Disappear

La scomparsa di Eleanor Rigby (The Disappearance of Eleanor Rigby), è un film che sarebbe utile non lasciarsi sfuggire.
Nel deserto di proposte del cinema americano, quello vero, ormai confinato a qualche pellicola indie da Sundance (come questa) o allo splendore patinato di alcune serie, questa insolita trilogia dal curioso titolo rappresenta un bicchiere di acqua fresca.
Intanto è curiosa la scelta di fare due film distinti (“Him”, “Her”) mettendo in scena, teatralmente, i due punti di vista all’interno di una coppia in disfacimento.
Il terzo film della trilogia, il meno interessante, è quello presentato successivamente (“Them”) ed è un montaggio completo di scene già viste nei primi due ma organizzate come un final take per chi non avesse visto le due parti.
Ned Benson, l’uomo dietro questo piccolo gioiello, è uomo di teatro, per il quale scrive tuttora (“Remission”) e si vede.
Oggi scrive sceneggiature per film Marvel, per intenderci, e dopo questa prova filmica non si è più azzardato a fare nulla.
A dimostrazione dell’assunto iniziale.
Secondo la nota teoria, oggi ormai considerata démodé, avere buoni attori e un buon script sono essenziali per la riuscita di un film.
Qui entrambi i parametri vengono rispettati.
In scena giganteggiano due tra i pochi attori di livello delle ultime generazioni : Jessica Chastain (qui al top di carriera, imho) e James Mc Avoy.
Significativamente e apparentemente Benson e la Chastain ebbero una relazione, finita qualche tempo prima della produzione del film.
Tutto parte dalla scomparsa di lei, da una tragedia che ha scavato la vita di due persone che si vogliono bene, dai meandri complicati e inspiegabili che la vita ci riserva di esplorare e ben rappresentato dalla faccia spesso corrucciata e smarrita di lui.
Attori di contorno fenomenali, tra cui due autentiche star come William Hurt e Isabelle Huppert (i genitori di lei) che dipingono il ritratto sottile di una borghesia di qualità, elegantemente distratta ma riflessiva.
Non manca la battuta sui Beatles vista la curiosità del nome di lei, omaggio affettuoso di una coppia di genitori intellettuali, appunto.
Tutta la dolente precarietà della vita e delle persone che attraversano il nostro percorso distillata in due piccoli, grandi film.
Ovviamente presentato a “Un Certain Regard” a Cannes nel 2013 e con ottima accoglienza, cà va sans dire.
E con un finale, una fine che in fondo non è veramente una fine.

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The shape of nothing

Raramente nella mia lunga vita e carriera di guardone cinefilo mi è capitato di trovarmi di fronte ad un film più irritante, mediocre, mal pensato e sopravvalutato di “The shape of water”, vincitore, se ci credete, di vari premi tra cui vari Oscar nelle categorie principali.
Se da una parte il cinema italiano è da sempre il ricettacolo di un cinemino mediocre e autoriferito grazie a difetti storici che, secondo la logica del paesello, non vengono mai davvero superati, il cinema americano invece, come tutti sappiamo, ha davvero alle spalle una storia anche gloriosa e un ruolo determinante, tecnico ed artistico, per lo sviluppo della settima arte, nel suo secolo e poco più di vita.
Ciò non toglie che spesso e volentieri il gusto medio americano e di conseguenza anche l’outcome dei premi maggiori abbia rilevato clinicamente l’anima sempliciotta, tagliata con l’accetta e sostanzialmente formulaica dell’americano medio.
Ma se andiamo a vedere albi d’oro, film, generi e attori dagli anni quaranta fino agli anni 90 è incontestabile che gli States abbiano scritto grandi pagine della storia del cinema nonostante imperdonabili colpe come quelle di aver lasciato, ad esempio, due giganti fondativi come Hitchcock e Kubrick fuori dai giochi dei premi e delle celebrazioni per decenni.
Nei generi, e mi viene in mente soprattutto la commedia, oggi ridotta al lumicino o al miserrimo, l’America ha sempre creato prodotti buoni e spesso memorabili, trainanti per il resto del mondo.
Oggi le serie sono l’ultima Thule del residuale talento americano ma in generale l’idea che traspare sempre più nettamente è quella di un declino e di uno sbaraccamento epocali, con l’Europa che ha ripreso saldamente in mano la fiaccola della cultura occidentale nel mercato mondiale (pensate a una serie magistrale e magnifica come Le Bureau des légendes che ha umiliato gli americani perfino sul loro stesso terreno).
Au contraire questo film di rara bruttezza, pieno della insopportabile e finta retorica superficiale dei tempi, dove ad esempio viene chiamato poetico quello che è talmente cheesy e banale da significare un insulto ai pensanti, con dialoghi e sceneggiatura sciatti, francamente imbarazzanti e involontariamente comici, ricco di volgarità e violenza gratuite, secondo il costume di un tempo minorato, che negli anni 50 e 60 sarebbe stato relegato al ruolo di squallido film di serie Z, oggi si eleva al livello di un Oscar semplicemente scandaloso.
Se poi pensiamo che pur nella mediocrità dei tempi altri candidati erano : Call me by your name (capolavoro, ma film quasi nouvelle vague, davvero troppo europeo per i palati grossier oltreoceano), Dunkirk (grandissimo film di uno dei pochi veri talenti paragonabili ai grandi registi popolari di una volta, Christopher Nolan) , The darkest hour (ottimo film di genere)…premiare questa triste, fintissima, idiotica baracconata da quattro soldi fa veramente pensare.
Ho provato sincera pena per gli ottimi attori coinvolti in questo bomb monumentale, omaggio al cheap e alla rimasticatura pessima, ignorante, di antichi temi, che è il cancro artistico di questa epoca, inspiegabilmente assurto a trionfi che neanche lontanamente meritava.
Se posso, cerco di evitare il lamento del canuto sulla bellezza dei tempi andati ma quando vedo provocazioni come queste metto mano alla fondina.
Così penso anche a John Ford e a cosa era il cinema popolare americano di una volta.

Il problema

Incautamente ho deciso di guardare l’ultimo film di Muccino “A casa tutti bene”.
Uno vorrebbe rimanere in pace con tutti, soprattutto a Natale, ma questo film fa davvero prudere le mani oltre ogni ragionevole aspettativa.
Il cinema italiano autoctono, oltre alle sue evidenti voragini tecniche (recitazione, regia, dizione, sceneggiatura) fa capire perché i migliori se ne siano sempre, costantemente “andati all’estero” per combinare qualcosa di buono.
Secondo uno schema presente in molti settori della nostra società.
I casi di Tornatore, Guadagnino e Sorrentino sono lì a dimostrarlo.
Ma il problema italiano di fondo è anche la cultura che c’è dietro, o meglio, la subcultura di massa ormai accettata da decenni e che, lungi dall’essere sublimata dai talenti veri, quelli degli anni 60-70-80, Monicelli, Germi, Risi, Tognazzi e via via elencando gente che aveva scuole vere, talenti reali ed un minimo di maestranze adeguate, oggi vive solo grazie ad un gusto medio ormai decisamente devastato da anni di televisione emetica e da un comune sentire mediocre, meschino, culturalmente irrilevante.
Con le dovute eccezioni, come sempre.
Eccezioni alle quali sicuramente non appartiene il nostro Muccino.
Non si è mai capito quale fosse la considerazione, sicuramente eccessiva, che questo regista ha riscosso in Italia e perfino ad Hollywood.
Temo che perfino negli USA più commerciali e melensi, quelli che hanno portato l’italico oltreoceano, si siano accorti del misunderstanding.
Fatto sta che quest’ultimo film, iperpompato, ipercelebrato, furbissimo nelle premesse, con il consueto raduno di famiglia di attori giovani e vecchi amatissimi dal popolo, già incline a deliri da TSO come le recenti elezioni dimostrano ad abundantiam, tocca vette sinceramente inenarrabili che lo portano a veleggiare tra il kitsch e il vero trash lasciando alla fine una sensazione di vuota rabbia che preoccupa.
Con l’eccezione del discreto Accorsi, spesso andato in Francia a vedere come si recita davvero, non troverete nel ricchissimo cast nessuno che io trovi simpaticamente adeguato alle richieste di un regista pensante.
Ma se ci mettiamo, oltre alla meravigliosa costante della presa diretta e della sua implacabile conseguenza, ossia una dizione incomprensibile e spesso involontariamente comica, una sceneggiatura prevedibile oltre ogni sospetto, piatta e senza mezza idea su come sviluppare un dramma, siamo all’apoteosi.
Muccino quando deve dare un boost all’azione fa meccanicamente alterare i propri malcapitati “personaggi” senza una parvenza di sviluppo, di preparazione alla scena, senza nulla.
Nei rari momenti di quiete da questo esagitato maelstrom butta lì una cosa che piace molto agli italioti, la cantata di gruppo di pezzi famosi del passato canoro, come a strizzare l’occhiolino alla parte più becera e mediocre dell’uditorio, quella che si emoziona a comando se sente una canzone che assurdamente la emoziona a dispetto della sua pochezza.
Il povero Gianmarco Tognazzi che recita una parte che ricorda vagamente quelle fatte da suo padre in mille migliori film, lo sfigato un pò meschino, pieno di debiti che vuole approfittare della riunione famigliare per chiedere soldi (un topos assoluto), è il personaggio prescelto nel dare il via al delirio musical-canterino a tappe forzate.
Poi esistono le punte di vera demenza.
Questo film parla di isole, di traghetti bloccati dal maltempo, evoca grandi film del passato con impostazioni simili (penso a Polanski ma non solo) ma in pochi secondi si inabissa.
La scena d’amore tra Accorsi ed Elena Cucci, pur nella fatica di una dizione davvero impensabile, tocca vertici involontariamente autoironici realmente devastanti, citando perfino l’isola che non c’è in un dialogo che anche un adolescente di oggi, ossia mediamente un rintronato vagamente cerebroleso, troverebbe imbarazzante.
Stendo un velo pietoso sulle “attrici” femminili, un campionario di isterie supportate da un talento davvero evanescente.
Ma perfino attori che qualche volta sono riusciti ad uscire vivi da filmetti improbabili, spesso commediole, quelle cose che gli italiani amano sempre oltre ogni limite di buon senso e senza alternative oltretutto al mainstream, penso a Favino ad esempio, si arrampicano sugli specchi scivolosi di questo “bomb” colossale con l’aria di chi è smarrito e vuole scappare al più presto dal naufragio.
Se c’è un film epitome della desolante pochezza di gran parte del cinema italiano e del mood medio della società italiana è proprio questo.
Con tutti i topoi, le nevrosi, le frasette fatte e i luoghi comuni, tra baci perugina e “fatti una risata”, leitmotiv ricorrente di questo Titanic.
D’ora in poi quando vorrò ricordare ai molti smemorati perché raramente guardo film italiani e preferisco veleggiare tra Francia, Inghilterra e qualche rimasto gioiello di altrove, imporrò la visione di questa perla.
Che si conclude con una scena così fintamente “artistica” che fa perfino tenerezza nel suo tentativo di elevare il non elevabile, rivelando l’estetica superficialmente banale, da sciampista, che è il vero basso continuo di questi ultimi trent’anni.
Buona visione, davvero.

Happy end

Da sempre Michael Haneke è uno dei miei registi preferiti.
Mi ha sempre affascinato il suo stile, quello dei grandi maestri, immediatamente riconoscibile.
Rarefatto, algido, sottilmente ironico, con quell’aria, perennemente costante nei suoi film, di sospensione, di osservazione asettica ed entomologica dall’esterno.
Già dal primo, sconvolgente, “Il Settimo continente”, fino a “Caché”, piccolo gioiello paranoico basato proprio sulla mise-en-scène dell’osservazione dall’esterno, malata, maligna, allo splendido “Il nastro bianco” (Palma d’oro a Cannes) fino ai due “Funny Games”, nei quali si mostra lo strano caso, più unico che raro, di remake americano fatto dallo stesso autore che non perde un grammo della sua fredda eleganza nella trasposizione.
“Happy end”, come disse qualcuno, è una specie di “greatest hits” delle tematiche e delle poetiche hanekiane.
L’osservazione spietata del declino della vecchia borghesia occidentale ricorda a tratti il migliore Buñuel con la variante di quel tratto duramente viennese ma elegantemente francese che ricorda al mondo le due patrie di questo straordinario regista.
Decadenza, direi.
L’argomento è questo.
Culturale, fisica, etica.
Un cast da sogno perverso : difficile trovare nello stesso film attori monumentali come Trintignant, la sempre divina Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, un attore che cresce film dopo film, serie dopo serie (“Le bureau des légendes” è già leggenda tra i cinefili), Toby Jones.
Difficile trovare poi attori giovanissimi di surreale bravura come Fantine Harduin, autentico motore del film e rivelazione assoluta.
Meraviglie che capitano alternativamente solo nella terra di Molière o in quella di Shakespeare.
Su di lei e su un immenso Trintignant viaggia la linea base del film e su di loro verte probabilmente la migliore scena dell’intera opera, una scena che sembra quasi capitare per caso, sembra una scena di raccordo e immediatamente diventa la scena dell’agnizione sia in termini di trama che in termini di significato sostanziale.
Si parla dei riti della borghesia, delle sue ipocrisie, delle sue violenze e dei suoi segreti nascosti, il tutto amplificato dall’uso ormai ipnotico dei devices elettronici, delle loro fredde relazioni non empatiche, sui quali regna incontrastata ovviamente la competenza del nativo digitale, ossia la piccola, inquietante Eve interpretata proprio dal fenomeno Harduin.
Struttura circolare con inizio e fine scanditi proprio dalla piccola telecamera di un Iphone.
E perfino la genialata di un rimando interno alla propria filmografia con Trintignant che nella scena madre suddetta accenna di sfuggita al suo personaggio in “Amour”, vedovo assassino per amore e padre di Isabelle Huppert versione carrierista distratta.
Finale ironico, ambiguo, beffardo, folgorante, come nella più bella tradizione hanekiana, a suggello di un titolo quantomai azzeccato e che si fa beffe del cinema tradizionale.
Come diceva il grande re lucertola, altro innamorato della Francia fino al punto di morirci e rimanere eternato per sempre nella frequentatissima lapide del Père-Lachaise…

This is the end
My only friend
The end

Call me by your name

Ormai viziato in fase terminale da un’offerta “home” semplicemente incredibile in quantità, qualità e perfino celerità di uscita, era davvero molto tempo che non mi recavo in quel buffo tempio della settima arte che è il cinema, ormai relegato a divertimento accessorio all’interno di malls affollati di gente normalmente intenta ad altro.
Ma con Luca Guadagnino, di cui sono fan da lungo tempo e che, assieme a Sorrentino rappresenta un’Italia internazionale e cosmopolita portatrice sana di una qualità ormai da top ten del cinema mondiale e quasi sempre tragicamente incompresa in questo paese eternamente malato di rabbioso provincialismo, ho voluto fare un’eccezione.
L’ho visto in prima, subito, a seguito anche delle critiche estatiche di mezzo mondo più che dell’aspetto Oscar che solo in Italia viene vissuto come un prolungamento del sempiterno tifo demente.
D’altronde il paradosso è che lo stesso Guadagnino, in una recente intervista pubblica organizzata dal Guardian che ho visto in rete, ha ampiamente parlato del suo essere il classico italiano non profeta in patria (un titolo di merito indiscusso, soprattutto sul piano culturale), simpaticamente bersagliato di critiche spesso acide anche in passato e visto con sospetto per il suo internazionalismo cosmopolita figlio della buona borghesia e della buona educazione cerebrale che ha ricevuto evidentemente nel corso della sua vita.
La fascinazione estrema di questo film, debitore del miglior Bertolucci, quello anche di pellicole clamorosamente sottovalutate come “The Dreamers”, ma soprattutto debitore del grande cinema francese del passato, è evidente fin dal primo fotogramma, con quei titoli di testa quasi neo-ellenisti, con quella musica superba, e quella prima, straordinaria mezz’ora indolente, di estate profonda, di preparazione al dramma.
La coproduzione italo francese e la presenza di attori d’oltralpe, oltre a che scelte chirurgiche nella recitazione americana (quanto tempo era che non vedevamo il grande Michael Stuhlbarg?), sono al servizio di una ambientazione italiana insolita.
Spostando il radar dalla riviera ligure (come nel libro) alla vicina Crema, Guadagnino porta nella pianura padana degli anni ’80 un lento vento estivo, fatto di rarefazioni alla “Novecento” (due attori francesi e un cast internazionale anche qui : un caso?) intrecciate all’atmosfera distratta, pigra, magica, sognante di un Truffaut, un Rivette, un Rohmer.
Guadagnino dice di aver trovato nel prodigioso Timothée Chalamet l’erede di Jean-Pierre Léaud e un personaggio replicabile, come nel mitico ciclo doineliano.
Non è improprio il parallelismo.
Questo giovane ragazzo americano di chiare origini francesi è semplicemente la rivelazione di questo film e una sicura promessa per il futuro.
L’Italia resta sullo sfondo, con quei accenni ironici al Duce, perfino al pentapartito, con una ricostruzione profonda, dettagliata degli anni ’80 lombardi che, per chi li ha vissuti davvero, fa sincera impressione.
Ma il plot gravita altrove, gravita sulla relazione d’amore omosessuale tra i due protagonisti, vista soprattutto dalla parte psicologica del nuovo Doinel, con una finezza e una eleganza di tratti che ha semplicemente del prodigioso.
Guadagnino non è nuovo a film importanti, quasi sempre di ambientazione borghese ed alto borghese.
Una èlite di censo ma anche di cultura, come in questo caso.
Già “Io sono l’amore” era uno di questi e “A bigger splash” era chiaramente una delle vie possibili per un cinema di qualità, d’arte, perfino in questi tempi oscuri, una specie di rieditazione de “La piscina” (la France d’abord) in chiave postmoderna.
Ma con questo, chiaramente, il nostro ha alzato l’asticella fino a livelli piuttosto inaccessibili per il 90% del cinema mondiale.
Una visione rarefatta, sublime e meditata, una cura formale, fotografica e musicale, oltre che recitativa, davvero d’altri tempi, irrorata dal teatro e dalle sue tecniche alle quali, palesemente, questi attori in stato di grazia hanno attinto a piene mani.
E poi c’è il finale.
Uno dei migliori della storia del cinema e non sto affatto esagerando.
Non voglio svelarlo per non rovinare l’incanto.
Mi basta sottolineare il contrasto tra la vita quotidiana, prosaica che continua e il vero “sturm und drang” davanti al camino e davanti alla vita che lo attende con la “gestione” complicata della perdita.
Ci voleva un attore straordinario per stare in close-up per qualche minuto e concludere un film di questo calibro.
L’abbiamo trovato : si chiama Timothée Chalamet ed è, in poche parole, un genio della recitazione, un talento assoluto e purissimo.
Troverete pochi film come questo in questi anni complicati.
Sicuro classico nei prossimi decenni, da studiare nelle scuole di cinema.
Un capolavoro che ha il gusto di epoche perdute.

Eva

Da appassionato di fantascienza con la peculiare perversione per la robotica, sono sorpreso di non aver sentito prima parlare di “Eva”.
Una produzione Canal+ spagnola di cui avevo avuto sentore solo recentemente in rete, dove un sotterraneo hype ne parlava come di una chicca da vedere assolutamente.
Non posso che confermare l’indispensabilità della visione di questo inatteso gioiello. Un modello in effetti di come la “fantascienza” pensante alla “Black mirror” parli ai nostri cuori, nel suo mix di contemporaneità e software futuribili, portati alle estreme conseguenze, molto meglio di altri generi ormai consunti dal tempo che corre velocissimo.
Straordinario esempio del miglior cinema europeo che grazie appunto alla qualità ormai pervasiva e a basso costo del software svetta sul cinema Usa anche nelle sue roccaforti, con una profondità di approccio che gli yankees culturalmente possono solo sognarsi, “Eva” resterà a lungo nei nostri cuori di cinefili.
Giocando con topoi eterni che la robotica sembra portare alla ribalta meglio di altri argomenti, il prometeismo della creazione, il tema del doppio, qui mischiati alla consueta, latente inquietudine per le derive negative possibili, “Eva” tocca poi temi eterni, quasi in chiave poetica, che ne rendono eterno e potentissimo l’involucro futuribile.
Sono molti gli atouts di questo piccolo grande film.
Una ambientazione gelida e fascinosa, una recitazione cronometrica simboleggiata da Daniel Brühl, classico attore “coltellino svizzero”, quindi a suo agio a La Chaux-de-Fonds dove “Eva” è stato girato, tipico attore che “dove lo metti, sta”, versatile, preciso.
E poi alcuni personaggi e scene memorabili, dalla protagonista al butler, al gatto robotico che letteralmente “ruba la scena” in più occasioni, ad una scena d’amore indelebile, suggellata nientepopodimeno che da “Space Oddity” di Bowie.
Sceneggiatura sapientissima, calibrata, con potenti colpi di scena e una generale atmosfera romantica che rendono questo film una chicca assoluta. Non perdetelo.

Juste la fin du monde

Nel generale rarefarsi della qualità artistica e nell’appiattimento vagamente anti culturale e anti intellettuale della temperie attuale, fa piacere ritrovarsi ancora a parlare di cinema di qualità, soprattutto se realizzato da un giovane, un giovanissimo regista che in poco tempo ha già conquistato legioni di critici e affezionati guardoni.
Inutile a dirsi il nostro è francofono, del Quebec, e gode, anche indirettamente, di quella meravigliosa “bolla” di eleganza e intelligenza non superficiale che sembra prerogativa certa di poche parti dell’Europa, Francia in primis, ultimo baluardo contro un mondo di giovani zombies chini sul loro “black mirror”, colpevolmente stupidi nell’era di google e wikipedia o, peggio, di attempati irrazionali retrogradi disinformati in cerca dell’ultimo bersaglio da odiare in nome di un passato che fortunatamente non tornerà più.
Xavier Dolan ha 28 anni ma sembra dimostrarne molto di più, sia umanamente che artisticamente.
Come sempre il dolore personale forgia i grandi artisti e il nostro lo è senz’altro.
Avevo visto qua e là spezzoni del suo melodrammismo in salsa gay e ne avevo avuto la sensazione di qualcosa di inespresso che doveva trovare il suo veicolo e la sua pulizia formale per trovare una potenza che mi sembrava ancora sfuggente, al di là degli strepiti.
Poi, appunto, ho visto “Juste la fin du monde” ed è un film che mantiene, che è all’altezza metaforica del suo titolo : davvero la fine del mondo.
Il ragazzo, intanto, ha capito una cosa essenziale : nel cinema ci sono due cose davvero essenziali, sceneggiatura e livello attoriale.
Le idee, la qualità della regia, la fotografia, la musica sono tutti elementi importanti ma i due suddetti sono davvero la colonna vertebrale dell’intera faccenda.
Soprattutto se ci si addentra nel nobile terreno del cinema di interni, teatrale, come in questo caso.
Essenziali quindi l’ancoraggio ad una pièce di Jean-Luc Lagarce, amato teatrante francese, e, soprattutto, la scelta di un cast stellare, di grandi attori francesi, tra cui svettano Nathalie Baye, monumento assoluto, e la sempre più convincente Marion Cotillard.
Con la chicca di un personaggio principale, scrittore, fuori dagli schemi mediocri della piccola ottusa borghesia di ovunque, gay e intellettuale nell’animo (orrore!), gentile e sofisticato, che torna a casa dopo molti anni, dalla sua “imbarazzante” famiglia, per una sconvolgente rivelazione, come subito espresso nella prima, strepitosa scena sull’aereo.
Interpretato, ed è una delle rivelazioni di questo splendido film, da uno che si era fatto notare per l’avvenenza e per un fortunato spot per un profumo francese, Gaspard Ulliel, di cui sicuramente sentiremo parlare e che è il protagonista di un altro attesissimo film, il thriller remake “Eva” con un’altra dea del cinema francese, Isabelle Huppert.
Gran premio della giuria a Cannes, che è sempre un segnale, visto che si tratta del premio vero della critica, quello che conta davvero per chi ne capisce, nel festival più raffinato e più culturalmente convincente del pianeta.
Da oggi inizia la vera carriera di questo fenomeno e sono davvero curioso di capire cosa potrà mai tirar fuori nella maturità uno che riesce ad assemblare un prodotto di questo livello ed un finale folgorante come quello che conclude questo tour de force.
N’oublie pas Xavier.

The Putin interviews

Quattro ore di interviste montate da vari incontri avuti in Russia con Putin : Oliver Stone non perde certamente lo smalto dei giorni migliori e confeziona un cadeau per appassionati di geopolitica quantomai attuale in piena guerra fredda 2.0 con relativo contorno di strepiti tifoidei per il buon Vladimir da parte della stragrande maggioranza del movimento destroide, sovranista, ormai razzista e fascista senza più complessi.
Il risultato, però, nonostante io sia stato incollato allo schermo per reale curiosità, è, ovviamente direi, abbastanza modesto, direi quasi democristiano ed apologetico.
Ho sempre avuto interesse e simpatia per il buon Oliver, fustigatore del sistema America e contestatore della prima ora.
Nonchè ottimo regista, con ottimi argomenti, il che è essenziale.
Ma non mi sono mai illuso sulla sua reale portata rivoluzionaria.
Ho riserve perfino su Michael Moore, in questo senso, figuriamoci su Oliver.
Nella balena America può starci qualsiasi cosa, da Spielberg, l’ingenuo cantore dell’American dream, a Oliver e Michael.
Ma siamo sempre nel sistema e penso che le denunce più potenti ed efficaci stiano ormai alle nostre spalle.
Forse i film più politici sono quelli meno politici : “Wall Street”, l’apologia acida del “greed is good”, della fascinazione ottusa per il denaro, “Natural born killers”, la discesa agli inferi nell’altro buco nero degli Usa, quello della fascinazione per le armi e la violenza.
In fondo “JFK”, “Nixon” fino al recente “Snowden” non dicono nulla di realmente nuovo e spettacolarizzano in maniera evidente quello che ormai è mainstream.
Attirato dalla prospettiva di fare un lungo reportage sul politico del momento, quello più apparentemente riservato e freddo, Oliver si è fatto una simpatica vacanza sulla Piazza Rossa con moglie e seguito e certamente non è andato fin lì per fare domande scomode e darci davvero dentro.
Accomunato naturalmente da una certa simpatia umana evidente e da una condivisione pre-politica sulle evidenti magagne e colpe americane, Oliver è apparso spuntato in questa circostanza, troppo evidentemente pilotato dal sapiente marketing cremlinese, è apparsa troppo evidente la natura “fake” di qualsiasi operazione televisiva, figuriamoci se concordata con uno come Putin che chiaramente non lascia nulla di non calcolato perfino quando si reca in bagno.
C’è una scena che suggella con evidenza questa generale “atmosfera”, rilassata fino al delirio.
Quella dove si vede chiaramente la preparazione di una scena dell’incontro tra i due, accuratamente coreografata, con Putin come docile attore nelle mani del sapiente regista.
O la famosa scena del caffè portato da Putin quasi con timidezza.
O la scena epicamente propagandistica della “control room” militare, con tanto di videotelefonata tra il grande capo e un generale.
Perfino quando Oliver propone a Vladimir di vedere assieme “Dr. Strangelove”, che stranamente Putin non aveva mai visto, la gag risulta fiacca.
Siamo dalle parti del divertissement e va bene così in fondo, perfino per noi spettatori interessati alla verità ed equidistanti per principio.
Questo ovviamente rinforzerà le vele dei tanti fanatici ammiratori del nostro, talmente nostalgici del Dio-Patria-Famiglia da dimenticare l’ovvietà della complessità del mondo, soprattutto delle questioni politiche, militari, geopolitiche.
Ma non sono certo queste quisquilie che hanno mai fermato la mandria dei tifosi, così invelenita contro gli Usa e per motivi ideologici stretti, da dimenticare che in questo ambiente perfino Vladimir, e si vede chiaramente qua e là nel documentario, riderebbe della loro dabbenaggine manichea.
Il resto è propaganda, perfino nel senso buono del termine, ossia approfittare dell’insperato regalo per portare avanti le proprie idee e, se possibile, mettere in cattiva luce o in burletta gli avversari di sempre.
Come nella velenosa, intelligentissima allusione alle cerimonie brezneviane in relazione agli scambi finali di onorificenze tra Obama e Biden, nella gelida, spietata constatazione del loro potere perduto e quindi della inutilità delle loro minacce, perfino nella “compassione” ironica per il patriota Mc Cain.
Persona molto intelligente e capace : nulla di nuovo.
Persona molto ambigua e chiaramente espressione di un potere molto più assoluto e spietato di qualsiasi democrazia occidentale : altra ovvietà che stenta ad entrare nelle cervici dei molti dementi adulatori.
Guardando oltre, l’auspicio dei pensanti è che la Russia esca dall’equivoco sovranista, del piccolo mondo antico bigotto, caucasico e intollerante delle minoranze, si apra davvero al mondo e che gli Usa di converso si riequilibrino, trovino il loro modo di stare al mondo, quello multipolare, senza eccezionalismi che non possono più neanche permettersi economicamente.
In pratica, finita la polvere e lo strepito degli estremisti, finalmente trovare un nuovo equilibrio anche strategico.
In questo, stranamente, sono ottimista.
Sperando sempre di non essere smentito dai fatti, perchè in questo caso lo sarei in maniera davvero troppo esplosiva.

Asphalte

Samuel Benchetrit è un talento multiforme, uno di quei fenomeni che nessuno conosce al di qua delle Alpi, a dimostrazione che tra i cugini e gli italioti c’è molto di più che una catena montuosa a separarne culture, destini, logiche, atteggiamenti.
Scrittore, teatrante, regista e molte altre cose Samuel non si è fatto mancare nulla nella sua intensa vita di intellettuale figlio di immigrati, compreso l’amore per belle donne tormentate come Marie Trintignant (morta per omicidio nel 2003), Anna Mouglalis e Vanessa Paradis.
L’ho conosciuto avvicinandomi con sospetto al film “Il condominio dei cuori infranti”, sospetto generato più che altro dall’orrido titolo italiano (comme d’habitude), perché già la sola presenza di Isabelle Huppert, autentica divinità della recitazione, mi attirava irresistibilmente.
Il titolo originale, “Asphalte”, deriva da una sua trilogia letteraria “Les Chroniques de l’Asphalte”, romantica, dolente e grottesca visione delle periferie francesi e dei loro sfortunati abitanti.
Anche il film respira questa atmosfera a metà tra il trasognato e il malinconico ed è, come capita spesso ai film francesi, un autentico gioiello intriso di una classe sconosciuta in Italia, nonostante l’argomento che avrebbe incoraggiato ben altre derive e ben altri accenti nel cinema nostrano, con alcune idee di sceneggiatura, non rivelabili, semplicemente geniali.
Piccolo, strepitoso cinema da camera, dove non solo la dea recita alla sua siderale altezza (la scena delle finte prove teatrali davanti ad una telecamera vale il film), ma anche una schiera di attori transalpini meravigliosi, tra cui metterei in primo piano Gustave Kervern.
100 minuti della propria vita ben spesi, lontani dalle news e dalle follie di un mondo demente che sembra avere in “gran dispitto” neuroni e lumi vari.

Nocturnal animals

Era molto tempo che non vedevo un bel film, di genere o no, americano, fatto secondo i crismi della loro lunga tradizione.
Non avrei mai detto, inoltre, che un film del genere potesse essere fatto da uno stilista, categoria sulla quale non è difficile avere molti pregiudizi, una categoria che, come i pubblicitari, sembra sempre composta da mediocri annusatori di vento, opportunisti, superficiali cavalcatori di onde senza profondità e contenuti veri, appartenenti ad un demi-monde di pseudo artisti, professionisti della chiacchiera salottiera e del presenzialismo nevrotico.
Forse è necessario essere così per fare efficacemente questo tipo di lavoro ma è indubbio che per gli osservatori esterni la parola che viene subito in mente, in inglese, è “phoney” (fasullo).
Tom Ford stesso non sembra amare l’ambiente fatuo e sostanzialmente vuoto da cui proviene e si vede ampiamente nei suoi rarissimi film, soprattutto in questo dove il patinato estetismo di certe scene non è fine a sè stesso ma davvero si mette al servizio di questa storia dove la gallerista che ha scelto la vita facile vive appunto quel tipo di mondo, quel cinismo anch’esso superficiale, incarnato magistralmente nel brevissimo cameo e nella splendida battuta di Michael Sheen, attore peraltro che è sempre piacevole incontrare, in qualsiasi circostanza.
In questa atmosfera da “Brivido caldo” aggiornato, con quella musica molto Hitch ma anche molto anni ’80, Ford imbastisce una storia davvero magistrale che si dispiega su due piani narrativi contemporanei, quello del film vero e proprio, ossia quello che gira attorno alla vita della gallerista ex idealista che lascia brutalmente il suo fidanzato sognatore e potenziale scrittore, abortendo suo figlio e mettendosi con un finanziere che la tradisce, con quello sotterraneo del libro che lei riceve, con dedica, dal suo ex appunto, un libro potente, brutale che racconta altre storie ma sempre con una evidente colpevolizzazione per colei che l’ha abbandonato.
Non riveleremo altro della trama e del finale di questo film a rischio reale di spoiling, ma è certo che le basi di un grande film ci sono tutte : sceneggiatura impeccabile tratta da un libro molto celebrato, regia elegante e attenta, recitazione all’altezza.
Un film (vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia) che non dimenticherete presto.
Il che non è poco, ripeto, nel deserto, soprattutto americano, di questi decenni faticosi.