The Putin interviews

Quattro ore di interviste montate da vari incontri avuti in Russia con Putin : Oliver Stone non perde certamente lo smalto dei giorni migliori e confeziona un cadeau per appassionati di geopolitica quantomai attuale in piena guerra fredda 2.0 con relativo contorno di strepiti tifoidei per il buon Vladimir da parte della stragrande maggioranza del movimento destroide, sovranista, ormai razzista e fascista senza più complessi.
Il risultato, però, nonostante io sia stato incollato allo schermo per reale curiosità, è, ovviamente direi, abbastanza modesto, direi quasi democristiano ed apologetico.
Ho sempre avuto interesse e simpatia per il buon Oliver, fustigatore del sistema America e contestatore della prima ora.
Nonchè ottimo regista, con ottimi argomenti, il che è essenziale.
Ma non mi sono mai illuso sulla sua reale portata rivoluzionaria.
Ho riserve perfino su Michael Moore, in questo senso, figuriamoci su Oliver.
Nella balena America può starci qualsiasi cosa, da Spielberg, l’ingenuo cantore dell’American dream, a Oliver e Michael.
Ma siamo sempre nel sistema e penso che le denunce più potenti ed efficaci stiano ormai alle nostre spalle.
Forse i film più politici sono quelli meno politici : “Wall Street”, l’apologia acida del “greed is good”, della fascinazione ottusa per il denaro, “Natural born killers”, la discesa agli inferi nell’altro buco nero degli Usa, quello della fascinazione per le armi e la violenza.
In fondo “JFK”, “Nixon” fino al recente “Snowden” non dicono nulla di realmente nuovo e spettacolarizzano in maniera evidente quello che ormai è mainstream.
Attirato dalla prospettiva di fare un lungo reportage sul politico del momento, quello più apparentemente riservato e freddo, Oliver si è fatto una simpatica vacanza sulla Piazza Rossa con moglie e seguito e certamente non è andato fin lì per fare domande scomode e darci davvero dentro.
Accomunato naturalmente da una certa simpatia umana evidente e da una condivisione pre-politica sulle evidenti magagne e colpe americane, Oliver è apparso spuntato in questa circostanza, troppo evidentemente pilotato dal sapiente marketing cremlinese, è apparsa troppo evidente la natura “fake” di qualsiasi operazione televisiva, figuriamoci se concordata con uno come Putin che chiaramente non lascia nulla di non calcolato perfino quando si reca in bagno.
C’è una scena che suggella con evidenza questa generale “atmosfera”, rilassata fino al delirio.
Quella dove si vede chiaramente la preparazione di una scena dell’incontro tra i due, accuratamente coreografata, con Putin come docile attore nelle mani del sapiente regista.
O la famosa scena del caffè portato da Putin quasi con timidezza.
O la scena epicamente propagandistica della “control room” militare, con tanto di videotelefonata tra il grande capo e un generale.
Perfino quando Oliver propone a Vladimir di vedere assieme “Dr. Strangelove”, che stranamente Putin non aveva mai visto, la gag risulta fiacca.
Siamo dalle parti del divertissement e va bene così in fondo, perfino per noi spettatori interessati alla verità ed equidistanti per principio.
Questo ovviamente rinforzerà le vele dei tanti fanatici ammiratori del nostro, talmente nostalgici del Dio-Patria-Famiglia da dimenticare l’ovvietà della complessità del mondo, soprattutto delle questioni politiche, militari, geopolitiche.
Ma non sono certo queste quisquilie che hanno mai fermato la mandria dei tifosi, così invelenita contro gli Usa e per motivi ideologici stretti, da dimenticare che in questo ambiente perfino Vladimir, e si vede chiaramente qua e là nel documentario, riderebbe della loro dabbenaggine manichea.
Il resto è propaganda, perfino nel senso buono del termine, ossia approfittare dell’insperato regalo per portare avanti le proprie idee e, se possibile, mettere in cattiva luce o in burletta gli avversari di sempre.
Come nella velenosa, intelligentissima allusione alle cerimonie brezneviane in relazione agli scambi finali di onorificenze tra Obama e Biden, nella gelida, spietata constatazione del loro potere perduto e quindi della inutilità delle loro minacce, perfino nella “compassione” ironica per il patriota Mc Cain.
Persona molto intelligente e capace : nulla di nuovo.
Persona molto ambigua e chiaramente espressione di un potere molto più assoluto e spietato di qualsiasi democrazia occidentale : altra ovvietà che stenta ad entrare nelle cervici dei molti dementi adulatori.
Guardando oltre, l’auspicio dei pensanti è che la Russia esca dall’equivoco sovranista, del piccolo mondo antico bigotto, caucasico e intollerante delle minoranze, si apra davvero al mondo e che gli Usa di converso si riequilibrino, trovino il loro modo di stare al mondo, quello multipolare, senza eccezionalismi che non possono più neanche permettersi economicamente.
In pratica, finita la polvere e lo strepito degli estremisti, finalmente trovare un nuovo equilibrio anche strategico.
In questo, stranamente, sono ottimista.
Sperando sempre di non essere smentito dai fatti, perchè in questo caso lo sarei in maniera davvero troppo esplosiva.

Advertisements

La fine dei nazionalismi

La fine dei nazionalismi non comporta necessariamente la fine del nazionalismo.
Quando i nostri pronipoti studieranno questo periodo storico, turbolento come da prassi per i periodi di transizione, troveranno che la parola “glocal” sarà molto utile per inquadrare la vicenda.
L’avvento della “globalizzazione” è semplicemente, al di là degli slogan di comodo, la modernizzazione di un mondo per certi versi ancora molto antico ed arretrato culturalmente grazie alla spinta combinata di fattori inarrestabili come la tecnologia delle comunicazioni e dei trasporti.
In un mondo fatalmente più aperto e interconnesso molte letali sciocchezze diventano più difficili da sostenere e per forza di cose prevale la relatività (alcuni ideologi direbbero : il relativismo) di un mondo che scopre di essere molto più simile di quanto sospetterebbe chi si rifugia nel proprio paesello.
Il misto di rabbia e paura, due emozioni che spesso tendono a rinforzarsi a vicenda, alimenta la feroce reazione sociale e culturale di chi sta perdendo il senso della storia e anche il senso delle piccole storie che lo animano.
Si agita lo spettro della perdita di identità, statale, locale ma anche religiosa, ma in realtà si grida alla luna e non si capisce l’enorme opportunità data da un mondo più aperto, informato, meno ancorato alle piccole patrie.
D’altronde non si contano i danni che nazionalismi e religioni hanno combinato in questi secoli che sono alle nostre spalle e francamente non si capisce davvero tutta questa nostalgia.
Perchè spesso, troppo spesso nella storia il comprensibile senso di appartenenza ad un luogo, ad una cultura, ad una religione, sono sfociati in un’arma di contrapposizione agli altri luoghi, culture, religioni.
Personalmente, ad esempio, mi identifico nella categoria “occidentale”, “europeo”.
Qualsiasi cosa voglia dire.
Mi sono sentito a mio agio da sempre, da quando ricordo le mie vicende terrene, al di fuori dalla statalità “Italia” e dalla declinazione cattolica della religione del luogo, il cristianesimo.
Penso che il mondo abbia tutto da guadagnare dal depotenziamento dell’importanza e del concetto di singola nazione.
Innanzitutto per una questione culturale.
Non è un caso che da sempre, non solo oggi in piena globalizzazione tecnologica, le classi più avanzate e colte dei singoli paesi sono sempre state cosmopolite e, spesso, abbastanza sospettose di ogni forma di ideologismo sia statale che religioso.
Quando si fanno analisi approfondite dei recenti “moti indipendentisti” (come direbbero a scuola se si studiasse un ipotetico “Risorgimento”), dalla Brexit alla Catalogna, si scopre l’ovvietà che la stragrande maggioranza di queste istanze sono portate avanti dalle classi più deboli, meno attrezzate culturalmente, quasi sempre le più avanti con gli anni.
La generazione dei nazionalismi al top della storia, quelle uscite dalla temperie delle due guerre mondiali, non si rassegna ad un mondo completamente diverso, che sta smantellando ad uno ad uno tutti gli pseudo pilastri su cui hanno costruito la loro identità e la loro storia.
Io, che faccio parte della generazione di mezzo, pur non comprendendo, da manuale, alcune istanze delle nuove generazioni, soprattutto sul piano culturale, sento però con certezza che il vento della storia sta andando, da almeno trent’anni in una direzione che non vedo affatto come inquietante, al di là delle banalità complottiste e semplicistiche che media e popolino possono agitare.
Persone che per anni si sono bevute ogni tipo di propaganda, sia statale che religiosa, adesso ci vengono a dire che dobbiamo aver paura del potere e pontificano contro i rischi della globalizzazione.
Fino a pochi anni fa servi premurosi e ottusi, adesso pasdaran incazzosi e sospettosi.
Troppo comodo.
Visto che, fino a questo momento almeno, tendo a non dimenticare, ricordo con precisione i limiti e i problemi del mondo che fu.
Ovviamente non ho la presunzione semplicistica del ventenne che prevede un futuro luminoso e perfetto ma attendo con ragionevole rilassatezza i frutti di un mondo che si conosce meglio e che, fatalmente, apre le proprie porte.
Fra qualche anno alcune sterili discussioni di questi tempi, tipo quella sul “politically correct” (la reazione biliosa di gente semplicemente “non educata” ad un mondo che non accetta più, anche formalmente, alcune bestialità), saranno cadute nel dimenticatoio perchè date, giustamente, per scontate.
Una specie di iato come quello che intercorse tra l’America esplicitamente razzista di qualche decennio fa e il mondo che è venuto dopo.
Rifiutare l’interconnessione naturale, la necessità economica e geopolitica di grandi blocchi sovranazionali, è una solenne sciocchezza e quindi sarà pagata duramente da chi persegue questi sogni antistorici.
Ovviamente ognuno può coltivare la propria dimensione “local” senza problemi, come è sempre successo nella storia, senza che questo diventi una ideologia che sovrasta le vere necessità.
Le radici esistono ma non per questo devono diventare una perenne àncora mentale.
L’America è un melting pot che funziona da decenni, con tutti limiti e le brutture della storia, e non per questo la gente ha perso il senso di appartenenza e di orgoglio per il singolo paesello, cosa che avviene anche nelle megalopoli, come chiunque abbia girato per davvero sa perfettamente.
Rappresenta comunque un dato prepolitico, umano e tale dovrebbe restare.
Esattamente come la religione, con la quale condivide il destino di debordamento dai propri ambiti e quindi gli enormi danni fatti fino ad oggi.
In genere l’esasperazione del concetto appartiene ai deboli, ai semplici, ai poco attrezzati culturalmente, e in questo il calcio ne è la plastica rappresentazione perfetta.
La gabbietta in testa e gli automatismi mentali che ne derivano hanno sempre fatto danni alle persone e alla storia in generale ma ora, questa è la mia impressione, siamo probabilmente agli ultimi fuochi.

May ends in June

Le “snap elections” indette da Theresa May si sono ritorte contro la sua promotrice.
Dopo l’autogol storico di Cameron che, da perfetto nobile inglese, si allontana dal luogo del delitto tornando sdegnosamente al golf e al polo in campagna, la molto meno nobile, furba e velenosa erede di Maggie, secondo la nuova moda, fa finta di nulla, ignora disonestamente le sue contraddizioni e si allea con la parte più troglodita del Regno (DUP? Davvero?) per sopravvivere.
Sembra il paradosso della globalizzazione, l’italianizzazione del mondo una volta civile, soprattutto nella parte nella quale gli italioti, machiavellicamente, possono ancora dire la loro senza essere ridicolizzati dalla modernità.
La politica, ahimè.
L’arte di complicare le cose semplici, tormentando la popolazione e possibilmente garantendosi rendite di posizione.
Una delle belle notizie di queste elezioni del dopo sbornia Brexit è la scomparsa dell’UKIP.
Anch’essa, come Cameron, sparita colpevolmente dopo aver rotto la cristalleria.
E con un Farage, perfetto rappresentante della mediocre, incapace arroganza ottusa che domina la politica oggi, nell’abbraccio mortale con la destra naturale del popolino, rientrato velocemente nei comodi ranghi dello stipendio di europarlamentare.
L’altra, abbastanza sorprendente notizia, è che i giovani sembrano votare progressista, stretti tra l’esigenza di prefigurare un futuro meno avvilente e retrogrado di quello che vorrebbero imporre loro generazioni ampiamente smarrite dalla storia e nostalgiche delle parole d’ordine di una volta o di una “guida” che fosse il prete, il generale o entrambi, e la parallela esigenza di una protezione al loro ruolo di proletari senza tutele nel nuovo mondo.
Votano vecchi socialisti come Melenchon (il più bilioso e meno convincente), Sanders, Corbyn.
In assenza di nuove leve convincenti e terze vie reali (che non sono certo quelle di gente come Renzi, in perfetta continuità di modi e fatti col passato peggiore), vanno dove vedono una speranza e un modo gentile di raccontarla.
Da noi questi afflati sono in gran parte assorbiti dall’ambigua forza del M5S che, pur avendo molti lati oscuri e molte contraddizioni, rispetto al recente passato italico sembra un giglio, giustamente.
Un paese dominato anche anagraficamente da quella “maggioranza silenziosa” che è passata dalle monetine per Craxi al voto a slavina per il suo migliore amico e massimo beneficiario di quel sistema, in totale continuità.
In questo flebile ritorno del giovane progressismo guidato da antichi gentiluomini, in contrapposizione all’ignoranza ottusa e aggressiva dei nemici del “politically correct”, coltivatori ormai senza freni di vecchi e trogloditi costumi, vedo una delle poche vie d’uscita ragionevoli da questo tunnel malefico.
Oltre ad una moderna, sana e senza complessi gestione razionale, consapevole, elitaria che vada oltre l’urlo e il belato e che oggi è rappresentata da gente come Macron e Trudeau.
La mia anima ottimista mi fa pensare che siamo ad una parentesi della storia, chiassosa e costosa, che verrà, spero presto, riassorbita da un flusso storico che va verso una maggiore unione e non certo verso gli ottusi particolarismi che rigurgitano ovunque.
Serve visione, determinazione, competenza vera, resistenza alle sirene del populismo.
Ripensandoci : vasto programma.
Quasi quasi torno al pessimismo della ragione.

Oui

Quindi, alla fine, il baluardo francese non è caduto.
Niente di meno mi aspettavo dalla nazione di Cartesio e dell’Illuminismo, opportunamente citato anche nel discorso di “incoronazione” di Macron.
Divertente vedere le schiumanti reazioni della parte retrograda e oscurantista, quindi spesso religiosa tradizionalista, di fronte alla vittoria di Macron e alla sua camminata sull’esplanade del Louvre con l’inno alla gioia europeo a fare da sfondo sonoro altamente simbolico.
Di fronte la folla multietnica che è Parigi da decenni e che solo qualche demente ormai esplicitamente razzista ha potuto criminalizzare.
Da una parte, come sempre accade, vedo nella Francia la parte migliore dell’Europa, quella che vota uno così intelligente e raffinato che in Italia prenderebbe a malapena il 5%, come anche i commenti fuori luogo di certi giornalisti dimostrano, critici superficiali ma in realtà innamorati dell’eterno teatrino cialtronesco del politico medio italiano, specchio di un popolo ineffabilmente volgare.
Dall’altra non bisogna sottovalutare che la parte più rumorosa, retrograda e sostanzialmente ignorante che viene manipolata costantemente in nome di antichi e poco presentabili pensieri, rappresenta oggi un buon 20-30% e ha sostituito, nel crollo dei blocchi medi tradizionali sinistra-destra, soprattutto in Francia, l’antico movimento “operaio” che una volta era sostanzialmente di estrema sinistra e oggi, purtroppo, bazzica l’estrema opposta.
Mischiato inoltre con la parte più antiquata del conservatorismo anziano europeo.
E con automatiche reazioni fasciste di odio per i media che, grazie ad un uso spregiudicato e stupido di Internet, sono diventate vulgata comune.
Questo è il populismo moderno, ossia l’unione velenosa di tutte le peggiori resistenze culturali del popolino, spesso anziano e poco istruito, disabituato da sempre alla riflessione critica e facile preda, per motivi culturali, sociali, religiosi di arruffapopoli estremamente pericolosi.
Par contre di Macron apprezzo, oltre all’evidente intelligenza e competenza, la chiarezza nel prendere posizioni oggi impopolari ma esatte come l’europeismo, l’anelito alla razionalità e alla ragione, la spinta all’ottimismo costruttivo, il rifiuto del giochino della paura.
Mai avevo visto un dibattito politico così sbilanciato, nemmeno nel recente Clinton-Trump.
Macron ha disintegrato la Le Pen in quel dibattito e ad un osservatore esterno, non ideologicamente definito, è parsa evidente la sproporzione di contenuti, progetti, modi.
Le Pen ha rivelato con estrema chiarezza la sua sostanziale impreparazione (lo sfogliare nevrotico dei dossier, il bilioso accusare “ad personam” e spesso “ad minchiam”) mentre dall’altra parte il freddo, controllato Macron, senza foglietti,ha risposto con chiarezza e precisione su ogni issue, arrivando perfino a scherzarla sulla questione euro dove alcune fatali esitazioni della simpatica fascista hanno mostrato con estrema trasparenza la totale impreparazione e l’assoluta mancanza di idee chiare.
Con il sottofondo sinistro dell’amicizia interessata di Putin, improbabile idolo di tutto quel blocco di…”pensiero” e geopoliticamente goloso di una Europa divisa e debole.
Per ora è andata e non è poco dopo le due genialate Brexit e Trump.
Ma sicuramente il difficile comincia adesso e bisogna ovviamente guardarsi molto dal cancro destrorso sotterraneo che corrode da sempre la peggiore Europa.
E lo si può fare, secondo me, puntando sull’educazione e la formazione delle nuove generazioni, come da riferimento preciso di Macron nei vari discorsi iniziali.
Allora per davvero si potrà entrare nel futuro senza idiote tentazioni passatiste e nazionaliste old style e con una visione del mondo e della società finalmente senza paraocchi ideologici antichi, adeguata ad un mondo che cambia rapidamente.

L’affaire Macron

In quest’epoca di rabbioso irrazionalismo politico demente, di conferma di un minimo di democrazia esistente, contrariamente alla vulgata delle masse volgari, ossia che tutto sia pilotato, la vittoria della Brexit, di Trump e il grande successo di una come la Le Pen dovrebbe aver già fatto cambiare idea alle masse schiumanti in merito ai trucchi del potere.
Ovviamente non succede perché il marchio di fabbrica del popolino non è la ragione, il pensiero, l’equilibrio, la riflessione.
Neanche le vittorie li educano.
In epoca Internet, masse abituate da anni al pecoronismo e alla totale mancanza di senso critico e di ragionamento sul potere, di colpo si scoprono “haters” a prescindere e, da buon popoletto, esagerano nel senso opposto declinando in senso complottistico, quindi alla fine inutile e non realistico, qualsiasi istanza, qualsiasi informazione.
Dal belato all’urlo, direi.
Il caso di Macron è emblematico.
Nel mondo di oggi le qualifiche, che sono sempre elitarie, la competenza, il curriculum, non sono visti, come dovrebbero, come un plus, bensì come una prova dell’appartenenza al famigerato establishment.
Il noi-loro, il manicheismo tifoideo, la reductio e la parodia del conflitto sociale sono sempre un buon segnale dell’assenza di cervello.
Inutile dire che le religioni organizzate, maestre nella manipolazione dei peggiori istinti del popolino, in questo periodo vanno a nozze.
Ed ecco quindi che Macron è colpevole di venire dall’ENA, scuola d’élite della classe dirigente francese, una cosa che drammaticamente è mancante nel nostro paese di mediocri improvvisatori allo sbaraglio e dove nella politica, in genere, prevalgono i peggiori, i più ideologici e, in genere, la schiuma dell’umanità.
Ha una carriera d’alto livello in campo bancario (orrore), ha sposato una donna più anziana di lui quindi è sicuramente un omosessuale coperto, forse anche pedofilo.
Strano che queste calunnie prevalgano proprio nel campo dove un vero scandalo pedofilia, e di proporzioni mondiali, ha con chiarezza dimostrato la bontà di una certa “educazione” sessuale nevrotica e castrante.
Non dire al popolo che le élites intelligenti e sagge sarebbero la loro salvezza.
Sono ancora persi dietro la narrazione del nemico a prescindere, un facile capro espiatorio di fronte alle brutture del mondo, crisi economica in primis.
Tutto viene tritato in questo festival della mediocrità : i migranti, l’euro, la crisi economica.
Tutto è strumentalizzato e, soprattutto in questo periodo, la moderazione e il buonsenso sono minoritari e molto, molto impopolari.
Sono un ottimista, passerà.
E poi spetterà, come sempre, ai moderati di buonsenso raccogliere i cocci delle stupidaggini e delle urla del popolino e dei suoi numerosi agitatori, spesso oltretutto convinti di avere la Verità in tasca.
Nel frattempo tutti costoro avranno già rinnegato il passato, con la provvidenziale (questa sì) dimenticanza degli stupidi, e saranno passati alla successiva inutile piazzata, magari contro i farmaci, oppure i medici e altri lavoratori del pensiero razionale.
D’altronde i fanatici del miracolo permanente non hanno propriamente in simpatia quelli che, spesso nel silenzio, si attengono ai fatti e a poche verità parziali.

Piccolo mondo antico

Certa gente che vive col paraocchi nel passato la si recupera più avanti, grazie al buonsenso e al raziocinio di cui è palesemente sprovvista.
La si recupera quando si inventa l’illuminismo, il liberalismo e si creano le condizioni di agibilità minima che permettano un dialogo con chi voleva teocraticamente, ossia sulle “basi” di una ideologia irrazionale e fantasiosa, tenerti nel medioevo per sempre.
La si recupera quando, con la scienza e il raziocinio, si costruiscono sistemi di cura delle persone, e quindi perfino per loro, che vanno al di là delle ipotesi fantasiose dei negazionisti delle cure del cancro o degli anti vaccini isterici che creano problemi inediti di infezione nel 2017 dopo decenni di sostanziale calma.
Niente di meglio ci si poteva aspettare da chi crede ai miracoli e alle varie madonnine piangenti.
Il ritorno all’irrazionalismo destrorso illiberale passatista, che è il vero cancro di questi ultimi anni, vola cavalcando le paure della gente, la loro ignoranza di fondo, alimentato da una rete che è meravigliosa ma che può anche essere il ricettacolo di tutte le scemenze di questa terra.
Mi viene in mente Crozza, sempre acuto e sul pezzo, che mette in scena Belpietro con le sue piazze vocianti e odianti (non una parodia, praticamente una fotocopia), oppure i vari haters complottardi di cui è piena la rete peggiore.
Superficialità, ideologia, negazionismo, rabbia : mai il mondo mi è parso più smarrito.
Eppure i tanti odiatori dell’Europa, ad esempio, si illudono quando pensano che il progetto, concepito da uomini immensamente più lucidi e lungimiranti degli attuali, abortisca del tutto.
I fenomeni del “Dio-Patria-Famiglia” hanno come eroi la gente peggiore, perché sono inclini inesorabilmente al voto di parte, ideologico, mai ragionato.
Ecco quindi un Farage, un Boris Johnson, personaggi che non sembrano neanche più politici inglesi da quanto sono immersi nell’improbabile.
Farage che dopo aver fatto danni inenarrabili, tende a svicolare via e ammette che perfino se ne andrebbe dall’UK se la Brexit fallisse.
Una Brexit che è il parametro perfetto dell’autogol insito nell’uomo di destra rabbioso, acefalo, non lungimirante.
I fautori nostalgici del Regno che fu, riusciranno dove decenni di storia gloriosa non è riuscita : smembrare proprio il tanto amato Impero.
Con Scozia e Irlanda (riunita! A dimostrazione che nei paesi pragmaticamente pensanti la religione si ridimensiona e quindi fa meno danni) che fanno ciao ciao con la manina perché ovviamente non ci stanno al seppuku di Londra, peraltro voluto da una minoranza chiassosa e depensante, certamente non giovane e quindi poco qualificata a parlare di un mondo che non vedrà.
Un Trump, prototipo perfetto del venditore di pentole aggressivo, che, da ovvio negazionista dei problemi ambientali (in attesa fremente del sempre simpatico negazionismo su nazismi e olocausti vari) firma tutto tronfio il ritorno al carbone.
Un bill che neppure la Thatcher, non certo una paladina del liberalismo e del progressismo, si era mai sognata di appoggiare ai tempi dei brutali litigi con i minatori.
Lo stesso Trump che per mesi stucchevolmente ha fatto coretti col suo uditorio decerebrato (Chi pagherà il muro? Sulla falsariga di altre buffonate dei nostri “politici” recenti) e che, messo alla prova, dopo essere stato rimbalzato immediatamente dal presidente messicano e averlo subito accettato (davvero un grande negoziatore), presenta subito il conto ai suoi.
Un miliardino di dollari per un’opera inutile e costosa che si aggiunge in maniera monumentale al già sofferente bilancio.
E i destrini sempre sbraitanti, spesso a sproposito, sulle spese statali del nero Obama (attenzione : nero), qui invece tutti a battere le manine.
Sempre Trump, che darà purtroppo molto materiale al sarcasmo mondiale e che perfino dormendo farà danni incalcolabili, subito battuto anche sull’Obamacare, grazie ad un bill disarmante per superficialità, pochezza e velenosità ideologica, talmente orrendo che neanche parte dei repubblicani è riuscita a votarlo.
Che toglieva il minimo di assistenza sanitaria a decine di migliaia di persone, riuscendo allo stesso tempo a drenare valanghe di soldi dal Medicare.
Doppio danno assoluto : la perfezione.
Il perfetto, ridicolo rappresentante della destra americana e della parte peggiore di quella altrimenti gloriosa nazione.
Quella che vuole le armi dappertutto ma che non vuole un welfare appena decente per la sua popolazione.
Proprio delle priorità ineccepibili.
Poi ci sono politici intelligenti, dubbiosi, liberali, equilibrati come Nick Clegg.
Tempi duri per gente come Nick, che cerca disperatamente di coagulare i pensanti e di non reagire alla violenza dei “vincenti”, per impedire come dice il vecchio saggio Heseltine, il più grande, storico errore del Regno Unito, quello che intaccherà davvero per sempre la sua sovranità, grazie al combinato disposto di un mercato, quello più importante per la UK, che detterà davvero le regole al buffo fornitore oltremanica il quale, nel frattempo, si sarà sempre più rimpicciolito economicamente e territorialmente.
L’Europa ha davvero rinfocolato i peggiori nazionalismi e certi beceri pregiudizi incrociati.
Non si è mai davvero realizzata non perché ha sottratto sovranità alle singole nazioni ma perché non è riuscita a farlo, grazie alla spinta spesso interessata delle lobby delle singole nazioni, dei singoli politici con interessi inconfessabili, ad esempio quello di far fallire l’Europa per far proseguire la propria influenza nazionale, più gestibile.
La narrazione che oggi gira è palesemente falsa, se l’Europa fallisse è proprio per il giochino delle singole nazioni che si ostinano a non capire il destino comune che non può che essere imboccato che in maniera molto più forte.
Quando parleremo di qualsiasi politico a prescindere dal suo paese di appartenenza avremo fatto un vero passo avanti oltre i soliti razzismi, primitivismi e riduzionismi del popolino, spesso anziano ed ignorante, che ancora ammorba l’Occidente con la propria miopia.
D’altronde uno non può che pensare secondo il proprio orizzonte mentale, piccolo, bottegaio, antiquato già trent’anni fa.
E se l’orizzonte mentale è quello delle bavierine e delle padanie, delle opprimenti e dogmatiche sovrastrutture ideologiche, è difficile intravedere un futuro, anzi già un presente, quando l’interconnessione e il “rimpicciolimento” del mondo dovuto alle tecnologie e alle logiche fortunatamente “comunitarie” delle istituzioni politiche, prevede dei blocchi importanti federati che interagiscono, pacificamente si spera.
Altrimenti l’alternativa più realistica è un simpatico ritorno alle guerre mondiali che nel protezionismo, l’autarchia demente, l’ideologia e la costruzione di muri, peraltro inutili, hanno sempre trovato terreno fertilissimo.
Sono gli stessi che sbraitavano per la pericolosa guerrafondaia Hillary (attenzione : donna).
Perchè ovviamente Putin va bene e la Cina no.
Al termine di tutto, questi apprendisti stregoni saranno riusciti nell’impresa di accelerare il declino di quell’Occidente che, a parole, portano avanti con le fanfare e le inutili bandierine che ci sono sempre nelle funebri chiamate alle armi.
Non a caso si è sempre detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio dei farabutti.

Il rifiuto del futuro

Se c’è una cosa che era ampiamente prevedibile e infatti molti di noi avevano previsto era l’avvento sicuro di una forma acefala di destra old style, praticamente fascista, in tutto il mondo occidentale.
La pressione degli eventi portava inevitabilmente in quella direzione e la destra malata, sovranista, inneggiante al famigerato trittico Dio-Patria-Famiglia (intesi in senso solamente retrogrado), razzista e suprematista per natura, intollerante e illiberale sta prendendo il potere ovunque.
A dispetto delle stesse ridicole teorie complottiste a senso unico che questi gruppi hanno seminato nel web a piene mani per raccogliere i gonzi dal pensiero debole e dal setaccio critico da sempre inattivo, sia verso il potere costituito, sia verso queste presunte opposizioni.
Resto comunque ottimista nel medio periodo : finirà anche questo e ci avrà fatto perdere tempo, soldi, fatiche, vite inutilmente.
Prendiamo l’Italia.
La Lega ha sempre rappresentato queste istanze.
Nasce come movimento più che federalista, secessionista.
Tanto è vero che quando è stata messa alla prova a livello legislativo, schiava non di Roma ma, più miseramente, di Berlusconi, ha partorito un mostro di cui ancora adesso si ride a tempo perso.
La Lega è il movimento retrogrado per eccellenza.
Prima il nemico era Roma e l’Italia e quindi la spinta era al riduzionismo, un riduzionismo che simula le difficoltà degli adepti a comprendere un mondo grande, vario, complesso.
Oggi il riduzionismo, abbandonata in fretta la fregola antiitaliana dopo anni di sciocchezze violentemente propugnate, è sull’Europa, la nuova nemica, il nuovo capro espiatorio.
Quindi, visto che la storia come sempre ci sorpassa in scioltezza, la nostra Thule ora è proprio la tanto vituperata Italietta, di cui, senza vergogna né memoria, si riabilita proprio tutto, perfino le impresentabili annate democristiane, i suoi personaggi, i meccanismi che tanto hanno contribuito, nella loro nefandezza, alla crescita del movimento Lega stesso.
In USA sono messi meglio.
Trump è sostanzialmente una espressione di questo tipo di destra ma ha attorno un sistema che funziona meglio, nei pesi e contrappesi, nonostante i tentativi sbracati di litigare con magistratura e altri in salsa di peronismo diretto (ora a mezzo Twitter), sul fulgido e volgare modello berlusconiano.
Gli USA inoltre sono una nazione grande, forte, dai molti primati, che sta semplicemente tirando indietro l’orologio come ogni tanto ha fatto.
Un isolazionismo di ritorno che avrà vita breve.
Il problema, come sempre, è l’Europa.
L’illusione dell’isolazionismo per le singole nazioni europee, perfino sul piano Nato (vedi deliri della Le Pen), negano la storia recente, fatta di atlantismo e una guerra risolta dagli americani, e negano soprattutto la storia futura dove una globalizzazione di fatto, dovuta a tecnologie e non a complotti, non farà prigionieri tra i curiosi cultori del paesello.
Certamente la crisi economica e il burocratismo ottuso di certa Europa hanno incoraggiato questi deliri.
E di questo dovranno rendere conto molti miopi politicanti attuali, lontanissimi dalla visione e dalla lucidità di gente come Kohl e altri.
Senza crisi economica quella tecnologia emozionale che si chiama uomo non sarebbe andata in standby e invece di agitarsi cercando infantilmente il capro espiatorio (quelli che è sempre colpa dell’euro, oh yes), avrebbe potuto con intelligenza e onestà intellettuale costruire un futuro.
Ma la storia ci insegna proprio che il movimento non è mai lineare, è sempre avanti e indietro, come un grafico di borsa in piena volatilità, salvo poi scoprire a distanza di anni che in fondo il trend di lunga è sempre stato positivo.
Aspettiamo, sul fiume, e cercheremo di non cedere alla tentazione di essere troppo sarcastici con molti involontari e non meritevoli protagonisti di questa triste ora.

La giostra

Fedele alla linea che la politica in Italia è interessante ed argomento di conversazione supremo come il calcio ed è considerabile seriamente solo in quel senso, ossia come chiacchiera, mentre nella sostanza è materia fetida e non credibile neppure per un minuto, parliamo di cosa interessa davvero oggi, cioè chi vincerà le elezioni imminenti e come cambierà il paese virtuale.
Passata la sbornia referendaria, classico esempio nostrano di molto rumore per nulla, secondo la nuova e aggiornata declinazione renziana, ossia il finto cambiamento spacciato per rivoluzione globale sgonfiato nelle urne e spesso per motivi sbagliati, torniamo al campionato.
Il secondo campionato italiota.
Se Renzi, che ormai non ne azzecca una, tornerà alle urne pensando seriamente che il 40 percento dei votanti il Sì, invece che rappresentare le solite istanze miste tipiche di un referendum ma più precisamente, in gran parte, il belato della maggioranza silenziosa naturalmente suddita e prona al potere del momento e alle sue narrazioni, commetterà l’ennesimo errore dettato dalla arroganza e presunzione infondate, uniche merci elettorali spendibili in questo paese innamorato degli uomini forti buffoneschi, fatalmente innamorati della menzogna.
In passato abbiamo avuto la fortuna di avere tra le misere schiere dei concittadini chi ha chiuso la guerra fredda o, più recentemente, con due o tre comparsate televisive ha spostato masse enormi di voti, una fortuna che forse non meritavamo, ingrati come siamo.
Se va bene, il Pd perdente di oggi, cosa imperdonabile in Italia, porterà a casa un 30.
Il M5S forse qualcosa in più, nonostante l’ostentato ostracismo di occhiuti critici che per decenni si sono digeriti ben altri panettoni.
Il centrodestra sicuramente riunito, vista la tendenza all’urlo forte accompagnato sempre al meschino rassemblement per raschiare il fondo del barile, poco sotto il 30.
Tra parentesi, li ricordo bene i neorenziani entusiasti che facevano boccucce sdegnate ai tempi in cui noi davvero votavamo centrosinistra in funzione antidelirio, sudditi senza neanche incentivi e interessi reali con i loro miopi e/o interessati peana al cambiamento, sempre fasullo e venato di fascismo, quello sì invece reale.
Con i loro ridicoli appelli alla concretezza che mascheravano l’ideologia pura : altro che comunisti!
Si sta insomma preparando una ricetta perfetta per lo stallo, di cui verrebbe sicuramente incolpato “ad minchiam” il Malaussène grillino.
L’ideale per noi osservatori divertiti, che non pensiamo neanche per un attimo che la politica italiana voglia risolvere le vere issues, quelle eterne, culturali, politiche, economiche, che richiederebbero un alieno chiuso in un bunker, pronto alla fuga al primo tentativo serio di cambiamento.
La riduzione epocale, assoluta, della spesa pubblica, la riduzione fiscale vera (non quella ovviamente fasulla del bulletto fiorentino), ossia il rientro nella moralità del 15, max. 20%, l’eliminazione degli infiniti enti ed intermediari e il taglio definitivo al parassitismo politico e sociale di milioni di persone, l’applicazione di poche, sensate leggi, la riforma dell’intero sistema.
Vaste programme ma soprattutto, nella terra dei felici sudditi, impresa culturalmente impossibile.
Da parte loro i giovani, poveracci, votano l’unica app che hanno sul telefonino, loro unica fonte di fascinazione, ossia il M5S.
Uno pseudo partito con limiti evidenti e molte ombre, ma non quelle indicate dai media (ad esempio l’ondivago e poco intelligente approccio con l’Europa), che ha già incorporato nel suo destino di diventare il ricettacolo di tutti i “pensoidi” (chiamarli pensieri? Davvero?) degli amanti dei fattoidi invece che dei fatti.
Il giochino del capro espiatorio di tutto un dopoguerra fetido per altre mani, il giochino del “sono tutti uguali”, il giochino tipicamente berlusconiano della rosicologia, ossia chiunque esprima giuste critiche, perfino riduttive di fronte allo scempio, è un invidioso.
Classico caso di “omnia immunda immundis” : chi ha in testa una scala di “valori” del genere pensa sempre che anche gli altri siano marci.
Risultato? Altri anni buttati via, impossibile governare sensatamente ma tanto divertimento nei talk shows.
Nel frattempo i pochi giovani che devono arginare la presenza ingombrante e la prepotente tendenza al voto demente e conservatorista (come con Brexit, con Trump, nel referendum i vecchi hanno votato come indicato dal finto giovane fiorentino) hanno pure da fermare la valanga di una tendenza economica che porterà fatalmente la produzione e le teste pensanti altrove e, se va bene, trasformerà definitivamente l’Italia nella Florida low cost degli Stati Uniti d’Europa (che resteranno, al di là degli strepiti old style di mezzo mondo) : un posto abbastanza caldo, poco serio, dove fare le vacanze.
Il referendum ha comunque evidenziato i limiti di tutti.
Innanzitutto l’ideologizzazione guelfa-ghibellina dello scontro, tipica dei paesi malati che ignorano le sfumature della realtà complessa.
Poi anche la pochezza delle nuove generazioni, Renzi incluso, superficiali, nevrotiche anche nell’uso della rete, tendenti all’egotismo e all’uso strumentale di azioni apparenti (meglio cambiare per cambiare che nulla) senza nessuna idea profonda sottostante se non un andare avanti senza scopo.
L’uso strumentale, ad esempio, dei mercati e della paura, che, secondo la mia modesta esperienza di trading, scontano sempre tutto e in anticipo e quasi sempre hanno movimenti tecnici, esoterici agli occhi dei più.
Nessuno che faccia una vera analisi dei rischi e delle logiche.
Ad esempio : Brexit avrà effetti negativi a medio-lungo termine, Trump probabilmente meno e a breve, sia per la forza della struttura attorno che neutralizza qualsiasi estremismo, sia per la durata del mandato e la logica “spoil” Usa.
In questo senso il referendum sarà ricordato come una perdita di tempo inutile a fronte di issues ben più importanti, un tentativo tra i molti di deformare la Costituzione per fini di altro tipo, non certo l’ultimo e non sicuramente la pietra tombale sul vero cambiamento che sicuramente prevederebbe l’abolizione del Senato (e di tante altre cose) e non quel finto pasticcio orchestrato dal fiorentino troppo interessato alla casta e al cesarismo fine a sè stesso.
La logica del panino indigesto e scombinato dove far stare tutto può convincere solo i più distratti, quelli che non hanno studiato la storia di questo paese.
Che, a differenza di altri, non ritengo realisticamente riformabile, tantomeno in questa maniera confusa e sospetta e che è destinato a deludere sempre quei buffi personaggi che credono seriamente che la politica dovrebbe risolvere qualche problema reale e non crearne altri cento, nuovi.
Il paradosso è che, credo, rimpiangeremo Renzi e il suo rosato scipito, italiano infatti e non francese, che piace non a caso agli amanti di Grey’s anatomy (e le sue interminabili “spieghe” baciperuginesche infarcite di luoghi comuni bambineschi), dei Coldplay e degli scouts.
Gli eterni superficialotti post-democristiani italiani, un misto di boccalonesimo e ipocrisia di antica origine cattolica.
Il futuro è, purtroppo, la destra peggiore, acefala, quella che imperversa in tutto l’Occidente e che sicuramente colpirà come una malattia anche il paese inventore del fascismo e che di questo virus è portatore insano da sempre.

PS- Austria : hanno rifatto le elezioni. Hofer le ha di nuovo perse. Ha accettato l’esito delle urne.
Un caro saluto ai complottisti in servizio permanente.

Post-truth

Dopo la vittoria della Brexit e di Trump molti commentatori, subito attaccati come radical-chic, hanno fatto notare con giustezza e precisione che ormai il voto è abbastanza imprevedibile in quanto la marea populista, per sua natura, non segue indicazioni razionali, fattuali, ma la famosa “pancia” e quindi da una parte non comunica ai sondaggisti indicazioni esatte, perché volatili o anche semplicemente per vergogna, dall’altra l’entità di “valutazioni” pre-razionali che lei stessa presenta è per sua natura non quantificabile, proprio perché non legata a fatti oggettivi.
La chiamano epoca “post-truth” o “post-factual” e in generale non è mai una buona notizia.
Marco Travaglio che in quanto preciso ed informato è sempre stato odiato in questo sventurato paese ci ha scritto anni fa, in pieno delirio berlusconiano, uno dei suoi libri più fondamentali : “La scomparsa dei fatti”.
In fondo a livello umano non è questa grande novità.
Chi più chi meno l’intera umanità è sempre attraversata dal tentativo di superare i fatti, con la menzogna o con l’utopia.
Abbiamo tutti incontrato persone amorali che amano costellare la loro vita di narrazioni alternative, sia per autodifesa sia per “tenuta” sociale, oppure religiosi inclini al “wishful thinking”, la forma estrema di post-fattualità, dove la realtà conta sempre meno rispetto alle proprie, sempre più fantasiose, elucubrazioni.
In generale tutte le ideologie, politiche, religiose, socioeconomiche hanno punte di irrazionalità evidenti.
Lo chiamano cuore ma è un altro errore di valutazione : è solo pancia.
Infatti anche nelle faccende di cuore usare il cervello è fondamentale.
Per restare alla politica in senso stretto quello che vediamo tramontare ovunque è la differenza tra aree geografiche, una specie di effetto paradosso della globalizzazione e una sua deriva non piacevole.
Se una volta la parte migliore di nazioni bizantine e sfortunate come l’Italia vedeva nella Francia, ad esempio, o nei paesi anglosassoni, UK e USA, la culla della civiltà, la vera democrazia, quella con una giusta opinione pubblica reattiva, con una corruzione limitata, con un dibattito nobile e preciso, dove giustamente si veniva puniti anche per piccole menzogne e radiografati moralmente anche a livello personale, oggi, purtroppo, il mondo intero si sta “italianizzando”, il che dimostra semplicemente non che tutto il mondo è paese (la versione volgare della globalizzazione che certi cialtroni nostrani amano diffondere dal basso del loro provincialismo e della loro ignoranza reale del mondo) ma che semplicemente attraversiamo una fase buia, molto involutiva, della democrazia stessa.
Dove perfino in Inghilterra trionfano personaggi come Farage o Boris Johnson.
Pur restando comunque differenze tra l’Italietta, che è riuscita a scavare ulteriormente nel suo naturale amorale cinismo ed è sempre in prima linea nel peggio, e un resto del mondo dove, per esempio, un presidente (quello tedesco) si è dovuto comunque dimettere per una cosetta che in Italia sarebbe addirittura vista come una nobile furbatina.
Scopriamo quindi per la prima volta, grazie al ritorno delle peggiori destre e quindi del populismo più pericoloso, che l’Italia può essere addirittura un modello per gli USA (Berlusconi e Trump) e non viceversa come è storicamente sempre accaduto.
Perfino nelle peculiarità tifoidee, da guelfi-ghibellini, così tipiche di questo paesello in eterna lotta di bandiera : la famosa “scelta di campo” berlusconiana, ossia il voto acritico ed ideologico.
Resta sempre lo sgomento nel vedere come i meccanismi infernali della tv e della scarsa coscienza delle masse, combinati insieme, partoriscano sempre gli stessi, prevedibili frutti.
Si arriva quindi al paradosso estremo che il famoso “terzo stato” moderno va a finire che si identifica in personaggi improbabili, riccastri, inclini all’affabulazione senza vergogna.
Il tubo catodico ha fatto ingurgitare ai poveri l’idea che il ricco sia il modello (l’obiettivo di una vita, come il marketing insegna), se poi volgare e cialtrone meglio perché così può scattare la fittizia identificazione dello sprovveduto al di qua dei privilegi e dello schermo stesso.
In questo corto circuito sociale, economico, comunicativo quella che scompare è la democrazia razionale, indiretta, dubbiosa, senza facili peronismi e “uomini soli al comando” che parlano direttamente alle plebi, additando entrambi la parte migliore del paese come il nemico.
La cultura che non fa mangiare, l’intellettuale che fa correre la mano alla fondina, l’intellettuale dei miei stivali : tutte locuzioni nate qui, non a caso, e oggi triste modello per il mondo occidentale.
Intellettuale : una parola che peraltro solo in Italia viene usata con così pervicace frequenza e, quasi sempre, con sottintesi negativi.
A dispetto di tutto resto, secondo mio carattere, un inguaribile ottimista.
Passata la sbornia post-weimariana si tornerà a ragionare su fumanti macerie e si comincerà a costruire un mondo nuovo finalmente più ancorato alla razionalità e alla vera, sana globalizzazione.
La differenza è che probabilmente sarò troppo vecchio per raccontarlo.

Benvenuti in Utopia

Dopo la vittoria di Trump penso si possano individuare due aree di discorso, una più superficiale, una più profonda.
A livello superficiale il mondo intero celebra selvaggiamente la morte dei giornali, dei sondaggi e la sconfitta dell’intellighentsia e dei radical chic.
Come al solito si fa confusione ma intanto si rivela qualcosa del mondo che ci aspetta e delle future faglie sociopolitiche.
I giornali sono moribondi al di là della loro funzione di indicatori di voto e di opinione.
Anzi, al di là della forma tecnica (cartacea o meno è un falso problema, è già tutto sul web e nelle app per chi legge davvero), l’unica funzione reale che rimane ai giornali, ed è vitale per il mondo attuale, è proprio l’espressione ponderata, lunga e riflessiva di una idea, una opinione.
Il giornale deve essere e sarà sempre più un unico editoriale, avendo demandato alla rete il martellamento delle news.
In questo senso il mondo attuale, colpito in maniera ormai evidente da una forma di analfabetismo di ritorno che è sia morale che culturale, dato ormai rilevabile perfino a livello statistico di massa, ha bisogno come il pane di oasi dove riflettere, approfondire, sottrarsi alla tirannia dell’alert continuo.
Cultura è ormai la parolaccia e i giornali, soprattutto quelli di alto livello, sono cultura e quindi fatalmente, raramente la penseranno come il popolino.
Il popolino, infettato dall’idea del complotto globale, forma sociale della tipica paranoia dell’inferiore di fronte ad un mondo che non capisce, pensa che siano tutti d’accordo e che i giornali siano solo la voce del padrone.
Se uno davvero legge i giornali che contano nel mondo capisce ben presto che non è così e le voci sono tante ma è inutile discutere con i pregiudizi degli ignoranti che peraltro non leggono i giornali che criticano.
I sondaggi : nell’epoca attuale, che si può datare per approssimazione come iniziata negli anni ’60, si è ampliata sempre di più e in forme sempre più becere e meno autorevoli la distanza tra le élites e il popolo.
Il problema è che si è passati da un mondo ingessato, pieno di ideologie dementi non discusse, dove lo spirito critico era visto come un difetto e le autorità di ogni tipo (politico, religioso e così via) non erano mai davvero giudicate, ad un mondo che è andato nell’opposto sbagliato dove tutto è in discussione ma non in maniera intelligente, semplicemente in maniera tifoidea e all’interno del solito sistema fascista del marketing che ti vende slogan vuoti e che televisivamente ti fa votare i peggiori.
In questo senso i sondaggi stanno perdendo valore, a meno di alzare e di molto i loro benchmarks tecnici di soglia numerica e sociale, perché la gente è sempre più menzognera (mentre prima era solo ipocrita) e soprattutto quando vota in certe direzioni giustamente se ne vergogna.
Già visto con il nostro Trump e puntualmente verificatosi anche in USA.
Radical chic, politically correct : all’interno di queste locuzioni si annida già la cattiva coscienza del nuovo mondo.
Chic, fino a prova contraria, è un termine che indica raffinatezza, gusti educati, buon uso della lingua e delle conoscenze.
Non direi proprio termini negativi.
Correctness indica appunto correttezza, una cosa buona.
Il tentativo, invero disperato, di darsi una linea di condotta accettabile e accettata in società che dia una indicazione di minima al popolino su come è lecito comportarsi (sul genere : ti insegno ad usare la forchetta), a fronte del perdurare demente di antichi vizi impresentabili : razzismo, discriminazioni varie di genere e non solo, antiche ostracizzazioni sessuali basate su fantasiose idee religiose.
Il fatto che tutto questo sia visto con fastidio spesso violento, con l’aiuto non indifferente dei nostalgici religiosi (gli integralismi vari che in USA assumono spesso sembianze grottesche e che hanno infatti votato in massa per Trump), la dice lunga sulla malaise di questo mondo in putrefazione.
Personalmente sono convinto che questo mondo, almeno nelle sue connotazioni più patetiche, white trash, ultrareligiose, ignoranti sia destinato ad incidere molto meno di quanto si paventi, nel lungo periodo, per ovvi motivi anagrafici.
Ma resto diffidente anche delle new generations che si sono liberate dell’inutile fardello religioso ma in compenso non hanno nel loro DNA la profondità che la cultura vera impone, sono obnubilate dall’onnipresenza del web martellante e del marketing e hanno percentuali mondiali di ritorno all’analfabetismo che fanno pensare più ad un gruppo di pecore 2.0 facilmente conducibili a fronte di un pò di divertimento cheap.
Il vero problema è che le élites sono accettatissime e hanno abbassato progressivamente il loro livello fino a toccare, negli ultimi vent’anni, punte grottesche.
Il populismo genera populisti ed una classe dirigente sensata, soprattutto in Italia, resta una utopia dove i senza vergogna e senza cultura proliferano ovunque.
La vera parolaccia è, per tutti, la cultura, l’intelligenza, la riflessione critica, la capacità di comando illuminata e quindi non banalmente egotica.
Ecco perché il dualismo élites-popolo è un altro prodotto di marketing che il popolino si beve con la consueta insipienza.
L’odio comune è per la cultura, anche nelle classi dirigenti, e i risultati si vedono.
L’invidia sociale è il rabbioso humus della ferocia del popolino che, ragionando da povero, di spirito e di soldi, vede però, paradossalmente, nei riccastri più pacchiani, furbastri e impresentabili un modello sociale a cui ambire, fornendo la base psicologica per l’immedesimazione e quindi il voto.
A livello spicciolo fa sempre tenerezza vedere il triste fideismo tipico della destra acefala di tutto il mondo.
L’amore sconfinato per il semplicismo e le scorciatoie, l’adorazione per il mito dell’uomo forte che risolve tutto lui (che si proietta negli occhietti adoranti della donnetta archetipica, la Coulter, la Palin, le mille sciacquette della corte berlusconiana e renziana), il ritorno markettaro al credere-obbedire-combattere.
E la pronta giravolta appena ci si insedia.
Trump fin dai primi minuti ha dato subito con chiarezza l’idea di un uomo smarrito di fronte al compito e preso un pò in contropiede.
Ha subito messo a posto i fanatici riabilitando la Clinton (dicendo apertamente che non era più una priorità inquisirla), glissando sui vari muri per messicani e musulmani e perfino accennando al fatto che parti dell’Obamacare (un primo, timido tentativo di dare del welfare giusto ad una nazione di disperati) non sono poi da buttare.
Ovviamente mette nei posti chiave, pare, gente di JP Morgan e simili : attendo con ansia le derive complottarde e antielitarie usate sempre contro l’altra parte.
Mi sa che dovrò aspettare a lungo perché la lucidità, da quelle parti, è un optional.
Trump fa il suo mestiere di venditore di pentole e neanche finge di non essere quello che è, giravolta immediata compresa.
La sua futura squadra sembra già probabilmente piena di vecchi arnesi della politica, tutti sulla settantina, che solo in un campo di minorati mentali può sembrare affidabile.
D’altronde la narrazione delle gesta mirabolanti di Reagan, Giuliani, Berlusconi e così via sono dei trastulli serali tipici del destrorso pistolero medio.
Dall’altra parte la solita post-sinistra non coesa e un pò piagnucolante così ben rappresentata da Michael Moore in “Trumpland”.
Moore, appunto, uno di sinistra.
Tipico della parte pensante del paese l’autocritica, perfino eccessiva, la riflessione, perfino paralizzante.
E anche quell’individualismo che è tipico di chi non bela a comando, di solito.
Tutte cose che fanno un pò a pugni con la democrazia e la sua retorica, ma soprattutto con l’esigenza di vincere e quindi spacciare slogan vuoti come un pusher mentale o riedizioni moderne delle antiche parole d’ordine.
Qualche ingenua anima sognatrice ha parlato di positività dell’uomo che ha saputo ascoltare quella parte che nessuno ascolta.
Certo, lo fanno tutti i venditori scaltri, quando entrano in una arena e devono vincere una gara commerciale : vedono a chi possono vendere la loro mercanzia per ottenere lo scopo, studiano con sondaggi e altre tecniche l’umore della gente, nobile o meno che sia, tengono in nessun conto la verità che spesso è un intralcio in una transazione.
Sul piano calcistico italopiteco la differenza tra i due ipotetici schieramenti è in parte quella che corre tra la tifoseria milanista, storicamente fideista, ancor di più dopo l’avvento del messia di Arcore e la tifoseria interista, mediamente più colta, individualista e intelligente e quindi dubbiosa e ipercritica.
Buffe divagazioni a parte mi sembra sempre più di vivere nel mondo di “Idiocracy”, un piccolo gioiello comico che andrebbe rivalutato.
Tra sane aggressioni ai diversi, agli stranieri, che simpaticamente ritornano d’attualità sulle strade dell’Occidente, e manganellate a destra e manca, ecco impiattato, come sempre nella storia, un periodo, spero breve, di divertimento violento e irriflessivo e qualche anno perso prima che davvero si affronti la realtà di un mondo già globale, già interconnesso, già cambiato nel profondo che richiede una classe dirigente completamente nuova, pensante, razionale.
Benvenuti in Utopia.