Time flies

Passeggiare su un lungomare quasi in tempesta dopo una giornata di sole glorioso.
Questa è l’Inghilterra che ricordavo.
“Unmistakable”, come dicono da queste parti.
Risciacquare la mente nel Tamigi è una abitudine annuale, dopo anni e anni di permanenza ai tempi della mia prima vita.
Solo pochi giorni fa ero a Brighton, una specie di Inghilterra in miniatura, l’Inghilterra dei seasiders, dei fish and chips, del “canale” che muggisce a giorni alterni.
Ricordi della mia felice gioventù in questa parte di mondo.
Nella testa questi versi :

Here by the sea and sand
Nothing ever goes as planned
I just couldn’t face going home
It was just a drag on my own
They finally threw me out
My mom got drunk on stout
My dad couldn’t stand on two feet
As he lectured about morality
Now I guess the family’s complete
With me hanging ’round on the street
Or here on the beach

nati dal genio di Townshend.
Quadrophenia, i mods, tutto qui…in the rock, la pietra di Brighton e la musica, come nel romanzo di Greene.
Il rapporto con il pop rock, così come con il teatro, davvero è qui solido come una roccia, anche adesso resiste meglio del resto del mondo al tumore del declino inesorabile della musica.
E anche del teatro, che è meno evidente visto che è permesso vivere nella perenne giada del passato senza che nessuno se ne accorga.
Ho visto i Tears for Fears a Brighton, la sera di questa giornata uggiosa e tempestosa.
E sono ancora adesso uno dei casi di conservazione migliori del pop rock di qualità degli ultimi anni.
Forse il decennio di interruzione di incisioni e di rapporti tra i due membri (Orzabal-Smith) li ha come preservati.
A proposito di giada.
Sembrano quasi un gruppo nuovo, in un mondo migliore di questo dove potrebbero ancora nascere bands meravigliose come questa.
Si sono tolti la patina adolescenziale sofferta che era il loro marchio di fabbrica iniziale e sono diventati un gruppo di una potenza, di una precisione, di una classe davvero fuori dal tempo.
Rischia di essere uno dei migliori concerti della mia vita : e ne ho visto davvero un numero enorme, soprattutto qui, nella ex Gran Bretagna.
“Come Brexit or come shine” lo stile di questo paese resta sempre di un livello agilmente superiore alla media dell’Europa mediterranea più profonda.
Pragmatismo, liberalismo naturale, tolleranza, piccole abitudini meravigliose, la sublime eccentricità (vedere il Royal Pavilion di Brighton per credere), una lingua che è quella del mondo.
La BBC snocciola preoccupata i dati del declino imminente e che è già in realtà partito da mesi.
Anche qui una minoranza biliosa, perdente, disinformata, di basso livello, vorrebbe inceppare il futuro.
La vedo una operazione destinata ad un fragoroso insuccesso ma nel frattempo si soffre ovunque.
All’interno di una tenaglia di estremismi solo apparentemente contrapposti.
Qui in nome di una antica grandezza imperiale che perlomeno è un dato reale e non è lo scenario di cartapesta dei buoni a nulla capaci di tutto che infestano per l’ennesima volta il triste paese dal quale provengo.
Anche qui la menzogna, la propaganda, l’invenzione frustrata di realtà alternative sembrano avere una immeritata fortuna ma, mi sembra, con meno orrendo fragore che in Italia.
Esistono giornalisti ancorati alla realtà ed esiste una capitale immensa, decisiva, che ha votato in massa per il futuro e la realtà.
Industria automobilistica e finanziaria sono già decimate come in una guerra.
A Sunderland la Nissan aveva avvisato i lavoratori che in caso di Brexit sarebbe stata costretta per ovvi motivi di supply chain integrate ad andarsene dall’UK con conseguenze immediate per migliaia di lavoratori.
Ciononostante ha vinto il “Leave” tra lo sconcerto di tutta la parte pensante del Regno Unito.
E la Nissan se ne sta andando.
I sondaggi disegnano un paese spaccato ma che ha capito l’enorme sbaglio e oggi un secondo referendum sembrerebbe vinto dai pensanti quasi sicuramente e di slancio.
Ma la storia sembra ogni tanto prendere giri tortuosi per svilupparsi.
Ora è il tempo dell’oclocrazia, della confusione, dei fenomeni da baraccone.
Passerà, forse non ci sarò alla fine del ciclo, ma passerà.
Intanto sono qui.
Acustica meravigliosa, esperienza teatrale, file ordinate, servizi da teatro di primo livello.
Dopo anni di Inghilterra mi è ormai difficile andare ad un concerto o a teatro altrove.
Il talento, come sempre, non manca.
La musica è sublime, suonata e arrangiata con dettagli nirvanici.
Pezzi che farebbero la fortuna di chiunque, anche da soli, pezzi pop rock perfetti come “Head over heels” e mille altri vengono snocciolati con la sicurezza dei fuoriclasse.
Il light show e i visuals sono da antologia nella loro elegante sobrietà.
Serata perfetta.
Quasi una capsula del tempo prima dell’oblio e della fine.
Della musica.
Ma lo dico così, senza compiacimento ossianico.
Come nei gazebo dei parchi della capitale e le loro scritte elegantemente “ammonitrici” sullo scorrere del tempo.
Qui ancora tutto è possibile.
E domani un treno per Londra, come sempre.

I wanted to be with you alone
And talk about the weather
But traditions I can trace against the child in your face
Won’t escape my attention
You keep your distance with a system of touch
And gentle persuasion
I’m lost in admiration, could I need you this much?
Oh, you’re wasting my time
You’re just, just, just wasting time
Something happens and I’m head over heels
I never find out till I’m head over heels
Something happens and I’m head over heels
Ah, don’t take my heart, don’t break my heart
Don’t, don’t, don’t throw it away
Throw it away
Throw it away
I made a fire and watching it burn
Thought of your future
With one foot in the past, now, just how long will it last?
No, no, no, have you no ambition?
My mother and my brothers used to breathe in clean in air
And dreaming I’m a doctor
It’s hard to be a man when there’s a gun in your hand
Oh, I feel so
Something happens and I’m head over heels
I never find out till I’m head over heels
Something happens and I’m head over heels
Ah, don’t take my heart, don’t break my heart
Don’t, don’t, don’t throw it away
And this my four-leaf clover
I’m on the line, one open mind
This is my four-leaf clover
in my head, my mind’s eye
(La, la, la, la, la) one little boy, wandering by
(La, la, la, la, la, la, la, la, la, la) funny how
Time flies

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Ce n’est qu’un début

In questi mesi gira un’aria che è una via di mezzo tra i film distopici degli anni 80, pieni di riferimenti ad un futuro buio, dove le democrazie liberali sono sparite, sostituite da ossessive, orwelliane “democrature” di chiaro stampo fascista e come tali, sempre molto popolari tra il popolo in sbornia barabbesca, e l’aria che girava nel ’68 e dintorni, che ricordo perfettamente a corollario della mia giovinezza, piena di falsi problemi, di richiami impropri al popolo che la sapeva lunga, dove anche andare in giro vestiti con eleganza era visto con sospetto palpabile.
La differenza tra le due cose, soprattutto in Italia, è che nessuno si lamenterà della prima mentre della seconda abbiamo dovuto sorbirci per anni i peana sui danni fatti sia durante che dopo la sua dipartita.
Ho finito di leggere un libro che, tra molti, mi sembra sia un baedeker fondamentale per leggere con correttezza e visione storica questo tragico momento : Yascha Mounk – Popolo Vs. Democrazia.
Avete letto bene : spesso il popolo è in contrapposizione alla democrazia.
Al dunque cosa scegliereste?
Provate a pensare ad un popolo che legittimamente esprime un parere favorevole ad Hitler e appoggia convinto, in uno sciamare di sondaggi, l’eliminazione di minoranze etniche, di media non compiacenti, della stessa sostanza della opposizione.
Sta succedendo, in forme diverse, anche adesso in Polonia ed Ungheria, ad esempio.
Provate a pensare ai vari populismi che stanno infettando come un cancro l’Occidente intero.
Addio limiti della Costituzione, addio organismi terzi, addio Parlamento.
Se non sei votato non puoi parlare, secondo la vulgata dei dementi che sono al governo dell’Italia in questo momento e che sono estremamente, scusate il doppio senso, popolari.
Se trovo i media in piazza tendo ad aggredirli, modello Italia e Francia, perché osano esprimere pareri discordanti e quindi, automaticamente, sono comprati e in malafede.
Per fortuna che esiste la rete, così calda e accogliente, dove qualsiasi bestialità a me cara può trovare accoglienza.
Ho persone che conosco, anche apparentemente intelligenti, che rispondono ad argomentazioni di economisti competenti che dicono cose palesemente di buonsenso e in buona fede con video di scappati di casa tratti da qualche blog oscuro complottista.
Quando la realtà non piace, magari anche per qualche buon motivo, tendo a cambiarla, manipolarla.
Il primato della percezione sulla realtà, come la questione migranti insegna con evidenza.
Questo è il tratto distintivo dell’irrazionalismo di sempre, trainato spesso dalle religioni cà va sans dire e dalla loro intrinseca aggressiva e intollerante irrazionalità, ma questo è anche il marchio di una gioventù che ormai a forza di narrazioni alternative, virtualità ed amoralità crescenti, è pronta a buttarsi nelle fauci del demagogo destrorso di turno.
La saldatura è avvenuta : vecchi nostalgici di un passato che non potrà mai tornare, spaventati dal nuovo mondo e giovani ignoranti, cerebrodiretti da algoritmi di cui ignorano i fondamentali.
Pensate ai gilets jaunes in Francia.
Una frittura mista di una minoranza di estremisti, di destra e di sinistra, ma soprattutto di destra, che vuole tutto e il contrario di tutto e nel mentre che attende distrugge vetrine facendo anche una simpatica direttina sui socials.
In una fotocopia dei riots anarchici di Londra 2011, dove la politica era la patina per poi rubarsi l’Iphone di turno.
Sono gli stessi che per anni hanno inneggiato alle rivolte delle banlieues e dei neri cattivi.
Che in realtà stanno tranquilli.
Mi sono guardato ore di diretta da Parigi su Bfm, mi sono letto nei dettagli le rivendicazioni.
Su 40-50 punti, 2-3 sono opinabili e sensati, gran parte è fuffa utopica o ignorante, il resto è irrilevante.
Soprattutto quello che colpisce è l’estrema contraddittorietà di gran parte degli assunti, come se la realtà, la logica e il mondo concreto non esistessero.
Macron trattato come un mostro di ultimo livello, del tutto virtuale, capro espiatorio di tutto, senza nessuna riflessione sociale, economica sensata, credibile.
Macron, come gran parte dei suoi colleghi europei pensanti, oltre a scontare l’aura elitaria e di competenza che oggi sono la giacca e cravatta nel comunismo reale del ’68 (fuffa idiotica, quindi), sta cercando di snellire lo stato e ridurre l’impatto devastante che 50 anni di welfare assurdo ed esagerato hanno avuto sulla sostenibilità tecnica di una nazione.
In Francia la tassazione è altina, meno che in Italia ma comunque importante, la presenza dello stato pure, ma almeno la qualità dei servizi e l’efficienza resistono.
Nonostante questo, con la scusa di una tassazione peraltro sensata sui carburanti fossili, si chiede più libertà dallo stato mentre contemporaneamente si chiede assistenzialismo a go go addirittura in aumento.
Sento echi di grillismo evidenti.
Ossia lo Stato è cattivo, noi non abbiamo obblighi di nessun tipo, il passato è solo ed integralmente marcio (sciocchezza qualunquistica che non merita nessun commento) ma, udite udite, il vitalizio lo pretendo e mi dovete tenere tutto in essere, pensioni, sanità al 100%, tutto, anzi, aumentato.
Al netto di certo movimentismo francese che è un dato storico, è il primato delle gambe e dell’urlo sul cervello.
Nel frattempo però aggredisco poliziotti, media, vetrine.
Dimenticandoci del 90% della società francese che, magari, non gradisce e non rientra nella comoda contrapposizione tattica popolo-élites che è funzionale ai demagoghi di nuova generazione, tutto chiacchiere e Facebook.
Tipo quelli italioti, quotati al 17%, che, dopo un ribaltone tattico e una unione velenosa con chi insultavano fino ad un minuto prima, straparlano di voce del popolo.
Tassando, tra le varie scempiaggini criminali, il terzo settore e le rimesse finanziarie degli stranieri, non investendo che pochi spiccioli nella crescita e dando mance elettorali a piovere col resto.
Raccontando, nel frattempo, il contrario.
Pura ideologia.
I media italiani che come unico difetto hanno una certa facile acquiescenza a QUALSIASI potere già sono in brodo di giuggiole per la voce del popolo ritrovata, riecheggiano stantii e sinistri nazionalismi che pensavamo allegramente perduti, cadono nel facile giochino e parlano male di qualsiasi potere che additano come “elitario”, sono già entrati nella falsa narrativa riscontrata già nella rivoluzione di fine anni sessanta che, perlomeno, come unico esito positivo ebbe una radicale e sostanziale entrata nel mondo moderno dei diritti di libertà personali maggiori all’interno di uno scenario (lì realmente ingessato) di poteri forti politici e religiosi, come sempre uniti allo stesso banchetto.
Di fronte quindi ad un governo mentitore, scellerato, spregiudicatamente virtuale ed elettoralistico, totalmente lontano dalle issues reali del paese reale e dei suoi problemi enormi, economici, culturali, di coesione internazionale, abbiamo già lo stuolo di lacchè bello pronto.
Altro che potere al popolo e media cattivi.
Non so dove porterà questa deriva di demenzialità ideologica e retrograda.
So che ha già fatto parecchi danni a tutti i livelli in tutto l’Occidente e i danni maggiori, come sempre, sono quelli immateriali, quelli che attengono alla cultura di riferimento, ai luoghi comuni che si stampano nella mente delle persone di debole tenuta.
Alla vigilia delle Europee che, contrariamente alla vulgata comune, potrebbero essere meno rivoluzionarie del previsto, dati alla mano e con un pò di fortuna che soffia alle spalle di un continente già martoriato da storie che non ha capito, il bivio è chiaro.
Da una parte l’evoluzione delle democrazie liberali nel mondo globalizzato e quindi, per stare a noi, un’Europa riformata, aperta, che guarda avanti.
Dall’altra parte, semplicemente, l’ultima retromarcia verso la fine.

A song for Europe

Nei giorni della conclusione formale della Brexit, ossia la messa in atto del costoso e complicatissimo suicidio del glorioso Regno Unito (prossimamente disunito), mentre i responsabili di questo scempio, popolino incluso, fuggono come ladri nella notte che echeggia ancora delle loro menzogne, gira ancora il venticello infido della calunnia su tutto lo sventurato continente.
Gli equivoci su questa magnifica idea, visionaria e nello stesso tempo molto concreta, sono innumerevoli in quest’epoca di confusione planetaria.
Prima di cadere definitivamente nel mondo di Idiocracy (film che si rivela sempre più profetico) è bene mettere qualche punto, operazione ormai sempre più necessaria nel populistico chiasso dei dementi.
Equivoco n. 1 : l’Europa ci toglie sovranità.
L’Europa è nata per togliere parti crescenti di sovranità a stati nazionali che si intendono in via di superamento, altrimenti si faceva prima a restare nel mondo del 1946.
Equivoco n. 2 : l’Europa liberista ha il culto dell’austerità.
Qui bisogna mantenere la pazienza, pratica spesso difficile quando si parla con aspiranti ideologi incompetenti.
A parte l’evidente contraddizione in termini, l’Europa non è né liberista né austera.
Se uno andasse davvero a leggere fatti e documenti (qui, imho, siamo davvero in pochi a potere alzare la mano), capirebbe che il mondo è ancora molto (troppo) non liberista e che a dispetto dei mercati e della naturale globalizzazione di merci, denari, persone, i singoli stati spesso e volentieri si mettono di mezzo ma non per regolamentare la finanza cattiva (la vulgata del volgo) bensì per lucrare il più possibile fiscalmente a dispetto di ogni buonsenso amministrativo.
L’Italia, inutile a dirsi, è in prima fila nello statalismo burocratico senza un domani.
E oggi, a dispetto di ogni regola di banale buonsenso amministrativo, vorrebbe tornare allo spending pro domo sua, supportato in maniera grottesca da un keynesismo capito male, da cialtroni, clientelare e assistenziale, senza entrare nel merito mai delle vere issues di svolta e di entrata nella modernità : produttività, drastico taglio della spesa pubblica, revisione profonda del sistema pensionistico (in senso OPPOSTO all’annullamento della Fornero).
In sostanza la quisquilia di uno stato leggero, sostenibile, fiscalmente e civilmente in fase di arretramento (lo stato non DEVE occuparsi di tutto), tantomeno dedito ad avventure imprenditoriali che in Italia hanno sempre dimostrato la loro natura predatoria e clientelare, oltre che demenziale sul piano del business.
Vasto programma.
Dai tempi della spending review di Cottarelli in avanti nessuno in Italia ha mai davvero voluto toccare i fili giusti.
Troppi interessi clientelari, politici, elettorali.
E, in fondo, e a dispetto delle idee fantasiose del popolo, con una Europa troppo poco forte e troppo poco invasiva, chiusa come ancora è in veti reciproci e nazionalismi continui.
Figuriamoci poi con un governo che vive solo per motivi elettorali (anche europei, purtroppo) e che mente sistematicamente dominato come è, anche in tragica buona fede, da un pensiero magico che è la traduzione moderna e aggiornata al web del rifiuto dell’Italia profonda di entrare nel futuro.
L’austerità dicevamo.
Oggi viene chiamata austerità la gestione oculata e attenta in fase economica recessiva.
In realtà, a fianco di questa, e anche ben prima del QE di Draghi, l’Europa ha giocato questa partita in maniera mista e con in testa ben presente la liquidità del sistema e l’importanza degli investimenti, soprattutto in Research and Development.
Il punto è che per questo e per molte altre cose (vedi, in primis, politica estera) i singoli stati hanno ancora potere di vita e di morte e quindi l’immobilismo dell’Italia, mentale, culturale, economico ha prevalso su ogni altro aspetto.
I cialtroni oggi dilaganti si guardano bene dal dirvi il tasso di crescita dell’Eurozona degli ultimi vent’anni.
Si noterà che l’Europa cresce, sostanzialmente, e l’Italia no.
Indovinate il perché.
Si guardano inoltre dal suggerirvi uno scenario ipotetico di una Italia fuori dall’Eurozona a seguito della crisi mondiale post Lehman.
Senza lo scudo di una stabilità politico-economica indiscussa e di tassi fissi bassi mi sarebbe piaciuto vedere la fine dello stivaletto, con i suoi debiti e la sua inflazione a doppia cifra modello anni ’70.
Capovolgendo la realtà si preferisce parlare di unioni monetarie e moneta criminale.
La ricerca dei capri espiatori degli ometti in malafede continua copiosa e il popolino ama sentirsi sussurrare canzoni rassicuranti e autoassolutorie.
In questo piccolo nuovo mondo antico, le antiche parrocchiette, marxismo e cristianesimo, al dunque hanno rialzato la testa e si sono saldate contro la modernità laica, scientifica, liberale, che supera gli steccati naturalmente, soprattutto quelli dell’irrazionalismo, del razzismo e del nazionalismo.
Oggi sentire parlare i vari nanetti nostrani e non solo fa impressione.
Una specie di populismo marxiano (che sembra l’unica “sinistra” possibile in questi tempi cupi) per ora complice, in un ipotetico domani ancora contrapposto fintamente al populismo irrazionale ed interessato di chi cerca pecorelle e che si organizza bene nelle forme da setta, con relativo culto del guru, che si vede in molti movimenti europei attuali, con relativi dogmatismi assurdi e antistorici e sgomento dei normali pensanti dotati di spirito critico vero di fronte all’ingenuità davvero bambinesca e alla scarsa tenuta intellettuale e morale di molti seguaci sognanti.
E il relativo, antico sospetto per scienza, medicina, per qualsiasi seria ricerca su verità parziali dimostrabili che metta in dubbio e ridicolizzi le fantasiose affermazioni assolutistiche e totalizzanti mai dimostrate e mai dimostrabili in qualsiasi chiave.
Tra le tante sbornie e i tanti passi falsi della storia, questa del populismo aggressivo e retrogrado sembra una delle peggiori.
Se sarà servita a mettere a punto i difetti e i limiti delle costruzioni complesse come l’Europa e le ingiustizie economiche strutturali che in gran parte nella globalizzazione de facto si risolvono solo proprio con le costruzioni multinazionali complesse (altro paradosso non colto), allora questo periodo disperante non sarà passato invano.
Altrimenti le larghe praterie dell’avventura si apriranno sotto i nostri piedi e, per ultimo paradosso, si potranno realizzare proprio i disastri bellici e sociali che mille cassandre populiste attribuivano al “sistema” e che solo loro, scardinandolo, renderanno davvero possibile.
Questo vociare idiotico e rabbioso di incompetenti che, con l’arma del web usata male, invece di informarsi per davvero trovano affannosamente nel mare magno delle informazioni l’onda che serve, quella ideologica e complottista al punto giusto, per cavalcare qualsiasi avventura, finirà prevedibilmente male, portandosi dietro l’antidemocrazia, le guerre e addirittura le lotte di classe del passato.
Quella follia che vorrebbe superare la Nato, il patto atlantico che è stata la chiave del benessere e della pax post 1945 per avventure verso la Russia e altre pseudodemocrazie che hanno un palese esplicito interesse antieuropeo e che dettano ormai la moda dell’aggressività contro i media e contro la libera informazione.
Io, a costo di passare per romantico, credo ancora nella democrazia liberale, nel superamento del nazionalismo aggressivo e retrogrado, nel superamento del culto del suolo proprietario e delle religioni che in queste marce indietro sguazzano sempre felici (amano così tanto il bambinismo dei seguaci e l’ignoranza da averle teorizzate usando orgoglio e superbia a sproposito per fini manipolatori…il vecchio trucco del senso di colpa e della paura) e credo non nella società perfetta, destinata ad essere una utopia, ma in una società migliore di quelle del passato, che si liberi finalmente di pregiudizi e di chiavi di lettura della realtà che stanno rivelando in pieno il loro virus culturale di fondo.
E lo dico da un paesello che è sempre stato l’avamposto del passato per quel suo arroccarsi automatico sul vecchio, sull’antiriforma, sullo statalismo.
L’Italia non è “passata al populismo”, è sempre stata populista e oggi non casualmente sembra avere il ruolo storico, almeno in Europa, di guidare questa rivolta folle, feroce e irrazionale contro il progressismo liberale e una ipotesi di futuro che risolva per davvero le contraddizioni che hanno reso il Novecento un secolo terrificante e che oggi, nel nuovo mondo e con le nuove armi, porterebbe inesorabilmente all’abisso sia economico che sociale che geopolitico.
Intanto, nel breve, come stanno già capendo gli amici inglesi, reintroduzione di dazi, barriere e smantellamento di supply chains internazionali, con tanti saluti alla cooperazione e a migliaia di posti di lavoro, visto che la realtà, ovviamente, non fa sconti e la realtà tecnologica oggi è sovranazionale. Punto.
Bryan Ferry declama, nella splendida canzone dei Roxy Music che fa da titolo di questo post e che rimanda ad altro tipo di tensioni:

Now, only sorrow
No tomorrow
There’s no today for us
Nothing is there
For us to share
But yesterday

Speriamo che il destino, al crocevia definitivo, risulti essere più grazioso.

La brace

Sinceramente non avevo soverchie voglie di occuparmi di nuovo delle miserie di questo che, ancora temporaneamente, è il paese in cui abito.
Da tempo penso che sia ozioso occuparsene se non per fare, come farò in questo post, l’ennesimo cahiers de doléances a futura memoria.
Una specie di raffinato “not in my name” insomma.
Il problema di questo orrendo governo è la totale non credibilità sia umana che tecnica che morale.
Nasce, intanto, da una menzogna e da una trama alternativa.
Penso che sia tragicamente divertente ripercorrere mesi e mesi di dichiarazione dei due contraenti che giuravano su quanto di più sacro che non si sarebbero mai alleati.
L’unica differenza con il passato, ed è rilevante nel mondo demente del “E allora il PD?”, che riecheggia antiche follie pseudologiche dei supporter berlusconiani, è che questo governo è probabilmente il più popolare da decenni.
Non a caso, direi.
Quindi secondo la logica da branco del tifoso medio ideologizzato, ossia l’italiota medio, va tutto bene sempre e solo da una parte e il regno dei due pesi e due misure, già icasticamente sciorinato con consueta disinvoltura dagli sciagurati 5 stelle, è perfettamente comprensibile nell’assenza totale di una opinione pubblica critica.
Il più popolare, dicevo, perché rappresenta la conclusione finale di decenni di veleno berlusconiano innestato nel corpaccione già poco smart del popolo italiano, ammalato, come sempre di provincialismo e controriforma automatica.
Decenni di miserie evidenti, di declino economico, culturale, morale, perfino estetico non potevano rassegnarsi ad un mondo che, con tutti i suoi limiti, viaggia su parametri diversi, ha una migliore predisposizione alla complessità e al realismo, ha ancora in un certo qual modo una affezione per il progresso liberale e per l’economia reale, non quella fantastica da talk show disinformato.
Ecco quindi, con la consueta capriola gattopardesca e potenziato dalla salsa avvelenata dei socials, il capovolgimento sistematico della realtà, della scienza, perfino del buonsenso e di tutto ciò che, oltre Ventimiglia, può dare fastidio a questa visione antistorica, autarchica, miope e furba.
Il rifiuto della realtà e l’uso criminale della propaganda più bieca a mezzo web sono popolari oggi in fasce del mondo occidentale ma ovviamente qui trova particolare successo, nella più bella tradizione italica, quella di centro di irradiamento dell’iperreale squallido occidentale.
Come più volte detto l’Italia non è affatto, nella sostanza, un paese esterofilo e autorazzista, come dicono certi commentatori superficiali.
Sotto la superficie vige un rigidissimo codice di comportamento, squisitamente italico e inconfondibile agli occhi degli stranieri, di sostanziale resistenza al nuovo, al futuro e al progresso, soprattutto nel campo dell’educazione, dei diritti civili, della cultura, condito con un nazionalismo fascistoide strisciante, sempre ben presente, che prosperando sul provincialismo fetido e ineliminabile dell’italiano medio, racconta l’eternità del proprio modo di vivere come superiore, nei fatti, a quello stupido, poco furbo, meritocratico di altri paesi dell’Europa.
Si capisce bene questa tabe parlando con l’italiano medio di cibo, bellezze artistiche, calcio, questioni sociali e culturali : il becero conservatorismo è insuperabile, unito alla pericolosa e fallace convinzione di essere i migliori a dispetto di ogni evidenza.
Se si condisce il tutto con il familismo amorale, marchio di fabbrica dell’Italia, e la resistenza tuttora forte di antiche credenze, ecco spiegate le doppie morali, la corruzione endemica, l’incapacità di fare e capire il futuro.
Conte va ad officiare la messa catodica da Vespa, eterno rito italiano, sguainando la medaglietta di Padre Pio, Salvini agita il rosario in piazza, Di Maio bacia l’ampolla del sangue di San Gennaro che incredibilmente, nel 2018, rinnova il suo prevedibile miracolo schedulizzato.
In tv, in molte trasmissioni, la parte dell’oroscopo ha spazi e tempi impensabili in qualsiasi tv europea.
Come diceva Veronesi, il paese delle madonnine piangenti non ama la scienza e la medicina.
Su queste basi di ignoranza e refrattarietà alla modernità endemiche prospera il furbo opportunismo di questi manipolatori di consenso che puntano sulla credulonità di quella parte maggioritaria di Italia che ama l’uomo forte per evidente mancanza di peso specifico personale (l’eterno fascismo dei “little angry men”), che in era web si fa travolgere ovviamente dall’indistinguibilità delle fonti e delle verità, vista la traballante tenuta culturale.
La saldatura tra il conservatorismo anche anagrafico di un popolo vecchio e invecchiato male e la superficialità letale, orizzontale, degli ipnotizzati da smartphone ha partorito questo mostro che rischia di fare ben più danni di un Trump, un tumore anestetizzato da una struttura esterna più rigorosa e funzionante, o perfino della Brexit, che pure già costa 500 milioni di sterline al giorno al tafazziano Regno Unito degli esclusi e che forse, sulla base dell’evidenza dello sfacelo, potrebbe perfino avere un secondo tempo.
Lo statalismo endemico, altro che liberismo (parlarne in Italia è comico), la voglia di nazionalismo, di religione di stato, di nazionalizzazione, di ritorno ai cari vecchi tinelli, la criminalizzazione delle minoranze, l’odio per il politically correct (ossia per la semplice educazione) sono ormai a livelli di guardia e sono stati sdoganati, in un’orgia ribalda e feroce che sta rivelando con precisione cronometrica il vero volto, nero, dell’Italia.
Un mondo dove c’è sempre un buon motivo per accusare qualcun’altro delle proprie difficoltà e miserie, la sinistra, i comunisti (davvero? Nel 2018?), i migranti, l’Europa cattiva e arcigna.
Chiunque è buono per evitare di guardarsi allo specchio e scoprire di essere terzo mondo su tutte le issues in Europa.
A livello economico la ricetta è truccare i conti, non toccare ovviamente la spesa pubblica ma fare altro deficit spending, evitare ogni vera riforma o investimento a medio e lungo periodo, non dire mai la verità (guardate i dati su flat tax, reddito di cittadinanza : lo iato monumentale tra le promesse e la realtà), criminalizzare i mercati, operazione semplicemente ridicola, fare i bulli con l’esterno, Europa in primis, tipico atteggiamento di chi non vuole costruire nulla ma solo isolarsi e farsi compatire, a turno, da tutti.
A livello comunicazione vige la regola ferrea della menzogna propagata a mezzo algoritmo, della narrazione al popolo di ciò che vuole sentirsi dire, della creazione continua e artificiosa di miti, nemici, capri espiatori su cui scaricare la rabbia.
“Abbiamo sconfitto la povertà!”, “Me ne frego!”, “Impeachment!” e via delirando e insultando l’intelligenza dei pochi pensanti rimasti.
A livello di crescita civile della società, in perfetta controtendenza con quasi tutto il resto del mondo civile, questioni ampiamente superate ovunque qui vengono ridiscusse e si profila un mondo autarchico, antico, da “Dio-Patria-Famiglia” da anni ’50.
Un mondo neofascista in senso tecnico.
Che fa largo uso della propaganda ai tempi dei socials (Zuckerberg e soci non rientrano nei bersagli della critica ai poteri forti, non a caso) e che nello stesso tempo bollando come fake news quel poco di opinione pubblica qualificata rimasta, che si esprime comunque gran parte ancora in giornali, media, blog seri, fa appello alla revanche, all’inferiority complex, alla impreparazione, all’opinione da bar così efficacemente descritta da Eco e che mette tutto sullo stesso piano, sia la complessità sia le sparate su vaccini, Europa, migranti et similia.
Questa è una delle cose più pericolose del nuovo fascismo occidentale al tempo del web ma in Italia ha proporzioni ormai allarmanti, epocali.
Che salda i vecchi, rinforzati nei loro pregiudizi solo temporaneamente arginati dall’odiato politically correct (che era solo il timido tentativo di educare genti incolte, così come si era fatto dopo la schiavitù e l’apartheid), e i giovani che nel loro vuoto culturale si bevono il web in maniera acritica andando ad allungare la lunga schiera di tifosi schiamazzanti senza volto che è precisamente quello che vogliono i neo potenti, agit-prop interessati della voce del popolo, spesso al di là delle effettive valutazioni numeriche.
È la formula più subdola di potere, quella che non ammette repliche perché il popolo lo vuole.
Era difficile, bisogna ammetterlo, prevedere una deriva peggiore del ventennio precedente ma è a tutti noto, se non completamente anestetizzati dal paesello di nascita, che l’Italia in genere tende a deludere i fiduciosi e, se può, torna indietro.
Nel frattempo e nel dubbio urge soffermarsi sulla scelta del bagaglio.

Lilliput

A Lilliput, come è noto, la caverna è buia, male aerata, si guardano le ombre sul muro e si ha paura del sole e del vuoto là fuori.
Questo incide anche a livello fisico sugli abitanti della caverna : poca memoria, difficoltà cognitive, capogiri, aggressività latente che spesso esplode incontrollata.
Come spesso capita la storia si ripresenta, come un rigurgito acido, e ripresentandosi presenta il conto in forma diversa e farsesca.
Se non fossimo tutti coinvolti, a bordo di questa barca di ebbri, ci sarebbe quasi da sorridere delle follie nazionalpopolari in cui spesso questo sciagurato “popolo” indulge con troppa animosità mal congegnata, con troppa celebrata “vitalità”.
Nella caverna suonano arie di opera da sempre e il melodramma regna incontrastato.
In fondo è una delle poche vere eccellenze nazionali, quasi quanto portare gli spaghetti alle portaerei americane impegnate in azioni belliche.
Tutte cose molto impopolari oggi che qualcuno delira di uscire dalla Nato.
Siamo passati dalla fragorosa richiesta di impeachment a mezzo piazza al “troviamoci e ne riparliamo”.
Queste lunghe settimane di delirio a Lilliput hanno perlomeno permesso alla parte riflessiva ed intelligente della popolazione, quella che legge un testo e lo capisce e magari, orrore, elabora concetti complessi, stimabile con ottimismo a non più del 15%, come molte statistiche raccontano, hanno permesso, dicevamo, di aggiustare il tiro sulla reale portata personale, etica, politica ed economica dei protagonisti di questo ennesimo scavo verso il basso di un popolo di talpe.
More solito il panorama è desolante e conferma in pieno un paio di assunti apparentemente in contraddizione.
Il primo è che un popolo ha i governanti che merita.
Il secondo è che la politica, soprattutto in Italia, attrae la parte peggiore della sedicente classe dirigente, rappresentando in pieno la kakistocrazia multilivello che è da sempre la gestione della cosa pubblica e privata della caverna.
In un mondo che va verso la falsa dicotomia popolo-èlite, inganno meraviglioso per aggirare tutte le issues scomode, quelle di autovalutazione, quelle che affrontano la complessità dei problemi, quelle che non cercano soluzioncelle dementi e superficiali a fatti difficili, quelle che non cercano subito affannosamente il capro espiatorio di turno, in questo mondo liquido e bimbominkiale, Lilliput si è trovata immediatamente a suo agio.
Ed è diventata la versione postberlusconiana dell’eterno paesello, cullato nel benessere ma incapace di mantenerlo, viziato, narcisista, drogato dal click facile ma sostanzialmente superficiale esattamente come succedeva nel mondo dei suoi progenitori.
Dopo vent’anni di ribalderia conclamata e in fondo mitigata dai miserabili affari privati di chiunque, siamo passati alla facile agitazione delle masse, tuttora incolte, cosa che mi sorprende come una strana piega della storia, sulla base di una cialtroneria, soprattutto economica, impressionante per aggressività e demenza.
La politica ha ormai perso anche la facciata di cercare soluzioni vere e quindi tutto viene detto e contraddetto ormai ad horas, complice l’overload informativo, in una ricerca del consenso fine a sé stessa e neanche più celata.
Governare viene visto come un accidente, come un pericoloso ostacolo alle proprie smanie narcisistiche, il vero specchio di un tempo dove tutti vogliono sentirsi e fare i protagonisti ma ben pochi, ahimè, hanno le carte in regola soprattutto mentali per non apparire patetici ad un osservatore pensante.
Ma nella caverna ci si esalta per molto meno e le tecniche si sono ormai raffinate fino a livelli che ricordano, anche nelle formule, i deliri delle sette, delle religioni 4.0, dove agitare la bandierina e sentirsi parte di un popolo è tutto, dove il tifo prevale sempre sulla ragione, dove avere dubbi è considerato un errore, esprimere critiche razionali è considerato sgradevole e, in fondo, il negazionismo e il populismo complottista non sono accidenti ma bensì l’essenza stessa della nevrosi tanto più ideologica quanto più si vende per post ideologica.
Tutto questo porta a non vedere la semplice realtà.
Un paese che ha molto più bisogno di Europa e di Euro di quanto desideri ammettere, nella sua sconsolante ignoranza.
Un paese che alle prime difficoltà vere sul piano economico e sociale ha rivelato il suo eterno volto e cerca affannosamente il gioco delle tre carte per evitare le sue responsabilità.
Un paese dove la parola “furbo” e la parola “intellettuale” hanno una accezione rispettivamente positiva e negativa, a differenza di quello che accade nella totalità dei paesi civili occidentali.
Un paese familista, “amicista”, dove la scorciatoia vince sempre sul merito e l’autoassoluzione è uno sport nazionale.
Un paese seduto su una montagna di debiti, frutto di decenni di malpractice e mentalità demenziale statalista e criminale, che messo di fronte alla sua necessità di strutturarsi e ammodernarsi, come sempre, fa il gradasso, cambia le carte, cerca affannosamente la controriforma per non fare mai la riforma.
Le vere priorità, se non ci si facesse distrarre dagli scappati di casa con i loro agitprop, sarebbero : unione politica federale vera, coordinamento investimenti, unione fiscale, educazione e scuole unificate su base europea, eurobond e molto altro.
Come vedete facilmente, tutti punti sui quali l’Italia avrebbe solo da guadagnarci rispetto ai suoi standard attuali.
Invece vai col valzer del vittimismo, delle controverità, dei tedeschi cattivi, dei mercati e del Bilderberg demoniaco, quando basterebbe un contabile al primo anno di economia per sussurrare che pensare di vendere debito pubblico sui mercati per sostenere uno stato che definire pletorico e ridondante è fare un complimento e con un pregresso debitorio di questo calibro richiede, come minimo, una certa credibilità di ritorno investimento.
Invece si straparla di piano B, cosa che disintegrerebbe davvero overnight la ricchezza residua del paese.
Credibilità, la vera moneta, altro che il delirio dello stampare moneta come se non ci fosse un domani.
I due partiti anticasta degli anni 90 e degli anni 2000, sono passati rapidamente dalle urla scomposte allo stagno italiano (creato esclusivamente dall’Italia stessa), alle urla al capro espiatorio esterno, Europa e migranti, in questo grottesco post nazionalismo destroide e tifoideo che ha subito trovato una convenienza nell’allearsi a dispetto di mille strepiti e presunte “purezze” pre-elettorali.
Senza peraltro dimenticarsi che dopo mille strepiti complottisti, queste due sciagure si ritrovano a parlare di governo, esattamente come succede normalmente nell’amata Russia di Putin (nevvero?).
D’altronde questi curiosi e confusi sovranisti sembrano proprio avere un problema di miopia con la Russia, quando paragonano l’URSS di una volta all’UE (cosa che già richiederebbe un TSO immediato), o quando affermano che la Russia odierna è più democratica del resto del mondo occidentale.
L’illusione provinciale del “siamo soli nell’universo” quando anche prima del mondo globalizzato vendere debito pubblico richiedeva, perfino tra i numerosi acquirenti italiani, una certa sicurezza di pagare.
I debiti non contano, la moneta è tutto.
Tutte idiozie già ampiamente ridicolizzate su numerosi palcoscenici qualificati.
E quindi la revanche, l’urlo da inferiority complex : tutti cattivi, tutti alleati contro di noi.
Come in tutte le religioni, come in molti passaggi bui della storia : la razionalità va in standby e prevale la gabbietta mentale.
Esistono già molti piani di miglioramento dell’Europa e dell’Euro che, come tutte le cose umane, sono passibili di upgrade.
Quasi sempre sono avversati proprio dai nazionalisti fuori tempo massimo che per decenni hanno ammorbato l’Unione e che ora, dopo anni di frenate, accusano gli altri di fallimento.
Al tramonto la caverna si riempie di canti ebbri e di luci rossastre.
Numerosi sono gli appellativi marziali ed eccessivamente deferenti che la folla ha urlato, ebbra del proprio rumore.
In fondo il vuoto.
Sventurato il popolo che ha bisogno di tribuni eroi della plebe.
Capitano, mio capitano…
Nel tramonto, mi allontano sorridendo.

Idiocracy

Fortunatamente non sono un politico, anche se in passato qualcuno incautamente me lo propose, ma sfortunatamente sono un elettore in questo sventurato paese e quindi ho seguito con attenzione, come tutti, l’ultima tornata elettorale.
Prima che la “politique politicienne” prenda brutalmente la scena e prima delle probabili mille giravolte e dei mille valzer conseguenti, faccio poche semplici riflessioni.
Intanto rilevo che la gente italica, proverbialmente e provvidenzialmente tendente alla facile dimenticanza a breve, non blatera più di democrazia negata o di complottoni e brogli elettorali a favore dei fantomatici “poteri forti”, visto l’esito elettorale clamorosamente favorevole ai sedicenti amici del popolo.
Sulla falsariga di Brexit e Trump e con la particolarità “giovanile” del M5S, hanno vinto quelli che stanno credendo alla neo-narrazione del momento, in genere anziani nostalgici a prescindere e male informati o giovani anziani dentro.
E non c’è dubbio che visto il naturale, miserabile appeasement naturale, servile, dell’ambiente italico ai potenti, ben presto alcune scemenze da rete andata a male vedranno velocemente un momentaneo bagno di folla anche sui media e sulla scena politica generale.
A dimostrazione che in questo paese senza opinione pubblica qualificata l’ultimo dei problemi è pensare che i media siano contro il popolo.
Il problema è sempre squisitamente culturale e su questo dato di base, come è noto, l’Italia non ha davvero alcuna carta in regola, tra vecchie ignoranze e provincialismi e nuove ignoranze, magari veicolate da una rete, al solito, usata male da molti fenomeni di ritorno, senza categorie critiche né apparente voglia di imparare.
La surreale campagna elettorale che fortunatamente abbiamo alle spalle, non ha affrontato mai le issues di fondo, spesa pubblica assurda, debito pubblico, necessità assoluta di dimagrimento statale, politico, previdenziale, con conseguente drastica riduzione di un fisco criminale, entrata definitiva nel mondo civile e nelle sue regole di convivenza, ma anzi si è scatenata su fantapromesse economiche mixate abilmente alla criminalizzazione del “diverso”, alla creazione inesauribile di capri espiatori preventivi anche sulle future inadeguatezze governative (Europa, neri, tedeschi cattivi e perfida Albione) fidando ciecamente e giustamente sulla qualità degli interlocutori, ossia quegli elettori così icasticamente e precisamente definiti da antichi e da più recenti burattinai.
Nel momento in cui il mondo va naturalmente nella direzione del liberismo di mercato, figlio di un mondo che va avanti, anche pragmaticamente, figlio di comunicazioni e tecnologie che hanno cambiato il globo in trent’anni più che nei 300 ultimi, si inventano complotti nel paese che non ha mai visto neanche lontanamente il liberismo, che è malato di statalismo e di assistenzialismo ancora oggi a dispetto di ogni buonsenso e razionalità, non solo contabile.
Ai media ora piace raccontare la favola del PD pariolino e perdente, una categoria giornalistica dello spirito quasi quanto l’Inter.
Se facessi il politico ci penserei ma visto che faccio altro constato che, come capita spesso nella storia, le cose razionali e giuste vanno contro il mood e la pancia del popolo.
Trovare la quadra è difficile e trovare un linguaggio comune è il precipuo compito del politico : in questo senso vedo che l’ex Ulivo ha una lunga strada da percorrere d’ora in poi, in buona compagnia con le altre socialdemocrazie europee che nel passaggio tra società industriale e informatica si sono perse per strada.
Battaglia culturale particolarmente difficile in questo paese che non poteva che rivelare la sua vera anima di patriottismo becero, altro che autorazzismo.
In questo senso sfatiamo subito un persistente mito e luogo comune : lungi dal idea di esterofilia vera ed informata, che è sola una patina apparente e superficiale, l’anima profonda dell’Italia è nazionalista e anche provincialissima e oggi, nella globalizzazione, è l’Italia che viene vista come il paesello a cui arroccarsi come dimostra la furbissima Lega di Salvini passata agevolmente dalle ampolle padane al partito nazionale, dalla secessione all’autarchia postfascista senza che nessuno abbia osato farle rilevare la tragica e demenziale incoerenza.
Il tutto creando subito una nuova categoria di nemici, dai meridionali ai neri.
La globalizzazione cambia tutto, dato che è un dato di fatto dovuto a comunicazioni e tecnologia, con buona pace dei complottisti idioti che pensano che sia creata e manovrata a tavolino da 4 cattivoni.
Al massimo può essere cavalcata da qualche furbo, in entrambi i campi, come anche la reazione di pancia alla stessa dimostra ad abundantiam.
Superficialità è la parola chiave del momento storico ed è la definizione del gap culturale medio.
Un nazionalismo idiota che prescinde dai dati di fatto ed è il ricettacolo di tutti i pregiudizi sta anche diventando uno dei motivi storici che impedisce la crescita politica dell’Europa che, lungi dall’essere fortissima, è debole proprio per i giochi incrociati di uno stantio sovranismo nazionale che finge di non capire il progetto.
O, peggio, davvero non lo capisce e non capendo demonizza, paragonando la UE all’URSS, cosa che richiederebbe un TSO immediato, tanto per rimanere negli acronimi.
Perfino il voto ai M5S, sensatissimo sul piano della rivolta verso la perenne paluda partitocratica e castale italiana, perfettamente rappresentata perfino dai nuovi apparenti, sembra in realtà un voto giusto dato per i motivi sbagliati ossia per un assistenzialismo come se non ci fosse un domani, dopo i folli plebisciti bulgari del passato per la destra.
In più, in Italia la selezione della classe dirigente al contrario non aiuta e non promette, come sempre, nulla di buono.
Tornando a Bruxelles, se c’è qualcosa che manca è un ufficio marketing e magari qualche politico veramente di visione e di levatura che finalmente faccia i passi decisivi oltre la miope guerra tra piccoli interessi statali.
Il resto la fa la proverbiale poca memoria, figlia dell’incultura, che provvidenzialmente non racconta più alle povere menti come era davvero l’Italia degli anni 70-80-90, nei veri dettagli.
Tornano utili il mai dimenticato libello di Carlo Cipolla e la leggendaria commedia distopica del 2006, come da titolo di questo post.
E dato che il calcio e la politica in Italia, lungi dall’essere qualcosa di serio, sono due generi di intrattenimento, buon divertimento.

Il lapsus

Dopo le dichiarazioni di Fontana e dopo il fatto di Macerata il minimo che posso dire è che non sono affatto sorpreso.
Anzi, sono sorpreso che certe manifestazioni superficiali del sottostante italiano, per usare un termine finanziario quanto mai appropriato, non siano più frequenti.
Chiunque conosca gli animal spirits italiani e la mentalità profonda dell’Italia media, quella delle province ma non solo, sa che è ben lontana dall’iconografia del “brava gente”, questo sì davvero buonista nel senso deteriore del termine, secondo la nuova vulgata di un periodo storico orrendo dove bontà e giustizia vengono declinate solo in senso negativo, decorate con il loro rituale -ismo.
In piena crisi economica e in tempi in cui in tutto il mondo c’è un riflusso che è parte generazionale, parte culturale, di rifiuto della modernità e conseguente rifiuto del cosmopolitismo globalizzato che, tra qualche difetto, ha sicuramente il pregio di smontare in partenza ogni ipotesi di razzismo, di provincialismo, di passatismo, di ideologismo, figuriamoci se l’Italia, messa di fronte per davvero alla sua prima ondata migratoria reale non rivelava il suo vero volto.
Quello di un paese che metabolicamente è refrattario al cambiamento, patologicamente ancorato culturalmente al suo passato, qualsiasi passato.
Dalla frase assoluta, definitiva, del Gattopardo, all’eterna nostalgia di Mussolini, al possibile ritorno di “chiunque” nel campo politico, culturale, perfino musicale (l’eterno Sanremo, l’eterna sfilata di “campioni” degli anni ’60 nelle trasmissioni televisive), l’idea del tinello perenne, l’idea di un popolo oltretutto invecchiato in gran parte e quindi adesso anche ontologicamente avvinto, come un malato, alle sue false, piccole certezze, patologicamente incline al luogo comune, al rassicurante e inquietante paesaggio che certi programmi nazionalpopolari dipingono ampiamente nel loro iperrealismo cafone e irrimediabilmente ignorante, proprio nel senso etimologico del termine.
La quasi certa vittoria della destra, che io come tanti altri prevedevo da quasi due anni, come un ritorno all’ovile di un popolo lontanissimo dal progressismo, avrà il paradossale effetto di farci rimpiangere perfino questi anni tormentati, dominati da personalità ambigue come Renzi (eufemismo) o notarili come Gentiloni.
Solo chi non conosce questo paese disperante può credere per davvero nel potere rigenerante della democrazia, nella superiore saggezza del “popolo”.
Chiunque abbia due neuroni circolanti nell’ampio spazio sopra gli occhi sa che la democrazia, tra i tanti suoi difetti, ha il peccato originale quello vero, quello del primato del numero sulla qualità.
Ma, come Churchill, non riusciamo ad immaginare derive migliori e quindi ci teniamo questo simulacro che quasi sempre, soprattutto in Italia, premia il peggiore.
La battaglia è come al solito culturale ma, come tutte le battaglie culturali in Italia, finisce nella regola di fondo : breve primavera (quando va bene) e subito l’inverno reazionario del “riflusso”.
Gran parte del desiderio di Europa è nato in noi come possibile rimedio pratico all’irriformabilità soprattutto culturale del paese, oltretutto devastato oltre ogni misura dagli ultimi vent’anni.
E, nel concreto, una comprensione più ampia dei fenomeni e quindi l’uscita totale dal provincialismo che è la ROM italica.
Una cosa che avrebbe avuto benefici nel dettaglio a livello legale, economico, formale.
La crisi economica ha fatto ben presto dimenticare a gran parte dell’invecchiata Europa gli enormi vantaggi, anche economici, del mercato unico e della stabilità e ha dato la stura ai peggiori nazionalismi e al delirio del “particulare” che, nel dettaglio, è quello che frena Bruxelles e Strasburgo tutti i giorni.
Effetto paradossale : coloro che la criticano per la sua non evoluzione sono proprio quelli che la frenano.
Questo mood generale che nel mio sconfinato ottimismo di fondo penso transeunte, ha effetti letali sulla mentalità italica, già tendente alla confusione tra realtà e desiderata, alla rimozione del passato, anche recente, all’incapacità di capire il mondo al di là degli stessi paeselli, figuriamoci oltre i confini nazionali, fin troppo vasti già adesso per le piccole menti che abitano questa terra.
Buone elezioni.

The Putin interviews

Quattro ore di interviste montate da vari incontri avuti in Russia con Putin : Oliver Stone non perde certamente lo smalto dei giorni migliori e confeziona un cadeau per appassionati di geopolitica quantomai attuale in piena guerra fredda 2.0 con relativo contorno di strepiti tifoidei per il buon Vladimir da parte della stragrande maggioranza del movimento destroide, sovranista, ormai razzista e fascista senza più complessi.
Il risultato, però, nonostante io sia stato incollato allo schermo per reale curiosità, è, ovviamente direi, abbastanza modesto, direi quasi democristiano ed apologetico.
Ho sempre avuto interesse e simpatia per il buon Oliver, fustigatore del sistema America e contestatore della prima ora.
Nonchè ottimo regista, con ottimi argomenti, il che è essenziale.
Ma non mi sono mai illuso sulla sua reale portata rivoluzionaria.
Ho riserve perfino su Michael Moore, in questo senso, figuriamoci su Oliver.
Nella balena America può starci qualsiasi cosa, da Spielberg, l’ingenuo cantore dell’American dream, a Oliver e Michael.
Ma siamo sempre nel sistema e penso che le denunce più potenti ed efficaci stiano ormai alle nostre spalle.
Forse i film più politici sono quelli meno politici : “Wall Street”, l’apologia acida del “greed is good”, della fascinazione ottusa per il denaro, “Natural born killers”, la discesa agli inferi nell’altro buco nero degli Usa, quello della fascinazione per le armi e la violenza.
In fondo “JFK”, “Nixon” fino al recente “Snowden” non dicono nulla di realmente nuovo e spettacolarizzano in maniera evidente quello che ormai è mainstream.
Attirato dalla prospettiva di fare un lungo reportage sul politico del momento, quello più apparentemente riservato e freddo, Oliver si è fatto una simpatica vacanza sulla Piazza Rossa con moglie e seguito e certamente non è andato fin lì per fare domande scomode e darci davvero dentro.
Accomunato naturalmente da una certa simpatia umana evidente e da una condivisione pre-politica sulle evidenti magagne e colpe americane, Oliver è apparso spuntato in questa circostanza, troppo evidentemente pilotato dal sapiente marketing cremlinese, è apparsa troppo evidente la natura “fake” di qualsiasi operazione televisiva, figuriamoci se concordata con uno come Putin che chiaramente non lascia nulla di non calcolato perfino quando si reca in bagno.
C’è una scena che suggella con evidenza questa generale “atmosfera”, rilassata fino al delirio.
Quella dove si vede chiaramente la preparazione di una scena dell’incontro tra i due, accuratamente coreografata, con Putin come docile attore nelle mani del sapiente regista.
O la famosa scena del caffè portato da Putin quasi con timidezza.
O la scena epicamente propagandistica della “control room” militare, con tanto di videotelefonata tra il grande capo e un generale.
Perfino quando Oliver propone a Vladimir di vedere assieme “Dr. Strangelove”, che stranamente Putin non aveva mai visto, la gag risulta fiacca.
Siamo dalle parti del divertissement e va bene così in fondo, perfino per noi spettatori interessati alla verità ed equidistanti per principio.
Questo ovviamente rinforzerà le vele dei tanti fanatici ammiratori del nostro, talmente nostalgici del Dio-Patria-Famiglia da dimenticare l’ovvietà della complessità del mondo, soprattutto delle questioni politiche, militari, geopolitiche.
Ma non sono certo queste quisquilie che hanno mai fermato la mandria dei tifosi, così invelenita contro gli Usa e per motivi ideologici stretti, da dimenticare che in questo ambiente perfino Vladimir, e si vede chiaramente qua e là nel documentario, riderebbe della loro dabbenaggine manichea.
Il resto è propaganda, perfino nel senso buono del termine, ossia approfittare dell’insperato regalo per portare avanti le proprie idee e, se possibile, mettere in cattiva luce o in burletta gli avversari di sempre.
Come nella velenosa, intelligentissima allusione alle cerimonie brezneviane in relazione agli scambi finali di onorificenze tra Obama e Biden, nella gelida, spietata constatazione del loro potere perduto e quindi della inutilità delle loro minacce, perfino nella “compassione” ironica per il patriota Mc Cain.
Persona molto intelligente e capace : nulla di nuovo.
Persona molto ambigua e chiaramente espressione di un potere molto più assoluto e spietato di qualsiasi democrazia occidentale : altra ovvietà che stenta ad entrare nelle cervici dei molti dementi adulatori.
Guardando oltre, l’auspicio dei pensanti è che la Russia esca dall’equivoco sovranista, del piccolo mondo antico bigotto, caucasico e intollerante delle minoranze, si apra davvero al mondo e che gli Usa di converso si riequilibrino, trovino il loro modo di stare al mondo, quello multipolare, senza eccezionalismi che non possono più neanche permettersi economicamente.
In pratica, finita la polvere e lo strepito degli estremisti, finalmente trovare un nuovo equilibrio anche strategico.
In questo, stranamente, sono ottimista.
Sperando sempre di non essere smentito dai fatti, perchè in questo caso lo sarei in maniera davvero troppo esplosiva.

La fine dei nazionalismi

La fine dei nazionalismi non comporta necessariamente la fine del nazionalismo.
Quando i nostri pronipoti studieranno questo periodo storico, turbolento come da prassi per i periodi di transizione, troveranno che la parola “glocal” sarà molto utile per inquadrare la vicenda.
L’avvento della “globalizzazione” è semplicemente, al di là degli slogan di comodo, la modernizzazione di un mondo per certi versi ancora molto antico ed arretrato culturalmente grazie alla spinta combinata di fattori inarrestabili come la tecnologia delle comunicazioni e dei trasporti.
In un mondo fatalmente più aperto e interconnesso molte letali sciocchezze diventano più difficili da sostenere e per forza di cose prevale la relatività (alcuni ideologi direbbero : il relativismo) di un mondo che scopre di essere molto più simile di quanto sospetterebbe chi si rifugia nel proprio paesello.
Il misto di rabbia e paura, due emozioni che spesso tendono a rinforzarsi a vicenda, alimenta la feroce reazione sociale e culturale di chi sta perdendo il senso della storia e anche il senso delle piccole storie che lo animano.
Si agita lo spettro della perdita di identità, statale, locale ma anche religiosa, ma in realtà si grida alla luna e non si capisce l’enorme opportunità data da un mondo più aperto, informato, meno ancorato alle piccole patrie.
D’altronde non si contano i danni che nazionalismi e religioni hanno combinato in questi secoli che sono alle nostre spalle e francamente non si capisce davvero tutta questa nostalgia.
Perchè spesso, troppo spesso nella storia il comprensibile senso di appartenenza ad un luogo, ad una cultura, ad una religione, sono sfociati in un’arma di contrapposizione agli altri luoghi, culture, religioni.
Personalmente, ad esempio, mi identifico nella categoria “occidentale”, “europeo”.
Qualsiasi cosa voglia dire.
Mi sono sentito a mio agio da sempre, da quando ricordo le mie vicende terrene, al di fuori dalla statalità “Italia” e dalla declinazione cattolica della religione del luogo, il cristianesimo.
Penso che il mondo abbia tutto da guadagnare dal depotenziamento dell’importanza e del concetto di singola nazione.
Innanzitutto per una questione culturale.
Non è un caso che da sempre, non solo oggi in piena globalizzazione tecnologica, le classi più avanzate e colte dei singoli paesi sono sempre state cosmopolite e, spesso, abbastanza sospettose di ogni forma di ideologismo sia statale che religioso.
Quando si fanno analisi approfondite dei recenti “moti indipendentisti” (come direbbero a scuola se si studiasse un ipotetico “Risorgimento”), dalla Brexit alla Catalogna, si scopre l’ovvietà che la stragrande maggioranza di queste istanze sono portate avanti dalle classi più deboli, meno attrezzate culturalmente, quasi sempre le più avanti con gli anni.
La generazione dei nazionalismi al top della storia, quelle uscite dalla temperie delle due guerre mondiali, non si rassegna ad un mondo completamente diverso, che sta smantellando ad uno ad uno tutti gli pseudo pilastri su cui hanno costruito la loro identità e la loro storia.
Io, che faccio parte della generazione di mezzo, pur non comprendendo, da manuale, alcune istanze delle nuove generazioni, soprattutto sul piano culturale, sento però con certezza che il vento della storia sta andando, da almeno trent’anni in una direzione che non vedo affatto come inquietante, al di là delle banalità complottiste e semplicistiche che media e popolino possono agitare.
Persone che per anni si sono bevute ogni tipo di propaganda, sia statale che religiosa, adesso ci vengono a dire che dobbiamo aver paura del potere e pontificano contro i rischi della globalizzazione.
Fino a pochi anni fa servi premurosi e ottusi, adesso pasdaran incazzosi e sospettosi.
Troppo comodo.
Visto che, fino a questo momento almeno, tendo a non dimenticare, ricordo con precisione i limiti e i problemi del mondo che fu.
Ovviamente non ho la presunzione semplicistica del ventenne che prevede un futuro luminoso e perfetto ma attendo con ragionevole rilassatezza i frutti di un mondo che si conosce meglio e che, fatalmente, apre le proprie porte.
Fra qualche anno alcune sterili discussioni di questi tempi, tipo quella sul “politically correct” (la reazione biliosa di gente semplicemente “non educata” ad un mondo che non accetta più, anche formalmente, alcune bestialità), saranno cadute nel dimenticatoio perchè date, giustamente, per scontate.
Una specie di iato come quello che intercorse tra l’America esplicitamente razzista di qualche decennio fa e il mondo che è venuto dopo.
Rifiutare l’interconnessione naturale, la necessità economica e geopolitica di grandi blocchi sovranazionali, è una solenne sciocchezza e quindi sarà pagata duramente da chi persegue questi sogni antistorici.
Ovviamente ognuno può coltivare la propria dimensione “local” senza problemi, come è sempre successo nella storia, senza che questo diventi una ideologia che sovrasta le vere necessità.
Le radici esistono ma non per questo devono diventare una perenne àncora mentale.
L’America è un melting pot che funziona da decenni, con tutti limiti e le brutture della storia, e non per questo la gente ha perso il senso di appartenenza e di orgoglio per il singolo paesello, cosa che avviene anche nelle megalopoli, come chiunque abbia girato per davvero sa perfettamente.
Rappresenta comunque un dato prepolitico, umano e tale dovrebbe restare.
Esattamente come la religione, con la quale condivide il destino di debordamento dai propri ambiti e quindi gli enormi danni fatti fino ad oggi.
In genere l’esasperazione del concetto appartiene ai deboli, ai semplici, ai poco attrezzati culturalmente, e in questo il calcio ne è la plastica rappresentazione perfetta.
La gabbietta in testa e gli automatismi mentali che ne derivano hanno sempre fatto danni alle persone e alla storia in generale ma ora, questa è la mia impressione, siamo probabilmente agli ultimi fuochi.

May ends in June

Le “snap elections” indette da Theresa May si sono ritorte contro la sua promotrice.
Dopo l’autogol storico di Cameron che, da perfetto nobile inglese, si allontana dal luogo del delitto tornando sdegnosamente al golf e al polo in campagna, la molto meno nobile, furba e velenosa erede di Maggie, secondo la nuova moda, fa finta di nulla, ignora disonestamente le sue contraddizioni e si allea con la parte più troglodita del Regno (DUP? Davvero?) per sopravvivere.
Sembra il paradosso della globalizzazione, l’italianizzazione del mondo una volta civile, soprattutto nella parte nella quale gli italioti, machiavellicamente, possono ancora dire la loro senza essere ridicolizzati dalla modernità.
La politica, ahimè.
L’arte di complicare le cose semplici, tormentando la popolazione e possibilmente garantendosi rendite di posizione.
Una delle belle notizie di queste elezioni del dopo sbornia Brexit è la scomparsa dell’UKIP.
Anch’essa, come Cameron, sparita colpevolmente dopo aver rotto la cristalleria.
E con un Farage, perfetto rappresentante della mediocre, incapace arroganza ottusa che domina la politica oggi, nell’abbraccio mortale con la destra naturale del popolino, rientrato velocemente nei comodi ranghi dello stipendio di europarlamentare.
L’altra, abbastanza sorprendente notizia, è che i giovani sembrano votare progressista, stretti tra l’esigenza di prefigurare un futuro meno avvilente e retrogrado di quello che vorrebbero imporre loro generazioni ampiamente smarrite dalla storia e nostalgiche delle parole d’ordine di una volta o di una “guida” che fosse il prete, il generale o entrambi, e la parallela esigenza di una protezione al loro ruolo di proletari senza tutele nel nuovo mondo.
Votano vecchi socialisti come Melenchon (il più bilioso e meno convincente), Sanders, Corbyn.
In assenza di nuove leve convincenti e terze vie reali (che non sono certo quelle di gente come Renzi, in perfetta continuità di modi e fatti col passato peggiore), vanno dove vedono una speranza e un modo gentile di raccontarla.
Da noi questi afflati sono in gran parte assorbiti dall’ambigua forza del M5S che, pur avendo molti lati oscuri e molte contraddizioni, rispetto al recente passato italico sembra un giglio, giustamente.
Un paese dominato anche anagraficamente da quella “maggioranza silenziosa” che è passata dalle monetine per Craxi al voto a slavina per il suo migliore amico e massimo beneficiario di quel sistema, in totale continuità.
In questo flebile ritorno del giovane progressismo guidato da antichi gentiluomini, in contrapposizione all’ignoranza ottusa e aggressiva dei nemici del “politically correct”, coltivatori ormai senza freni di vecchi e trogloditi costumi, vedo una delle poche vie d’uscita ragionevoli da questo tunnel malefico.
Oltre ad una moderna, sana e senza complessi gestione razionale, consapevole, elitaria che vada oltre l’urlo e il belato e che oggi è rappresentata da gente come Macron e Trudeau.
La mia anima ottimista mi fa pensare che siamo ad una parentesi della storia, chiassosa e costosa, che verrà, spero presto, riassorbita da un flusso storico che va verso una maggiore unione e non certo verso gli ottusi particolarismi che rigurgitano ovunque.
Serve visione, determinazione, competenza vera, resistenza alle sirene del populismo.
Ripensandoci : vasto programma.
Quasi quasi torno al pessimismo della ragione.