Back home, again

Reduce da un consueto time out londinese, constato che nulla è cambiato pur se tutto cambia.
Dopo una intera vita di peregrinazioni nella città di Samuel Johnson e della sua celeberrima e verissima affermazione (“When a man is tired of London, he is tired of life”), dopo brevi, lunghi, lunghissimi periodi nella capitale dei mille villaggi, la sensazione è sempre la stessa della prima volta : sono tornato a casa.
Nessun posto nel pianeta mi regala questa sensazione, nemmeno quelli a me più cari, come Parigi, la Provenza o altri.
Quelli sono luoghi del cuore, Londra è casa.
Ne conosco strade e luoghi, riti e liturgie, eppure è tale l’offerta di esperienze e di realtà che questa città immensa fornisce che ogni volta è una storia nuova.
Se credessi a quella buffa teoria che è la reincarnazione dovrei farmi qualche domanda, ma fortunatamente sono un essere pensante e quindi mi limito a parlare di evidenti affinità elettive.
Rafforzate poi anche dalla ragione, come capita nei migliori amori della nostra vita.
Roba da chiedere la cittadinanza onoraria per meriti acquisiti sul campo, magari al nuovo sindaco Sadiq Khan, col quale sicuramente andrei più d’accordo che con il suo improponibile predecessore.
Nonostante il mondo sia molto cambiato e spesso in peggio, Londra, pure a breve distanza da un attentato a Westminster, mantiene la sua meravigliosa indifferenza alle brutture del mondo, potenza dell’understatement, la sua forza inerziale straordinaria che deriva dall’essere una città mondo unica al mondo appunto, molto più di New York e tante altre megalopoli più…provinciali (se mi passate il termine), una città libertaria e naturalmente tollerante dove non hai mai la sensazione di essere blindato, dove lo Stato è fortunatamente ancora molto leggero, dove il senso di libertà è ancora forte e soffia col vento costante e il suo tempo mutevole.
Non questa volta, peraltro, dopo meravigliosi giorni di quasi estate che hanno, prevedibilmente, riempito i parchi di gente di tutte le razze del mondo.
Se c’è un posto che apre la testa come pochi altri è questo e non finirò mai di ringraziare la mia insistenza (premevo per andarci fin da piccolo : tu chiamale, se vuoi, premonizioni, intuizioni) e il liberalismo così anglosassone dei miei genitori lombardi per avermi permesso di fare parte della mia giovinezza sulle rive del Tamigi.
Lontano dai razzismi, così assurdi in London dove qualsiasi persona è straniera, lontano dai provincialismi, dalle grettezze mentali e dalle incrostazioni letali del tinello italico, lontani dalla burocrazia e dalle vessazioni di uno Stato nemico, espressione perfetta di un popolo che ragiona al contrario in quasi tutte le questioni essenziali, lontano dall’ossessione piccolo borghese dell’apparire, della bella figura.
Gli stupidi ed autolesionistici furori della Brexit sembrano molto lontani qui, dove la stragrande maggioranza ha votato Remain.
Il mondo intanto però va avanti secondo schemi nuovi.
Anche qui il dilagare dell’elettronica personale e mobile ha cambiato la posizione delle teste delle persone e spesso la loro attenzione.
Questo ha sostituito le mie ormai antiche immagini di interi treni del Tube quasi silenziosi con gente intenta a leggere di tutto, in cartaceo ovviamente.
A livello di linguaggio mi sono piacevolmente sorpreso a passare per un vecchio cittadino agée, lievemente aristocratico, col mio inglese arrotondato, old style, pieno di formule di cortesia e abbastanza scevro da americanismi.
I giovani che oggi hanno preso il posto delle vecchie generazioni ovunque nei servizi, se non sono stranieri e quindi chiedono a te paradossalmente di parlare più lentamente perché sanno poco la lingua o ne maneggiano una versione globish localizzata, in genere ti guardano con tenerezza e ti rivolgono qua e là un deferente “sir” che è il sempiterno modo inglese di metterti al tuo posto nella scala sociale sulla base del modo in cui parli, una vecchia ossessione del luogo.
E questo semplicemente per un “good evening” di troppo o una forma di cortesia raffinata che nel mondo iper diretto dell’hallo generalizzato e delle contrazioni yankee, viene visto come un eccesso di forma che potrebbe avere un vecchio zio nostalgico del porridge e dei “gesti bianchi” del cricket, quando era davvero total white.
E poi c’è il teatro.
Come dice mia moglie, se non hai visto teatro a Londra, praticamente non sai cosa è il teatro e soprattutto come dovrebbe essere.
Sovrastati dalla solita clamorosa offerta, in quantità e qualità, mi ero distratto e non avevo notato ad esempio una pièce di Albee (The Goat, or Who is Sylvia?) che si celebra al Royal Haymarket, proprio di fronte al teatro che da una vita racconta in maniera barocca e flamboyant la triste storia del “Phantom of the Opera”.
Attratti dalla star attraction (Damian Lewis, splendido attore inglese che ha già dato lustro a due delle serie migliori degli ultimi anni, “Homeland” e “Billions”), siamo entrati di corsa per poi assistere, more solito, ad uno spettacolo teso, di rara eleganza, grottesco al punto giusto, recitato magnificamente da tutti, star inclusa.
Questo mondo intanto è cambiato anche perché l’ossessione securitaria ha contagiato tutto.
Oggi qualsiasi posto nel globo che sia lontanamente famoso ha ridotto la sua appetibilità turistica per le lunghe code, aeroportuali, per entrarci e in generale per le limitazioni che questo comporta.
Tornato a Wimbledon dopo molti anni, questo luogo ad esempio è stato totalmente cambiato, come esperienza, dal nuovo feroce ordine mondiale.
Se una volta era una festa libertaria che comprendeva fragole con panna girando per l’immenso e splendido club indisturbati, oggi la security comanda tutto e ti confina nei posti imprenscindibili (museo, centre court, shop) non nascondendo il fatto che non vede l’ora che la mandria se ne vada in fretta.
Certo il Centre Court fa sempre battere il cuore e la tentazione, per noi cultori del tennis d’antan, è sempre quella di inginocchiarsi ma è chiaro che l’era del tennis moderno, con i suoi strascichi di turismo di massa e controllo delle masse stesso ha veramente cambiato i connotati di questo che resta un posto meraviglioso in un quartiere meraviglioso di una città straordinaria.
Ultima sera alla Royal Albert Hall, uno dei teatri più belli del mondo, proprio di fronte all’Albert Memorial, il posto in cui davo appuntamenti a chiunque nei giorni gloriosi della Londra degli anni 70-80, omaggio al mio nome più che all’amatissimo marito di Victoria, a cui è ovviamente intitolata la stessa sala da concerti circolare.
In scena gli ABC, o meglio Martin Fry, che porta avanti da solo il nome della casa, con l’orchestra di Anne Dudley.
Domina la sofisticata, dolcissima nostalgia di una musica di estrema eleganza che celebra gli heydays dell’epoca dei new romantics, una delle tante epoche musicali inglesi che hanno segnato il mondo e che, nel loro mix di musica elevatissima e dandismo spericolato, irriverente, sorprendentemente ingenuo, sembrano ormai appartenere ad epoche remotissime.
Con Martin la vita è stata lieve e voce e figura non sembrano la parodia della sua gioventù, quando, dice durante uno dei siparietti del concerto, si presentava nei pubs di Sheffield, sua città natale, vestito di giacca “gold lamé”, non una buona idea, chiosa, mentre promette il suo rientro per la seconda parte con quell’outfit.
Nella prima parte del concerto predomina l’ultimo, splendido album del nostro, il sequel di “Lexicon of Love”.
Martin è uno degli ultimi giganti del pop inglese, quella meravigliosa aristocrazia che parte dagli anni 60 e arriva a fine anni 90, ricca di veri artisti della composizione.
Grazie all’orchestra, la comunanza feconda di un tocco ormai alla Bacharach associato al tipico suono ABC, scende su una audience folgorata una dispensa fortunosa di perle che però solo i fans veri (quorum ego) hanno accompagnato con testa e testi declamati alla perfezione.
“Flames of desire”, “Ten below zero”, “Kiss me goodbye”, gli ultimi capolavori, e una serie di antiche meraviglie come “Be near me” hanno illuminato un first act eccelso.
Nella seconda parte la promessa è mantenuta e Martin entra di corsa vestito con giacca dorata d’ordinanza.
Scatta la celebrazione, molto più popular pur nel consueto splendore della tessitura musicale, di “Lexicon of Love” originale, uno degli album debutto più straordinari e celebrati dell’intera storia del pop inglese.
Tutti in piedi, anche nel Grand Tier, per la sequenza magica, fino al bis di “Look of love”.
Yippie aiy yippee yaye, indeed.
E alla sera, passeggiando e rasentando Kensington Gardens, per tornare in albergo dopo questa serata champagne di autoindulgenza assoluta ho pensato che Samuel Johnson era ancora mio amico e per me evidentemente era ancora lontano il tempo della depressione.

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Look up here, I’m in heaven

A distanza di un anno non si attenua l’emozione per la morte di David, a dimostrazione che non ero proprio l’unico ad averlo come punto di riferimento artistico assoluto.
Tra omaggi, mostre, documentari, come capita spesso è la BBC ad avere le armi migliori, come già era capitato col meraviglioso doc su Kate durante la residency londinese.
“The last five years” riecheggia il precedente “Five years” che, partendo dall’omonima, leggendaria canzone fantascientifica che apriva “Ziggy Stardust”, aveva esplorato cinque momenti fondamentali nella caleidoscopica ed incredibile carriera del genio Bowie.
Accostata alla mostra allestita al Mambo di Bologna, versione “zippata” dello splendido allestimento V&A (of course) e vista quest’estate, rappresenta una delle più struggenti testimonianze della vita e dell’arte di un uomo sostanzialmente davvero venuto da un altro pianeta, artisticamente parlando.
Le lacrime di Tony Visconti alla fine del film BBC sono quelle di uno dei testimoni e amici più stretti e stringono il cuore da quanto veicolano la sensazione di perdita vera, di fine di un’epoca.
La messa in scena della morte che “Blackstar” porta a termine con determinazione surreale, il lascito anche teatrale di “Lazarus”, un musical quasi postumo che, temo, resterà a lungo sulle scene del mondo, suggellano una fine unica come unico era il suo protagonista, un musicista di un livello assoluto, di una raffinatezza e varietà imbattibili, uno dei pochi che può guardare da pari a pari gente come John Lennon, ossia il top nella storia della musica “popolare”.
“Fame”, pezzo epocale suggella questa liaison, questo accostarsi di due pianeti fondamentali e mi piace qui riproporlo in una delle sue forme migliori, all’apice del successo e della padronanza scenica, quando davvero il mondo era ai suoi piedi e non solo su quel palco del “Serious Moonlight Tour” inondato di enormi globi fluttuanti.
Il pezzo che ha dato nome al musical e che mi è sembrato, subito, l’ultimo accecante capolavoro in forma canzone del nostro, in realtà preludeva ad altre gemme che solo successivamente sono venute fuori alla luce.
Così è il video di “No plan”, struggente e magistrale viaggio nella propria storia prima dell’addio : quanti riferimenti, quasi un quiz ricostruirli tutti.
Un uomo gentile e riservato che, quasi in punto di morte, semina di complimenti sinceri i suoi collaboratori tra cui il produttore di “Lazarus” (“sei un genio”) che, come racconta in uno dei punti più commoventi del documentario, quasi sorpreso risponde (“No, guarda, sei tu il fottuto genio, io sono solo il produttore”) prima di salutarlo per l’ultima volta.
Questa continua emozione mondiale testimonia che in fondo aveva ancora ragione lui, l’arte non muore mai e risorge sempre, come Lazzaro.
Nonostante gli ultimi, sublimi e definitivi colpi del finale, straordinario, di “Lazarus”, inimitabile metafora della morte.
Ars longa vita brevis, appunto.

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now

Look up here, man, I’m in danger
I’ve got nothing left to lose
I’m so high it makes my brain whirl
Dropped my cell phone down below

Ain’t that just like me

By the time I got to New York
I was living like a king
Then I used up all my money
I was looking for your ass

This way or no way
You know, I’ll be free
Just like that bluebird
Now ain’t that just like me

Oh I’ll be free
Just like that bluebird
Oh I’ll be free

Ain’t that just like me

Last Xmas

In questo 2016 che sembra volerci dire qualcosa e nella maniera più sgradevole e non educata possibile, come spesso la vita fa, si spegne anche la vita di George Michael, beffardamente proprio a Natale.
“Last Christmas”, canzone e video iconici par excellence, simbolo degli anni ’80 apparentemente edonistici ma in realtà molto contraddittori, soprattutto nell’Inghilterra dura della Thatcher che attraversavo spesso nei miei viaggi, è facilmente una delle mie canzoni di Natale preferite, con quella sua qualità, tipica dei grandi pezzi, di giovane leggerezza nobile, di sofisticata spensieratezza.
In terra di Albione, secondo una nota teoria antica, ormai superata, non sapranno magari fare la pasta e il caffè ma la pop music senz’altro sì.
E guardando le boy bands che si sono susseguite nel tempo o i fenomeni per ragazzine spesso e volentieri si sono trovati nascosti degli autori intrisi nell’oro, dotati di un talento e di una finezza fuori dal comune.
George era uno di loro.
Il tutto accoppiato ad una vocalità davvero importante e al curioso destino di immigrato gay che lo ha subito associato all’altra icona, Freddie Mercury.
Di cui aveva dimostrato la sostituibilità nei Queen (che lo avevano ufficialmente invitato dopo una leggendaria interpretazione a Wembley) pur poi, saggiamente, rifiutando nel nome di un confronto impossibile o comunque poco interessante per un campione pop e soul come era diventato nel tempo.
Per me George Michael diventa un grande del pop con “Older”, un album di una classe e di una finezza uniche, che avevo quasi casualmente scoperto in una cena estiva a Cannes, location perfetta per i velluti sofisticati di questa malinconica opera davvero immortale.
E lo diventa anche quando abbraccia il suo destino di grande “diva” del pop sinfonico nel meraviglioso album di rivisitazione “classic style” di pezzi suoi e di altri, portati poi magnificamente sulla scena : peraltro, dove se non all’Opéra Garnier di Parigi, tempio del barocco imperiale francese?
Come tanti altri sottovalutato ingiustamente per gli esordi light, seppur irrorati di perle pop da fuoriclasse assoluto, George Michael è in fondo l’epigono di un dono che sembra davvero appartenere quasi esclusivamente alla mia amata isola.
Curioso destino verificare che i tanti ragazzotti vestiti eccentricamente, da new dandies della classe media in rivolta contro il grigiore plumbeo dell’epoca Thatcher, siano stati probabilmente l’ultima fiammata di grande movimento e grande musica prima del diluvio delle epoche successive.
Penso a Spandau Ballet, Duran Duran, ABC e molti altri : gruppi che ancora oggi hanno una qualità di scrittura pop sofisticata da veri primi della classe come anche Sinatra, uno che se ne intendeva, riconobbe nella famosa lettera a George che oggi tutti consultano sui vari social networks.

Strange
Don’t you think I’m looking older?
But something good has happened to me
Change is a stranger
Who never seems to show

Oh my…Kate !

Chiunque sia stato all’Hammersmith Odeon nel 2014 per il ritorno sulle scene di Kate Bush non potrà mai dimenticare, ne sono certo, quelle serate di assoluta magia.
Sia per l’eccezionalità dell’evento che per il tessuto geniale dello spettacolo, sia dal punto di vista teatrale che musicale.
Tuttora ci sono giornali, siti che accolgono il feedback infinito della massa di adoratori della dea del Kent e sapere che probabilmente non ci saranno altre occasioni accentua questa nostalgia e il senso di grazia che deriva dalla fortuna di esserci stati.
Non ringrazierò mai abbastanza la mia lunga iscrizione al fan club di KB che mi permise una corsia preferenziale per l’accesso a quei due biglietti che, solo dopo poche ore, valevano già migliaia di euro.
Oggi è uscito il resoconto audio live ufficiale di quel gioiello inarrivabile : “Before the Dawn – Live” e, come si faceva una volta quando la musica era davvero importante, mi sono messo in poltrona con la cuffia.
Queste due ore e mezza di paradiso contengono pure il bonus di un pezzo non eseguito dal vivo, proprio quello che è più mancato a me e a molti quella sera.
Un regalo aggiuntivo che viene dalle prove e che è uno dei pezzi più importanti della storia della musica a noi contemporanea : la grandiosa “Never be mine”.
Questa versione “live” di “Never be mine”, assolutamente immensa, è uno dei mille motivi per comprare questo capolavoro, se mai qualcuno dovesse pur cercarli.
Resta ancora nel cesto dei desideri l’attesissimo DVD che in ogni caso difficilmente riuscirebbe a catturare, pur nello splendore dell’HD e di una regìa che immagino all’altezza, uno spettacolo teatrale multimediale di rara forza e complessità nonché l’atmosfera davvero straordinaria di quelle sere.
Ma noi fanatici siamo abituati ai lunghi tempi e alle uscite inaspettate della signora immersa nella campagna inglese, tuttora incorrotta abbastanza per dimostrare, nelle prime interviste che stanno accompagnando l’uscita di questo “Live”, sincera gioia e sorpresa di fronte all’accoglienza incredibile ricevuta.
Una accoglienza che lo stesso Rhodes, fenomenale chitarrista e cuore pulsante dell’ensemble mitologico approntato per la residency londinese, abituato a fasti continui (con Peter Gabriel ed altri), ha definito unica, ultraterrena, superiore a quanto mai visto nella sua non breve vita di musicista.
Lunga vita a Kate.

Scene di lotta di classe in campagna inglese

Ci sono tanti modi di essere rockstar e certamente i Genesis, coerentemente con una musica unica, sognante, molto colta rispetto alla media anche del periodo, sono state delle star molto speciali.
A parte capelli ed atteggiamento hippy, la spolverata della storia in quel decennio, il nucleo storico del gruppo (Gabriel – Rutherford – Banks) è, come da prassi anglo, una filiazione delle art schools private e costosissime, reticolati di rapporti eterni, perse nella meravigliosa campagna inglese, oscillanti tra antiche durezze vittoriane e la sempiterna tradizione high class britannica fatta di pioggia, misteri e tè delle cinque.
Non stupisce quindi che il povero Phil Collins, come racconta nella bellissima autobiografia “Not dead yet”, divorata recentemente con grande soddisfazione, abbia fatto il famoso provino per il trio storico con la soggezione e l’inferiority complex del commoner che abitava al capolinea del Tube, nelle lande desolate di Hounslow.
Lui stesso ne parla ancora con rispetto e timore : la villa in campagna di proprietà, la piscina riscaldata, il piano a coda, i tre “nobili” che provinano i batteristi con sussiego, ottimo inglese, bassa voce, gentilezza da antico landlord.
Phil vinse quel famoso provino, grazie alla feroce passione e alla frequentazione di ambienti poco raccomandabili di Soho, dove si formava la ben più ruspante generazione di autentici geni della musica come Who e altri.
Ma sempre rimase in lui, come dice frequentemente, l’impressione di essere “fuori” dalla cerchia nobiliare, ospite in casa d’altri.
Pur avendo quella grinta e quella ferocia tipica dei meno fortunati per nascita e censo che trascinò anche la riluttante noblesse nei gorghi del pop e delle hits dopo la dipartita di Gabriel.
A dimostrazione che spesso solo dal basso è possibile partire per davvero “fare carriera” : in fondo il privilegio del denaro vero, ereditato, è proprio la rilassatezza che a volte è il vero freno a parabole che potrebbero essere più alte, meno scontate.
Anni irripetibili comunque, anni dove perfino un Collins, abituato a ben altre melodie e logiche, sforna e canta per la prima volta, prima del futuro posto stabile davanti al microfono un gioiello come “For absent friends“, tratto da quell’insensato capolavoro che è “Nursery Cryme” :

Sunday at six when they close both the gates
a widowed pair,
still sitting there,
Wonder if they’re late for church
and it’s cold, so they fasten their coats
and cross the grass, they’re always last.

Passing by the padlocked swings,
the roundabout still turning,
ahead they see a small girl
on her way home with a pram.

Inside the archway,
the priest greets them with a courteous nod.
He’s close to God.
Looking back at days of four instead of two.
Years seem so few (four instead of two).
Heads bent in prayer
for friends not there.

Leaving twopence on the plate,
they hurry down the path and through the gate
and wait to board the bus
that ambles down the street.

Di fronte a questa meraviglia, così intrisa di britannica nostalgia, sparisce perfino la ricca parte dedicata alla complicatissima vita sentimentale del nostro.
Insospettabilmente vivace ma ancora legata a logiche monogame, sulla falsariga di “lenzuola pulite e cioccolata calda” che era la frase tipica di Rutherford di fronte all’ennesimo hotel.
Molto, molto lontani dal cliché sex, drugs and rock’n’roll.
Il che ce li rende ancora più amati, se possibile.

Guilty pleasures

L’Apple Music Festival che si svolge ogni anno nella meravigliosa venue della Roundhouse di Londra, uno dei tanti templi musicali della capitale, rappresenta un piacevole appuntamento ed una occasione annuale per fare il punto della situazione.
Negli ultimi anni, direi, ha documentato con esattezza lo stato comatoso del movimento musicale mondiale e la sua sostanziale mediocrità, “riparando” con le esibizioni di vecchie o vecchissime glorie che hanno ancora una volta evidenziato l’oceano di qualità che esiste ancora tra la musica del passato e il rock odierno, perso tra pop senza qualità e plastificato, oggetto più che altro di esibizioni ginniche e coreografie chiassose, il cancro eterno dell’hip hop, un piccolo e marginale gimmick elevato impropriamente a filosofia di vita e, peggio, “stile” musicale, oppure il residuo “classic rock” derivativo dove i grandi sono i Coldplay, i Muse…così, per dire la decadenza.
Quest’anno, nuovamente, il caro vecchio Reginald, Elton John, è salito sul palco e ha spezzato il pane della vera grande musica, pur ingessato in un corpaccione e in una confezione sempre più improbabili.
Ha fatto, come anche in un recente passato, anche da mentore a nuovi talenti e qui, ovviamente ho alzato le orecchie.
Non è passata invano Christina & the Queens, una francesina molto transgender che pur non avendo scoperto il mondo è certamente un prodottino interessante, molto modernista, sia musicalmente che visivamente.
Ma chi mi ha fatto davvero fermare e battere il cuore è Spencer Ludwig, un nome di cui dovreste tenere nota.
Preceduto dalla fama di futuro n.1 della black music e non solo, beneficato da un contratto monstre della Warner, il giovanissimo californiano androgino di origine filippina mi ha davvero stupefatto, dopo un periodo di tempo infinito di vacche magre.
Presenza scenica importante, da predestinato, musica di grandissima qualità che spazia, centrifugandole, in tutte le varianti della black music.
Nipotino dichiarato di Prince (ovviamente), debitore di Stevie Wonder e perfino di Miles Davis (alterna voce e tromba sul palco), il nostro in 29 minuti scarsi di set mi ha ridato fiducia nel genere umano e nella sua capacità di creare ancora musica che lascia il segno.
La black music, nelle sue mille sorgenti, è una vena profonda che pulsa ancora e che ci tiene a galla nel deserto.

A,b,c,x,t,c…

La meravigliosa “onda” della new wave inglese (1976-86, un decennio scarso), a dispetto di ogni logica e sfidando l’inesorabilità del tempo, continua a voler alzarsi per quei pochi eletti che la vogliono ancora vedere.
Ultima onda di grande musica prima della glaciazione dell’epoca digitale, è sempre stata una nicchia per pochi, al di là di quei piccoli bagliori di notorietà iniziale.
Spesso i grandi veri e riconosciuti (penso a Bowie, Prince…) sono stati portati al successo planetario e numerico per i motivi sbagliati : il look, le trasgressioni.
Altri, dotati…”solo” di una musica straordinaria hanno raggiunto ben più modesti successi materiali.
Spesso hanno sigle criptiche : ABC, XTC.
Gli XTC sono stati definiti in UK “the most criminally underrated band in music history”, per dire.
Eppure resistono, a modo loro.
Andy Partridge, nume tutelare degli XTC, ritiratosi convintamente dalla follia concerto-album-concerto, grazie anche a provvidenziali panic attacks, vive da vecchio signore nella campagna di Swindon, cura un curioso account Twitter dove dispensa il suo acido pensiero laterale, colmo di sarcasmo da grande mente pensante.
Scrive libri come “Complicated game”, che sto divorando, dove ripercorre un glorioso passato attraverso alcune canzoni del suo preziosissimo repertorio divagando meravigliosamente.
Ormai rinuncia quasi asceticamente alla composizione e vive la vita che ha sempre voluto, lontano dal fragore volgare del successo, in campagna, con la donna finalmente giusta.
Lui che aveva scritto canzoni come questa sull’argomento : definitive e intrise di una dolcezza nostalgica inarrivabile.
Gli ABC invece, la definizione di glamour e soprattutto di “lush”, termine quasi non traducibile, invecchiano elegantemente attraverso il leader Martin Fry, altro esemplare di vecchio signore inglese che ha portato avanti la torcia di questa musica epicamente ricca, splendente, fuori dal tempo.
Anche nel buio di anni osceni hanno scritto albums eccezionali, con perle come questa.
Ora chiudono il cerchio e riprendendo il loro primo album, considerato per anni uno degli esordi più stratosferici nella storia del pop, scrivono e portano in giro in Inghilterra in venues meravigliosamente decadenti ed eleganti (come il Brighton Dome) il loro nuovo album, “The Lexicon of love II”, ideale continuazione del vecchio “Lexicon”.
E lo portano in giro con l’orchestra, a dimostrazione della complessità di textures e della raffinata magniloquenza della loro arte.
L’album, inutile dire, è come sempre splendido, una vera lezione di classe e di qualità.
Chi scrive canzoni come “The flames of desire”, “Ten below zero” o le meravigliose “The ship of the seasick sailor” e “Kiss me goodbye” avrà sempre il mio imperituro rispetto.
La loro musica è come una pasticceria di Parigi che apre per un’ora soltanto i suoi battenti ad un malato di diabete.
Saprei perfino dirvi l’indirizzo nella “ville lumière”.
Ecco : musicalmente quella pasticceria si chiama ABC.

Il principe

Il 2016 conferma la sua meritata fama di annus horribilis per l’arte e la musica in particolare.
L’improvvisa scomparsa di Prince, a soli 57 anni, toglie il secondo grande pilastro della musica pop moderna assieme a David Bowie.
Duca, Principe…a dispetto delle evidenti, eclatanti differenze somatiche, etniche, culturali, stiamo parlando sempre di nobiltà artistica, stiamo parlando di due fondamenti di un periodo nella quale la grande musica apriva interi mondi, definiva epoche.
La nostra epoca.
Perchè come tutti i veri grandi Prince non è un musicista, è un intero continente e ha influenzato talmente tanto la sua arte da risultare incomprensibile lo scenario senza la sua presenza.
Mentre l’Italietta si attardava, come sempre, in diatribe penose e dualismi artificiali (ad esempio con Michael Jackson che ha in comune con Prince solo il colore della pelle ma che per il resto è artisticamente un microbo al confronto), rimarcando l’ambiguità sessuale (come Bowie), la teatralità delle performances (come Bowie), il mondo intero celebrava da subito la grandezza di un multistrumentista dal talento prolifico e folle, che partiva producendo da solo, giovanissimo, il primo album e poi, in poco tempo, dopo aver letteralmente reinventato il funk, inanellava da “Purple rain” in poi, una sequenza di album che definire indimenticabili è poco.
Quella è la fase “imperiale” e totalmente di successo del genio di Minneapolis, il “nuovo Duke Ellington” come giustamente ratificava un altro grandissimo, Miles Davis.
Ma io l’ho amato anche dopo, nelle fasi più controverse, nella sequenza di album gettati fuori a raffica, come se la creatività non avesse davvero limiti e tantomeno quella imposta dalle case discografiche (eterne nemiche) o dal buon senso puro e semplice.
E sono andato a vedermelo due volte dal vivo : esperienza quasi mistica, difficilmente raccontabile.
A dispetto della statura, un gigante in scena : il palcoscenico non fa sconti e la vera grandezza musicale e di padronanza scenica risaltano in maniera quasi surreale, iperreale.
Esattamente come Bowie, l’altro grande gigante.
Ora che il palcoscenico è chiuso e in lontananza si sente solo il gracchiare di musica inutile, riprodotta però su scintillanti devices tecnologici, il senso di perdita quasi toglie il fiato.
Possiamo solo festeggiare : perché siamo la generazione che ha vissuto la golden age di quella grande arte, di quel mistero che è la grande musica.

I was dreamin’ when I wrote this, forgive me if it goes astray
But when I woke up this mornin’, could’ve sworn it was judgment day
The sky was all purple, there were people runnin’ everywhere
Tryin’ to run from the destruction, you know I didn’t even care

Say say two thousand zero zero party over, oops, out of time
So tonight I’m gonna party like it’s nineteen ninety-nine

Romantici ed eccessivi

La tragica morte di Keith Emerson porta avanti l’angosciante agenda di questo 2016 pieno di lutti.
La figura eccessiva, barocca, romantica di Keith è il simbolo di un’epoca, quella degli anni ’60 e ’70, ricca di contraddizioni, di forme di musica diverse ma tutte caratterizzate dal fuoco di una forza e di una qualità, anche tecnica in questo caso, che sembrano appartenere a mille anni fa non a quarant’anni scarsi.
La musica aveva un ruolo preponderante in quel magico periodo e sia dalla parte della musica più ridondante e progressiva (Genesis, Yes, ELP appunto e mille altri), sia dalla parte della musica più rock (Who, Stones…), c’era una urgenza, una ricchezza, una forza anche sociale senza paragoni.
Quella è l’epoca dove nasce la musica come forma sociale di aggregazione fortissima, di visione del mondo.
Non si aveva paura di non calcolare, non si aveva paura dell’eccesso.
E il canale dell’ispirazione era sempre ben aperto, senza distrazioni di sorta.
La musica si ascoltava con quella religiosa attenzione che oggi non sembra appartenere più a nulla, travolti da un “attention span” di pochi secondi, il marchio di fabbrica della multitasking generation.
Qualitativamente la ricchezza che si trova anche in gruppi “straripanti” come Emerson, Lake & Palmer, col paradosso del nome da studio legale per una musica ampiamente debordante i confini del corretto e del normale, è semplicemente incredibile.
Alla fine, quello che resta sono gioielli come questo, questo e molti altri.
Ti sia lieve la terra, Keith.

Quella volta che

Quella volta che vidi Bob Dylan ed Eric Clapton, avevo 17 anni, loro erano all’apice della loro fama ed io vivevo quasi due mesi all’anno nella capitale britannica.
Mi ero intruppato con un gruppo di amici inglesi verso l’aerodromo di Blackbushe, un enorme spazio nel Surrey.
Non avrei mai pensato che “The Picnic” (così si chiamava il festival in questione) sarebbe entrato nella leggenda come uno dei più grandi ritrovi dell’intera storia (200.000 persone e spiccioli).
Vista con gli occhi di adesso sembra quasi appartenere ad altre galassie, tra rock, droghe, capelli lunghi, estemporanei spettacolini, fiumi di birra.
Musicalmente Dylan era un’icona ma già da allora era chiaro che quella non era la mia musica americana, così come non è quella di Springsteen o della velenosa musica country che scoprii nella sua fetida ripetitività nei primi viaggi negli USA, alla disperata ricerca di una stazione radio che non vomitasse quella roba lì.
Musica da rednecks del Midwest, non certo una delle migliori garanzie di raffinatezza di palati.
L’avvento sul palco di Clapton, altro apice dell’interminabile gig, fu accolto non solo da me ma anche dai miei “fellow brits” con molta, molta più partecipazione.
Gli inglesi, dal mio punto di vista, hanno sempre una marcia in più nel pop-rock, aggiungono quel loro tocco meravigliosamente europeo ed eccentrico ad una musica che nasce pura e senza fronzoli.
Clapton era ed è il blues rivisitato e lì ribadii il mio amore per la mia musica americana, quella nera, il jazz, il blues, il funk, il rhythm’n’blues e così via.
Clapton era “Layla”, un pezzo che mi dava i brividi fin da allora e già mi raccontava, per tortuose vie, lo sviluppo della mia vita futura, allora così lontana e imprevedibile.
Quella volta che vidi Miles Davis ero già nel mood classico : meglio affrettarsi, andiamo a vederlo visto che capita raramente e comincia ad essere vecchiotto….
Ero a Milano ed ero già innestato nella mia prima vita da adulto da qualche anno.
L’amore per il jazz era consolidato fino a farlo diventare fin da allora il mio genere preferito in assoluto.
Una specie di mantra ritmico-melodico che fa dondolare la testa in maniera ipnotica, come in un loop dal quale non si vuole uscire mai.
Musica per la mente, musica davvero superiore sia per concezione che per realizzazione strumentale.
Tutta la musica americana veramente di qualità (e quindi in fondo non amatissima in patria) sempre da qui deve passare e risciacquare, Steely Dan, Prince, l’immenso Zappa, tutti.
Miles era già allora, per me, un gigante non del jazz ma di tutta la musica moderna.
Uno che era passato da capolavori spaventosi, apollinei e perfetti come “Kind of Blue” ad altri album a duemila all’ora come “Bitches Brew” e seguenti.
Non penso che l’imminente film con Don Cheadle riuscirà a rendergli giustizia, penso che si attarderà su questioncelle private (droga, violenza…) dimenticando che siamo in presenza di uno dei dieci-venti musicisti (senza limiti di genere e classica inclusa) che valgono una vita e definiscono intere epoche, pur viaggiando sempre molto oltre la loro matrice crossover, tipica dei grandi geni in ogni campo.
Comme d’habitude il nostro fece l’intero concerto con le spalle rivolte al pubblico, vestito con una colorata ed improbabile livrea flamboyant.
Un rito sciamanico ed una musica sicuramente non di questa terra.
Come da previsione morì pochi anni dopo e la mia sensazione fu, come sempre, di incredulità e di malinconia, come quando è morto Bowie, come se fosse la fine di un’epoca e in piccola parte anche della mia vita, quando invece stavo solo iniziando.
Quella volta che vidi Burt Bacharach ero sempre a Milano, qualche anno fa.
La mia seconda vita era già iniziata e l’età cominciava davvero ad accomunarmi all’arzillo combattente sul palco (“meglio affrettarsi”…), con il suo carico di emozioni e di lacrime.
Burt è per me, il simbolo dell’altro grande filone della musica americana, l’easy listening di classe, l’equivalente musicale delle commedie di Neil Simon.
Un mondo che si sta dissolvendo e che per anni è stato il giocattolo di lusso per le teste pensanti delle due coste (soprattutto quella est), il meglio della società americana.
Anche lui, come ha ammesso nel recente bellissimo “A life in song”, intervista-concerto alla Royal Albert Hall firmata BBC, ha tra le sue più grandi ispirazioni il jazz e in particolare il be-bop e nel suo straordinario canzoniere si nota ampiamente il filone d’oro che innerva questa musica sontuosa, vellutata, inesorabilmente splendida.