The Putin interviews

Quattro ore di interviste montate da vari incontri avuti in Russia con Putin : Oliver Stone non perde certamente lo smalto dei giorni migliori e confeziona un cadeau per appassionati di geopolitica quantomai attuale in piena guerra fredda 2.0 con relativo contorno di strepiti tifoidei per il buon Vladimir da parte della stragrande maggioranza del movimento destroide, sovranista, ormai razzista e fascista senza più complessi.
Il risultato, però, nonostante io sia stato incollato allo schermo per reale curiosità, è, ovviamente direi, abbastanza modesto, direi quasi democristiano ed apologetico.
Ho sempre avuto interesse e simpatia per il buon Oliver, fustigatore del sistema America e contestatore della prima ora.
Nonchè ottimo regista, con ottimi argomenti, il che è essenziale.
Ma non mi sono mai illuso sulla sua reale portata rivoluzionaria.
Ho riserve perfino su Michael Moore, in questo senso, figuriamoci su Oliver.
Nella balena America può starci qualsiasi cosa, da Spielberg, l’ingenuo cantore dell’American dream, a Oliver e Michael.
Ma siamo sempre nel sistema e penso che le denunce più potenti ed efficaci stiano ormai alle nostre spalle.
Forse i film più politici sono quelli meno politici : “Wall Street”, l’apologia acida del “greed is good”, della fascinazione ottusa per il denaro, “Natural born killers”, la discesa agli inferi nell’altro buco nero degli Usa, quello della fascinazione per le armi e la violenza.
In fondo “JFK”, “Nixon” fino al recente “Snowden” non dicono nulla di realmente nuovo e spettacolarizzano in maniera evidente quello che ormai è mainstream.
Attirato dalla prospettiva di fare un lungo reportage sul politico del momento, quello più apparentemente riservato e freddo, Oliver si è fatto una simpatica vacanza sulla Piazza Rossa con moglie e seguito e certamente non è andato fin lì per fare domande scomode e darci davvero dentro.
Accomunato naturalmente da una certa simpatia umana evidente e da una condivisione pre-politica sulle evidenti magagne e colpe americane, Oliver è apparso spuntato in questa circostanza, troppo evidentemente pilotato dal sapiente marketing cremlinese, è apparsa troppo evidente la natura “fake” di qualsiasi operazione televisiva, figuriamoci se concordata con uno come Putin che chiaramente non lascia nulla di non calcolato perfino quando si reca in bagno.
C’è una scena che suggella con evidenza questa generale “atmosfera”, rilassata fino al delirio.
Quella dove si vede chiaramente la preparazione di una scena dell’incontro tra i due, accuratamente coreografata, con Putin come docile attore nelle mani del sapiente regista.
O la famosa scena del caffè portato da Putin quasi con timidezza.
O la scena epicamente propagandistica della “control room” militare, con tanto di videotelefonata tra il grande capo e un generale.
Perfino quando Oliver propone a Vladimir di vedere assieme “Dr. Strangelove”, che stranamente Putin non aveva mai visto, la gag risulta fiacca.
Siamo dalle parti del divertissement e va bene così in fondo, perfino per noi spettatori interessati alla verità ed equidistanti per principio.
Questo ovviamente rinforzerà le vele dei tanti fanatici ammiratori del nostro, talmente nostalgici del Dio-Patria-Famiglia da dimenticare l’ovvietà della complessità del mondo, soprattutto delle questioni politiche, militari, geopolitiche.
Ma non sono certo queste quisquilie che hanno mai fermato la mandria dei tifosi, così invelenita contro gli Usa e per motivi ideologici stretti, da dimenticare che in questo ambiente perfino Vladimir, e si vede chiaramente qua e là nel documentario, riderebbe della loro dabbenaggine manichea.
Il resto è propaganda, perfino nel senso buono del termine, ossia approfittare dell’insperato regalo per portare avanti le proprie idee e, se possibile, mettere in cattiva luce o in burletta gli avversari di sempre.
Come nella velenosa, intelligentissima allusione alle cerimonie brezneviane in relazione agli scambi finali di onorificenze tra Obama e Biden, nella gelida, spietata constatazione del loro potere perduto e quindi della inutilità delle loro minacce, perfino nella “compassione” ironica per il patriota Mc Cain.
Persona molto intelligente e capace : nulla di nuovo.
Persona molto ambigua e chiaramente espressione di un potere molto più assoluto e spietato di qualsiasi democrazia occidentale : altra ovvietà che stenta ad entrare nelle cervici dei molti dementi adulatori.
Guardando oltre, l’auspicio dei pensanti è che la Russia esca dall’equivoco sovranista, del piccolo mondo antico bigotto, caucasico e intollerante delle minoranze, si apra davvero al mondo e che gli Usa di converso si riequilibrino, trovino il loro modo di stare al mondo, quello multipolare, senza eccezionalismi che non possono più neanche permettersi economicamente.
In pratica, finita la polvere e lo strepito degli estremisti, finalmente trovare un nuovo equilibrio anche strategico.
In questo, stranamente, sono ottimista.
Sperando sempre di non essere smentito dai fatti, perchè in questo caso lo sarei in maniera davvero troppo esplosiva.

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The night of

Nel nuovo mondo nel quale il cinema americano di qualità si è rifugiato tutto nelle serie, un gioiello come “The night of” riluce di luce propria e porta avanti, fino ai limiti della perfezione, il concetto stesso di crime e legal drama.
Remake dell’ennesima operazione BBC (“Criminal justice”), prodotta dalla solita, infallibile HBO, prodotta, tra gli altri, da Gandolfini agli ultimi atti della sua vita, questa è una serie che definire imperdibile è riduttivo.
Una serie che avrebbe dovuto avere come protagonista iniziale lo stesso Gandolfini poi De Niro (così, per dire) e che per varie traversie passa a John Turturro, qui all’apice assoluto di una carriera già fulgida, incarnazione di uno dei migliori personaggi mai visti su schermo, il bislacco avvocato di basso livello John Stone, il classico pesce piccolo che arranca ogni giorno in mille modi per portare a casa la pagnotta, commerciante di natura, afflitto da problemi dermatologici insistenti, metafora del fastidio e del “prurito” perenne che la dolente e prevedibile durezza della vita apporta alle pene quotidiane.
Spaccato verista, assolutamente credibile, della burocrazia e della ingiustizia della giustizia in ogni dove, della sua indifferenza alla verità, del suo essere un mondo parallelo nel quale è possibile cadere anche solo per errore, come capita al “bravo ragazzo” Nasir, figlio di immigrati pakistani nel Queens, lavoratori e integrati.
In questo inferno nessuno è del tutto quello che sembra e tutti hanno la loro dose di negatività e debolezza, come la vita insegna ben presto a tutti salvo che ai manichei e agli stupidi.
Raramente ho visto tanta verità, precisione e potenza in qualsiasi prodotto cinematografico.
E raramente ho visto svolgersi davanti ai miei occhi una sceneggiatura così profonda, così magistrale, che ti attrae nel suo gorgo ben presto e non ti lascia più fino alla fine.
Inutile dire che dopo aver visto questa magia vedrete con occhi diversi la sbobba quotidiana, commerciale, prevedibile, superficiale che la tv propina ogni giorno, soprattutto nel campo crime e legal.
Amata da Woody Allen e molti altri, già destinata a numerosi, meritatissimi premi, anche per una recitazione ed una regia assolutamente straordinarie, questa è una delle punte di diamante di tutti i tempi, che fareste molto, molto male a lasciare nell’invisibile.
Indiscutibile capolavoro.

The young pope

Ci si perde fin dai primi secondi nella nuova maraviglia sorrentiniana, con quell’incedere lento e maestoso, con dei titoli di testa ipnotici scanditi da una musica ispirata ad una radio che trasmette male, metafora che diventa sostanza, scena ritmata e indimenticabile.
Oltre tutte le convenzioni, anche quelle seriali, Sorrentino scandisce una storia dalle tinte forti, grottesche, innestata però su un substrato assolutamente umano, spesso inaccettabile ai vari integralismi semplicistici che ammorbano il mondo, ossia l’ambiguità sostanziale di tutte le vicende umane, le due, tre, mille facce di ogni persona e di ogni problema, il grigio che non sempre è grigiore ma che è il colore della vita terrena.
A partire dal giovane papa, quasi un ossimoro, ogni personaggio non è affatto definito, quasi ideologicamente contro ogni logica di scrittura e di sceneggiatura, ma si rivela nella sua sostanziale inafferrabilità mille volte.
Questo è il meccanismo seriale secondo Sorrentino, ossia più che vedere come vanno le cose, vedere come vanno le persone, perché le sorprese sono continue.
Nemo propheta in patria e sicuramente l’ostentata “intellettualità” (ossia la rinuncia alla banalità) del nostro lo ha già messo tra i reietti in questo paese assolutamente mediocre.
Produzione super internazionale e quindi ben lontana, al di là delle apparenze, da quanto rappresenta, una visione direi “anglosassone” sul mistero vaticano, paradossalmente nata in ambiente visibilmente partenopeo.
Dialoghi al vetriolo, incastri perfetti, un cast monumentale dove svetta un Jude Law all’altezza del suo enorme talento, finalmente, alle prese con una parte che può cambiarti la vita.
Diane Keaton, James Cromwell, un Silvio Orlando straordinario, a dimostrazione che un grande regista può elevare, e di molto, lo standard di chiunque.
Una fotografia ed uno stile di regia sontuosi, secondo il canone sorrentiniano, uno strano incrocio tra un mood politico old style (alla Germi) ed uno visionario perfino oltre Fellini, di cui è un epigono nettamente superiore.
Ho visto solo i primi due episodi, quelli che furono accolti a Venezia con minuti di applausi dalla platea di critici.
Non posso che confermare : folgorante capolavoro.

L’empireo

Esiste un mondo che sembra conservare le antiche, piacevoli certezze resistite fino agli anni 80-90.
Un mondo dove gli americani hanno ancora grandi attori, scrivono ancora ottime e solide storie, intrecciano sceneggiature perfette e creano un immaginario molto variegato, non solo per piccini, al quale rivolgersi nelle sere d’inverno e d’estate.
Questo mondo, ormai da quasi vent’anni, non si trova più al cinema.
Per noi tutti, debitori agli USA di queste ed altre utopie, questi ultimi vent’anni globalizzati, di grandi cambiamenti, hanno lasciato una certa indistinta nostalgia per quando l’oltreatlantico dominava le arti e i mestieri, compresi quelli sportivi.
Questo mondo, nella difficile arte del cinema, non è del tutto scomparso, sembra aver semplicemente traslocato.
A fronte di un cinema globalizzato, che parla inglese ma che lancia nell’empireo registi di tutte le nazioni (penso a Winding Refn, danese, ma anche a mille altri), l’avvento della televisione gigante, HD, con mille canali, tematica e quasi in contemporanea con l’uscita nelle sale, ha permesso, anche economicamente, che le grandi produzioni e i grandi attori dei decenni precedenti portassero armi e bagagli al servizio delle serie.
Così come viviamo l’epoca d’oro degli strumenti, informatica e comunicazione in primis, viviamo di conseguenza la golden age delle TV series, l’equivalente filmico del trentennio musicale magico (60-70-80).
Se le cose migliori degli ultimi trent’anni al cinema sono state portate dal cinema globalizzato : penso a molto cinema francese, penso a capolavori dell’ex terzo mondo come “Il segreto dei suoi occhi” dell’argentino Campanella e penso a molti altri, gli USA, antichi dominatori del mezzo, se nelle sale portano solo l’inutile magniloquenza plastificata delle saghe per bambocci, fine invero triste della potenza produttiva hollywoodiana, o, peggio, una versione per popolino della commedia, ormai volgarizzata e destrutturata di ogni raffinatezza, nelle serie TV sciorinano i migliori talenti di scrittura, di visione, di recitazione.
Complice una avanzata tecnologica che ormai permette a questi prodotti una profondità ed una fruizione paragonabili al grande cinema, la nostra generazione, già trasferitasi sul divano per motivi anagrafici, ha oggi un motivo in più per farlo.
Se mi chiedessero tra qualche anno i migliori film visti dal 2000 in poi, citerei molte serie.
E in particolare quelle che, tra tante, metto nell’empireo recente.
Senza dimenticare le antiche perle come “Boston Legal”, una vera definizione di divertimento commerciale per pensanti, o altre facilmente individuabili.
Due sono le grandi scuole della serie, quella americana e quella inglese.
Senza scomodare antiche e meravigliose serie BBC, in Inghilterra la tradizione continua, sia sul versante dei riadattamenti letterari, antica arte televisiva britannica, sia sul versante del prodotto originale, sempre elegante e intelligente.
Produzioni che, paragonate a quelle risibili italiote, segnano con certezza la differenza di mondi e di pensieri.
Due sono le serie inglesi recenti che hanno colpito il mio cuore e il cervello : “Sherlock” e “Downton Abbey”.
Il primo è un divertissement per pensanti che viaggia a velocità atomiche e combina una scrittura tagliente e modernissima immersa in uno sfondo pseudo antico e postmoderno.
La seconda è la definizione di “romanzo d’appendice” di classe per il terzo millennio, una “time machine” perfetta che catapulta l’intero mondo nel mondo della nobiltà inglese al suo decadere (un topos ormai globale), il tutto abbellito dalla scrittura clinica e raffinata di Fellowes e dalla recitazione al solito sontuosa di una schiera di attori britannici d’alta scuola.
Per tornare oltreoceano, sono tre le serie che mi hanno davvero folgorato : “Homeland”, un compendio “globale” sul mondo in cui viviamo, “House of cards”, la serie politica per eccellenza, remake di una antica perla BBC, apologo sulla fine della democrazia e sugli inganni del potere, retto da una sceneggiatura inesorabile, una produzione addirittura sontuosa e un cast stellare.
La terza serie, vista recentemente in “binge” selvaggio, è “Billions”.
Beneficata da una ambientazione iperfascinosa (la finanza d’alto bordo, il mondo degli hedge funds), vivificata da una idea di base sempre feconda, lo scontro tra due nemici “bigger than life”, Billions è una produzione monumentale, scritta benissimo, con due protagonisti stratosferici, Damian Lewis (ex Homeland, rimpiantissimo protagonista delle prime due stagioni, classico solidissimo attore britannico con esperienze shakespeariane) e, soprattutto, Paul Giamatti, qui, se mi credete, al vertice della sua già fulgida carriera.
Ho citato Shakespeare non a caso.
“Billions” e “House of cards” sono la versione moderna di antichi drammi e sulle spalle di questi attori splendidi, si vedono in lontananza le antiche assi di teatro calcate, l’antica maestria.
Il bello delle serie, oltretutto, è che permettono la coltivazione di generi minori, di piccole diversioni, tutte cose scomparse nella centrifugazione senza sapore del mega cinema per grandi masse.
Una specie di “Sundance” permanente che mantiene in vita attori, storie, prodotti che sarebbero scomparsi impoverendo l’ambiente per sempre.
In questo senso penso soprattutto a serie tipo “Mozart in the jungle”, prodottino di nicchia e di classe di Amazon.
Possiamo in fondo dirci fortunati : il mondo in casa ha i suoi vantaggi.
E tutta la migliore musica del mondo, quella del passato, è eternata nel cloud per nostro imperituro godimento.

Downton’s end

La fine di “Downton Abbey”, la serie leggendaria di Julian Fellowes ambientata al crepuscolo della vecchia Inghilterra, ha gettato nello sconforto milioni di fans in tutto il mondo.
Inutile dire che l’Italia ha, more solito, fatto storia a sè in negativo, relegando questo splendido prodotto televisivo ad una nicchia per pochi intenditori.
Le serie tv di qualità stanno sostituendo non solo parte del cinema ma soprattutto hanno già preso il posto stabilmente dei vecchi romanzi d’appendice, delle saghe familiari, i grandi romanzi storici, i nobili “polpettoni” : il meglio della narrativa “popolare”.
A dimostrazione dell’abbassamento costante del livello culturale italiota, questo genere di opere è popolare solo nei paesi anglosassoni e in generale nell’Occidente colto.
Qui si intende per popolare la versione ammodernata della vecchia commedia plautina (Plauto mi perdoni, peraltro) in salsa volgar-pecoreccia oppure il raccontino stinto da tinello che dipinge un’Italia da anni ’50 (i preti, i carabinieri, la retorica, la mediocrità come stile di vita).
“Downton”, rivisitazione geniale del rapporto classista inglese “downstairs-upstairs” (servitù e nobiltà), è scritto magnificamente, ha una ambientazione così curata e maniacale da rappresentare una vera “time machine”, crea personaggi indelebili come respirare ed è, secondo lo stile british abituale, recitato in maniera sublime.
D’altronde una serie che dura sei anni e che ha come interpreti fissi gente come Bonneville, la monumentale Maggie Smith e mille altri non può non essere straordinaria.
Ogni twist di sceneggiatura, spesso brutale, ha creato una fiumana di tweets, partecipazione, afflato, degni di una vicenda reale.
Highclere Castle, il vero nome della Abbey della serie e strepitosa magione nell’Hampshire, è presa d’assalto come non mai con lunghe file e prenotazioni iper-anticipate, come in un pellegrinaggio.
A dimostrazione che le vicende raccontate nella serie (la decadenza della nobiltà inglese, la sua “espropriazione” fiscale, il costo mostruoso di gestione delle dimore e quindi il ricorso al turismo come àncora di salvezza) sono lo sfondo che preludono alla modernità, dove lunghe code di fans si recano là dove la tv mette i suoi riflettori.
Ci mancherà.
Molto.

Love at first sight

La nuova, monumentale Apple Tv di quarta generazione mi ha preso dal minuto uno.
Quello che Jobs definiva “hobby”, oggi sembra davvero diventato un business vero ma soprattutto, con le migliorie introdotte, sembra davvero indicare la via del futuro di un elettrodomestico che per certi versi è cambiato poco nella sostanza.
Forse, ancora una volta, Apple è riuscita a reinventare una delle ultime postazioni che non erano state lambite dal suo tocco magico.
Un telecomando/trackpad congegnato straordinariamente bene, una interazione rapida con l’Iphone per usi più complessi, l’introduzione dell’infinito mondo delle apps con tutte le possibilità che questo comporta, Siri e il comando vocale che funziona come un gigantesco search…la direzione è quella giusta.
Mediacenter da divano, come egregiamente fa l’Ipad in altri contesti.
Ho scaricato Netflix, cà va sans dire, che è entrata in grande stile sul mercato italiano.
Non è ancora l’equivalente di Apple Music o del prevedibile Kindle Unlimited 2.0, ossia la soluzione flat streaming a tutte le esigenze, ma sono fiducioso.
Su Netflix una delle prime cose che ho visto è “Sherlock”, stagioni complete e “binge watching” a manetta.
Una delle serie BBC più celebrate di sempre, creata da Steven Moffat e Mark Gatiss e interpretata da Benedict Cumberbatch (Sherlock Holmes) e Martin Freeman (John Watson), stranamente mancava alla mia lunga professione di guardone.
Che dire?
Amore a prima vista.
Il pilot è semplicemente magnifico, una delle cose più brillanti mai viste in assoluto.
Entertainment di classe come dovrebbe sempre essere, veloce, smart, con dialoghi chirurgici, due attori in stato di grazia (soprattutto Freeman, che è la vera grande…”scoperta” di questa serie), una location come la sempre meravigliosa Londra, una musica di entrata di omaggio dichiarato a John Barry come nel vecchio, indimenticabile “The Persuaders!” (Attenti a quei due).
L’idea, semplice ma feconda, di portare i due nella Londra moderna, digitale.
E quindi Sherlock trasformato in uno psicopatico, disadattato, intelligentissimo, iper eccentrico consulente della polizia, Watson un dropout introverso che lo segue, quasi per inerzia, in un’alternanza di riluttanza ed incoscienza che è una delle chiavi del plot.
Sulla falsariga di quell’altro gioiello che fu “Hustle”, sottovalutatissima serie ad incastro ed enigma della BBC, “Sherlock” è praticamente perfetta.
Pochi episodi (tre a stagione), lunghi come dei feature (1 ora e mezza) che volano alti e sicuri fino alla fine.
A proposito, John Watson tiene un blog e racconta quello che succede.
E nel finale della prima stagione Sherlock, uomo facile alla noia e adrenalinico tossicodipendente sempre alla ricerca di enigmi ed azione gli urla addosso:”Smettila di tormentare il mondo con le tue opinioni”.
Forse non ha tutti i torti, ci penserò.

Struck n. 18

In quest’epoca senza più cinema di qualità, soprattutto americano, la gloriosa tradizione della commedia romantica adulta si è dispersa come un bel sogno perduto nelle nebbie del tempo.
Solo pochi anni fa avevamo un Woody Allen al top della forma, avevamo innumerevoli altri americani, soprattutto in costa est, che sfornavano meravigliose commedie, di situazione, di dialogo, in punta di forchetta e naturalmente Neil Simon dominava le scene teatrali.
Oggi abbiamo fantasy inutilmente costosi e Judd Apatow.
L’equivalente della dance plastificata e del rap che hanno sotterrato la musica dell’ultimo ventennio.
Come al solito bisogna riparare sulle migliori serie tv, la vera àncora di salvezza in questa epoca buia.
E sulla HBO in particolare, vera miniera.
E come al solito ormai non bisogna contare sugli yankees.
Dall’Inghilterra infatti viene Stephen Merchant, quel genietto alto, smilzo, nerd e occhialutissimo (la società di produzione, guarda caso, si chiama “Four Eyes”) socio di Gervais in mille avventure crude e sarcastiche che per la prima produzione americana, da solo, sceglie L.A. – California (come in Allen, la patria della superficie) e l’eterno tema dei rapporti uomo-donna visti con gli occhi di un single inglese, web designer, che cerca di rimorchiare lontano da casa.
L’ometto disegnato da Merchant, versione britannica dell’eterno schlemiel, è meschinuccio, attaccato ai soldi, irretito dall’apparenza (le modelle, i parties, il ruolo sociale e la sua medaglietta) ma alla fine paga sempre un po’ di più del dovuto, sia economicamente che umanamente.
Cosa che mi ha ricordato subito vari modelli umani e che stupidamente mi intenerisce.
Secondo l’immortale canone del capolavoro del genere (“Play it again, Sam”), si affanna e cerca tra mille donnette superficiali e senza qualità, se non estetiche, quando ha vicino una donna vera, intelligente e realmente affascinante, con velleità artistiche e culturali, spesso donna di altri, coinquilina, migliore amica e con interessi affini che vanno al di là delle spiagge, delle amiche e del botulino.
Il “meccanismo di Linda” dello straordinario film scritto da Woody e diretto da Herbert Ross si applica alla perfezione anche qui, grazie anche ad una attrice perfetta e updatata al punto giusto.
Nello splendido secondo episodio, “La limo”, ad esempio, magistrale la scena del ritrovo culturale proposto da “Linda” (qui Christine Woods alias Jessica) e l’ultima scena nella limousine tra i due protagonisti, agrodolce e perfettamente alleniana.
Senza dimenticare inoltre i due splendidi personaggi nerd e sfigatelli di contorno, che vedono il nostro come un guru ed un vincente, perenne monito alla relatività di tutti gli assunti.
“Hello Ladies”, come in una specie di futuro alternativo migliore e realizzato, è la commedia come avrebbe potuto essere, aggiornata al secondo decennio degli anni 2000 (di già?) ma non plastificata e senz’anima come la sedicente commedia degli ultimi anni.
Intendiamoci : siamo lontani dai livelli inarrivabili dei modelli di riferimento ma è bastato l’accenno ai vecchi temi della commedia urbana sofisticata, la grande dimenticata di quest’epoca senza romanticismo vero e senza vera ironia, per far sgorgare la rituale lacrimuccia.
Guarda caso, inoltre, la musica che irrora tutta la serie è “antica” : Hall and Oates, Roxy Music, 10cc e mille altri smoothies.
Sulla falsariga dell’altro “estraneo” passato in questo periodo, “Mozart in the jungle”, operazione lussuosamente graziosa nata come web serie su Amazon e fossile di una vecchia era di commedie metropolitane, questa serie è un gioiellino partorita da uno che ha mantenuto il vizio del cervello pur senza perdere un grammo della sua godibilità immediata.
Prevedibilmente, peraltro, “Hello Ladies” non ha superato la prima stagione, a conferma del degrado ormai irreversibile del gusto medio di quello che una volta era il glorioso pubblico statunitense.
Provaci ancora Stephen.
Torna nella capitale.

Comparazioni

Nei giorni scorsi, stando su Sky, sarebbe stato possibile passare in un attimo dal top della serialità americana e mondiale al top italiano.
Senza soluzione di continuità.
Dal finale di stagione di “House of cards” alle ultime battute di “1992”.
“1992” mi intrigava molto soprattutto per l’ambientazione e l’argomento, una disamina a distanza di neanche tanti anni del fenomeno Tangentopoli e del passaggio dell’Italietta dalla prima, corrottissima repubblica, alla seconda, maggiormente corrotta ma imbellettata di marketing e di finto nuovismo.
Un classico italiano.
Secondo gli stilemi Sky la produzione è ricca, ostentatamente moderna, lontana dal trash e dal provincialismo mefitico della fiction standard italiana, ricca di mostri indimenticabili.
Le buone notizie però finiscono qui.
Il rituale asino casca laddove non ci si può proprio fare nulla, in uno dei due corni chiave per fare andare avanti un serial che sono script e recitazione.
Se lo script, pur con molte lacune e debolezze, può anche starci, soprattutto se paragonato allo standard italiota, la recitazione, vero punto di non ritorno del disastro italiota in quasi tutte le produzioni (filmiche, televisive, teatrali) qui tocca punte inarrivabili di mediocrità che paradossalmente urlano ancora di più vista la confezione ben più credibile del solito.
È come essere invitati ad un gala e presentarsi in ciabatte e pigiama.
La cosa non è passata inosservata neanche da noi dove una certa desuetudine all’arte della recitazione fa passare per bravi personaggi che altrove, in una produzione, raccoglierebbero le ordinazioni del catering.
Ci sono state pure delle diatribe online tra qualche critico che ha osato dire la verità e le mamme di qualche attrice, come la devastante Tea “ehhhh?” Falco, una maestra della dizione (ma non solo).
Diciamo che, come capita spesso purtroppo qui da noi, ho dovuto scoprire per forza l’esistenza del servizio sottotitoli in MySky.
Ma è anche il tono della recitazione che è costantemente fuori contesto e fuori logica, in un mondo dove peraltro uno come Stefano Accorsi svetta, così, per dire.
Purtroppo le buone scuole non esistono e varie sono le vie per cui si arriva a grandi produzioni, come la stessa fiction evidenzia spesso nel suo racconto.
Script e recitazione sono i due corni per i quali il paesello resta sempre 1000 km. indietro rispetto a Francia e UK, i capisaldi europei, sul piano della qualità, della finezza.
E “1992”, pur nello splendore della produzione,non fa eccezione.
Poco prima mi ero appena visto il finale della terza stagione di “House of Cards”, ossia il meglio mondiale e sicuramente una delle serie, ma direi meglio opere d’arte, della storia del cinema.
A parte la grandezza dell’intera stagione, tutta innestata sulla cupa realtà dell’esercizio del potere (il nostro Frank è ora presidente degli Stati Uniti, come è noto), il finale di stagione è, senza tema di smentita, probabilmente la cosa più grande, monumentale, straordinaria mai vista su uno schermo televisivo.
Una sceneggiatura implacabile, con punte di perfidia geniale come nel plot folgorante dell’uccisione di Rachel, attori immensi in stato di grazia (Spacey e Wright su tutti ma anche il meraviglioso caratterista Michael Kelly che interpreta magistralmente Doug), una regia d’altissimo bordo, perfino un soundtrack che meriterebbe 10 Oscar (Jeff Beal è un fottuto genio).
Nessuno dovrebbe omettere di vedere quest’ora leggendaria, shakespeariana e kubrickiana allo stesso tempo, con punte di genio assoluto come nella scena finale nella Sala Ovale tra i due protagonisti, marito e moglie, che fa finire in decollo totale una serie che è già storia alzando l’asticella ad un livello tale che ci si chiede seriamente come sia possibile anche solo tenere e continuare su questa strada.
Enrico Mentana su Facebook ha parlato della sequenza televisiva “House of Cards – 1992” come del passaggio da “Blade Runner” a “La liceale nella classe dei ripetenti”.
Vedere in sequenza questi due campioni nazionali a me invece ha fatto l’impressione che hai quando guardi il pattinaggio artistico e dopo l’esibizione del campione olimpico, mondiale, dell’universo (che so, un Plushenko) che fa la prova perfetta, arriva il campione rionale, italiano e deve affrontare una platea muta e ormai molto distratta.

Sacro denaro

Il documentario di John Dickie dato recentemente su “History Channel” non dice nulla di nuovo per chi, negli anni, ha voluto semplicemente guardare in faccia la realtà del Vaticano e della Chiesa senza i paraocchi di una fede intesa male, ossia come difesa dai nemici ad oltranza.
Certi giornalisti anglosassoni, con la loro “ingenuità” nativa e con la professionalità senza sconti così sconosciuta nel paese dei media servi, hanno più volte fatto inchieste sia sulla mafia, sia sulla politica nostrana, sia sulla Chiesa, ossia sulle vere troike di potenza senza controllo dalle quali bisognerebbe guardarsi, stupendosi perché cose eclatanti per chiunque si informasse un minimo non fossero aggredite dal gregge belante che sarebbe il primo, in teoria, a dover difendere la Chiesa dall’interno e dai mali evidenti che la corrodono.
In realtà solo con Bergoglio, con la consueta ipocrisia connaturata alla religione cattolica, i fedeli, soprattutto quelli più integralisti, si sono accorti che le menzogne di copertura e le cortine di fumo per anni dispensate ad arte, usando anche a sproposito la dottrina, sono apparse ormai indifendibili anche all’interno della Chiesa stessa e dei suoi vertici.
Personalmente, pur credendo nella integrità personale del nuovo papa, odiatissimo dai gruppetti di sette vincenti degli ultimi anni, integralisti, inclini al lavaggio del cervello, illiberali, affaristi, non ho molta fiducia nella capacità di rinnovarsi vera ed intellettualmente onesta della macchina vaticana e della Chiesa così come è concepita.
So che Bergoglio ha allontanato molte persone e molte ne sta convincendo facendo leva, astutamente, sul ruolo del marketing per mantenere il potere vero.
Ma dubito fortemente che sia lui, da solo, a poter cambiare nel profondo gli “animal spirits” e le logiche interne, più probabile che venga in realtà strumentalizzato dalla gran parte dell’apparato, grazie alla sua genuinità francescana e quindi al suo appeal pubblicitario di massa.
La recente uscita di Bergoglio sul veloce pontificato e sul fatto che entro 4-5 anni si farebbe da parte, oltre a codificare per sempre la logica di “cambio di amministratore delegato” che ha così scioccato gente abituata a considerare, seriamente, il Papa come messo divino inamovibile se non per morte (cosa sulla quale, soprattutto con Wojtyla malato, la retorica degli integralisti ha toccato vette di farneticazione difficilmente superabili), sembra anche rivelare, tra le righe, un uomo consapevole dei suoi limiti psicofisici e bisognoso quasi di “tranquillizzare” il mondo tutt’altro che evangelico e remissivo che lo circonda.
Il “cahiers de doléances” cattolico, peraltro, è lungo, fin dai tempi della svolta dei patti che hanno arricchito a dismisura la Chiesa, quelli firmati, cà va sans dire, con quel gentiluomo di Mussolini.
IOR, pedofilia, copertura degli scandali sessuali, generati da una dottrina demente che comprimendo la logica naturale delle cose (altro che “legge naturale”!) genera mostri, uso improprio del denaro ingenuamente portato dal gregge e non solo, spregiudicato uso delle relazioni politiche (lo scandalo dell’esenzione dall’odiosa IMU solo per lo sterminato patrimonio immobiliare della Chiesa che genera affari ovunque, soprattutto alberghieri, mettendo la cappellina a latere che giustifica l’esenzione stessa).
Guardare i bilanci numerici di tutti questi enti apre molte scenari sia sull’8×1000 che su mille altre amenità.
Ma non temete, i generatori di risposte precotte automatiche che sono i cattolici duri e puri, hanno già trovato la via giusta che è quella, piuttosto comica, dell'”uomo peccatore – istituzione salda”.
Che è come dire che dentro un postribolo si può parlare, credibilmente, di santità.
Finita l’era Bergoglio temo che la Chiesa dovrà inventarsi altro per tenere legati uomini che spesso hanno il vizio di pensare.

KB

Le iniziali del titolo rimandano immediatamente alla divina Kate Bush.
Ma sono le stesse di un altro grande britanno che, a differenza di Kate, presente “in note” con “Running up that hill”, ha partecipato direttamente alla splendida cerimonia d’inaugurazione delle recenti Olimpiadi di Londra.
D’altronde su di lui il glorioso Regno Unito ha sempre puntato, mettendogli sulle spalle fin da piccolo l’enorme responsabilità di erede del grande Laurence Olivier.
Kenneth Branagh, una vita da predestinato che non ha fallito, ma sempre con quel sorriso disincantato di uomo contemporaneo, così diverso dall’aura intangibile di Olivier, uomo della vecchia Inghilterra imperiale.
L’isoletta magica, culla del teatro e di tante altre cose, ha sempre avuto come grande forza trainante una genìa di registi, attori, drammaturghi senza pari in tutto il mondo.
La generazione di KB non ha fatto rimpiangere quella precedente, ricca di fenomeni, da Olivier a Judi Dench, Maggie Smith ed altri monumenti della recitazione.
Non era facile né scontato.
Peraltro dettando legge sia nel dramma che nella commedia, a dimostrazione che il vero talento non conosce veri confini.
Dalla RSC (Royal Shakespeare Company), l’università del teatro europeo, e poi con la propria compagnia, Kenneth già ventenne svetta sui difficili palcoscenici londinesi, subito con Shakespeare, e poi verso il cinema, col debutto alla regia con “Enrico V” a soli 29 anni.
Da quel momento in poi, secondo me, raramente ha sbagliato un colpo, sempre in crossover tra UK ed USA, come si addice ad un cittadino del mondo.
Una logica binaria che attraversa due suoi film che ho adorato e adoro tuttora come due perle inarrivabili.
Nel primo, “Gli amici di Peter”, sorta di “Grande freddo” in salsa worcester, la sua parte è quella dell’uomo di successo che ovviamente ha varcato l’Atlantico per cogliere i grandi frutti, come scrittore a Hollywood sposato ad una attrice regolarmente capricciosa.
Nel secondo, lo straordinario e devastante “In the bleak Midwinter” (Nel bel mezzo di un gelido inverno), film definitivo sul teatro e sulla vita in una Compagnia, KB, da regista, si immedesima nell’attore regista teatrale sfigato e visionario, protagonista di questa commedia capolavoro, ancora diviso tra il passato, gli amici, la dimensione ridotta (fare Amleto, ultima chance senza soldi in un paesino chiamato “Hope”…) e il possibile successo, guarda caso oltreoceano (qui rappresentato dalla superficiale e potente agente Joan Collins).
Una dicotomia che anche la vita di KB regista rappresenta in pieno.
L’alternativa tra il teatro, l’Inghilterra, i progetti “ridotti” e la magniloquenza blockbuster di operazioni come “Thor” e “Cenerentola”, pellicole al quale il nostro ha dato comunque una patina di nobiltà senza esserne travolto.
Ma sono quei due film citati prima alcuni degli apici indiscussi, così come la rivisitazione post hitchockiana di “Dead again” (L’altro delitto), con Emma Thompson, compagna di molti anni anche nella vita, Derek Jacobi ed altri eccelsi attori inglesi.
Per non parlare delle due vette shakespeariane, il patinatissimo “Amleto” in versione integrale (più di 4h…ricordo ancora gli svenimenti in sala alla prima), a mio avviso la versione cinematografica definitiva del magico testo, e il vitalissimo, primaverile, grandioso “Much ado about nothing”.
Più recentemente, solo Kenneth poteva dedicarsi credibilmente ad un testo di Anthony Shaffer (autore da West End se mai ce ne fu uno), il fantastico “Sleuth” (2007), con Jude Law che incredibilmente regge la scena con un altro gigante inglese, Sir Michael Caine.
Oppure la piccola, ma significativa, sortita nel nuovo mondo delle serie tv deluxe, quel “Wallander” così impregnato di atmosfere post marlowiane in salsa svedese.
Nel 2011, in “Marilyn” di Simon Curtis, Kenneth accetta la sfida col suo riferimento di sempre, e non sfigura nel ruolo di…Laurence Olivier, alle prese con una bizzosissima Monroe sul set di “The prince and the showgirl”.
Un cerchio che si chiude.