Happy end

Da sempre Michael Haneke è uno dei miei registi preferiti.
Mi ha sempre affascinato il suo stile, quello dei grandi maestri, immediatamente riconoscibile.
Rarefatto, algido, sottilmente ironico, con quell’aria, perennemente costante nei suoi film, di sospensione, di osservazione asettica ed entomologica dall’esterno.
Già dal primo, sconvolgente, “Il Settimo continente”, fino a “Caché”, piccolo gioiello paranoico basato proprio sulla mise-en-scène dell’osservazione dall’esterno, malata, maligna, allo splendido “Il nastro bianco” (Palma d’oro a Cannes) fino ai due “Funny Games”, nei quali si mostra lo strano caso, più unico che raro, di remake americano fatto dallo stesso autore che non perde un grammo della sua fredda eleganza nella trasposizione.
“Happy end”, come disse qualcuno, è una specie di “greatest hits” delle tematiche e delle poetiche hanekiane.
L’osservazione spietata del declino della vecchia borghesia occidentale ricorda a tratti il migliore Buñuel con la variante di quel tratto duramente viennese ma elegantemente francese che ricorda al mondo le due patrie di questo straordinario regista.
Decadenza, direi.
L’argomento è questo.
Culturale, fisica, etica.
Un cast da sogno perverso : difficile trovare nello stesso film attori monumentali come Trintignant, la sempre divina Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, un attore che cresce film dopo film, serie dopo serie (“Le bureau des légendes” è già leggenda tra i cinefili), Toby Jones.
Difficile trovare poi attori giovanissimi di surreale bravura come Fantine Harduin, autentico motore del film e rivelazione assoluta.
Meraviglie che capitano alternativamente solo nella terra di Molière o in quella di Shakespeare.
Su di lei e su un immenso Trintignant viaggia la linea base del film e su di loro verte probabilmente la migliore scena dell’intera opera, una scena che sembra quasi capitare per caso, sembra una scena di raccordo e immediatamente diventa la scena dell’agnizione sia in termini di trama che in termini di significato sostanziale.
Si parla dei riti della borghesia, delle sue ipocrisie, delle sue violenze e dei suoi segreti nascosti, il tutto amplificato dall’uso ormai ipnotico dei devices elettronici, delle loro fredde relazioni non empatiche, sui quali regna incontrastata ovviamente la competenza del nativo digitale, ossia la piccola, inquietante Eve interpretata proprio dal fenomeno Harduin.
Struttura circolare con inizio e fine scanditi proprio dalla piccola telecamera di un Iphone.
E perfino la genialata di un rimando interno alla propria filmografia con Trintignant che nella scena madre suddetta accenna di sfuggita al suo personaggio in “Amour”, vedovo assassino per amore e padre di Isabelle Huppert versione carrierista distratta.
Finale ironico, ambiguo, beffardo, folgorante, come nella più bella tradizione hanekiana, a suggello di un titolo quantomai azzeccato e che si fa beffe del cinema tradizionale.
Come diceva il grande re lucertola, altro innamorato della Francia fino al punto di morirci e rimanere eternato per sempre nella frequentatissima lapide del Père-Lachaise…

This is the end
My only friend
The end

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Call me by your name

Ormai viziato in fase terminale da un’offerta “home” semplicemente incredibile in quantità, qualità e perfino celerità di uscita, era davvero molto tempo che non mi recavo in quel buffo tempio della settima arte che è il cinema, ormai relegato a divertimento accessorio all’interno di malls affollati di gente normalmente intenta ad altro.
Ma con Luca Guadagnino, di cui sono fan da lungo tempo e che, assieme a Sorrentino rappresenta un’Italia internazionale e cosmopolita portatrice sana di una qualità ormai da top ten del cinema mondiale e quasi sempre tragicamente incompresa in questo paese eternamente malato di rabbioso provincialismo, ho voluto fare un’eccezione.
L’ho visto in prima, subito, a seguito anche delle critiche estatiche di mezzo mondo più che dell’aspetto Oscar che solo in Italia viene vissuto come un prolungamento del sempiterno tifo demente.
D’altronde il paradosso è che lo stesso Guadagnino, in una recente intervista pubblica organizzata dal Guardian che ho visto in rete, ha ampiamente parlato del suo essere il classico italiano non profeta in patria (un titolo di merito indiscusso, soprattutto sul piano culturale), simpaticamente bersagliato di critiche spesso acide anche in passato e visto con sospetto per il suo internazionalismo cosmopolita figlio della buona borghesia e della buona educazione cerebrale che ha ricevuto evidentemente nel corso della sua vita.
La fascinazione estrema di questo film, debitore del miglior Bertolucci, quello anche di pellicole clamorosamente sottovalutate come “The Dreamers”, ma soprattutto debitore del grande cinema francese del passato, è evidente fin dal primo fotogramma, con quei titoli di testa quasi neo-ellenisti, con quella musica superba, e quella prima, straordinaria mezz’ora indolente, di estate profonda, di preparazione al dramma.
La coproduzione italo francese e la presenza di attori d’oltralpe, oltre a che scelte chirurgiche nella recitazione americana (quanto tempo era che non vedevamo il grande Michael Stuhlbarg?), sono al servizio di una ambientazione italiana insolita.
Spostando il radar dalla riviera ligure (come nel libro) alla vicina Crema, Guadagnino porta nella pianura padana degli anni ’80 un lento vento estivo, fatto di rarefazioni alla “Novecento” (due attori francesi e un cast internazionale anche qui : un caso?) intrecciate all’atmosfera distratta, pigra, magica, sognante di un Truffaut, un Rivette, un Rohmer.
Guadagnino dice di aver trovato nel prodigioso Timothée Chalamet l’erede di Jean-Pierre Léaud e un personaggio replicabile, come nel mitico ciclo doineliano.
Non è improprio il parallelismo.
Questo giovane ragazzo americano di chiare origini francesi è semplicemente la rivelazione di questo film e una sicura promessa per il futuro.
L’Italia resta sullo sfondo, con quei accenni ironici al Duce, perfino al pentapartito, con una ricostruzione profonda, dettagliata degli anni ’80 lombardi che, per chi li ha vissuti davvero, fa sincera impressione.
Ma il plot gravita altrove, gravita sulla relazione d’amore omosessuale tra i due protagonisti, vista soprattutto dalla parte psicologica del nuovo Doinel, con una finezza e una eleganza di tratti che ha semplicemente del prodigioso.
Guadagnino non è nuovo a film importanti, quasi sempre di ambientazione borghese ed alto borghese.
Una èlite di censo ma anche di cultura, come in questo caso.
Già “Io sono l’amore” era uno di questi e “A bigger splash” era chiaramente una delle vie possibili per un cinema di qualità, d’arte, perfino in questi tempi oscuri, una specie di rieditazione de “La piscina” (la France d’abord) in chiave postmoderna.
Ma con questo, chiaramente, il nostro ha alzato l’asticella fino a livelli piuttosto inaccessibili per il 90% del cinema mondiale.
Una visione rarefatta, sublime e meditata, una cura formale, fotografica e musicale, oltre che recitativa, davvero d’altri tempi, irrorata dal teatro e dalle sue tecniche alle quali, palesemente, questi attori in stato di grazia hanno attinto a piene mani.
E poi c’è il finale.
Uno dei migliori della storia del cinema e non sto affatto esagerando.
Non voglio svelarlo per non rovinare l’incanto.
Mi basta sottolineare il contrasto tra la vita quotidiana, prosaica che continua e il vero “sturm und drang” davanti al camino e davanti alla vita che lo attende con la “gestione” complicata della perdita.
Ci voleva un attore straordinario per stare in close-up per qualche minuto e concludere un film di questo calibro.
L’abbiamo trovato : si chiama Timothée Chalamet ed è, in poche parole, un genio della recitazione, un talento assoluto e purissimo.
Troverete pochi film come questo in questi anni complicati.
Sicuro classico nei prossimi decenni, da studiare nelle scuole di cinema.
Un capolavoro che ha il gusto di epoche perdute.

Eva

Da appassionato di fantascienza con la peculiare perversione per la robotica, sono sorpreso di non aver sentito prima parlare di “Eva”.
Una produzione Canal+ spagnola di cui avevo avuto sentore solo recentemente in rete, dove un sotterraneo hype ne parlava come di una chicca da vedere assolutamente.
Non posso che confermare l’indispensabilità della visione di questo inatteso gioiello. Un modello in effetti di come la “fantascienza” pensante alla “Black mirror” parli ai nostri cuori, nel suo mix di contemporaneità e software futuribili, portati alle estreme conseguenze, molto meglio di altri generi ormai consunti dal tempo che corre velocissimo.
Straordinario esempio del miglior cinema europeo che grazie appunto alla qualità ormai pervasiva e a basso costo del software svetta sul cinema Usa anche nelle sue roccaforti, con una profondità di approccio che gli yankees culturalmente possono solo sognarsi, “Eva” resterà a lungo nei nostri cuori di cinefili.
Giocando con topoi eterni che la robotica sembra portare alla ribalta meglio di altri argomenti, il prometeismo della creazione, il tema del doppio, qui mischiati alla consueta, latente inquietudine per le derive negative possibili, “Eva” tocca poi temi eterni, quasi in chiave poetica, che ne rendono eterno e potentissimo l’involucro futuribile.
Sono molti gli atouts di questo piccolo grande film.
Una ambientazione gelida e fascinosa, una recitazione cronometrica simboleggiata da Daniel Brühl, classico attore “coltellino svizzero”, quindi a suo agio a La Chaux-de-Fonds dove “Eva” è stato girato, tipico attore che “dove lo metti, sta”, versatile, preciso.
E poi alcuni personaggi e scene memorabili, dalla protagonista al butler, al gatto robotico che letteralmente “ruba la scena” in più occasioni, ad una scena d’amore indelebile, suggellata nientepopodimeno che da “Space Oddity” di Bowie.
Sceneggiatura sapientissima, calibrata, con potenti colpi di scena e una generale atmosfera romantica che rendono questo film una chicca assoluta. Non perdetelo.

Juste la fin du monde

Nel generale rarefarsi della qualità artistica e nell’appiattimento vagamente anti culturale e anti intellettuale della temperie attuale, fa piacere ritrovarsi ancora a parlare di cinema di qualità, soprattutto se realizzato da un giovane, un giovanissimo regista che in poco tempo ha già conquistato legioni di critici e affezionati guardoni.
Inutile a dirsi il nostro è francofono, del Quebec, e gode, anche indirettamente, di quella meravigliosa “bolla” di eleganza e intelligenza non superficiale che sembra prerogativa certa di poche parti dell’Europa, Francia in primis, ultimo baluardo contro un mondo di giovani zombies chini sul loro “black mirror”, colpevolmente stupidi nell’era di google e wikipedia o, peggio, di attempati irrazionali retrogradi disinformati in cerca dell’ultimo bersaglio da odiare in nome di un passato che fortunatamente non tornerà più.
Xavier Dolan ha 28 anni ma sembra dimostrarne molto di più, sia umanamente che artisticamente.
Come sempre il dolore personale forgia i grandi artisti e il nostro lo è senz’altro.
Avevo visto qua e là spezzoni del suo melodrammismo in salsa gay e ne avevo avuto la sensazione di qualcosa di inespresso che doveva trovare il suo veicolo e la sua pulizia formale per trovare una potenza che mi sembrava ancora sfuggente, al di là degli strepiti.
Poi, appunto, ho visto “Juste la fin du monde” ed è un film che mantiene, che è all’altezza metaforica del suo titolo : davvero la fine del mondo.
Il ragazzo, intanto, ha capito una cosa essenziale : nel cinema ci sono due cose davvero essenziali, sceneggiatura e livello attoriale.
Le idee, la qualità della regia, la fotografia, la musica sono tutti elementi importanti ma i due suddetti sono davvero la colonna vertebrale dell’intera faccenda.
Soprattutto se ci si addentra nel nobile terreno del cinema di interni, teatrale, come in questo caso.
Essenziali quindi l’ancoraggio ad una pièce di Jean-Luc Lagarce, amato teatrante francese, e, soprattutto, la scelta di un cast stellare, di grandi attori francesi, tra cui svettano Nathalie Baye, monumento assoluto, e la sempre più convincente Marion Cotillard.
Con la chicca di un personaggio principale, scrittore, fuori dagli schemi mediocri della piccola ottusa borghesia di ovunque, gay e intellettuale nell’animo (orrore!), gentile e sofisticato, che torna a casa dopo molti anni, dalla sua “imbarazzante” famiglia, per una sconvolgente rivelazione, come subito espresso nella prima, strepitosa scena sull’aereo.
Interpretato, ed è una delle rivelazioni di questo splendido film, da uno che si era fatto notare per l’avvenenza e per un fortunato spot per un profumo francese, Gaspard Ulliel, di cui sicuramente sentiremo parlare e che è il protagonista di un altro attesissimo film, il thriller remake “Eva” con un’altra dea del cinema francese, Isabelle Huppert.
Gran premio della giuria a Cannes, che è sempre un segnale, visto che si tratta del premio vero della critica, quello che conta davvero per chi ne capisce, nel festival più raffinato e più culturalmente convincente del pianeta.
Da oggi inizia la vera carriera di questo fenomeno e sono davvero curioso di capire cosa potrà mai tirar fuori nella maturità uno che riesce ad assemblare un prodotto di questo livello ed un finale folgorante come quello che conclude questo tour de force.
N’oublie pas Xavier.

The Putin interviews

Quattro ore di interviste montate da vari incontri avuti in Russia con Putin : Oliver Stone non perde certamente lo smalto dei giorni migliori e confeziona un cadeau per appassionati di geopolitica quantomai attuale in piena guerra fredda 2.0 con relativo contorno di strepiti tifoidei per il buon Vladimir da parte della stragrande maggioranza del movimento destroide, sovranista, ormai razzista e fascista senza più complessi.
Il risultato, però, nonostante io sia stato incollato allo schermo per reale curiosità, è, ovviamente direi, abbastanza modesto, direi quasi democristiano ed apologetico.
Ho sempre avuto interesse e simpatia per il buon Oliver, fustigatore del sistema America e contestatore della prima ora.
Nonchè ottimo regista, con ottimi argomenti, il che è essenziale.
Ma non mi sono mai illuso sulla sua reale portata rivoluzionaria.
Ho riserve perfino su Michael Moore, in questo senso, figuriamoci su Oliver.
Nella balena America può starci qualsiasi cosa, da Spielberg, l’ingenuo cantore dell’American dream, a Oliver e Michael.
Ma siamo sempre nel sistema e penso che le denunce più potenti ed efficaci stiano ormai alle nostre spalle.
Forse i film più politici sono quelli meno politici : “Wall Street”, l’apologia acida del “greed is good”, della fascinazione ottusa per il denaro, “Natural born killers”, la discesa agli inferi nell’altro buco nero degli Usa, quello della fascinazione per le armi e la violenza.
In fondo “JFK”, “Nixon” fino al recente “Snowden” non dicono nulla di realmente nuovo e spettacolarizzano in maniera evidente quello che ormai è mainstream.
Attirato dalla prospettiva di fare un lungo reportage sul politico del momento, quello più apparentemente riservato e freddo, Oliver si è fatto una simpatica vacanza sulla Piazza Rossa con moglie e seguito e certamente non è andato fin lì per fare domande scomode e darci davvero dentro.
Accomunato naturalmente da una certa simpatia umana evidente e da una condivisione pre-politica sulle evidenti magagne e colpe americane, Oliver è apparso spuntato in questa circostanza, troppo evidentemente pilotato dal sapiente marketing cremlinese, è apparsa troppo evidente la natura “fake” di qualsiasi operazione televisiva, figuriamoci se concordata con uno come Putin che chiaramente non lascia nulla di non calcolato perfino quando si reca in bagno.
C’è una scena che suggella con evidenza questa generale “atmosfera”, rilassata fino al delirio.
Quella dove si vede chiaramente la preparazione di una scena dell’incontro tra i due, accuratamente coreografata, con Putin come docile attore nelle mani del sapiente regista.
O la famosa scena del caffè portato da Putin quasi con timidezza.
O la scena epicamente propagandistica della “control room” militare, con tanto di videotelefonata tra il grande capo e un generale.
Perfino quando Oliver propone a Vladimir di vedere assieme “Dr. Strangelove”, che stranamente Putin non aveva mai visto, la gag risulta fiacca.
Siamo dalle parti del divertissement e va bene così in fondo, perfino per noi spettatori interessati alla verità ed equidistanti per principio.
Questo ovviamente rinforzerà le vele dei tanti fanatici ammiratori del nostro, talmente nostalgici del Dio-Patria-Famiglia da dimenticare l’ovvietà della complessità del mondo, soprattutto delle questioni politiche, militari, geopolitiche.
Ma non sono certo queste quisquilie che hanno mai fermato la mandria dei tifosi, così invelenita contro gli Usa e per motivi ideologici stretti, da dimenticare che in questo ambiente perfino Vladimir, e si vede chiaramente qua e là nel documentario, riderebbe della loro dabbenaggine manichea.
Il resto è propaganda, perfino nel senso buono del termine, ossia approfittare dell’insperato regalo per portare avanti le proprie idee e, se possibile, mettere in cattiva luce o in burletta gli avversari di sempre.
Come nella velenosa, intelligentissima allusione alle cerimonie brezneviane in relazione agli scambi finali di onorificenze tra Obama e Biden, nella gelida, spietata constatazione del loro potere perduto e quindi della inutilità delle loro minacce, perfino nella “compassione” ironica per il patriota Mc Cain.
Persona molto intelligente e capace : nulla di nuovo.
Persona molto ambigua e chiaramente espressione di un potere molto più assoluto e spietato di qualsiasi democrazia occidentale : altra ovvietà che stenta ad entrare nelle cervici dei molti dementi adulatori.
Guardando oltre, l’auspicio dei pensanti è che la Russia esca dall’equivoco sovranista, del piccolo mondo antico bigotto, caucasico e intollerante delle minoranze, si apra davvero al mondo e che gli Usa di converso si riequilibrino, trovino il loro modo di stare al mondo, quello multipolare, senza eccezionalismi che non possono più neanche permettersi economicamente.
In pratica, finita la polvere e lo strepito degli estremisti, finalmente trovare un nuovo equilibrio anche strategico.
In questo, stranamente, sono ottimista.
Sperando sempre di non essere smentito dai fatti, perchè in questo caso lo sarei in maniera davvero troppo esplosiva.

Asphalte

Samuel Benchetrit è un talento multiforme, uno di quei fenomeni che nessuno conosce al di qua delle Alpi, a dimostrazione che tra i cugini e gli italioti c’è molto di più che una catena montuosa a separarne culture, destini, logiche, atteggiamenti.
Scrittore, teatrante, regista e molte altre cose Samuel non si è fatto mancare nulla nella sua intensa vita di intellettuale figlio di immigrati, compreso l’amore per belle donne tormentate come Marie Trintignant (morta per omicidio nel 2003), Anna Mouglalis e Vanessa Paradis.
L’ho conosciuto avvicinandomi con sospetto al film “Il condominio dei cuori infranti”, sospetto generato più che altro dall’orrido titolo italiano (comme d’habitude), perché già la sola presenza di Isabelle Huppert, autentica divinità della recitazione, mi attirava irresistibilmente.
Il titolo originale, “Asphalte”, deriva da una sua trilogia letteraria “Les Chroniques de l’Asphalte”, romantica, dolente e grottesca visione delle periferie francesi e dei loro sfortunati abitanti.
Anche il film respira questa atmosfera a metà tra il trasognato e il malinconico ed è, come capita spesso ai film francesi, un autentico gioiello intriso di una classe sconosciuta in Italia, nonostante l’argomento che avrebbe incoraggiato ben altre derive e ben altri accenti nel cinema nostrano, con alcune idee di sceneggiatura, non rivelabili, semplicemente geniali.
Piccolo, strepitoso cinema da camera, dove non solo la dea recita alla sua siderale altezza (la scena delle finte prove teatrali davanti ad una telecamera vale il film), ma anche una schiera di attori transalpini meravigliosi, tra cui metterei in primo piano Gustave Kervern.
100 minuti della propria vita ben spesi, lontani dalle news e dalle follie di un mondo demente che sembra avere in “gran dispitto” neuroni e lumi vari.

Nocturnal animals

Era molto tempo che non vedevo un bel film, di genere o no, americano, fatto secondo i crismi della loro lunga tradizione.
Non avrei mai detto, inoltre, che un film del genere potesse essere fatto da uno stilista, categoria sulla quale non è difficile avere molti pregiudizi, una categoria che, come i pubblicitari, sembra sempre composta da mediocri annusatori di vento, opportunisti, superficiali cavalcatori di onde senza profondità e contenuti veri, appartenenti ad un demi-monde di pseudo artisti, professionisti della chiacchiera salottiera e del presenzialismo nevrotico.
Forse è necessario essere così per fare efficacemente questo tipo di lavoro ma è indubbio che per gli osservatori esterni la parola che viene subito in mente, in inglese, è “phoney” (fasullo).
Tom Ford stesso non sembra amare l’ambiente fatuo e sostanzialmente vuoto da cui proviene e si vede ampiamente nei suoi rarissimi film, soprattutto in questo dove il patinato estetismo di certe scene non è fine a sè stesso ma davvero si mette al servizio di questa storia dove la gallerista che ha scelto la vita facile vive appunto quel tipo di mondo, quel cinismo anch’esso superficiale, incarnato magistralmente nel brevissimo cameo e nella splendida battuta di Michael Sheen, attore peraltro che è sempre piacevole incontrare, in qualsiasi circostanza.
In questa atmosfera da “Brivido caldo” aggiornato, con quella musica molto Hitch ma anche molto anni ’80, Ford imbastisce una storia davvero magistrale che si dispiega su due piani narrativi contemporanei, quello del film vero e proprio, ossia quello che gira attorno alla vita della gallerista ex idealista che lascia brutalmente il suo fidanzato sognatore e potenziale scrittore, abortendo suo figlio e mettendosi con un finanziere che la tradisce, con quello sotterraneo del libro che lei riceve, con dedica, dal suo ex appunto, un libro potente, brutale che racconta altre storie ma sempre con una evidente colpevolizzazione per colei che l’ha abbandonato.
Non riveleremo altro della trama e del finale di questo film a rischio reale di spoiling, ma è certo che le basi di un grande film ci sono tutte : sceneggiatura impeccabile tratta da un libro molto celebrato, regia elegante e attenta, recitazione all’altezza.
Un film (vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia) che non dimenticherete presto.
Il che non è poco, ripeto, nel deserto, soprattutto americano, di questi decenni faticosi.

Sing street

Quando un musicista non sfonda nella musica, alla fine trova sbocco nel cinema, dove numericamente c’è meno concorrenza ed è più facile farsi notare.
Questa è la storia di John Carney, un dublinese che ha dei punti fermi da cui non si schioda mai, in qualsiasi film : Dublino, madre patria amata come solo gli irlandesi sanno fare ma nel stesso tempo luogo da cui si vuole scappare, generalmente per andare a Londra per cercar fortuna, la musica, soprattutto quella venata di folk dell’isola verde, presentata nella sua forma creativa (la scrittura delle canzoni assieme, altro topos specifico del nostro) e sciorinata in porzioni insolitamente abbondanti fino a sfociare quasi in un videoclip continuo.
L’ossessione per la donna come chiave per sfuggire allo spleen quasi joyciano e inventarsi la vita che si vuole.
In “Once” il busker col cuore infranto che scrive canzoni per la sua ex, inevitabilmente bugiarda, cerca poi l’amore improbabile nella immigrata dell’est che poi, più prosaicamente, si rimetterà col suo marito temporaneamente ancora in patria.
In “Sing street”, il delicato ed ex benestante ma talentuoso piccolo protagonista, vuole evadere dall’ambiente soffocante dei suoi genitori divorziandi e dalla tristezza del subproletariato della nuova scuola, rovinata as usual dalla mentalità repressiva del prete di turno, e quando si innamora della bella di turno con ambizioni artistiche, si inventa letteralmente una band (con relativi video : sono gli anni ottanta, baby) pur di forzare le situazioni, rivelandosi pure molto ben più dotato di quanto gli inizi facessero sperare.
Della serie “piccoli, deliziosi film che solo i britannici sanno fare”, “Sing street”, doppio senso voluto tra Synge street e Synge school (i luoghi della storia) e “sing” (cantare), è un must ed è sicuramente il miglior film del nostro simpatico ossessionato.
Celebrato fin dai tempi dell’orrido, incredibilmente menoso e privo di idee “Once”, l’equivalente filmico di Ed Sheeran, uno che solo nel deserto odierno poteva far fortuna, la dimostrazione che la semplicità del country, il documentarismo easygoing “volemose bene” diventa banale sciatteria in un attimo se non ci sono solide fondamenta e vera profondità, in realtà Carney è con questo film che raggiunge la vera maturità.
Qui c’è una storia ben congegnata, una regia non dilettantistica e lontana dalle fisime del finto povero che solo un regista di ben altro spessore come Loach può maneggiare senza farsi male, qui c’è, more solito, il regalo di una recitazione di giovani meravigliosamente naturale, perfetta, secondo la più bella tradizione della patria del teatro.
Qui pure la musica è migliore, inutile a dirsi, più ricercata, più ambiziosa, secondo i parametri degli anni ’80 ormai assurti a luogo dell’anima e ultima spiaggia per una musica davvero interessante e ricca, prima del vuoto e del baratro che tutti abbiamo visto spalancarsi subito dopo.
Classico “feel good” film all’inglese, con un finale giustamente celebrato, questa è una chicca che dovete portarvi a casa senza esitazioni.

Pas son genre

Sono reduce dalla visione diretta dell’abisso.
Potreste pensare che mi riferisca ad uno qualsiasi degli “episodi” della saga popolare “Sharknado”, nata come idiozia ad uso delle masse americane, non propriamente dotate di profondità, acume e finezza, come anche le recenti presidenziali dimostrano e simpatica divagazione trash per cultori come me.
In realtà i vari Sharknado hanno una demente onestà di fondo che il film che ho visto nei giorni scorsi non ha.
“Now you see me 2”, sequel di un già abbastanza dimenticabile (e infatti velocemente dimenticato) primo episodio, rappresenta benissimo il problema del cinema americano moderno di intrattenimento nell’epoca digitale.
Ossia pensare che “intrattenere” un pubblico depensante, in cerca di facile divertimento, distratto dal popcorn e dallo smartphone, sia operazione semplice, banale, che non richieda sforzo.
In realtà se miri basso e coinvolgi nella tua impresa anche attori importanti pensando di aver risolto il problema, senza uno straccio di idea o sceneggiatura, porti a casa il plauso dei soliti quattro decerebrati di bocca buona ma alla lunga perdi credibilità, senso, perfino i soldi.
Affermazione ottimistica la mia, se ci pensate.
Perchè forse le masse chiedono questo e allora saremo destinati a restare sempre più a bocca aperta, e non per la maraviglia del caso, bensì per l’incredulità di fronte all’assenza di gusto e di cervello dell’80% della popolazione in età di fruizione culturale, cinematografica o di altro tipo.
In questo “big mess” hollywoodiano, sintesi perfetta di cosa è oggi questa industria, una volta gloriosa, attori davvero importanti (Michael Caine! Morgan Freeman!) non fanno neanche finta di crederci ma grazie alla loro naturale potenza, riescono ad uscire vivi da un film che ucciderebbe chiunque.
Il povero Radcliffe, abituato all’adorazione acritica del fandom potteriano, fa perfino tenerezza mentre cerca di sguazzare nel mare della recitazione vera fuori da Hogwarts.
Deve inoltre avere un agente sadico che lo incastra sempre in operazioni sbagliate, cosa che fa sorridere perfino me.
Poi ci si chiede perché uno si butta, disperato, nel cinema francese, una delle poche oasi di intelligenza, classe e bellezza nel panorama odierno.
Ed eccoci arrivati a “Pas son genre”, al solito tradotto in maniera volgare e meschino-riduttiva (“Sarà il mio tipo?”, ma certo…).
Lungi dall’essere un capolavoro come molta commedia francese, tipo quella di Mouret ad esempio, è però l’ennesima dimostrazione che mediamente il cinema da quelle parti ha una qualità, una leggerezza, una leggiadria direi che nel resto del mondo generalmente tendono a sognarsi, come se il DNA nouvelle vague stentasse a stemperarsi.
Qui si fanno, come dice il sottotitolo, alcune riflessioni sull’amore, sempre con quella precisione cartesiana e quella amabile verbosità distratta che noi francofili amiamo alla follia.
Si narra dell’ “amore” tra un professore di filosofia quarantenne parigino, chic al punto giusto e snob quanto è lecito aspettarsi da una persona di valore, e una persona di tutt’altra estrazione e fattura, la classica sciampista conosciuta ad Arras, provincia del nord francese, all’inizio di un periodo di trasferimento per lavoro in quelle terre.
Tutto il film è giocato sul contrasto dei due, sulla loro profonda diversità, anche con notazioni non banali.
La parola sembra avere ancora una sua importanza, la parola che diventa i libri che lui regala e legge a lei, le piccole ma perfette incursioni nelle sue lezioni dove cerca di insegnare la filosofia e quindi la libertà di pensiero ai classici millennials decerebrati di tutto il mondo, cinici ma anche imbronciati, superficiali, amanti del soldo e del benessere a prescindere da ogni libertà e profondità vera di pensiero.
Non a caso velocemente la commedia diventa più agra che dolce e, come capita spesso, le donne prendono il comando della situazione ed evidenziano limiti e punti di forza di una storia d’amore, giungendo meglio e prima degli ometti alle decisioni operative.
Il cheap esteriore della donna (gossip, oroscopo, trenini in tristi balere postmoderne, karaoke, ingiustificato entusiasmo per banalità, gusti culturali discutibili) alla fine evidenzia il cheap interiore del professore, perfetto nell’esteriorità raffinata di un parigino colto di buona famiglia, ma imperfetto nella profondità di un amore oggettivamente improbabile.
In una delle molte scene da ricordare di questo ennesimo, piccolo gioiellino che ha la sfrontatezza di parlare quasi seriamente delle dinamiche di una coppia vera, ancorché sbilanciata, lei cerca di tenere gli occhi aperti a lui, con aria tra il rimprovero e la determinazione, mentre fanno l’amore.
Scena simbolica e filosofica come non mai, direi.
Come capita spesso in Francia e sempre meno altrove, recitazione come al solito all’altezza del compito, naturalmente sofisticata.
Löic Corbery in particolare, targato Comédie-Française, marchio di qualità assoluta come la RSC inglese, svetta decisamente e ci fa venire voglia di seguirlo anche in futuro.
Tutto finisce, giustamente, con la declinazione cheap e plastificata di una istanza vera, “I will survive” cantata al karaoke, la scelta più banale, con colori saturi e volgari, di una verità e una progettualità che altrove non si cercano neanche più.
Finché si fanno ancora film così, possiamo perfino risparmiarci la spazzatura che costantemente la ex mecca del cinema tenta di propinarci con dedizione degna di miglior causa.

A bigger splash

Uno dei migliori film che ho visto recentemente è senz’altro “A bigger splash” di Luca Guadagnino.
Luca è uno dei pochi italiani che valga la pena di seguire e, come tale, ha poco a che fare con la madrepatria e le sue liturgie.
Vive abbastanza in disparte, ha un focus ed una mentalità fortemente internazionali, fa pochi film e quei pochi totalmente diversi dal milieu italiota classico.
Come Sorrentino, per intendersi.
Grande amico di Tilda Swinton fin dai suoi esordi, attrice feticcio per eccellenza, ogni film è irrorato dalla sghemba e misteriosa bravura della londinese.
Dopo ben 6 anni dal fascinoso “Io sono l’amore”, ambientato nell’alta borghesia milanese, film rarefatto e non perfettamente riuscito, qui Guadagnino tocca vette superiori portando il suo “gruppo di famiglia in un interno” dall’altra parte dello stivale, sia geograficamente che psicologicamente.
A Pantelleria, che oltretutto è un’isola e quindi apre scenari che rimandano al mondo chiuso, al naufragio, come in Pasolini, Rossellini, Polanski.
Dichiaratamente girato in stile anni ’70, molto godardiano pur essendo vagamente ispirato a “La piscina” di Deray, giallo borghese di gran classe con Delon e Romy Schneider al massimo della forma fisica e con il grandissimo Maurice Ronet, uno dei tanti eccelsi attori francesi, già protagonista del capolavoro malliano “Ascenseur pour l’échafaud” (con la Moreau e la musica di Miles Davis, se può bastarvi), questo film ha un sottile fascino e una sotterranea deriva post-hippy, che è quella dei suoi personaggi.
Un film che lascia il segno e prende il suo titolo da una famosa opera di Hockney dove c’è tutto : l’atmosfera fredda della high society, il tuffo stilizzato, la piscina e la villa nascosta tra le colline e nascosta agli occhi del popolo dei normali.
Meravigliosa la Swinton, rockstar afona (arguta metafora) in vacanza col suo giovane compagno, terremotata dall’arrivo dell’ingombrante e flamboyant ex, produttore musicale senza freni, interpretato al solito in maniera sublime da Ralph Fiennes, in viaggio con la figlia loliteggiante (Dakota Johnson).
Come al solito astenersi perditempo, come si dice in altri ambiti.
Ossia quelli che al film si va solo per divertirsi, che i film sono un pò lenti, che “di cosa parla” e “qual è la storia”.
Nei seventies si chiamavano film “arty” e spesso erano il miglior pasto possibile.
Riproprorlo nel 2015 e con questa finezza e precisione di sguardo mi sembra una grande prova di uno dei pochi registi interessanti in circolazione.