
Come dire : non abbiamo ritegno nel cospargere di diamanti il nostro passaggio.

Cherrypicking n. 15

Dandies.
L’Inghilterra ne ha coniato il termine e ne ha generati soverchi per secoli, sia in letteratura che in qualsiasi altra arte.
Nel pop-rock, dopo la fiammata glam dei Seventies, solo Bowie è rimasto come artista universale e spendibile in tutto il globo, soprattutto oltreoceano.
Ma prima degli epigoni new romantics, gli Spands, i Durans, i Japan del grande Sylvian, solo per citare grandi gruppi e grandi musicisti impropriamente usati come boybands, negli anni 70 e 80 due grandi dandies hanno svettato nettamente.
Bryan Ferry (Roxy Music) e Morrissey (The Smiths).
I Roxy sono stati una autentica rivoluzione, alla loro uscita.
Un gruppo di sfrenati dandies iper glam scatenati al servizio di una musica straordinaria, veramente “outer space”.
Mai il decadentismo estenuato era sembrato così cool.
Bryan, cantante dalla voce inconfondibile ed epocale, come Morrissey successivamente e molti altri, era un figlio della working class più assoluta ma, a differenza di altri e soprattutto del cantante degli Smiths, è sembrato subito adeguarsi alla scalata sociale verso il jet set e la nobiltà di censo o meno.
Escapismo di lusso estremo.
Come disse qualcuno, Ferry sembrava nato per stare in tuxedo con un bicchiere da cocktail in mano.
Roxy Music, marchio perfetto per i lustrini, è un nome che in pochi anni sforna degli albums leggendari, tuttora considerati parte della crema della grande musica pop britannica, grazie anche al contributo determinante dell’altro grande geniaccio, Brian Eno, destinato a ben più sobri palcoscenici nel futuro.
Come Smiths, Japan e altri, una musica fin troppo patinata e raffinata per i gusti degli ascoltatori USA.
Un alveo di britannicità assoluta quindi li contraddistingue e in un certo senso li preserva, pur restando sostanzialmente nella categoria superstars e affini.
La parte finale della carriera, se possibile, eleva ancora di più il livello di raffinatezza quasi insostenibile della loro musica, portandoli alle vette di capolavori senza tempo come “Manifesto”, “Flesh+Blood” e l’incredibile “Avalon”.
Il frutto fecondo di questa trilogia prosegue anche nella seconda parte della produzione solo di Bryan Ferry, una sequenza di albums uno più perfetto degli altri, almeno i primi due da “Boys and Girls” in poi, a seguire una certa stasi fino al recente “Olympia” che ormai istituzionalizza il suono funky limousine ultrarifinito che è il marchio di fabbrica di questo artista immortale.
Ho visto live i Roxy in un imperdibile “double feature” con i King Crimson (altro monumento del brit rock) al velodromo Vigorelli di Milano.
Erano i tempi di Avalon e a dispetto della consueta venue improbabile italiota e dell’acustica discutibile, fu una serata di grandi brividi.
Ho visto poi almeno un paio dei patinatissimi, anche scenograficamente, tours di Bryan.
Il secondo, poi, una vera chicca per intenditori, in un teatrino di Milano, in terza fila, ad eseguire pezzi di Cole Porter e simili (anche per lui inevitabile lo sciacquare i panni nel jazz) dopo il meraviglioso album tributo “As time goes by”.
Una certezza.
Morrissey, invece, pur mantenendo l’aura glam quasi letteraria, wildiana, meno evidente e sfacciata, ha portato gli Smiths nell’empireo dei grandi “di nicchia”.
Con il semplice lancio di fiori dal palco come arma scenografica e con una cattiveria sociale di reazione post punk agli anni bui del periodo thatcheriano impensabile nell’epoca Roxy, è rimasto orgogliosamente dandy quanto orgogliosamente “commoner”, creando una musica, assieme al geniale chitarrista Johnny Marr, che è stata una felice meteora.
Johnny Marr, trait d’union con Ferry con il quale ha in seguito collaborato significativamente.
Pochi anni di Smiths (anche nel nome l’orgogliosa rivendicazione della normalità) ma una musica che ha lasciato il segno.
Due perle fra tante : questa e questa.

Cherrypicking n. 14

Lontano dai miasmi e dalle nevrotiche durezze perfino delle commedie, specchio di un’Italia oltre ogni malattia, lontano dal cinema USA, perso ormai nelle sue magniloquenze inutili da adolescenti oppure imbrigliato in una continua esegesi dei generi senza un briciolo di creatività, se non con rare eccezioni, restano il cinema francese ed inglese, continuamente, ad insegnarci cosa è l’artigianato medio di livello e, spesso, l’arte.
Visti in sequenza “Nella casa” di François Ozon e “Philomena” del grande Stephen Frears, due film molto diversi, ci danno speranza e ci confermano che è ancora possibile fare cinema per adulti pensanti.
Ozon, innamorato del femminile in maniera quasi ossessiva (vedi la sua intera filmografia), imbastisce di gran lunga il suo miglior film, schierando una sceneggiatura di ferro, un giovane talento curioso, un Fabrice Luchini al solito monumentale nella parte del professore mentore e due splendide donne.
Una riflessione sull’arte e sulla rappresentazione in genere, soprattutto sulla letteratura, pur con digressioni sarcastiche legate al personaggio della moglie del protagonista (la mia attrice feticcio Kristin Scott Thomas, per esperienze di vita e di professione la classica crossover parigina-londinese e quindi perfetta per questo post) che, guarda caso, fa la gallerista.
C’est génial.
Molto cerebrale, molto francese, molto filosofico, nella sua analisi dell’estetica del romanzo e delle storie, con una sottile ansia legata al tema dello stalking e dello spiare le vite degli altri, tema che ha una lunga tradizione, da Hitchcock in poi.
Film che si chiude con l’ostentato sipario finale, chiusa ormai classica e metafora del teatro e della rappresentazione della realtà.
A mio avviso imperdibile.
Con “Philomena” entriamo in tutt’altro mondo.
Anche qui : grande sceneggiatura, con l’attore e sceneggiatore Coogan in stato di grazia, e, al solito, la divina, divina Judi Dench.
Autentico manuale vivente della recitazione, se ne esiste uno.
Una storia crudele, delineata con due tocchi da maestro, una storia lievemente e sanamente anticlericale (pur condotta con eleganza), con tocchi di dolce sarcasmo sul personaggio della Dench, sempliciotta e bigotta nonostante una vita segnata da una tragedia che ha origine in un collegio di suore.
Storia vera, peraltro, celeberrima, e per anni nascosta ossessivamente ai media come da tradizione cattolica.
Qua e là, da tradizione inglese, il sano scetticismo verso i papisti e la Chiesa romana in genere, la versione affettuosa delle stilettate di un Lord Grantham, il Wooster imperiale protagonista di “Downton Abbey”.
Ma questa è una mia piccola perversione da anglofilo.
Il film batte sostanzialmente altri lidi e racconta in fondo una storia semplice, con una classe ed una economia di mezzi che sono dei veri grandi.
Un piccolo capolavoro.

Cherrypicking n. 13

Nella mia lunga e preclara carriera guardonistica musicale, due gruppi in particolare mi hanno impressionato per potenza e “stage presence”.
Chiamarli gruppi è una iperbole, in realtà.
Sono sempre stati più che altro l’emanazione diretta di due solisti autori di livello straordinario.
Sto parlando di Jamiroquai e Simply Red, ossia il complessino (come direbbe Elio) rispettivamente di Jay Kay e di Mick Hucknall.
Il palco è il vero banco prova della grandezza di quasi chiunque e questi due, abbeveratisi alle mammelle meravigliose della black music, dalla Motown fino a Stevie Wonder, dal vivo sono realmente, inesorabilmente folgoranti.
Jamiroquai li ho visti qui a Monza, nel 2011, come un regalo inaspettato della rassegna F1 Rocks, una serie di sets di lusso che “avviene” durante la settimana del Gran Premio.
Potenza, padronanza del palco anche in assenza quasi totale di altri orpelli scenici, repertorio inossidabile e di altissimo livello : un’orgia di funk tiratissimo e devastante.
D’altronde il concerto di Jay Kay e soci a Verona Arena, sotto il diluvio, resta uno dei migliori documenti live degli ultimi decenni ed un autentico manuale su come si tiene un palco, anche e soprattutto durante un imprevisto.
Mick Hucknall è invece la voce e la classe personificate.
Raramente ho sentito una voce migliore dal vivo, così incredibilmente aderente ai prodotti discografici, “polished” e potente di natura.
Anche qui un repertorio a livelli medi improponibili nella sua continuità e grandezza, come già si capiva dal primo indimenticabile album, nato perfetto.
D’altronde già nei primi live italiani avevano, secondo fonte attendibile, fatto sparire i Simple Minds al massimo della carriera, in un double concert che mancai per motivi di salute (sic), pur avendo il biglietto.
In quell’occasione la voce di Jim Kerr, soggetta spesso a variazioni negative, sparì al confronto di un giovanissimo, rossissimo, ricciolissimo Mick, già in piena forma.
Finalmente riuscii a vederli anch’io nel farewell tour, a fine carriera, agli Arcimboldi di Milano.
Una festa e un livello di perfezione laser che raramente si riescono a toccare e una nuova perla di quella stagione magica dove riuscii anche a vedere una leggenda come Burt Bacharach, altro concerto difficilmente obliabile.
Con il tempo perfino J.K. ha aggiunto nuances inedite alla sua musica sontuosa.
Questo pezzo, meravigliosamente nostalgico e ricco di sapori inediti, dimostra che la qualità abita sempre e solo gli stessi.
Canzone straordinaria, che passa dalla gioia nirvanica al disagio e il dubbio in pochi secondi, in poche note, come fa la vita e con una line di ritornello perfetta e programmaticamente evocativa :

Ooh, so baby lets get it on
Drinking wine,and killing time and sittin in the summer sun
You know, I wanted you so long
Why did you have to drop that bomb on me
Why did you have to drop the bomb

Al solito, non si poteva dire meglio.

Cherrypicking n. 12

Sarà che è il momento dei biopics concentrati sulla realizzazione di un film.
Sarà che è estate e l’alternativa sono gli horror più sciagurati.
Di fatto, mi sono sciroppato in quasi ravvicinata sequenza due film che hanno lo stesso DNA : “Hitchcock” e “Marilyn”.
Entrambi sono tratti da un libro (rispettivamente “Alfred Hitchcock and the Making of Psycho” di Stephen Rebello e “The Prince, The Showgirl and Me and My Week with Marilyn” di Colin Clark).
Entrambi, a dispetto dell’apparenza di biopic, parlano del personaggio in questione solo in modalità close up, durante la realizzazione di un solo film.
Nel primo caso “Psyco”, nel secondo “Il principe e la ballerina”.
“Hitchcock” è focalizzato sul personaggio tormentato del regista e sulla relazione “bittersweet” con la moglie collaboratrice Alma, la vera “anima” alle spalle del genio.
Una coppia che funzionava a più livelli, pur con le asprezze di un rapporto di livello.
Entrambi i film sono irrorati da una schiera di attori britannici di alta scuola che alzano subito il livello del prodotto di un paio di punti, solo con la presenza.
A dimostrazione che assieme alla sceneggiatura, avere gli interpreti, soprattutto di questo livello, nobilita qualsiasi cosa.
In questo caso, due film buoni diventano subito qualcosa che “sembra” ottimo all’istante.
Helen Mirren, Toby Jones, Derek Jacobi, Judi Dench sono tutte divinità che passano qua e là in queste due pellicole.
E Jim Carter, ovviamente, il caratterista low society britannico per eccellenza, uscito dai panni del butler (of course) in “Downton Abbey” per entrare in quelli del gestore del pub dove Colin, il vero protagonista di “Marilyn”, alloggia.
In “Hitchcock” giganteggia Anthony Hopkins mentre in “Marilyn” è Kenneth Branagh a dare l’interpretazione, a mio avviso, più monumentale, in una mimesi psichica con Laurence Olivier davvero definitiva.
Entrambi i film hanno le loro scene madri, cà va sans dire, nel primo è la scena, già celeberrima, in cui Hitch-Hopkins “dirige” visivamente la scena della doccia all’esterno della sala in cui viene proiettato per la prima volta “Psyco” e nella quale gli spettatori urlano quasi a ritmo di musica, il ritmo del montaggio perfetto di una scena magistrale.
Nel secondo è la scena dell’ultimo incontro tra Laurence Olivier-Kenneth Branagh e Colin (narratore della storia realmente vissuta con Marilyn) nella projection room dove vengono visti i giornalieri.
C’è spazio pure per una leggendaria citazione shakespeariana ed un’uscita di scena sontuosa del vecchio attore “larger than life”, Laurence, con tutte le sue fisime old style da teatro inglese e la vanità invincibile così tipica dell’ambiente.
“Marilyn” ha pure divagazioni ambientali nella campagna inglese che per noi malati automaticamente ce lo rendono oltremodo gradito.
Worth a visit both, come il sano cinema di una volta.