On the board

Nel film “Pawn sacrifice”, tradotto letalmente comme d’habitude (“La grande partita”), ad un certo punto viene paragonato il gioco degli scacchi alla tana del bianconiglio, un posto vertiginoso, escapista, dove perdersi nei meandri della mente.
Il film rievoca la vita di Bobby Fischer nel momento in cui quasi tutta la nostra generazione si è invaghita di questo antico, nobile e cerebralissimo gioco, nel 1972, ai tempi del mondiale Fischer-Spassky, il leggendario incontro di Reykjavik in piena guerra fredda.
Anch’io contrassi la scimmia delle 64 caselle in quel periodo e ricordo la ricerca, allora difficile, di notizie sulle partite, le prime peregrinazioni in centro a Milano per prendere scacchiere, libri, riviste, i primi torneini e le lunghe partite con gli amici, in particolare con un compagno di classe fissato con Lasker : chissà se ha mai scritto il libro su quel raffinato campione, cosa di cui discuteva in continuazione.
Tutti gli scacchisti sono ossessivi.
E non può essere che così di fronte ad un gioco che per matematica e combinazioni diventa già dopo poche mosse infinitamente vario.
Il film stranamente funziona nel ricreare, anche parzialmente, l’atmosfera di quell’incontro e in particolare Tobey Maguire, normalmente a disagio in qualsiasi film, qui, dovendo tratteggiare il ritratto di un dropout esistenziale dotato di poteri mentali e scacchistici sovrumani, entra bislaccamente in parte e porta a termine il compito quasi con agio.
Ho provato in questi mesi a mettermi di nuovo davanti alla scacchiera e trovo un mondo sempre affascinante, mentalmente stimolante, beneficato dalla mole di informazioni e possibilità che il web sciorina senza sosta.
Mi scontro quotidianamente online a discreti livelli contro giocatori, soprattutto dell’ex terzo mondo che oggi domina anche questo “sport” : indiani soprattutto, sulla scia del leggendario Anand, uno dei migliori giocatori della storia.
Mi sono visto in diretta streaming il mondiale Carlsen-Karjakin di New York, un evento ormai globale, venduto come un match di football americano su Fox, tra due bambini fenomeni di poco più di vent’anni.
Il nuovo mondo è anche questo e per noi cinquantenni, anche ad alto livello, restano solo i tornei senior, mentre una volta i vari Petrosian, Korchnoj e compagnia bella duravano lustri.
Un mondo dove le scacchiere sono bluetooth e costano centinaia di dollari per la possibilità che danno di connettersi in rete e giocare partite “fisiche” mantenendo le meraviglie dell’online, la partita a distanza, il tracciamento delle mosse e così via.
Devo ammetterlo : ci è ancora dolce naufragare in questo mare.
Anche senza bianconiglio.

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Eden Gardens

Quando all’83’ di una drammatica partita, il talentuosissimo Eden Hazard del mio amato Chelsea ha segnato un meraviglioso gol che ha regalato al Leicester (anche loro in casacca blu) uno storico titolo in Premiership ho subito pensato che gli ingredienti della favola c’erano proprio tutti e che a questo punto bisognava solo chiedersi non se ma quando verrà fatto un film su questa incredibile storia umana e sportiva.
Oltretutto gli inglesi sono storicamente i migliori nel raccontare queste storie di riscatto, gli “underdogs” che hanno tutti un motivo per lottare contro il destino che li vuole perdenti e marginali.
Sono tante le storie che si possono raccontare di questa che resterà sicuramente nella storia come una delle più grandi sorprese sportive di tutti i tempi.
Tutto il mondo ha spinto e tifato, ad un certo punto, al di là del becero tifo locale o di antiche rivalità.
L’Inghilterra, oltre che creatrice e “regolatrice” di questo come di tanti sports, ha nel DNA da sempre un certo spirito romantico che ha resistito nonostante tutto all’avvento del business, della globalizzazione e del calcio spettacolo mondializzato.
Pur essendo la Premiership uno dei simboli di questo calcio, l’Inghilterra è comunque lo sfondo ideale per questa splendida narrazione, un pò sulla falsariga del romanzo archetipico di Nick Hornby (Fever pitch – Febbre a 90), uno dei migliori libri sullo sport e sulla passione che ne deriva.
Ma è la storia anche di uno che ha scelto l’Inghilterra come il luogo dove tornare a vivere dopo i mille veleni e le crudeli meschinità della sua madrepatria.
Claudio Ranieri, uomo perbene, elegante, mai sopra le righe, che cita Kipling (If you can meet with Triumph and Disaster and treat those two impostors just the same) e vive una vita normale, non poteva reggere a lungo in Italia, come tanti, dove le pressioni e le feroci etichette (perdente, fallito e così via) non sono mai proporzionali alla vera qualità della vita nonché all’importanza della posta stessa (oggi la Serie A è notevolmente inferiore alla Premiership).
Un altro expat di lusso che mette a nudo l’impossibilità di vivere in maniera normale e serena nel paese di provenienza, malato di superficialità e rancorosa ignoranza.
Un altro vero vincente e uno dei motivi per cui, personalmente, sono particolarmente contento di questa vittoria a dir poco imprevedibile.
Perfino nello specifico calcistico il trionfo del Leicester ha un significato profondo.
Nell’era del calcio robotizzato, del possesso palla e delle percentuali, una squadra che gioca di rimessa in maniera clinica e va contro ogni dettame del calcio moderno, ma lo fa in maniera sublime, intensa, feroce, evidenzia che sono tanti i modi della vittoria, contro ogni omologazione.
Il primato del buon senso e del pragmatismo intelligente, quindi, fino a creare un organismo perfetto che sull’onda dell’entusiasmo è andato ben oltre i propri limiti fisici e tecnici.
Difficile dire se la favola continuerà, personalmente ne dubito, ma intanto portiamo tutti a casa questa bellissima storia.
Pronti agli occhi lucidi, prossimamente, sul grande schermo.

Global green

Uno dei tanti paradossi del provincialismo è che il trincerarsi dietro le rassicuranti mura domestiche, perfino quelle discutibili italiane, non basta per proteggersi dal buono che viene dal mondo e che comunque alla fine vince sempre.
Sembrerà che stia parlando di migranti e invece parlo di golf.
Su entrambi gli argomenti alla fine penso che vinca il mondo, per fortuna.
Proprio questa “distanza”, mentale, psicologica, è rimarcata dal provinciale, che vede il golf come uno sport d’élite e quindi praticato da pochi.
E per molto tempo è stato così qui in Italia.
Con l’aggravante che come tale, questo sport meraviglioso è stato infettato dalla pseudo-élite italiota che invece è un plotone di riccastri senza arte, parte, classe vera, cultura.
Modaioli ed esclusivisti senza nessuna delle qualità che perlomeno agghindavano l’aristocrazia vera anglosassone.
Il golf, assieme al tennis, è sempre stato il mio sport preferito, quello praticato maggiormente pur con tutte le difficoltà suddette.
Se esistesse, Dio solo saprebbe le inutili complicazioni alle quali sono stato sottoposto io, come tutti, per accedere al tempio.
Pur avendo tutte le carte in regola.
Quando andavo a vedere i primi open d’Italia di golf, si respirava un’aria particolare, pre-globalizzata.
L’inglese e l’Inghilterra, riferimento perenne per questo e molti altri sport, ma soprattutto per questa nobile arte, erano ancora un sacro graal lontano e i giocatori che venivano a miracolo mostrare avevano un’aura che derivava dal maggior fascino di un’epoca senza informazioni e con distanze ancora lunghe, evidenti, costose.
Mi ricordo Severiano Ballesteros, il Mc Enroe del golf, e i numerosi britannici, vestiti in maniera old style, la processione e l’emozione nel seguirli e nel cercare affannosamente informazioni su uno sport esoterico ed affascinante al rientro in clubhouse in epoca pre-Internet, pre-tutto.
Ricordo anche i miei primi giri in Italia, dopo l’apprendistato in Inghilterra.
Timorosi, pieni di sussiego.
Quello che restava costante era l’atmosfera, la bellezza del verde soffice sotto i piedi e il senso di riconoscimento per avere tutto quel ben di dio a disposizione, in fondo, per un gioco.
Notavo la differenza abissale con Londra, dove avevo imparato in uno dei tanti public course che infiocchettano la già meravigliosa ghirlanda della capitale.
Nessuna formalità, caddy a disposizione e pagato a pinte, un altro mondo.
Un mondo che, tra le mille cose imparate, quando viaggiare per il mondo era ancora più importante di adesso per aprire davvero la mente, rivelava la differenza tra modaioli senza classe e la classe vera, esteriormente agghindata di tweed sdruciti e cappelli della nonna.
Soprattutto, un mondo dove il golf era una sport DI MASSA, come negli States.
Ecco, tornando ad un open d’Italia in questi giorni, a due passi da casa mia e quindi imperdibile, ho notato la differenza.
Il mondo alla fine, come sempre faticosamente, è entrato perfino in Italia.
E come sempre capita il merito maggiore è dei media.
Tanta, davvero tanta gente a questo open e a parte la location, il mio amato parco, e la vicinanza con Milano, quello che conta sono anni e anni di lavoro dei media per far uscire questo sport dal ghetto e finalmente proiettarlo dove merita.
Anche perché è uno dei pochi passatempi che realisticamente uno può pensare di coltivare fino alla fine dei propri giorni, cosa non banale in un mondo di pensionati in forte aumento.
Gli italioti non cambiano mai e in genere quindi a questo open si vedono e si sentono soprattutto scene che in altri paesi sarebbero impensabili per goffaggine e mancanza di “opportunità”.
Ma come dicono tutti i campioni che passano da noi, il calore “calcistico” compensa, dicono, l’evidente desuetudine all’uso del cervello, soprattutto nei ritrovi di massa.
Un mondo globalizzato alla fine vince sempre.
Un mondo globalizzato è quello, ad esempio, che riduce l’importanza degli USA.
E in questo sport, come nel tennis, due sport globalizzati per eccellenza, si vede ampiamente da anni.
Con una Ryder vinta dall’Europa con frequenza e dove Europa non è una parolaccia ma una bandiera per cui tifare, anche con calore.
E dove, seriamente, Roma è in lizza per ospitare l’evento, una cosa impensabile trenta-quarant’anni fa dove il golf si muoveva sull’asse storico UK-USA e il resto era periferia.
Globale è bello e sul green si nota di più.

L’impresa

Come volevasi dimostrare Flavia Pennetta ha vinto la sfida tutta italiana che è stata l’incredibile finale degli US open.
Troppa adrenalina, troppa stanchezza psicofisica, troppo tutto per la povera Robertina Vinci che in 48 ore ha dovuto centrifugare informazioni ed emozioni che non ha vissuto in una vita intera.
Il suo gioco irregolare, antico, ricco di sapienza tecnica e tattica, amato dai veri appassionati/praticanti di tennis (quorum ego), è comunque nella storia per avere distrutto, penso per sempre, l’ambizione di Serena Williams di vincere un grand slam ormai a portata di mano.
Le due italiane, solide combattenti, complici, compagne di Fed Cup dove è molto che il tennis femminile ottiene risultati oltre ogni speranza, hanno davvero siglato un’impresa che è segnata con precisione da chi è molto serio su queste questioni : i bookmakers che mettono soldi in questo circo.
Le quote delle due prima del torneo erano le solite, stellari.
Figuriamoci l’accoppiata in finale : roba da cambiare la vita di chiunque.
Si sono incuneate in un momento di transizione del tennis femminile ed hanno sbancato.
Il dominio della muscolarità, che ammorba ogni sport e particolarmente il tennis dopo il cambio degli attrezzi, ha una sua estrema rappresentazione in Serena Williams, la sorellina meno dotata della dinastia Williams, una che…non sa giocare a tennis ma, ancorata a terra, tira terrificanti scaldabagni per due ore e questo basta ad intimidire le donne quasi normali che la circondano.
Il problema è che ora la nostra non si muove quasi più e quindi è condannata, prima o poi, a trovare una come lei ma semovente per uscire definitivamente dal circus.
In fondo è bastata una buona tennista pensante, la Vinci, chiaramente in stato di grazia per un solo giorno, che l’ha destabilizzata a suon di slices, back, variazioni di rotazione, attacchi a rete, gioco sul movimento (palla corta, lunga – destra, sinistra) per far vedere la nudità del solito re.
Fino a quasi rivalutare la proposta provocatoria messa in campo con velenosa nonchalance da quel furbo figlio di buona donna di John Mc Enroe che in una recente trasmissione serale americana ha buttato lì che gli piacerebbe sfidare Serena in un match esibizione perché convinto di batterla, a dispetto dello scetticismo delle sue stesse figlie, probabilmente prigioniere dell’attualità e dell’aura di invincibilità della Williams, nonché dell’ovvia valutazione sulla differenza di età.
SuperMac, tuttora il più grande genio puramente tennistico mai comparso su un campo, un dio che ho visto varie volte dal vivo e che varie volte mi ha letteralmente lasciato a bocca aperta per l’inventiva folle, estrema, che metteva su ogni singolo colpo, non ha perso nulla di quel modo di giocare totalmente unico e leggiadro e lo usa tuttora quando gioca nel circuito veterani.
Insomma, tifiamo per una specie di riedizione della sfida dei sessi che quel bolso, improbabile giocatorino che fu Riggs propose (e perse) con la grande BJ King.
Saremmo tutti davanti alla televisione e forse scopriremmo che il tennis è bello proprio perché basta un vecchio mago per smontare la pura forza, il bum bum e l’urletto che hanno ridotto il nostro sport ad una specie di boxing match diviso da una rete.
Menzione speciale per Flavia che annuncia il suo ritiro vincendo il più incredibile torneo della sua vita.
Mi era sempre sembrata una ragazza intelligente.

World Cup memories

Mentre il calcio italiano fa ridere nuovamente l’universo mondo con le sue velleità di riforme e di rinnovamento a fronte di un gattopardismo becero e sempre più imbarazzante (ricorda qualcosa?), è utile ripercorrere il recente mondiale già archiviato alla storia per capire le tendenze del gioco più popolare del mondo.
Che ormai il calcio sia assurto al livello di minimo comun denominatore ludico mondiale sembra evidente, soprattutto nella sua versione “nazionale”.
Se la globalizzazione ha reso i club di fatto delle multinazionali di lusso in perenne tour, le nazionali sono diventate dei melting pot di razze e culture seguendo la parallela crescita del fenomeno all’interno dei singoli confini.
Dal punto di vista calcistico, come già intuiva Brera, teorico etnico della prima ora, la mescolanza è un vantaggio che non riguarda ormai solo nazioni naturalmente “miste” come il Brasile.
Il Brasile, appunto.
Questo mondiale, il migliore degli ultimi anni per tanti aspetti, ha rappresentato il mondiale della svolta definitiva, del global football realizzato.
E questo ha inesorabilmente messo in luce i limiti delle vecchie gerarchie e la perdita di importanza del fattore campo.
Se poi aggiungiamo la coincidenza della maturazione definitiva del modello tedesco, simbolo di questa new age, e del declino di talento all’interno della tradizionale fucina brasiliana ecco spiegate contemporaneamente la fine del Brasile come “nazione privilegiata” del mix etnico-razziale e la fine del tabù della vittoria di una europea in terra sudamericana.
La ormai leggendaria mattanza (chiamarla partita normale mi sembra iperbolico) del 7-1 è sicuramente il punto di svolta storico che porta definitivamente nella nuova era, l’Hiroshima del football multietnico e globalizzato.
L’information age e la mescolanza fanno sì che ormai tutti sappiano tutto in tempo reale e che nessuna nazione o movimento, salvo i capricci del caso e del talento, parta in vantaggio rispetto al resto del mondo.
Contano quindi sempre di più programmazione e organizzazione ed è quindi logico il declino (temporaneo, immagino) di grandi potenze storiche lievemente cialtronesche come Brasile ed Italia.
Mentre la Spagna assomiglia più ad un declino ciclico dopo anni di grazia generazionale.
Contano quindi anche i campionati.
Liga, Premier e Bundesliga.
La Germania, poi, erano anni che meritava il massimo riconoscimento e, anzi, il miglior calcio dal punto di vista formale l’aveva espresso, in termini di brillantezza e velocità, proprio nel passato (penso alle due magnifiche cavalcate con Argentina ed Inghilterra nel 2010).
Secondo una vecchia regola non scritta, prima si fa lo show poi si vince con concretezza : qualcuno penserà alla parabola 78-82 dell’Italia bearzottiana.
Una nazionale tedesca lontana dai vecchi modelli, meticcia, veloce, brillante e largamente condizionata dal verbo guardioliano-spagnolo del tikitaka ma in salsa già più avanzata e mutante.
Nel nuovo mondo uno come Van Gaal abbandona antichi dogmi locali e gioca un calcio internazionale “medio”, equilibrato, flessibile, attento difensivamente, che solo qualche passatista poteva pensare impossibile nella terra degli orange.
Come sempre quando arriva la modernità, l’Italia frana.
Una nazionale ampiamente mediocre e sopravvalutata per motivi storici, condotta da un allenatore appena sufficiente non poteva andare molto lontano e dopo la vittoria con l’Inghilterra ero tra i pochi a non esultare, anche perché la mia anima anglofila me lo impediva di default.
Era evidente che la finale europea era stata letta male.
Come in tutti i recenti trionfi il fattore caso e fortuna avevano giocato un ruolo non banale.
Il mondiale del 2006 ad esempio non aveva creato nulla di buono e di derivativo proprio perché non capito e l ‘esultanza acritica aveva, come sempre, obnubilato le menti del popolino tifoso.
La frase memorabile detta profeticamente da un mio amico assistendo alla finale con la Francia, proprio poco prima del pareggio italico (“Adesso segna Materazzi ed è la fine del calcio”), simboleggia una edizione mediocre dove la squadra di Lippi con aiutini arbitrali (Australia), aiutini del caso (tabellone) e un pò di grinta malnata secondo la solita logica al contrario (dopo Calciopoli facciamo pure gli offesi e quindi ci incazziamo) aveva portato ad un mondiale penoso vinto penosamente.
In pratica una sola partita decente, la solita contro la Germania, nazionale che evidentemente fa resuscitare sempre gli animal spirits azzurri, come anche la partita degli Europei recenti aveva dimostrato, anche lì unica partita sensata in un Europeo squallido, finito malissimo con una finale umiliante.
Dopo questo mondiale carioca il mondo sembra aver messo gerarchie più sensate e coerenti.
L’Italia resta quindi coerentemente dietro, grazie anche ad un “movimento”…fermo da decenni, ostaggio del banditismo delle curve (anche qui facili i paralleli politico-partitici), schiavo del gattopardismo e delle larghe intese burocratiche, tecnicamente e tatticamente in retroguardia, economicamente in affanno (eufemismo), culturalmente come sempre disperante, sistematicamente perdente nelle competizioni internazionali anche di club.
I magici anni ottanta sono lontani anni luce.
La retorica grottesca di un Caressa non può quindi coprire la miseria e il gap.
Solo qualche generazione spontanea di talenti potrebbe far rialzare la testa alle due grandi deluse, Italia e Brasile (Thiago Silva un fuoriclasse? Per favore…), perché se aspettiamo qualcosa di sensato e di organizzato mi sa che dovremo aspettare molto.
In questo senso nutro maggior fiducia nella Spagna, una nazione che ha dimostrato di andare oltre i propri limiti culturali storici ed è oggettivamente beneficata da un ciclo positivo di talenti che non sembra finito, come la Under dimostra.
E, aggiungerei, con un sistema interno (Liga etc) che sembra in linea con la modernità.
Da queste parti, come sempre, prevale il sollievo per la fine del confronto col resto del mondo e il felice rientro nell’orgia parolaia del calciomercato perenne e del tifo tra campanili sempre più sbilenchi.
Enjoy autarchia.

Azzurro tenebra

Che uno come Tavecchio (nomen omen) fosse chiaramente inadeguato alla carica a cui ambisce, soprattutto in questo ennesimo momento di rifondazione del calcio italiano, nessuno poteva dubitarne, perfino per motivi che lambiscono pericolosamente Lombroso.
Il nostro ha poi aperto bocca e tolto ogni dubbio a chi ancora ce l’aveva.
Difficile però stupirsi nuovamente per il letale mix di arroganza, incompetenza, mentalità giurassica, ignoranza e inciucismo familista che ammorba la sedicente classe dirigente del più derelitto dei paesi europei.
La selezione al contrario tipica di questo paese disperante e disperato, eterno nei suoi vizi, continua imperterrita.
Parte dalla lontana democrazia cristiana di una volta e arriva fino alle forze italia (grottesco nome così adeguato alla bisogna) di oggi, che subito infatti si sono schierate con il nostro, in nome della comune appartenenza alla ribalderia fine a sè stessa, quella 2.0 sfrontata e dominante.
E che ha infettato anche il campo teoricamente avverso, in nome di una subcultura dominante che è il tratto più tipico dell’italietta sconfortante di questi ultimi vent’anni.
Che mischia marketing spregiudicato e antichi vizi, dicendo con arrogante aggressività l’inosabile in nome di una presunta schiettezza.
Molti italioti idioti sono cascati facilmente in questa trappola e continuano a cascarci, in nome della comune Weltanschauung (qualcuno poi spieghi loro il significato della oscura parola germanica).
A dimostrazione della tabe eterna che è etnica e culturale, non congiunturale.
Presunto è la parola chiave.
Tutti i colpevoli sono presunti, a dispetto di ogni pur chiara evidenza, perché l’importante è negare sempre e farla sempre franca.
Presunta è la voglia di cambiamento (di riforme, diremmo oggi e sempre) perché il gattopardo corre felice sulle macerie italiche.
Qualcuno, per caso, ha avuto cura di prendere nota delle promesse mirabolanti del premier, con tanto di data certificata, e dei risultati veri?
Ovviamente non l’ha fatto nessuno in questo paese di dementi e, statene pur certi, fra poche settimane partirà l’antica litania del “lasciatelo lavorare, poverino”, che maschera da sempre l’autoritarismo “chiagni e fotti” che ha realizzato in pieno la facile profezia montanelliana.
Allora è utile ripercorrere il libro di Arpino, come da titolo, e vedere nel calcio del 1974, da rifondare cà va sans dire, la galleria di antichi mostri che ritorna, come sempre, non prima del belletto e di un passaggino in tv che non si nega a nessuno.

Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio

Le meravigliose prolusioni su Sky di quel raconteur di gran classe che è Federico Buffa hanno accompagnato i miei giorni di avvicinamento ai Mondiali, evento che in altre ere geologiche della mia vita attendevo quasi messianicamente.
Era IL vero evento sportivo, amplificato dalla rarità dell’evento stesso (come le Olimpiadi) e da una cornice, un mondo, indubitabilmente più romantici e meno inflazionati mediaticamente.
La splendida frase di Mourinho è stata il naturale cappello ai racconti di Buffa, una frase rivelativa non solo dell’intelligenza nativa, superiore, del portoghese ma anche una frase applicabile praticamente ad ogni ambito umano.
Perché nella vita esistono i soldatini più o meno inconsapevoli ma fortunatamente anche quelli che hanno una visione dall’alto, quasi extra personale, che fa comprendere l’importanza della cultura e di una visione più ampia per fare meglio qualsiasi compito, anche il più semplice.
Buffa sicuramente appartiene a questa seconda categoria e la sua dialettica curiosa, ricca di cultura e sensibilità autentiche, è una vera gioia ed eleva l’umile football a categoria del pensiero, snodo sociale, segno dei tempi.
Anch’io ho i miei ricordi, come tutti.
Il primo mondiale televisivo in diretta della storia è anche il primo mondiale di cui ho vaghi ricordi.
1966. In Inghilterra. Quest’isola è proprio un turning point perenne nella mia vita.
Il primo mondiale davvero vissuto è quello, leggendario, di Mexico ’70.
A mio avviso, assieme a quello dell’82, il mondiale più emotivamente leggendario per un italiano, e non solo per motivi sportivi.
Talmente iconico che per anni il mondiale di calcio è sempre stato chiamato “Mundial”, riecheggiando l’ambientazione linguistica spagnola dei due mondiali per eccellenza.
Anche calcisticamente, a mio avviso (e non solo), le due nazionali più archetipiche e forti della storia.
Ricche di uomini, di grandi storie, di friulani di ferro e toscani, della consueta sapienza difensiva italica, del magico equilibrio di cui ha pontificato per anni Brera, dei maggiori talenti della storia del football tricolore.
Nel ’70 le immagini sgranate del bianco e nero, gli orari insoliti, la consueta crescita eroica della squadra…tutto ha contribuito al mito, incluso questa canzone che nasconde postumamente in sé il segreto di quell’epoca felice in maniera diabolica.
Mexico ’70 è anche il mondiale della epica Italia-Germania.
Devo a mio padre, come sempre compagno di grandi visioni calcistiche e non solo, il poter dire : io c’ero.
La sera dell’incontro ricordo con chiarezza un nubifragio e conseguente blackout nella zona dove abitavamo.
Andai a letto partendo dall’ingenuo presupposto di rinunciare alla partita.
Ovviamente mio padre non ci pensava nemmeno e mi svegliò nel pieno della notte comunicandomi l’insano proposito di portarmi dalla nonna a vedere il match.
La nonna abitava a 10-15 km, era fuori dal blackout e in epoca pre-cellulare potete immaginare bene cosa potesse comportare la cosa.
Superato lo shock la nonna ci presentò un brunch ante litteram notturno sontuoso (le nonne di una volta e la cucina : un rapporto quasi carnale) e seguì con noi con tanto di urla finali una delle partite oggettivamente più incredibili della storia del gioco, una vera epopea.
Quella nazionale ricca di campioni ormai stremata perse la famosa finale dell’Azteca con un Brasile atomico, una delle macchine da calcio più geniali e belle mai viste.
Nel 1974 ero ormai un fan e ricordo bene la tragicomica partita con Haiti (in montagna con la scuola) seguita dalla fascinazione orange della prima grande Olanda e la delusione per la finale persa con la Germania.
Mi andò di traverso la pizza con i parenti e iniziai la mia lunga abitudine all’idea difficile che il mondo non si incarica di renderci felici (copyright : mia moglie) e che la determinazione feroce è anche fortunata e spesso supera il talento, la spensieratezza, il romanticismo.
Tutto questo calcisticamente si declina con un altro grande aforisma, quello del britanno Lineker : “Il calcio è uno sport semplice: si gioca in undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi”.
Nel 1978 il mondiale triste e truccatissimo dell’Argentina militarizzata vide soprattutto la nascita della nazionale bearzottiana, un uomo che ha meritato interi romanzi, come quello splendido di Garanzini, un altro della categoria di Buffa.
A detta di molti la miglior nazionale mai vista, secondo me il prologo di una nazionale giunta a maturazione con l’82.
L’82, appunto, per molti di noi IL mondiale.
E non solo per la vittoria insperata e leggendaria di una nazionale straordinaria.
Le epiche partite con Brasile ed Argentina, l’inizio del miracolo, le vidi in religioso silenzio e senza distrazioni con mio padre, con apposite uscite anticipate dall’ufficio e preparazione psicofisica come per un impegno diretto.
E un dialogo tecnico continuo tra di noi davvero monumentale.
Per la finale invece tutti divisi, con rispettivi gruppi di amici, e i miei in pieno delirio a festeggiare perfino in Piazza Duomo a Milano.
L’86 è il ritorno in Messico, meno romantico, più consapevole : ovviamente il mondiale di Diego Maradona, un mondiale vinto quasi praticamente da solo.
Quasi come quello del ’90, quello italico.
Nella terra dei borboni e dei barboni non manca mai, nelle grandi occasioni, il consueto gusto nazionalpopolare, secondo me rappresentato appieno dall’orrenda canzonetta che tutti ricordano, altro che Mina e il samba jazz della piacevole ossessione del ’70.
E in un certo senso anche da Schillaci, versione “popular” e incompiuta del Paolo Rossi del mundial.
Per me e la mia generazione il mondiale di passaggio.
L’Italia, come dice giustamente Buffa, era un paese depositario dei suoi consueti problemi ma fondamentalmente all’apice finale del suo benessere iniziato nel dopoguerra, alla vigilia del terremoto Tangentopoli (rivelatosi ovviamente poi illusorio nella sua palingenesi) e calcisticamente al top di tutto.
Tutti i campioni venivano da noi, ed erano fuoriclasse assoluti come Platini, Maradona, Matthaeus e mille altri, i club dominavano le coppe e gli stadi erano sempre pieni e non ancora devastati fino in fondo, come adesso, da hooligans, degrado e crisi economica.
L’Inghilterra, invece, era alla vigilia della svolta : dagli hooligans e dal bando delle competizioni alla rinascita e alla Premier moderna, ricca di campioni, di stadi meravigliosi e della consueta civiltà sportiva anglosassone che si riprende il gioco.
Mondiale di passaggio appunto, dall’infanzia più o meno prolungata alla vera vita adulta.
Vidi anche la mia prima e finora ultima partita di un mondiale live : quel quarto, Germania-Cecoslovacchia, al quale partecipai con grande emozione e che mi mise al cospetto dei futuri campioni del mondo (i tedeschi : potevamo dubitarne?).
1994 in Usa : le follie e la fortuna smisurata del sopravvalutatissimo Righetto Sacchi, le polarità zona-uomo della critica nostrana guelfoghibellina, il caldo epocale, un mondiale vissuto quasi in vacanza, sul lago, con un amico appassionato.
Lunghe sessions di videogiochi calcistici e serate birra-anguria secondo tradizione.
Eravamo già nel nuovo mondo.
1998 : il mondiale della Francia, il calcio champagne di Zidane e Deschamps, più concreti dei grandi del passato (Platini-Giresse-Tigana : uno dei centrocampi più visionari della storia), e il mio tifo sfrenato per loro contro il Brasile di Ronaldo, fino alla non scontata vittoria.
2002 : un mondiale già stranamente globalizzato, in Corea, ampiamente pilotato, con semifinaliste bislacche come Corea e Turchia. Finale vista in vacanza con gli amici come 4 anni prima, sulla mia isoletta italiana di elezione (lunga storia…), finale insolita tra un Brasile ronaldiano all’apice e una Germania che iniziava a rialzare il capino dopo anni di insolita mediocrità.
2006 : il mondiale della più fortunata Italia di sempre, brutta, non simpaticissima, una finale vista con un certo freddo aplomb nel solito posto vacanziero, nonostante la vittoria storica.
Per molti di noi uno dei mondiali che più ci hanno fatto notare il distacco emotivo rispetto al passato e non solo per l’arrivo tardivo della maturità ma anche per i meccanismi di un mondo, quello odierno, che non è fatto per creare epopee ed emozioni vere, non plastificate.
A parte la consueta vittoria con la Germania, una specialità tutta italiana, bestia nera dichiarata di una delle nazioni più vincenti ed ostiche di sempre, sulla falsariga di quello che sarebbe successo perfino all’Italia piuttosto mediocre di Prandelli dei recenti Europei.
Anche lì una sola partita buona in mezzo a noia e mediocrità dilaganti fino alla squallida finale con la Spagna, una delle figuracce peggiori, imho, della storia del calcio italiano.
Che avevano pure vinto i mondiali del Sudafrica del 2010, appunto, mondiali globalizzati, discretamente dimenticabili e con l’Italia peggiore di sempre.
Visti a casa, con rituale blackout, ma a mille miglia emotive da quel 1970 e da “quel” blackout.
E il cerchio si chiude.

Ciclosofie

“La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio devi muoverti.”
Albert Einstein

Anch’io credo che il recente boom mondiale della bicicletta non sia un fatto meramente economico.
Mi sembra un simbolo del cambiamento epocale in cui stiamo entrando.
Tutto è in crisi salvo le cose semplici, eleganti, efficienti, pulite.
Less is more.
Lontani sono i giorni in cui l’accumulo e la frenesia coprivano di una patina superficiale le strade del mondo ma anche le menti degli uomini.
L’automobile è da sempre un simbolo di questa veloce corsa verso il nulla, particolarmente popolare ovviamente in Italia dove il simbolo del boom del dopoguerra è diventata rapidamente un mezzo poco efficiente, soprattutto a livello urbano, molto costoso (grazie ad un fisco particolarmente feroce ed ottuso), nevrotico e nevrotizzante oltre ogni limite tollerabile da un essere pensante.
Se aggiungiamo poi la dimensione del rumoroso “status symbol”, inevitabile differenziarsene prima o poi.
Con grandi difficoltà per chi volesse seriamente dare una chance al trasporto pubblico, grottescamente carente e cervellotico (solo qui, ovviamente).
Da questa periferia europea però già si intravedono, perfino qui, le nuvole che portano la svolta.
E come capita spesso sono le èlites di pensiero, più che di censo, che portano avanti la rivoluzione culturale, sociale, comportamentale che domani sarà di tutti.
Passa attraverso l’antico mezzo a due ruote.
Oggi iper-tecnologico, leggero, multiforme : folding bikes, bike sharing e così via pedalando.
Mezzo che mantiene inalterate le sue caratteristiche uniche di macchina di movimento particolarmente efficiente nelle città infartuate (sotto i 3 km, ancora il migliore) ma che permette, sorprendentemente, già dopo qualche giorno di allenamento, di coprire distanze ragguardevoli senza grosso sforzo.
Mezzo romantico, che permette una visione unica dei luoghi e un rapporto diverso perfino con le persone.
Mezzo smooth, allenante, e quindi vero, appagante metodo per mantenersi in equilibrio psicofisico senza morire di noia o di eccesso di sollecitazioni (ogni riferimento al jogging è voluto).
Le democrazie migliori e più evolute, non a caso, sono l’avanguardia da sempre di questa ciclosofia imperante.
Nord Europa in primis, a dispetto di un clima che a noi latini appare spesso inclemente.
Libri, riviste, canali televisivi, perfino locali e bar dedicati ai viandanti su due ruote, come l’imminente Bianchi cafè di Milano, non a caso portato in Italia da un italo svedese (il nuovo proprietario della Bianchi, storica marca delle biciclette “color tiffany”) e ispirato sicuramente al mitico “Look Mum no hands!” di Londra.
Il mondo va inesorabilmente verso una depetrolizzazione ed una riduzione dell’impatto e della dimensione dei mezzi tradizionali (tante Smart elettriche? Speriamo. Il nome stesso “Smart” dice tutto).
Con la riscoperta dell’elegante fruscio delle due ruote azionate da propulsione umana.

F for fake

Il profetico film del grande Orson Welles sembra la metafora perfetta dello sport attuale.
E come sempre l’Italia è in prima fila nelle classifiche negative.
I nesci dicono che tutto il mondo è paese ma chissà perché l’italietta è sempre più paese degli altri.
La terra dei mille campanili, appunto.
Le recenti dichiarazioni di Di Luca sul doping e le scommesse nel ciclismo, sulla loro pervasività assoluta, sulla inesorabilità di un sistema ineludibile, non sono certamente una novità.
Fin dai tempi di Mazzola junior, di Petrini e via via con sempre minor ipocrisia e copertura, si sono spalancate le realtà del calcio, del ciclismo e, scommetto (oops), anche di molti altri sports.
Un mio amico giornalista sportivo, recentemente scomparso, grande appassionato di calcio, mi diceva con assoluta chiarezza e ironia già anni e anni fa che credere al calcio, soprattutto italiano, era come credere al wrestling.
D’altronde la combinazione letale di showbiz e business, laddove non tocca l’essenza morale e sostanziale di altre realtà, nello sport ovviamente non può che fare danni permanenti visto che inficia la natura stessa dell’interesse, ossia l’imprevedibilità, la bellezza del gesto e della competizione leale.
E fanno sincera tenerezza, sempre più, gli ultras del calcio italiota che credono fermamente al giocattolo al punto da farne il centro della loro povera esistenza, fino a immolare soldi, fegato, spesso le ossa, al totem pallonaro.
Personalmente non penso esistano ricette efficaci per uscire da questa morsa.
Il paradosso è che se sono tutti dopati, alla fine i risultati dovrebbero essere realistici, semplicemente con uno step superiore.
L’onnipresenza del denaro, della rete e di tutto il resto rende, imho, praticamente impossibile un controllo efficace.
E credo che la repressione regolamentare, giudiziaria, anche se inevitabile, abbia le caratteristiche tipiche di fenomeni analoghi : è tardiva, inefficace, sempre meno informata delle controparti negative.
Il problema vero è la disaffezione, crescente, delle masse più allenate e intelligenti, sia per l’effetto dell’overdose informativa sia per la stanchezza degli anni che passano sia per la scarsa credibilità dello spettacolino.
Dio è morto e solo qualche credulone, così come nello spettacolo analogo delle religioni, può ancora aggrapparsi al simulacro.
Lontani i tempi dell’attesa messianica del secondo tempo in bianco e nero della partita di maggior rilevanza del campionato.
In questo rollerball continuo di dirette, anche dagli spogliatoi, e su mille piattaforme, l’iperconnesso utente, tra un touch e l’altro, comincia a confondere la natura del gioco.
E attende i titoli di coda.

Wimbledon memories

Wimbledon quest’anno mi piace ancora più del solito, che non è poco.
Mi piace pensare che solo qui, alle radici del gioco e del mito, poteva essere sovvertita, anche solo per un attimo, la cavalcata del jet tennis ipermuscolare “corri e tira”, l’atletica con le racchette che è diventato lo sport dei re.
La superficie quest’anno è stata rallentata, con apposite esoteriche lavorazioni sul verso dell’erba, la pallina è già più grande del solito, sembra che si vada finalmente contro l’orrida “erba battuta” degli ultimi anni che aveva snaturato il gioco.
Uno dei tanti “belli” di Wimbledon è che l’erba è una superficie “unpredictable” per definizione e che richiede tecnica, arte, gioco e pensiero veloce e punisce la muscolarità pura e semplice e il gioco di attesa del rosso.
Il resto l’ha fatto il calendario : mai tanti ritiri come quest’anno, a perenne monito di un calendario scandito dal dollaro.
E mai tante eliminazioni di teste di serie in prima settimana, spesso per mano di carneade in stato di grazia e, udite udite, addirittura erbivori in vena di serve and volley.
Vedere il tabellone adesso, al netto di Djokovic e Murray, ricorda la furtiva visione di un challenger qualsiasi e sembra proclamare ad alta voce : qui siamo diversi.
D’altronde qui sono nate le leggende di Mc Enroe e Becker, venuti dal nulla, anche se a dirla tutta non vedo talenti del genere (soprattutto del genere ultraterreno del ragazzo del Queens) e vedo solo uno schiaffo del destino nel tempio.
In attesa che il sipario si chiuda velocemente in seconda settimana e che il mondo riprenda la sua stanca prevedibilità, mi piace ripensare a quando andai a Wimbledon la prima volta.
La passione per la pallacorda e la terra dei Britanni andava di pari passo e sulla falsariga del feticismo conservativo che permettono oggi i mille mezzi elettronici meravigliosi che ci circondano, arrivavo al punto di riprendere con una fiammante super8 le immagini del Centrale, trasmesse dalla Rai in quell’epoca dove tutto appariva più grande e sacro.
Era l’epoca di Chris Evert e Jimmy Connors, per intenderci, e il dominio americano e australiano sull’erba (e non solo) erano ancora saldi.
Altra era geologica.
Col batticuore, quindi, uscii dalla fermata di Southfields quel venerdì mattina, dopo parecchio tempo overground perso a guardare fuori dai finestrini quell’immensa campagna che è Londra stessa, città di borghi e di villaggi.
Una lunga camminata, con uno splendido campo da golf alla sinistra, nel pieno di uno dei villaggi più belli della capitale.
L’epitome dell’inglesità, come quando guardavo il cricket davanti al pub che porta a Kew Gardens, con le donne intente a preparare sandwich ai cetrioli per gli improvvisati giocatori, o come quando andavo a Richmond apposta per guardare il panorama dalla collina e, scendendo, bere la classica pinta sul pub-barcone ormeggiato sul Tamigi.
Wimbledon, il club, o meglio l'”All England Lawn Tennis and Croquet Club”, è davvero un posto magico e chiunque lo capisce appena varca la soglia, indipendentemente dal suo amore per il tennis e lo sport.
Il silenzio, la bellezza quasi metafisica dei campi, lo straordinario museo del tennis (che da solo vale una visita a Londra, se mai uno dovesse avere pure bisogno di pretesti per farlo) e la conclusione teatrale dello stesso, dal buio delle stanze al Centrale in tutto il suo splendore.
Certi posti storici che ho visitato in tutto il mondo, sfibrati dal turismo di massa e dal mercantilismo conseguente, non hanno la stessa allure di questo che, in fondo, dovrebbe essere “solo” un club ricreativo.
Il lento rientro in città sembra allora propedeutico ad una anestesia, dolce e prolungata, per rientrare in quel posto frenetico che chiamiamo vita.