The Putin interviews

Quattro ore di interviste montate da vari incontri avuti in Russia con Putin : Oliver Stone non perde certamente lo smalto dei giorni migliori e confeziona un cadeau per appassionati di geopolitica quantomai attuale in piena guerra fredda 2.0 con relativo contorno di strepiti tifoidei per il buon Vladimir da parte della stragrande maggioranza del movimento destroide, sovranista, ormai razzista e fascista senza più complessi.
Il risultato, però, nonostante io sia stato incollato allo schermo per reale curiosità, è, ovviamente direi, abbastanza modesto, direi quasi democristiano ed apologetico.
Ho sempre avuto interesse e simpatia per il buon Oliver, fustigatore del sistema America e contestatore della prima ora.
Nonchè ottimo regista, con ottimi argomenti, il che è essenziale.
Ma non mi sono mai illuso sulla sua reale portata rivoluzionaria.
Ho riserve perfino su Michael Moore, in questo senso, figuriamoci su Oliver.
Nella balena America può starci qualsiasi cosa, da Spielberg, l’ingenuo cantore dell’American dream, a Oliver e Michael.
Ma siamo sempre nel sistema e penso che le denunce più potenti ed efficaci stiano ormai alle nostre spalle.
Forse i film più politici sono quelli meno politici : “Wall Street”, l’apologia acida del “greed is good”, della fascinazione ottusa per il denaro, “Natural born killers”, la discesa agli inferi nell’altro buco nero degli Usa, quello della fascinazione per le armi e la violenza.
In fondo “JFK”, “Nixon” fino al recente “Snowden” non dicono nulla di realmente nuovo e spettacolarizzano in maniera evidente quello che ormai è mainstream.
Attirato dalla prospettiva di fare un lungo reportage sul politico del momento, quello più apparentemente riservato e freddo, Oliver si è fatto una simpatica vacanza sulla Piazza Rossa con moglie e seguito e certamente non è andato fin lì per fare domande scomode e darci davvero dentro.
Accomunato naturalmente da una certa simpatia umana evidente e da una condivisione pre-politica sulle evidenti magagne e colpe americane, Oliver è apparso spuntato in questa circostanza, troppo evidentemente pilotato dal sapiente marketing cremlinese, è apparsa troppo evidente la natura “fake” di qualsiasi operazione televisiva, figuriamoci se concordata con uno come Putin che chiaramente non lascia nulla di non calcolato perfino quando si reca in bagno.
C’è una scena che suggella con evidenza questa generale “atmosfera”, rilassata fino al delirio.
Quella dove si vede chiaramente la preparazione di una scena dell’incontro tra i due, accuratamente coreografata, con Putin come docile attore nelle mani del sapiente regista.
O la famosa scena del caffè portato da Putin quasi con timidezza.
O la scena epicamente propagandistica della “control room” militare, con tanto di videotelefonata tra il grande capo e un generale.
Perfino quando Oliver propone a Vladimir di vedere assieme “Dr. Strangelove”, che stranamente Putin non aveva mai visto, la gag risulta fiacca.
Siamo dalle parti del divertissement e va bene così in fondo, perfino per noi spettatori interessati alla verità ed equidistanti per principio.
Questo ovviamente rinforzerà le vele dei tanti fanatici ammiratori del nostro, talmente nostalgici del Dio-Patria-Famiglia da dimenticare l’ovvietà della complessità del mondo, soprattutto delle questioni politiche, militari, geopolitiche.
Ma non sono certo queste quisquilie che hanno mai fermato la mandria dei tifosi, così invelenita contro gli Usa e per motivi ideologici stretti, da dimenticare che in questo ambiente perfino Vladimir, e si vede chiaramente qua e là nel documentario, riderebbe della loro dabbenaggine manichea.
Il resto è propaganda, perfino nel senso buono del termine, ossia approfittare dell’insperato regalo per portare avanti le proprie idee e, se possibile, mettere in cattiva luce o in burletta gli avversari di sempre.
Come nella velenosa, intelligentissima allusione alle cerimonie brezneviane in relazione agli scambi finali di onorificenze tra Obama e Biden, nella gelida, spietata constatazione del loro potere perduto e quindi della inutilità delle loro minacce, perfino nella “compassione” ironica per il patriota Mc Cain.
Persona molto intelligente e capace : nulla di nuovo.
Persona molto ambigua e chiaramente espressione di un potere molto più assoluto e spietato di qualsiasi democrazia occidentale : altra ovvietà che stenta ad entrare nelle cervici dei molti dementi adulatori.
Guardando oltre, l’auspicio dei pensanti è che la Russia esca dall’equivoco sovranista, del piccolo mondo antico bigotto, caucasico e intollerante delle minoranze, si apra davvero al mondo e che gli Usa di converso si riequilibrino, trovino il loro modo di stare al mondo, quello multipolare, senza eccezionalismi che non possono più neanche permettersi economicamente.
In pratica, finita la polvere e lo strepito degli estremisti, finalmente trovare un nuovo equilibrio anche strategico.
In questo, stranamente, sono ottimista.
Sperando sempre di non essere smentito dai fatti, perchè in questo caso lo sarei in maniera davvero troppo esplosiva.

Advertisements

Asphalte

Samuel Benchetrit è un talento multiforme, uno di quei fenomeni che nessuno conosce al di qua delle Alpi, a dimostrazione che tra i cugini e gli italioti c’è molto di più che una catena montuosa a separarne culture, destini, logiche, atteggiamenti.
Scrittore, teatrante, regista e molte altre cose Samuel non si è fatto mancare nulla nella sua intensa vita di intellettuale figlio di immigrati, compreso l’amore per belle donne tormentate come Marie Trintignant (morta per omicidio nel 2003), Anna Mouglalis e Vanessa Paradis.
L’ho conosciuto avvicinandomi con sospetto al film “Il condominio dei cuori infranti”, sospetto generato più che altro dall’orrido titolo italiano (comme d’habitude), perché già la sola presenza di Isabelle Huppert, autentica divinità della recitazione, mi attirava irresistibilmente.
Il titolo originale, “Asphalte”, deriva da una sua trilogia letteraria “Les Chroniques de l’Asphalte”, romantica, dolente e grottesca visione delle periferie francesi e dei loro sfortunati abitanti.
Anche il film respira questa atmosfera a metà tra il trasognato e il malinconico ed è, come capita spesso ai film francesi, un autentico gioiello intriso di una classe sconosciuta in Italia, nonostante l’argomento che avrebbe incoraggiato ben altre derive e ben altri accenti nel cinema nostrano, con alcune idee di sceneggiatura, non rivelabili, semplicemente geniali.
Piccolo, strepitoso cinema da camera, dove non solo la dea recita alla sua siderale altezza (la scena delle finte prove teatrali davanti ad una telecamera vale il film), ma anche una schiera di attori transalpini meravigliosi, tra cui metterei in primo piano Gustave Kervern.
100 minuti della propria vita ben spesi, lontani dalle news e dalle follie di un mondo demente che sembra avere in “gran dispitto” neuroni e lumi vari.

Nocturnal animals

Era molto tempo che non vedevo un bel film, di genere o no, americano, fatto secondo i crismi della loro lunga tradizione.
Non avrei mai detto, inoltre, che un film del genere potesse essere fatto da uno stilista, categoria sulla quale non è difficile avere molti pregiudizi, una categoria che, come i pubblicitari, sembra sempre composta da mediocri annusatori di vento, opportunisti, superficiali cavalcatori di onde senza profondità e contenuti veri, appartenenti ad un demi-monde di pseudo artisti, professionisti della chiacchiera salottiera e del presenzialismo nevrotico.
Forse è necessario essere così per fare efficacemente questo tipo di lavoro ma è indubbio che per gli osservatori esterni la parola che viene subito in mente, in inglese, è “phoney” (fasullo).
Tom Ford stesso non sembra amare l’ambiente fatuo e sostanzialmente vuoto da cui proviene e si vede ampiamente nei suoi rarissimi film, soprattutto in questo dove il patinato estetismo di certe scene non è fine a sè stesso ma davvero si mette al servizio di questa storia dove la gallerista che ha scelto la vita facile vive appunto quel tipo di mondo, quel cinismo anch’esso superficiale, incarnato magistralmente nel brevissimo cameo e nella splendida battuta di Michael Sheen, attore peraltro che è sempre piacevole incontrare, in qualsiasi circostanza.
In questa atmosfera da “Brivido caldo” aggiornato, con quella musica molto Hitch ma anche molto anni ’80, Ford imbastisce una storia davvero magistrale che si dispiega su due piani narrativi contemporanei, quello del film vero e proprio, ossia quello che gira attorno alla vita della gallerista ex idealista che lascia brutalmente il suo fidanzato sognatore e potenziale scrittore, abortendo suo figlio e mettendosi con un finanziere che la tradisce, con quello sotterraneo del libro che lei riceve, con dedica, dal suo ex appunto, un libro potente, brutale che racconta altre storie ma sempre con una evidente colpevolizzazione per colei che l’ha abbandonato.
Non riveleremo altro della trama e del finale di questo film a rischio reale di spoiling, ma è certo che le basi di un grande film ci sono tutte : sceneggiatura impeccabile tratta da un libro molto celebrato, regia elegante e attenta, recitazione all’altezza.
Un film (vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia) che non dimenticherete presto.
Il che non è poco, ripeto, nel deserto, soprattutto americano, di questi decenni faticosi.

Sing street

Quando un musicista non sfonda nella musica, alla fine trova sbocco nel cinema, dove numericamente c’è meno concorrenza ed è più facile farsi notare.
Questa è la storia di John Carney, un dublinese che ha dei punti fermi da cui non si schioda mai, in qualsiasi film : Dublino, madre patria amata come solo gli irlandesi sanno fare ma nel stesso tempo luogo da cui si vuole scappare, generalmente per andare a Londra per cercar fortuna, la musica, soprattutto quella venata di folk dell’isola verde, presentata nella sua forma creativa (la scrittura delle canzoni assieme, altro topos specifico del nostro) e sciorinata in porzioni insolitamente abbondanti fino a sfociare quasi in un videoclip continuo.
L’ossessione per la donna come chiave per sfuggire allo spleen quasi joyciano e inventarsi la vita che si vuole.
In “Once” il busker col cuore infranto che scrive canzoni per la sua ex, inevitabilmente bugiarda, cerca poi l’amore improbabile nella immigrata dell’est che poi, più prosaicamente, si rimetterà col suo marito temporaneamente ancora in patria.
In “Sing street”, il delicato ed ex benestante ma talentuoso piccolo protagonista, vuole evadere dall’ambiente soffocante dei suoi genitori divorziandi e dalla tristezza del subproletariato della nuova scuola, rovinata as usual dalla mentalità repressiva del prete di turno, e quando si innamora della bella di turno con ambizioni artistiche, si inventa letteralmente una band (con relativi video : sono gli anni ottanta, baby) pur di forzare le situazioni, rivelandosi pure molto ben più dotato di quanto gli inizi facessero sperare.
Della serie “piccoli, deliziosi film che solo i britannici sanno fare”, “Sing street”, doppio senso voluto tra Synge street e Synge school (i luoghi della storia) e “sing” (cantare), è un must ed è sicuramente il miglior film del nostro simpatico ossessionato.
Celebrato fin dai tempi dell’orrido, incredibilmente menoso e privo di idee “Once”, l’equivalente filmico di Ed Sheeran, uno che solo nel deserto odierno poteva far fortuna, la dimostrazione che la semplicità del country, il documentarismo easygoing “volemose bene” diventa banale sciatteria in un attimo se non ci sono solide fondamenta e vera profondità, in realtà Carney è con questo film che raggiunge la vera maturità.
Qui c’è una storia ben congegnata, una regia non dilettantistica e lontana dalle fisime del finto povero che solo un regista di ben altro spessore come Loach può maneggiare senza farsi male, qui c’è, more solito, il regalo di una recitazione di giovani meravigliosamente naturale, perfetta, secondo la più bella tradizione della patria del teatro.
Qui pure la musica è migliore, inutile a dirsi, più ricercata, più ambiziosa, secondo i parametri degli anni ’80 ormai assurti a luogo dell’anima e ultima spiaggia per una musica davvero interessante e ricca, prima del vuoto e del baratro che tutti abbiamo visto spalancarsi subito dopo.
Classico “feel good” film all’inglese, con un finale giustamente celebrato, questa è una chicca che dovete portarvi a casa senza esitazioni.

Pas son genre

Sono reduce dalla visione diretta dell’abisso.
Potreste pensare che mi riferisca ad uno qualsiasi degli “episodi” della saga popolare “Sharknado”, nata come idiozia ad uso delle masse americane, non propriamente dotate di profondità, acume e finezza, come anche le recenti presidenziali dimostrano e simpatica divagazione trash per cultori come me.
In realtà i vari Sharknado hanno una demente onestà di fondo che il film che ho visto nei giorni scorsi non ha.
“Now you see me 2”, sequel di un già abbastanza dimenticabile (e infatti velocemente dimenticato) primo episodio, rappresenta benissimo il problema del cinema americano moderno di intrattenimento nell’epoca digitale.
Ossia pensare che “intrattenere” un pubblico depensante, in cerca di facile divertimento, distratto dal popcorn e dallo smartphone, sia operazione semplice, banale, che non richieda sforzo.
In realtà se miri basso e coinvolgi nella tua impresa anche attori importanti pensando di aver risolto il problema, senza uno straccio di idea o sceneggiatura, porti a casa il plauso dei soliti quattro decerebrati di bocca buona ma alla lunga perdi credibilità, senso, perfino i soldi.
Affermazione ottimistica la mia, se ci pensate.
Perchè forse le masse chiedono questo e allora saremo destinati a restare sempre più a bocca aperta, e non per la maraviglia del caso, bensì per l’incredulità di fronte all’assenza di gusto e di cervello dell’80% della popolazione in età di fruizione culturale, cinematografica o di altro tipo.
In questo “big mess” hollywoodiano, sintesi perfetta di cosa è oggi questa industria, una volta gloriosa, attori davvero importanti (Michael Caine! Morgan Freeman!) non fanno neanche finta di crederci ma grazie alla loro naturale potenza, riescono ad uscire vivi da un film che ucciderebbe chiunque.
Il povero Radcliffe, abituato all’adorazione acritica del fandom potteriano, fa perfino tenerezza mentre cerca di sguazzare nel mare della recitazione vera fuori da Hogwarts.
Deve inoltre avere un agente sadico che lo incastra sempre in operazioni sbagliate, cosa che fa sorridere perfino me.
Poi ci si chiede perché uno si butta, disperato, nel cinema francese, una delle poche oasi di intelligenza, classe e bellezza nel panorama odierno.
Ed eccoci arrivati a “Pas son genre”, al solito tradotto in maniera volgare e meschino-riduttiva (“Sarà il mio tipo?”, ma certo…).
Lungi dall’essere un capolavoro come molta commedia francese, tipo quella di Mouret ad esempio, è però l’ennesima dimostrazione che mediamente il cinema da quelle parti ha una qualità, una leggerezza, una leggiadria direi che nel resto del mondo generalmente tendono a sognarsi, come se il DNA nouvelle vague stentasse a stemperarsi.
Qui si fanno, come dice il sottotitolo, alcune riflessioni sull’amore, sempre con quella precisione cartesiana e quella amabile verbosità distratta che noi francofili amiamo alla follia.
Si narra dell’ “amore” tra un professore di filosofia quarantenne parigino, chic al punto giusto e snob quanto è lecito aspettarsi da una persona di valore, e una persona di tutt’altra estrazione e fattura, la classica sciampista conosciuta ad Arras, provincia del nord francese, all’inizio di un periodo di trasferimento per lavoro in quelle terre.
Tutto il film è giocato sul contrasto dei due, sulla loro profonda diversità, anche con notazioni non banali.
La parola sembra avere ancora una sua importanza, la parola che diventa i libri che lui regala e legge a lei, le piccole ma perfette incursioni nelle sue lezioni dove cerca di insegnare la filosofia e quindi la libertà di pensiero ai classici millennials decerebrati di tutto il mondo, cinici ma anche imbronciati, superficiali, amanti del soldo e del benessere a prescindere da ogni libertà e profondità vera di pensiero.
Non a caso velocemente la commedia diventa più agra che dolce e, come capita spesso, le donne prendono il comando della situazione ed evidenziano limiti e punti di forza di una storia d’amore, giungendo meglio e prima degli ometti alle decisioni operative.
Il cheap esteriore della donna (gossip, oroscopo, trenini in tristi balere postmoderne, karaoke, ingiustificato entusiasmo per banalità, gusti culturali discutibili) alla fine evidenzia il cheap interiore del professore, perfetto nell’esteriorità raffinata di un parigino colto di buona famiglia, ma imperfetto nella profondità di un amore oggettivamente improbabile.
In una delle molte scene da ricordare di questo ennesimo, piccolo gioiellino che ha la sfrontatezza di parlare quasi seriamente delle dinamiche di una coppia vera, ancorché sbilanciata, lei cerca di tenere gli occhi aperti a lui, con aria tra il rimprovero e la determinazione, mentre fanno l’amore.
Scena simbolica e filosofica come non mai, direi.
Come capita spesso in Francia e sempre meno altrove, recitazione come al solito all’altezza del compito, naturalmente sofisticata.
Löic Corbery in particolare, targato Comédie-Française, marchio di qualità assoluta come la RSC inglese, svetta decisamente e ci fa venire voglia di seguirlo anche in futuro.
Tutto finisce, giustamente, con la declinazione cheap e plastificata di una istanza vera, “I will survive” cantata al karaoke, la scelta più banale, con colori saturi e volgari, di una verità e una progettualità che altrove non si cercano neanche più.
Finché si fanno ancora film così, possiamo perfino risparmiarci la spazzatura che costantemente la ex mecca del cinema tenta di propinarci con dedizione degna di miglior causa.

A bigger splash

Uno dei migliori film che ho visto recentemente è senz’altro “A bigger splash” di Luca Guadagnino.
Luca è uno dei pochi italiani che valga la pena di seguire e, come tale, ha poco a che fare con la madrepatria e le sue liturgie.
Vive abbastanza in disparte, ha un focus ed una mentalità fortemente internazionali, fa pochi film e quei pochi totalmente diversi dal milieu italiota classico.
Come Sorrentino, per intendersi.
Grande amico di Tilda Swinton fin dai suoi esordi, attrice feticcio per eccellenza, ogni film è irrorato dalla sghemba e misteriosa bravura della londinese.
Dopo ben 6 anni dal fascinoso “Io sono l’amore”, ambientato nell’alta borghesia milanese, film rarefatto e non perfettamente riuscito, qui Guadagnino tocca vette superiori portando il suo “gruppo di famiglia in un interno” dall’altra parte dello stivale, sia geograficamente che psicologicamente.
A Pantelleria, che oltretutto è un’isola e quindi apre scenari che rimandano al mondo chiuso, al naufragio, come in Pasolini, Rossellini, Polanski.
Dichiaratamente girato in stile anni ’70, molto godardiano pur essendo vagamente ispirato a “La piscina” di Deray, giallo borghese di gran classe con Delon e Romy Schneider al massimo della forma fisica e con il grandissimo Maurice Ronet, uno dei tanti eccelsi attori francesi, già protagonista del capolavoro malliano “Ascenseur pour l’échafaud” (con la Moreau e la musica di Miles Davis, se può bastarvi), questo film ha un sottile fascino e una sotterranea deriva post-hippy, che è quella dei suoi personaggi.
Un film che lascia il segno e prende il suo titolo da una famosa opera di Hockney dove c’è tutto : l’atmosfera fredda della high society, il tuffo stilizzato, la piscina e la villa nascosta tra le colline e nascosta agli occhi del popolo dei normali.
Meravigliosa la Swinton, rockstar afona (arguta metafora) in vacanza col suo giovane compagno, terremotata dall’arrivo dell’ingombrante e flamboyant ex, produttore musicale senza freni, interpretato al solito in maniera sublime da Ralph Fiennes, in viaggio con la figlia loliteggiante (Dakota Johnson).
Come al solito astenersi perditempo, come si dice in altri ambiti.
Ossia quelli che al film si va solo per divertirsi, che i film sono un pò lenti, che “di cosa parla” e “qual è la storia”.
Nei seventies si chiamavano film “arty” e spesso erano il miglior pasto possibile.
Riproprorlo nel 2015 e con questa finezza e precisione di sguardo mi sembra una grande prova di uno dei pochi registi interessanti in circolazione.

The night of

Nel nuovo mondo nel quale il cinema americano di qualità si è rifugiato tutto nelle serie, un gioiello come “The night of” riluce di luce propria e porta avanti, fino ai limiti della perfezione, il concetto stesso di crime e legal drama.
Remake dell’ennesima operazione BBC (“Criminal justice”), prodotta dalla solita, infallibile HBO, prodotta, tra gli altri, da Gandolfini agli ultimi atti della sua vita, questa è una serie che definire imperdibile è riduttivo.
Una serie che avrebbe dovuto avere come protagonista iniziale lo stesso Gandolfini poi De Niro (così, per dire) e che per varie traversie passa a John Turturro, qui all’apice assoluto di una carriera già fulgida, incarnazione di uno dei migliori personaggi mai visti su schermo, il bislacco avvocato di basso livello John Stone, il classico pesce piccolo che arranca ogni giorno in mille modi per portare a casa la pagnotta, commerciante di natura, afflitto da problemi dermatologici insistenti, metafora del fastidio e del “prurito” perenne che la dolente e prevedibile durezza della vita apporta alle pene quotidiane.
Spaccato verista, assolutamente credibile, della burocrazia e della ingiustizia della giustizia in ogni dove, della sua indifferenza alla verità, del suo essere un mondo parallelo nel quale è possibile cadere anche solo per errore, come capita al “bravo ragazzo” Nasir, figlio di immigrati pakistani nel Queens, lavoratori e integrati.
In questo inferno nessuno è del tutto quello che sembra e tutti hanno la loro dose di negatività e debolezza, come la vita insegna ben presto a tutti salvo che ai manichei e agli stupidi.
Raramente ho visto tanta verità, precisione e potenza in qualsiasi prodotto cinematografico.
E raramente ho visto svolgersi davanti ai miei occhi una sceneggiatura così profonda, così magistrale, che ti attrae nel suo gorgo ben presto e non ti lascia più fino alla fine.
Inutile dire che dopo aver visto questa magia vedrete con occhi diversi la sbobba quotidiana, commerciale, prevedibile, superficiale che la tv propina ogni giorno, soprattutto nel campo crime e legal.
Amata da Woody Allen e molti altri, già destinata a numerosi, meritatissimi premi, anche per una recitazione ed una regia assolutamente straordinarie, questa è una delle punte di diamante di tutti i tempi, che fareste molto, molto male a lasciare nell’invisibile.
Indiscutibile capolavoro.

On the board

Nel film “Pawn sacrifice”, tradotto letalmente comme d’habitude (“La grande partita”), ad un certo punto viene paragonato il gioco degli scacchi alla tana del bianconiglio, un posto vertiginoso, escapista, dove perdersi nei meandri della mente.
Il film rievoca la vita di Bobby Fischer nel momento in cui quasi tutta la nostra generazione si è invaghita di questo antico, nobile e cerebralissimo gioco, nel 1972, ai tempi del mondiale Fischer-Spassky, il leggendario incontro di Reykjavik in piena guerra fredda.
Anch’io contrassi la scimmia delle 64 caselle in quel periodo e ricordo la ricerca, allora difficile, di notizie sulle partite, le prime peregrinazioni in centro a Milano per prendere scacchiere, libri, riviste, i primi torneini e le lunghe partite con gli amici, in particolare con un compagno di classe fissato con Lasker : chissà se ha mai scritto il libro su quel raffinato campione, cosa di cui discuteva in continuazione.
Tutti gli scacchisti sono ossessivi.
E non può essere che così di fronte ad un gioco che per matematica e combinazioni diventa già dopo poche mosse infinitamente vario.
Il film stranamente funziona nel ricreare, anche parzialmente, l’atmosfera di quell’incontro e in particolare Tobey Maguire, normalmente a disagio in qualsiasi film, qui, dovendo tratteggiare il ritratto di un dropout esistenziale dotato di poteri mentali e scacchistici sovrumani, entra bislaccamente in parte e porta a termine il compito quasi con agio.
Ho provato in questi mesi a mettermi di nuovo davanti alla scacchiera e trovo un mondo sempre affascinante, mentalmente stimolante, beneficato dalla mole di informazioni e possibilità che il web sciorina senza sosta.
Mi scontro quotidianamente online a discreti livelli contro giocatori, soprattutto dell’ex terzo mondo che oggi domina anche questo “sport” : indiani soprattutto, sulla scia del leggendario Anand, uno dei migliori giocatori della storia.
Mi sono visto in diretta streaming il mondiale Carlsen-Karjakin di New York, un evento ormai globale, venduto come un match di football americano su Fox, tra due bambini fenomeni di poco più di vent’anni.
Il nuovo mondo è anche questo e per noi cinquantenni, anche ad alto livello, restano solo i tornei senior, mentre una volta i vari Petrosian, Korchnoj e compagnia bella duravano lustri.
Un mondo dove le scacchiere sono bluetooth e costano centinaia di dollari per la possibilità che danno di connettersi in rete e giocare partite “fisiche” mantenendo le meraviglie dell’online, la partita a distanza, il tracciamento delle mosse e così via.
Devo ammetterlo : ci è ancora dolce naufragare in questo mare.
Anche senza bianconiglio.

Il cinema italiano

Reduce dalla visione dei due film di maggior successo recente ed assoluto : “Perfetti sconosciuti” e “Quo vado?”, la mano che dovrebbe correre alla fondina cerca invece la penna per una veloce digressione.
Al di là della normale atomizzazione di registi, generi, correnti, individuo due filoni di base e alcune varianti personali.
Filone classico n. 1 : estetica del tinello e cinema parlato.
Praticamente tutto il cinema italiano degli ultimi trent’anni conosce variazioni infinite di questo filone, per non parlare della televisione (la famigerata fiction).
Laddove in Francia e altrove cinema parlato è sinonimo di cinema intellettivo di classe, che vola spesso alto a dispetto dell’apparente leggerezza, in Italia è sinonimo di chiacchiericcio banale e spesso sopra le righe che dovrebbe simulare la realtà secondo la visione volgare ed acida dell’italiano medio.
Gimmick produttivo che permette film a costo zero ed impegno dopolavoristico soprattutto sul piano recitativo, è un filone portante e apparentemente inesauribile vista la convenienza monetaria.
“Perfetti sconosciuti” appartiene a questo primo filone, pur essendo un prodotto di qualità nettamente superiore, con una scrittura agile e precisa, un tentativo di nobilitare il filone portandolo alle vette teatrali francesi, inglesi ed americane (quando gli americani facevano cose belle, ossia molto tempo fa).
Sulla falsariga del tremendo “Il nome del figlio”, maldestro tentativo di tenere un testo francese inarrivabile ai livelli dello splendido film originale, “Perfetti sconosciuti” riesce però molto meglio a tenere botta e, devo dire, porta a casa il risultato.
Ovviamente siamo in Italie e quindi non si può pretendere la perfezione che spesso i cugini d’oltralpe toccano con nonchalance.
Lo script è ottimo e chiama una versione teatrale che attirerebbe molte folle visto il successo del film, una versione che “urlerebbe” la presenza di uno schermo sullo sfondo che spettacolarizzi per la platea il testo delle varie telefonate, sms e così via che man mano arrivano nel piccolo gioco al massacro romano.
Romano appunto : ecco uno dei punti che allontana il colpo perfetto.
Non c’è modo in Italia di scappare da una recitazione para dialettale dove le influenze fonetiche e il birignao ammorbino il risultato finale.
La dizione, spesso, è la prima vittima di questo scempio e la causa, spesso, è la non eccelsa levatura delle maestranze, ossia gli attori.
Anche qui, nella generale mediocrità e pur salvaguardando una certa naturalezza che altrove è un miraggio, sono Battiston e Mastrandrea a salvare la baracca e la perizia del regista e dello scrittore (un ottimo Paolo Genovese) fanno da collante impedendo scempi possibili, ad esempio limitando le battute e la presenza di alcune attrici che, lasciate libere, avrebbero travolto anche un ottimo script.
Filone classico n. 2 : la commedia plautina.
Il cinepanettone e la commedia volgare e scontata non sono mai stati troppo lontani dal paese dei campanelli e dei pulcinella.
“Quo vado?”, come parallelamente “Perfetti sconosciuti”, rappresenta una forma di evoluzione dello stesso filone, qui ad esempio centrato tutto sulla naturale “simpatia” cialtrona di Zalone.
By the way : un film che fa tenerezza da quanto è floscio, da quanto manca anche solo sul piano della risata classica, a mio avviso il peggiore tra i film dello stesso Zalone, il che è tutto dire.
Il film che ha più incassato nella storia del cinema italiano : mysterium fidei.
Drammatico è lo scenario che questa immedesimazione di massa, feroce, assoluta, trumpiana direi, racconta del paese.
Il politico di successo medio, sul fronte uomo “forte” secondo canoni bullistici, ricco, furbo e volgare e il personaggio zaloniano medio, sul fronte uomo un pò meschino, volgare, furbastro, parassita (qui infatti si parla di “posto fisso statale”), sono due idoli del popolino italiota e la cosa ormai più che far pensare ha fatto trarre logiche e giuste conclusioni ad alcuni di noi, in forte minoranza.
Basta identificare i due aggettivi che restano nella descrizione di entrambi i modelli umani.
Al di fuori dei due filoni classici esiste ancora la figura dell'”autore” che secondo me oggi passa attraverso quattro cineasti come Sorrentino, Tornatore, Moretti e Garrone.
Ma se Sorrentino (il migliore di tutti, imho e di gran lunga), Tornatore e Garrone hanno capito che la qualità è altrove e si sono totalmente internazionalizzati (il bello della globalizzazione), Moretti persegue in solitario, un suo classico, una via giansenista, rigorosa ad un cinema italiano minimalista e di qualità che è fatto come se fossimo in Francia.
Infatti qui è visto da pochi, oltretutto stupidamente identificati politicamente, mentre in Francia è un idolo perché veicola una idea dell’Italia non vera ma sicuramente superiore e che può essere riconosciuta anche oltralpe, dove quel lessico è quotidiano.
Così è, se vi piace.

The young pope

Ci si perde fin dai primi secondi nella nuova maraviglia sorrentiniana, con quell’incedere lento e maestoso, con dei titoli di testa ipnotici scanditi da una musica ispirata ad una radio che trasmette male, metafora che diventa sostanza, scena ritmata e indimenticabile.
Oltre tutte le convenzioni, anche quelle seriali, Sorrentino scandisce una storia dalle tinte forti, grottesche, innestata però su un substrato assolutamente umano, spesso inaccettabile ai vari integralismi semplicistici che ammorbano il mondo, ossia l’ambiguità sostanziale di tutte le vicende umane, le due, tre, mille facce di ogni persona e di ogni problema, il grigio che non sempre è grigiore ma che è il colore della vita terrena.
A partire dal giovane papa, quasi un ossimoro, ogni personaggio non è affatto definito, quasi ideologicamente contro ogni logica di scrittura e di sceneggiatura, ma si rivela nella sua sostanziale inafferrabilità mille volte.
Questo è il meccanismo seriale secondo Sorrentino, ossia più che vedere come vanno le cose, vedere come vanno le persone, perché le sorprese sono continue.
Nemo propheta in patria e sicuramente l’ostentata “intellettualità” (ossia la rinuncia alla banalità) del nostro lo ha già messo tra i reietti in questo paese assolutamente mediocre.
Produzione super internazionale e quindi ben lontana, al di là delle apparenze, da quanto rappresenta, una visione direi “anglosassone” sul mistero vaticano, paradossalmente nata in ambiente visibilmente partenopeo.
Dialoghi al vetriolo, incastri perfetti, un cast monumentale dove svetta un Jude Law all’altezza del suo enorme talento, finalmente, alle prese con una parte che può cambiarti la vita.
Diane Keaton, James Cromwell, un Silvio Orlando straordinario, a dimostrazione che un grande regista può elevare, e di molto, lo standard di chiunque.
Una fotografia ed uno stile di regia sontuosi, secondo il canone sorrentiniano, uno strano incrocio tra un mood politico old style (alla Germi) ed uno visionario perfino oltre Fellini, di cui è un epigono nettamente superiore.
Ho visto solo i primi due episodi, quelli che furono accolti a Venezia con minuti di applausi dalla platea di critici.
Non posso che confermare : folgorante capolavoro.