Guilty pleasures

L’Apple Music Festival che si svolge ogni anno nella meravigliosa venue della Roundhouse di Londra, uno dei tanti templi musicali della capitale, rappresenta un piacevole appuntamento ed una occasione annuale per fare il punto della situazione.
Negli ultimi anni, direi, ha documentato con esattezza lo stato comatoso del movimento musicale mondiale e la sua sostanziale mediocrità, “riparando” con le esibizioni di vecchie o vecchissime glorie che hanno ancora una volta evidenziato l’oceano di qualità che esiste ancora tra la musica del passato e il rock odierno, perso tra pop senza qualità e plastificato, oggetto più che altro di esibizioni ginniche e coreografie chiassose, il cancro eterno dell’hip hop, un piccolo e marginale gimmick elevato impropriamente a filosofia di vita e, peggio, “stile” musicale, oppure il residuo “classic rock” derivativo dove i grandi sono i Coldplay, i Muse…così, per dire la decadenza.
Quest’anno, nuovamente, il caro vecchio Reginald, Elton John, è salito sul palco e ha spezzato il pane della vera grande musica, pur ingessato in un corpaccione e in una confezione sempre più improbabili.
Ha fatto, come anche in un recente passato, anche da mentore a nuovi talenti e qui, ovviamente ho alzato le orecchie.
Non è passata invano Christina & the Queens, una francesina molto transgender che pur non avendo scoperto il mondo è certamente un prodottino interessante, molto modernista, sia musicalmente che visivamente.
Ma chi mi ha fatto davvero fermare e battere il cuore è Spencer Ludwig, un nome di cui dovreste tenere nota.
Preceduto dalla fama di futuro n.1 della black music e non solo, beneficato da un contratto monstre della Warner, il giovanissimo californiano androgino di origine filippina mi ha davvero stupefatto, dopo un periodo di tempo infinito di vacche magre.
Presenza scenica importante, da predestinato, musica di grandissima qualità che spazia, centrifugandole, in tutte le varianti della black music.
Nipotino dichiarato di Prince (ovviamente), debitore di Stevie Wonder e perfino di Miles Davis (alterna voce e tromba sul palco), il nostro in 29 minuti scarsi di set mi ha ridato fiducia nel genere umano e nella sua capacità di creare ancora musica che lascia il segno.
La black music, nelle sue mille sorgenti, è una vena profonda che pulsa ancora e che ci tiene a galla nel deserto.

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A,b,c,x,t,c…

La meravigliosa “onda” della new wave inglese (1976-86, un decennio scarso), a dispetto di ogni logica e sfidando l’inesorabilità del tempo, continua a voler alzarsi per quei pochi eletti che la vogliono ancora vedere.
Ultima onda di grande musica prima della glaciazione dell’epoca digitale, è sempre stata una nicchia per pochi, al di là di quei piccoli bagliori di notorietà iniziale.
Spesso i grandi veri e riconosciuti (penso a Bowie, Prince…) sono stati portati al successo planetario e numerico per i motivi sbagliati : il look, le trasgressioni.
Altri, dotati…”solo” di una musica straordinaria hanno raggiunto ben più modesti successi materiali.
Spesso hanno sigle criptiche : ABC, XTC.
Gli XTC sono stati definiti in UK “the most criminally underrated band in music history”, per dire.
Eppure resistono, a modo loro.
Andy Partridge, nume tutelare degli XTC, ritiratosi convintamente dalla follia concerto-album-concerto, grazie anche a provvidenziali panic attacks, vive da vecchio signore nella campagna di Swindon, cura un curioso account Twitter dove dispensa il suo acido pensiero laterale, colmo di sarcasmo da grande mente pensante.
Scrive libri come “Complicated game”, che sto divorando, dove ripercorre un glorioso passato attraverso alcune canzoni del suo preziosissimo repertorio divagando meravigliosamente.
Ormai rinuncia quasi asceticamente alla composizione e vive la vita che ha sempre voluto, lontano dal fragore volgare del successo, in campagna, con la donna finalmente giusta.
Lui che aveva scritto canzoni come questa sull’argomento : definitive e intrise di una dolcezza nostalgica inarrivabile.
Gli ABC invece, la definizione di glamour e soprattutto di “lush”, termine quasi non traducibile, invecchiano elegantemente attraverso il leader Martin Fry, altro esemplare di vecchio signore inglese che ha portato avanti la torcia di questa musica epicamente ricca, splendente, fuori dal tempo.
Anche nel buio di anni osceni hanno scritto albums eccezionali, con perle come questa.
Ora chiudono il cerchio e riprendendo il loro primo album, considerato per anni uno degli esordi più stratosferici nella storia del pop, scrivono e portano in giro in Inghilterra in venues meravigliosamente decadenti ed eleganti (come il Brighton Dome) il loro nuovo album, “The Lexicon of love II”, ideale continuazione del vecchio “Lexicon”.
E lo portano in giro con l’orchestra, a dimostrazione della complessità di textures e della raffinata magniloquenza della loro arte.
L’album, inutile dire, è come sempre splendido, una vera lezione di classe e di qualità.
Chi scrive canzoni come “The flames of desire”, “Ten below zero” o le meravigliose “The ship of the seasick sailor” e “Kiss me goodbye” avrà sempre il mio imperituro rispetto.
La loro musica è come una pasticceria di Parigi che apre per un’ora soltanto i suoi battenti ad un malato di diabete.
Saprei perfino dirvi l’indirizzo nella “ville lumière”.
Ecco : musicalmente quella pasticceria si chiama ABC.

Il principe

Il 2016 conferma la sua meritata fama di annus horribilis per l’arte e la musica in particolare.
L’improvvisa scomparsa di Prince, a soli 57 anni, toglie il secondo grande pilastro della musica pop moderna assieme a David Bowie.
Duca, Principe…a dispetto delle evidenti, eclatanti differenze somatiche, etniche, culturali, stiamo parlando sempre di nobiltà artistica, stiamo parlando di due fondamenti di un periodo nella quale la grande musica apriva interi mondi, definiva epoche.
La nostra epoca.
Perchè come tutti i veri grandi Prince non è un musicista, è un intero continente e ha influenzato talmente tanto la sua arte da risultare incomprensibile lo scenario senza la sua presenza.
Mentre l’Italietta si attardava, come sempre, in diatribe penose e dualismi artificiali (ad esempio con Michael Jackson che ha in comune con Prince solo il colore della pelle ma che per il resto è artisticamente un microbo al confronto), rimarcando l’ambiguità sessuale (come Bowie), la teatralità delle performances (come Bowie), il mondo intero celebrava da subito la grandezza di un multistrumentista dal talento prolifico e folle, che partiva producendo da solo, giovanissimo, il primo album e poi, in poco tempo, dopo aver letteralmente reinventato il funk, inanellava da “Purple rain” in poi, una sequenza di album che definire indimenticabili è poco.
Quella è la fase “imperiale” e totalmente di successo del genio di Minneapolis, il “nuovo Duke Ellington” come giustamente ratificava un altro grandissimo, Miles Davis.
Ma io l’ho amato anche dopo, nelle fasi più controverse, nella sequenza di album gettati fuori a raffica, come se la creatività non avesse davvero limiti e tantomeno quella imposta dalle case discografiche (eterne nemiche) o dal buon senso puro e semplice.
E sono andato a vedermelo due volte dal vivo : esperienza quasi mistica, difficilmente raccontabile.
A dispetto della statura, un gigante in scena : il palcoscenico non fa sconti e la vera grandezza musicale e di padronanza scenica risaltano in maniera quasi surreale, iperreale.
Esattamente come Bowie, l’altro grande gigante.
Ora che il palcoscenico è chiuso e in lontananza si sente solo il gracchiare di musica inutile, riprodotta però su scintillanti devices tecnologici, il senso di perdita quasi toglie il fiato.
Possiamo solo festeggiare : perché siamo la generazione che ha vissuto la golden age di quella grande arte, di quel mistero che è la grande musica.

I was dreamin’ when I wrote this, forgive me if it goes astray
But when I woke up this mornin’, could’ve sworn it was judgment day
The sky was all purple, there were people runnin’ everywhere
Tryin’ to run from the destruction, you know I didn’t even care

Say say two thousand zero zero party over, oops, out of time
So tonight I’m gonna party like it’s nineteen ninety-nine

Romantici ed eccessivi

La tragica morte di Keith Emerson porta avanti l’angosciante agenda di questo 2016 pieno di lutti.
La figura eccessiva, barocca, romantica di Keith è il simbolo di un’epoca, quella degli anni ’60 e ’70, ricca di contraddizioni, di forme di musica diverse ma tutte caratterizzate dal fuoco di una forza e di una qualità, anche tecnica in questo caso, che sembrano appartenere a mille anni fa non a quarant’anni scarsi.
La musica aveva un ruolo preponderante in quel magico periodo e sia dalla parte della musica più ridondante e progressiva (Genesis, Yes, ELP appunto e mille altri), sia dalla parte della musica più rock (Who, Stones…), c’era una urgenza, una ricchezza, una forza anche sociale senza paragoni.
Quella è l’epoca dove nasce la musica come forma sociale di aggregazione fortissima, di visione del mondo.
Non si aveva paura di non calcolare, non si aveva paura dell’eccesso.
E il canale dell’ispirazione era sempre ben aperto, senza distrazioni di sorta.
La musica si ascoltava con quella religiosa attenzione che oggi non sembra appartenere più a nulla, travolti da un “attention span” di pochi secondi, il marchio di fabbrica della multitasking generation.
Qualitativamente la ricchezza che si trova anche in gruppi “straripanti” come Emerson, Lake & Palmer, col paradosso del nome da studio legale per una musica ampiamente debordante i confini del corretto e del normale, è semplicemente incredibile.
Alla fine, quello che resta sono gioielli come questo, questo e molti altri.
Ti sia lieve la terra, Keith.

Quella volta che

Quella volta che vidi Bob Dylan ed Eric Clapton, avevo 17 anni, loro erano all’apice della loro fama ed io vivevo quasi due mesi all’anno nella capitale britannica.
Mi ero intruppato con un gruppo di amici inglesi verso l’aerodromo di Blackbushe, un enorme spazio nel Surrey.
Non avrei mai pensato che “The Picnic” (così si chiamava il festival in questione) sarebbe entrato nella leggenda come uno dei più grandi ritrovi dell’intera storia (200.000 persone e spiccioli).
Vista con gli occhi di adesso sembra quasi appartenere ad altre galassie, tra rock, droghe, capelli lunghi, estemporanei spettacolini, fiumi di birra.
Musicalmente Dylan era un’icona ma già da allora era chiaro che quella non era la mia musica americana, così come non è quella di Springsteen o della velenosa musica country che scoprii nella sua fetida ripetitività nei primi viaggi negli USA, alla disperata ricerca di una stazione radio che non vomitasse quella roba lì.
Musica da rednecks del Midwest, non certo una delle migliori garanzie di raffinatezza di palati.
L’avvento sul palco di Clapton, altro apice dell’interminabile gig, fu accolto non solo da me ma anche dai miei “fellow brits” con molta, molta più partecipazione.
Gli inglesi, dal mio punto di vista, hanno sempre una marcia in più nel pop-rock, aggiungono quel loro tocco meravigliosamente europeo ed eccentrico ad una musica che nasce pura e senza fronzoli.
Clapton era ed è il blues rivisitato e lì ribadii il mio amore per la mia musica americana, quella nera, il jazz, il blues, il funk, il rhythm’n’blues e così via.
Clapton era “Layla”, un pezzo che mi dava i brividi fin da allora e già mi raccontava, per tortuose vie, lo sviluppo della mia vita futura, allora così lontana e imprevedibile.
Quella volta che vidi Miles Davis ero già nel mood classico : meglio affrettarsi, andiamo a vederlo visto che capita raramente e comincia ad essere vecchiotto….
Ero a Milano ed ero già innestato nella mia prima vita da adulto da qualche anno.
L’amore per il jazz era consolidato fino a farlo diventare fin da allora il mio genere preferito in assoluto.
Una specie di mantra ritmico-melodico che fa dondolare la testa in maniera ipnotica, come in un loop dal quale non si vuole uscire mai.
Musica per la mente, musica davvero superiore sia per concezione che per realizzazione strumentale.
Tutta la musica americana veramente di qualità (e quindi in fondo non amatissima in patria) sempre da qui deve passare e risciacquare, Steely Dan, Prince, l’immenso Zappa, tutti.
Miles era già allora, per me, un gigante non del jazz ma di tutta la musica moderna.
Uno che era passato da capolavori spaventosi, apollinei e perfetti come “Kind of Blue” ad altri album a duemila all’ora come “Bitches Brew” e seguenti.
Non penso che l’imminente film con Don Cheadle riuscirà a rendergli giustizia, penso che si attarderà su questioncelle private (droga, violenza…) dimenticando che siamo in presenza di uno dei dieci-venti musicisti (senza limiti di genere e classica inclusa) che valgono una vita e definiscono intere epoche, pur viaggiando sempre molto oltre la loro matrice crossover, tipica dei grandi geni in ogni campo.
Comme d’habitude il nostro fece l’intero concerto con le spalle rivolte al pubblico, vestito con una colorata ed improbabile livrea flamboyant.
Un rito sciamanico ed una musica sicuramente non di questa terra.
Come da previsione morì pochi anni dopo e la mia sensazione fu, come sempre, di incredulità e di malinconia, come quando è morto Bowie, come se fosse la fine di un’epoca e in piccola parte anche della mia vita, quando invece stavo solo iniziando.
Quella volta che vidi Burt Bacharach ero sempre a Milano, qualche anno fa.
La mia seconda vita era già iniziata e l’età cominciava davvero ad accomunarmi all’arzillo combattente sul palco (“meglio affrettarsi”…), con il suo carico di emozioni e di lacrime.
Burt è per me, il simbolo dell’altro grande filone della musica americana, l’easy listening di classe, l’equivalente musicale delle commedie di Neil Simon.
Un mondo che si sta dissolvendo e che per anni è stato il giocattolo di lusso per le teste pensanti delle due coste (soprattutto quella est), il meglio della società americana.
Anche lui, come ha ammesso nel recente bellissimo “A life in song”, intervista-concerto alla Royal Albert Hall firmata BBC, ha tra le sue più grandi ispirazioni il jazz e in particolare il be-bop e nel suo straordinario canzoniere si nota ampiamente il filone d’oro che innerva questa musica sontuosa, vellutata, inesorabilmente splendida.

7 is higher than 25

Adele è un grosso equivoco.
Nessuna intenzione bassamente denigratoria della cantante inglese, peraltro recentemente dimagrita.
Mi riferisco al ruolo grottescamente spropositato che ha preso nel disastrato panorama musicale.
In un mondo dominato da canzonette dance plastificate di nessun interesse e credibilità (Katy Perry e simili), dal delirante proliferare del rap e dell’hip-hop fino allo sfinimento, caso classico dell’estensione demente di un piccolo gimmick musicale a genere a sé stante e fagocitante l’intero mondo (Kanye West un genio? You must be joking), da qualche cantautore sfiatato e finto sofferente (Sheeran e mille altri, indistinguibili), da qualche gruppo sedicente ispirato (le patetiche nullità che rispondono al nome di Coldplay, Muse e così via) è chiaro che bastano anche piccoli bagliori di soul bianco ben cantato per far gridare al miracolo.
In attesa perenne di qualche vera star che faccia anche lontanamente ricordare le stelle e lo splendore del passato, ci si butta sul primo disco a caso e si sprecano aggettivi.
La stessa sorte era toccata ad una delle ispirazioni dichiarate di Adele, la sopravvalutatissima Amy Winehouse che, oltretutto, morendo giovane per l’assurda sequenza di eccessi che l’ha contraddistinta è entrata nel mito a dispetto del talento, microscopico e derivativo.
Negli stessi giorni in cui Adele imperversa nelle classifiche battendo tutti i record, muore Bowie, uno dei pochi veri pilastri della musica moderna e qualcuno, riascoltando o, peggio, ascoltando per la prima volta, comincia a capire la differenza abissale tra il prima e il dopo.
Perchè quello che conta è la musica, la qualità e l’originalità della stessa e qui, mi dispiace, Adele è un microbo, soprattutto in quest’ultimo album, a dispetto della tecnica vocale ineccepibile.
Non molti anni fa la musica dance era musica straordinaria, la musica pop si divideva tra “commerciale” (composta da giganti come Spandau Ballet ad esempio) ed “impegnata” (qui l’elenco è lungo) e resisteva, come sempre, il pianeta della black music (soul, R&B, jazz…) visitato spesso e volentieri anche da grandi artisti e interpreti bianchi.
Oggi che domina il maelstrom mediocre resiste ancora il retropensiero della nobiltà intrinseca di questo mondo.
Molti artisti sono stati anche il tramite tra le vere vette di questo mondo, spesso sconosciute ai più, e il grande pubblico.
Lo stesso Sinatra fa parte di questo elenco di “traduttori”, per dire.
Adele quindi “sembra” nobile, grande.
Brava vocalmente lo è senz’altro ma, come molti esemplari nostrani dimostrano, non basta la voce per fare la musica, ci vuole la sostanza ossia la musica stessa.
E di gente che sa scrivere pezzi, sul modello inarrivabile di Burt Bacharach, ce ne sono sempre meno, anzi non ne esistono proprio più.
Oggi per trovare quelli bravi davvero bisogna cercare tra le pieghe, spesso bisogna scovare nomi totalmente sconosciuti.
Siamo in un deserto musicale che qua e là ha qualche piccolissima pepita e spesso derivativa, nostalgica, come se in fondo la grande musica fosse persa per sempre.
Seal, spesso e volentieri, ha sfornato qualche minerale di valore e rappresenta il giusto contrappasso ad Adele-tutta forma e niente sostanza.
Ha l’ossessione dei numeri come la sua omologa inglese ma nel suo caso è l’elenco seriale degli album (l’ultimo si chiama “7”) a differenza del riferimento anagrafico della cantante di Tottenham.
Per me Adele al suo meglio non è quella di “25” ma è questa, live alla Royal Albert Hall.
Grande voce ma soprattutto grande pezzo.
Seal au contraire, continua con la sua personale ricerca del bello e sforna con “7” un album della stessa categoria (grande voce, atmosfere soul e così via) ma mille volte più consistente.
Con l’ennesimo album continuo, non noioso, davvero sentito (“soul”) straccia la biondina 10-0.
Ma guardate attentamente le classifiche di vendita.

In loving memory of a genius

La notizia della morte di David Bowie mi colpisce e rattrista profondamente.
In questi anni sono finite molte epoche, più del normalmente prevedibile, e anche questa notizia sembra suggellare questa verità.
Personalmente stiamo parlando del musicista ma in genere di uno degli artisti che ho più amato e stimato, musicalmente stiamo parlando di un genio assoluto che ha rappresentato una guida e un faro per decenni e per migliaia di artisti.
Proprio ieri sera leggevo di lui in un lungo articolo trovato in rete e proprio stamattina avrei voluto fare un post sul suo ultimo, straordinario album “Blackstar”.
Come spesso capita la realtà si è inserita di prepotenza dettando i suoi tempi, che non sono i nostri, e mentre stavo leggendo di lui mi è arrivata la notifica della notizia sull’Ipad.
L’ultimo album uscito poche ore fa e nel giorno del suo compleanno era ricco di inquietudini profonde, di profezie direi ed era stato introdotto da due video oggettivamente disturbanti come quello della titletrack e quello della splendida “Lazarus”.
Poi, in realtà, l’album è su toni più “lievi” ma pur sempre con la caratteristica principale di David in quasi tutte le sue espressioni : lo sguardo di un uomo fuori dagli schemi, fuori da ogni luogo comune, straordinariamente avanti al suo tempo a dispetto dell’età.
Un album creato con un gruppo di fantasmagorici musicisti jazz modernisti di New York scoperti in un locale, con ritmi inusuali, una impronta jazz estrema che, come dice il mitico produttore Tony Visconti, ancora complice di Bowie in questa ultima avventura, ha voluto aprire altre porte del rock ma con musicisti che non hanno gli stilemi classici bensì jazz e di quelli avanguardistici.
Per dirla con Tony : meglio un album rock (in senso lato) suonato da jazzisti che il contrario.
L’album è incredibile e passa da capolavori atomici come “Sue”, autentica perla del futuro, alla veramente profetica “I can’t give everything away”, un pezzo che mette i brividi e che declina in chiave moderna e ormai soprannaturale il lirismo di Bowie.
E che ha un testo che, come il primo di tanti “momenti di bilancio”, ad esempio la meravigliosa “Ashes to ashes”, sembra lanciare segnali precisi sull’uomo dietro le maschere.

I never done good things (I never done good things)
I never done bad things (I never done bad things)
I never did anything out of the blue, woh-o-oh
Want an axe to break the ice
Wanna come down right now

(Ashes To Ashes)

I know something is very wrong
The pulse returns for prodigal sons
The blackout’s hearts with flowered news
With skull designs upon my shoes

I can’t give everything
I can’t give everything
Away
I can’t give everything
Away

Seeing more and feeling less
Saying no but meaning yes
This is all I ever meant
That’s the message that I sent

(I can’t give everything away).

Quando pochi anni fa era arrivata la notizia del suo rientro dopo l’infarto in scena (e dove, se no?) con l’album “The next day”, il titolo stesso e il tono di questo ennesimo grande album sembrava far presagire una possibile, serena terza età anche musicale.
“Blackstar” rivela il volto di un uomo molto stanco, sofferente ed invecchiato ma di un musicista splendente che, come una stella, alla fine esce di scena come i grandissimi ed esplode con una luce meravigliosa.
Addio, David.

Le ossessioni di un uomo tormentato

“Roger Waters – The Wall” è l’ultima incarnazione dell’ossessione del suo creatore per quest’opera, ormai datata 1979, leggendario album dei Pink Floyd (nel caso, quasi una backing band), vero e proprio musical dolente e doloroso sulle altre ossessioni del nostro.
In particolare le guerre, gli abusi di violenza del potere ed i suoi inganni, l’incomunicabilità, la morte dei due Waters (nonno e padre, per Roger), rispettivamente nelle due guerre mondiali, in Francia e in Italia.
Il lamento dell’orfano, direi.
E i ricordi amplificati dall’infanzia della guerra e del dopoguerra, dopo i bombardamenti su Londra, quando la capitale era l’ultimo baluardo prima del baratro definitivo, e poi la vita assieme alla madre vedova.
Non è un film e non è un concerto filmato, è quasi un crossover dei due ed è il definitivo testamento artistico di questo immenso musicista.
Che smise in fondo di essere un membro del gruppo con “Animals”, album molto sottovalutato, per poi far firmare a nome del mitico gruppo i due album finali della sua avventura umana ed artistica, “The wall” e “The final cut” (appunto…), entrambi dominati da queste angosce, da queste ossessioni sue personali.
Durante il film si alternano parti del viaggio che Waters ha fatto per visitare le tombe dei due avi e parti del concerto-musical nella sua ultima, magnificente incarnazione.
Ad un certo punto Roger perfino duetta con sé stesso, in un filmato tratto dai mitici concerti all’Earl’s Court di Londra del 1980, tuttora ricordati per l’ardita concezione scenica (un muro in scena che nasconde progressivamente la band e poi la caduta finale) e per la realizzazione da musical davvero ante litteram.
Nel concerto si snocciolano con nonchalance suprema le perle di quest’album straordinario in una alternanza tra “casa” e freddo esterno che mi ha colpito per la sua somiglianza, anche scenica, con la recente geniale apparizione di Kate Bush all’Hammersmith.
I due trattano in fondo temi simili.
Ed entrambi con una grazia ed un talento davvero oltre ogni limite.
Ecco quindi “Mother”, “Goodbye blue sky”, “Don’t leave me now” (con un inizio polifonico di una meraviglia assoluta, come costruzione e crescendo), “Hey you”, “Nobody home” fino a “Comfortably numb”, un pezzo che vale una carriera perfino per monumenti come Roger, giustamente virato filmicamente sulle facce estatiche delle persone, perché questo è un pezzo che è entrato all’istante nei cuori di tutti, fino ai deliri brechtiani di “The trial” e del finale, in tono minore e quasi familiare, infantile, sulla falsariga anche del finale del primo atto della grande Kate.
Ma i momenti di assoluta poesia arrivano nelle due visite alle tombe degli avi: semplici, toccanti, perfette.
Imperdibile e non solo per i fan dei grandissimi Floyds.
Together we stand, divided we fall.

Struck n. 19

Deve essere straniante per qualche giovane là fuori con due orecchie funzionanti sentire questo pezzo tratto dal bellissimo nuovo album di David Gilmour.
Deve fare l’impressione che potrebbe avere uno abituato ad acqua tiepida e ricotta, portato di colpo da Ducasse e con un bicchiere di Bordeaux in mano.
Questa era la musica, fino a poco tempo fa, e non riusciamo ancora a farcene una ragione della sua perdita.
Viviamo in un’epoca che dà altre soddisfazioni, soprattutto tecnologiche, ci permette un accesso meraviglioso allo scibile umano, ma ci manca la materia prima e una produzione artistica vagamente paragonabile a quella dei decenni scorsi.
Soprattutto musicalmente, perché in realtà su altri fronti ci difendiamo meglio come razza umana.
Anche se in generale l’arte sta perdendo sempre più importanza o almeno così sembra.
“Rattle that lock” tiene alta la bandiera, grazie anche ad apporti esterni di altri grandi del passato come Phil Manzanera, geniale chitarrista “laterale” e produttore, uscito dalla splendida fucina Roxy Music, grazie ai testi sempre precisi di Polly Samson (the wife), quando si dice la comodità di sposare una scrittrice e pure di talento.
Supera il già ottimo “On an island” e fa capire perché David non vuole inutilmente complicarsi la vita per fare un nuovo album Pink Floyd con l’odiato amico Roger Waters, come gli chiede il mondo da sempre.
Non ne ha bisogno.
Chiama alcuni suoi amici, alcuni leggendari come il summenzionato Phil, li fa accomodare nella sua casa-battello sul Tamigi e come se sorseggiasse un tè al tramonto, tira fuori pezzi sbalorditivi.
“A boat lies waiting” si chiama uno dei pezzi magici di questo capolavoro e la vecchia Polly conosce bene il suo uomo se lega questa immagine a quella dell’amico vero nei Floyds, il buon Rick Wright, pianista gentile e geniale, uomo che tutti rimpiangono dopo la sua recente dipartita, breve e feroce come sembra sempre essere per i bravi ragazzi.
La titletrack è stata scritta su quattro note, un jingle di avviso ai viaggiatori delle ferrovie francesi, registrato da David col suo Iphone, guarda caso in Provenza, ad Aix.
Da quattro note, molto evocative, nasce uno splendido pezzo al quale Gilmour ha chiamato a partecipare pure l’ignoto compositore gallico del jingle, Michaël Boumendil, passato immediatamente alla notorietà mondiale.
Effortless genius.

La mia generazione ha perso

Si susseguono senza soluzione di continuità le generazioni che ragionevolmente possono dire di aver perso la guerra nel tentare di far diventare questo paese un paese “normale”.
Il grande Giorgio Gaber è stato uno degli ultimi esponenti capaci ancora di una triade di emozioni che oggi sembra negata addirittura alla fonte nell’Italia renziana post-berlusconiana : incredulità, indignazione, amarezza.
Giorgio aveva sopportato con non cristiana rassegnazione gli schizzi di fango del ventennio maledetto ma aveva anche collezionato le etichette che il popolino bue, complice da sempre del potere nella condivisione degli stessi “ideali”, affibbia alle pochissime menti libere e quindi critiche.
Laddove in Francia da “bobo” a “gauche caviar” o altrove con “radical chic”, gli epiteti restano all’interno di una normale dinamica borghese, grazie al fatto che esiste una borghesia vera, in Italia il popolino spara le sue sentenze ideologiche manichee con antico riflesso cattolico : comunista.
Così come il grandissimo Pasolini, Dario Fo e altri, dei paria in questo paesello, così anche Gaber, nel momento in cui uscì dal mainstream canzonettaro divenne subito un maestro inascoltato, guardato con sospetto e con quello sguardo tra l’incredulo e il demente così tipico dell’italiota medio.
Nel recente serial “1992” viene citato “Petrolio”, opera incompiuta e straordinaria di Pasolini, in uno dei punti più lucidi e visionari :
«Ci sono persone che non credono niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti al loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più – magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni – ecco che riscoprono quel “nulla” che per altri è stato sempre, invece, così naturale.»
Questo è uno degli orizzonti in cui si è mosso Gaber, che non a caso e sempre in maniera sanamente non convenzionale, ha affrontato anche il problema della fede.
Gli ultimi due meravigliosi album, il primo, del 2001, che si chiama come il titolo di questo post, era il ritorno in studio dopo tanto, tanto tempo.
Conteneva gemme assolute come “Destra-Sinistra”, consueta felice digressione nel sarcasmo verso gli inganni del potere e delle sue etichette, e, appunto, la canzone che contiene il verso da cui il titolo (“La razza in estinzione”).
Un pezzo elegantissimo, con un testo che andrebbe insegnato a scuola al posto di tanti inutili carducci.
Un pezzo che nel chorus centrale, dove sancisce la sconfitta della sua generazione, tocca livelli di poesia nostalgica difficilmente riscontrabili nell’intero canzoniere italiano.
L’ultimo album con inediti è già postumo (2003) e il titolo è tutto un programma : “Io non mi sento italiano”.
Addio, fratello.