Love at first sight

La nuova, monumentale Apple Tv di quarta generazione mi ha preso dal minuto uno.
Quello che Jobs definiva “hobby”, oggi sembra davvero diventato un business vero ma soprattutto, con le migliorie introdotte, sembra davvero indicare la via del futuro di un elettrodomestico che per certi versi è cambiato poco nella sostanza.
Forse, ancora una volta, Apple è riuscita a reinventare una delle ultime postazioni che non erano state lambite dal suo tocco magico.
Un telecomando/trackpad congegnato straordinariamente bene, una interazione rapida con l’Iphone per usi più complessi, l’introduzione dell’infinito mondo delle apps con tutte le possibilità che questo comporta, Siri e il comando vocale che funziona come un gigantesco search…la direzione è quella giusta.
Mediacenter da divano, come egregiamente fa l’Ipad in altri contesti.
Ho scaricato Netflix, cà va sans dire, che è entrata in grande stile sul mercato italiano.
Non è ancora l’equivalente di Apple Music o del prevedibile Kindle Unlimited 2.0, ossia la soluzione flat streaming a tutte le esigenze, ma sono fiducioso.
Su Netflix una delle prime cose che ho visto è “Sherlock”, stagioni complete e “binge watching” a manetta.
Una delle serie BBC più celebrate di sempre, creata da Steven Moffat e Mark Gatiss e interpretata da Benedict Cumberbatch (Sherlock Holmes) e Martin Freeman (John Watson), stranamente mancava alla mia lunga professione di guardone.
Che dire?
Amore a prima vista.
Il pilot è semplicemente magnifico, una delle cose più brillanti mai viste in assoluto.
Entertainment di classe come dovrebbe sempre essere, veloce, smart, con dialoghi chirurgici, due attori in stato di grazia (soprattutto Freeman, che è la vera grande…”scoperta” di questa serie), una location come la sempre meravigliosa Londra, una musica di entrata di omaggio dichiarato a John Barry come nel vecchio, indimenticabile “The Persuaders!” (Attenti a quei due).
L’idea, semplice ma feconda, di portare i due nella Londra moderna, digitale.
E quindi Sherlock trasformato in uno psicopatico, disadattato, intelligentissimo, iper eccentrico consulente della polizia, Watson un dropout introverso che lo segue, quasi per inerzia, in un’alternanza di riluttanza ed incoscienza che è una delle chiavi del plot.
Sulla falsariga di quell’altro gioiello che fu “Hustle”, sottovalutatissima serie ad incastro ed enigma della BBC, “Sherlock” è praticamente perfetta.
Pochi episodi (tre a stagione), lunghi come dei feature (1 ora e mezza) che volano alti e sicuri fino alla fine.
A proposito, John Watson tiene un blog e racconta quello che succede.
E nel finale della prima stagione Sherlock, uomo facile alla noia e adrenalinico tossicodipendente sempre alla ricerca di enigmi ed azione gli urla addosso:”Smettila di tormentare il mondo con le tue opinioni”.
Forse non ha tutti i torti, ci penserò.

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Watch out !

Per noi che, come dice un mio amico “melomane”, se la Apple si mettesse in testa di costruire elicotteri o bunker antiatomici potremmo valutare la cosa, l’arrivo dell’Apple Watch è stato ovviamente un evento da guardare con attenzione.
Dopo qualche giorno di uso assiduo e costante posso ben dire che l’attesa non è stata vana.
Il primo device post-Jobs e il primo passo di Apple nel mondo dei wearables : non sembra che i fenomeni di Cupertino abbiano sbagliato il bersaglio, anche questa volta.
La vera natura della mela, dopo la geniale intuizione di Steve di puntare tutto sul mondo post-pc, quando tutti erano distratti e scettici, e di farlo con la consueta classe e con il perfezionismo estremo tipico di un fan, è sempre stata quella di focalizzare il punto, analizzare la necessità dei devices e delle loro funzioni e poi sfornare inevitabilmente ed invariabilmente il modello che poneva lo standard, superava i goffi tentativi precedenti, sempre all’insegna della pulizia formale, della bellezza estetica, del design che diventa modo di vivere.
Il Watch che ho al polso, così come il primo Iphone, è lontano dall’essere arrivato alla sua forma definitiva e matura, è ampiamente perfezionabile ma pone le basi per un vero utilizzo quotidiano di un wearable nella vita di tutti i giorni.
Sembra quasi che dopo aver “costretto” il mondo intero a scoprire l’indispensabilità di un “palmare” (per dirla con antichi gerghi), la Apple volesse far rialzare la testa a milioni di ometti chini sui loro smartphones e farci riscoprire la bellezza e la naturalezza della posizione eretta senza però perdere un contatto costante e possibile con la nostra “infosfera”.
Ecco perché parlare di “accessorio” dell’iPhone è molto riduttivo.
Le già annunciate caratteristiche del primo aggiornamento software (WatchOs 2.0) previsto per Settembre alludono agli sviluppi.
Che sono il consolidamento di una piattaforma software su cui lavorare, una girandola di apps in costante aumento, la liberazione dalla dipendenza diretta con iPhone e così via.
Io, come molti, ho preso la versione più economica, quella Sport, anche pensando alle possibili interazioni nella mia ora quotidiana di bicicletta.
Le versioni superiori, più simili a gioielli che a pezzi di hardware, sfumano sempre più il confine tra i due mondi, seguendo la direzione elitaria che la Apple ha sempre giustamente perseguito e con esiti economici che più volte hanno sbalordito noi fanatici della prima ora, quando Apple coltivava questi vizietti per un gruppo di adepti in guerra contro il mondo prosaico di Microsoft e altri.
Non appena il mondo dell’informatico è uscito, prima dai laboratori, poi dagli uffici, per entrare nelle case e nell’immaginario delle persone, secondo la nota teoria del “software diffuso” e sempre più vicino alla psiche, al corpo, a tutte le attività umane, Apple si è trovata naturalmente in prima linea “mentale” contro la polverosità tastierosa, grigia e beige, del vecchio mondo informatico.
Nokia, Blackberry, la stessa Microsoft ne sanno qualcosa.
La mela 2.0 è sembrata subito come l’irruzione di una tecnologia aliena, colorata, perfetta.
Come un passaggio dalla tv in bianco e nero alla tv a colori in HD su mega schermo piatto in un sol colpo.
Ed eccomi qui, ogni giorno, e soprattutto in giro, a controllare le mie notifiche, a parlare con Siri (gulp), a farmi guidare per strada da Maps con piccoli segnali “aptici” sul polso, come un butler digitale che ti pizzica dolcemente, a misurare le mie pulsazioni e i miei giri in bicicletta, a cercare di chiudere i dannati cerchi dell’applicazione di attività fisica, a fare traduzioni al volo sempre parlando…
Per non parlare dei tocchi di classe alla ricerca della UI perfetta come la “digital crown”, un ritorno alla fisicità della clickwheel dell’Ipod, o come lo schermo che sente la pressione prolungata per entrare nei sottomenù, la terza dimensione nel software, tecnologia che verrà implementata anche sul nuovo Iphone.
Le applicazioni sembrano infinite e personalmente attendo con ansia l’utilizzo a livello “casa”, “hotel”, “automobile”, “pagamenti” che già sono sul piatto.
Non pensavo che sarei tornato ad indossare con costanza un “orologio”, giusto Jony Ive e quei diabolici di Cupertino potevano riuscirci.

Le perverse fascinazioni

Chi mi conosce bene conosce bene la mia tecnofilia senza moralismi e quasi senza confini.
Non posso quindi essere tacciato di luddismo o di passatismo in quasi nessuna delle attività umane, credo nel cambiamento e penso che sia sterile arroccarsi al passato se non per poetiche, nostalgiche divagazioni a fini artistici.
Frequento infatti spesso la nostalgia sia nella scrittura che nella fruizione artistica, soprattutto musicale.
Mi chiedo però spesso se il mondo che stiamo vivendo e che sarà ricordato per l’entrata vera nel futuro, tecnologico, iperconnesso ed iperinformato, non sia anche un mondo che grazie alla potente fascinazione del mezzo sia intrinsecamente antitetico al fine, al mistero, all’arte, alla immersione senza preoccupazioni di lunghezza o velocità in mondi alternativi.
Penso che non sfugga a nessuno che l’immagine che più icasticamente definirebbe il nostro mondo attuale sia un uomo, una donna, soprattutto nelle nuove generazioni, chino perennemente su un terminale mobile.
Io uso tecnologia mobile fin dai primordi e quando ero un paria visto con sospetto mai mi sarei immaginato che in un futuro non lontano la cifra visuale delle città sarebbe stata proprio quella che allora era vista come una perversione : un computer di minime dimensioni usato per strada.
Sarebbe quello che i nostri nonni noterebbero di più se potessero tornare al mondo anche solo per un minuto.
Sia chiaro : non potrei mai fare a meno di un Iphone, un Ipad e probabilmente anche di un Apple Watch (che sarà, penso, la riscoperta della posizione eretta).
Così come un mondo senza social networking sembra ormai impensabile, soprattutto dopo l’avvento di quell’arma nucleare che è e sarà sempre più Periscope.
Ma è indubbio che l’overloading informativo e l’epidemia sharing sembrano inevitabilmente intaccare la concentrazione e la profondità necessarie alla grande arte.
E perfino il mistero che trascina poi verso le grandi passioni della vita.
Basta andare indietro di pochi anni per reagire spazientiti alla “lentezza” apparente di certi film, serie tv.
Eppure erano montate con criteri accettabili e non erano certo paragonabili alle derive fluviali di un Eisenstein.
Nel campo musicale in fondo la mia ipotesi è buonista : mi rifiuto di credere che non esista più il talento di creare mondi sonori interessanti, che non si sappia più neanche lontanamente l’importanza del sound (parola quasi sparita dai radar, così come “complesso”), preferisco pensare che il giochino software sia talmente assorbente che fatalmente si perda interesse per la realizzazione finale.
Oggi la vera creatività è creare una app, così come il vero business ormai sembra quasi sempre immateriale…e spesso le due operazioni coincidono.
Così come avviene nelle teste dei nostri postmodernissimi figli.
Con tutta l’arte nei secoli e l’informazione totale a portata di mano ma una scarsa propensione a scriverne nuovi capitoli significativi.

Il periscopio e il cockpit

C’è una app che sta spopolando in questi giorni e che dà vera “addiction”, soprattutto per i vecchi cultori delle webcam (quorum ego) o, più prosaicamente, per i fanatici dei social di tutte le risme.
Si tratta ovviamente di Periscope, una app di live streaming ossia una non novità in termini assoluti ma, come capita spesso ad Apple, la versione giusta, semplice, perfetta, vendibile, dell’idea di trasmettere in tempo reale da ogni parte del globo qualsiasi cosa.
I fortunati fondatori hanno parlato di “invenzione del teletrasporto” e, devo dire, al netto del marketing, le possibilità e l’interattività sembrano infinite.
Soprattutto quando il “broadcaster” risponde a voce alle sollecitazioni via chat dei partecipanti, spesso bislacche.
Il mio vecchio cuore di giornalista e fanatico video esulta all’idea del reporting che questa app veicola e il fatto che l’esplosione recente di un palazzo a New York sia stata “allertata” e vista in tempo reale prima su Periscope che sul web tradizionale (già recentemente considerato velocissimo rispetto ai media tradizionali) racconta del futuro, anzi del presente delle news.
Privacy?
Un falso problema.
Non si sbaglia : in questo mondo dominato da molte tare tra cui il legalismo, più se ne parla di una cosa e meno in effetti viene protetta e tutelata.
Il numero di telecamere fisse oggi presente nelle città (e non solo) del mondo è tale che, per citare un recente, vicino esempio di cronaca, la ricostruzione video di un incidente stradale mortale è stata possibile grazie al report incrociato di varie fonti visive, escludendo per ora i passanti dotati di smartphone.
E questo numero è in aumento.
Per i distopici una conferma dell’orwellizzazione della nostra società.
Per i tecnofili moderati come me una conferma del fatto che ormai siamo in un mondo così e quindi è inutile parlare di privacy.
Bisogna coltivare con accuratezza la propria immagine sui social, usarli e non esserne usati, contro le derive deliranti delle giovani generazioni, ma senza farsi troppe illusioni.
Fa impressione quindi in un mondo siffatto l’impressione old style della ricostruzione “solo audio” o la esasperazione del concetto di privacy sulle info sanitarie emerse dal recente disastro dell’aereo Germanwings.
Penso che questa tragedia paradossalmente invochi anche nel trasporto aereo, un ambito nel quale la tecnologia domina, più tecnologia, soprattutto audiovisiva e di controllo remoto, due fattori dei quali noi vecchi amanti dello sguardo sul mondo “pilotato” da casa siamo stati inconsapevoli pionieri sul web.
Anche per proteggerci dall’insano narcisismo, soprattutto in punti sensibili come una cabina d’aereo, e poter sviluppare, in dosi omeopatiche, quel piccolo narcisismo warholiano che ogni social promuove in forme sempre più articolate e capillari.

Melassa

Tra le tante cose che denotano lo scorrere del tempo e la regola del cambiamento, per noi aficionados agèe, evangelisti della prima ora, vedere oggi la Apple sul tetto del mondo fa una certa impressione.
Sul marketing si creano tante fortune, spesso immeritate, ma la mela attuale raccoglie copiosi frutti economici e soprattutto trionfa a dispetto di tutto come in una forma di risarcimento per molti anni di battaglie da “maverick” contro il sistema e perfino anni di disperata battaglia contro un fallimento sempre imminente.
Diventa difficile spiegare alle nuove generazioni cosa era la Apple ai nostri tempi, i tempi delle “pc wars” dove contavano la “compatibilità”, lo standard, dove si usavano i personal computer sempre offline, dove si caricavano i programmi (già locuzione antiquata) con dischetti dalle capienze ridicole e così via.
In quel mondo grigio, primitivo, anche se pieno dell’entusiasmo della nuova era, schierarsi dalla parte della mela era un fatto quasi filosofico.
Il primato della bellezza, della UI, di internet, erano chimere nella mente dell’illuminato Steve e di pochi altri.
Gli altri, Bill Gates in primis, lavoravano sulla quantità (anche dei dollari) e mentalmente, pur parlando di nuova tecnologia, ragionavano, soprattutto commercialmente, con categorie ancora del secolo scorso, tradizionali.
Nel momento in cui si è entrati nel futuro “wired” e immateriale per davvero, Steve Jobs, dopo aver dichiaratamente e velocemente archiviato le pc wars con una sconfitta (il famoso keynote dell’accordo con Gates), si è trovato immediatamente a suo agio.
E ha finito per vincere anche commercialmente, col paradosso che il traino del mondo extra pc sempre connesso (ipod-iphone-ipad…una triade insuperabile, una sequenza magica) ha fatto crescere esponenzialmente perfino le vendite del Mac, che è sempre stato il migliore e anche il più bello dei personal computer, ma che oggi, potenza del marketing, lo dimostra anche nei numeri.
Da maverick a superpotenza, oggi è la Apple IL sistema.
E vive il mondo post Steve Jobs.
Pur avendo una enorme ammirazione per Steve fin da tempi non sospetti, quando pochi sapevano anche solo chi fosse, anch’io sono consapevole che perfino Steve sbagliava tempi e modi.
Ho vissuto in diretta il keynote della presentazione del Rokr (what? Ve l’eravate dimenticato, vero?) e quindi non ho una visione totalmente apologetica, perfino sul piano della comunicazione e del carisma, peraltro indubitabile.
Ma vedere oggi Tim Cook nell’ultimo keynote mi ha fatto da una parte tenerezza, dall’altra tristezza.
Non entro nella valutazione dell’uomo e del dirigente, mi fido della posizione e della valutazione fatta da Steve stesso.
Lo valuto come “front man” riluttante, dichiaratamente riluttante, e come creatore di forme che sono anche sostanza, soprattutto in quel mondo.
Ho toccato con mano la fragilità di un uomo che ha un compito abbastanza immane e che è soggetto prevedibilmente a pressioni eccessive.
Nel keynote ho notato la voce incrinata dall’emozione e dalla tensione, la buffa esultanza da “travet” per quelli che solo in un brutto sogno possono essere considerati grandi successi.
Mi riferisco al momento del “one more thing”, al pugnetto per Apple Watch, alla triste pantomima, mal recitata, con gli scoppiatissimi e bolsissimi U2 che non fanno un disco decente da vent’anni con la straordinaria perla trash “Isn’t that the best single you’ve ever heard?”. Ma certo.
Alle spalle l’azienda lavora ancora bene e ha una tradizione ed una inerzia che la preservano da “major faults”, ma nella sostanza è perfino troppo evidente che la scintilla è andata per sempre e il mondo stesso va in varie direzioni che la Apple stessa, affannosamente, cerca di rincorrere, invece di indicare la strada, come ha sempre fatto.
Tutto è molto più prosaico e soggetto ad errori e piccole-grandi manchevolezze.
L’iOs è stato stravolto, copiando Android (whaaat?), per biechi motivi commerciali, ed è, almeno esteticamente, enormemente inferiore alle prime releases.
È anche enormemente più fallibile, come i continui bugs e aggiustamenti dimostrano.
In questo la maniacalità e il perfezionismo dell’era Jobs sembrano malamente svaniti per sempre.
L’Apple Watch (piccola novità : si vuole uscire dalla schiavitù del prefisso i-), pur promettente, viene presentato in fretta e furia, mesi prima di un suo reale aggiustamento, proprio per parare il colpo delle mancate novità.
L’Healthkit è tardivo, presentato male e senza le necessarie applicazioni è inutile.
Si propongono mille varianti degli stessi prodotti, come per coprire tutte le nicchie possibili, ma sempre a prezzi eccessivi vista la sostanziale mancanza di novità ed una concorrenza che non sta certo a guardare e può vivere ancora per dieci anni sul benchmark creato da Jobs nei devices post-Pc.
Indubbiamente non si può inventare la ruota tutti i giorni e nessuno saprà mai se e come Steve avrebbe reagito ad un mercato ormai ultra saturo e post tutto.
Ho sempre visto la Apple non come quella che inventa ma come quella che fissa gli standard definitivi, con bellezza, intelligenza, classe e semplicità.
Un pò come l’illuminato che ha unito valigia e ruote creando lo standard della mobilità in viaggio e vedendo, in forma semplice, una cosa che era sotto gli occhi di tutti ma che inspiegabilmente nessuno aveva mai connesso (una delle ultime famose scene di “This must be the place” di Sorrentino parla proprio di questo…).
Steve, come tutti i grandi, se ne è andato decisamente presto, lasciando i mortali ad arrabattarsi con un mondo sicuramente troppo prosaico e limitato per la sua mente libera e superiore.
La mutazione genetica è in atto.

Librarsi

Mi fa sempre impazzire che ci sia qualcuno che rifiuta un hardware invece che un software.
Quando é chiaro che in quanto ad hardware questo è un periodo di Bengodi, è il software meraviglioso del passato che manca.
Mi spiego meglio.
Non sto parlando di computers.
Sto parlando di musica, di libri, di arte.
E tutto questo oggi si esprime in bit.
Per questo è davvero incomprensibile l’acritico attaccamento al libro di carta, così come al vinile.
Addirittura nel primo caso il feticismo è di tipo olfattivo, una specie di forma degenerata di madeleine, mentre nel secondo, almeno con qualche ragione, si parla della qualità ampia delle informazioni del vinile, peraltro già raggiunto da altri tipi di files che non sia l’ipercompresso mp3.
Io sono molto nostalgico della musica del passato, di certi libri.
Ricordo ancora l’emozione dell’uscita di un album, il religioso ascolto leggendo i testi in copertina.
Ricordo certe letture, perché soprattutto erano le prime e mi aprivano i mondi che hanno formato la mia vita fino ad adesso.
Paradossalmente la mancanza di informazioni, la difficoltà nel reperirle, creava maggiore aspettativa e dava più soddisfazione.
Ma è tutto qui.
Se guardiamo bene oggi abbiamo i supporti perfetti, anzi, li abbiamo proprio superati e possiamo godere dell’arte nella sua immaterialità, così come dovrebbe essere sempre.
Qualità perfetta, disponibilità totale (benedetti sempre internet, spotify, amazon, oyster…), reperibilità immediata, hardware splendido per poter fruire di questo software.
E sarebbe bello che gli avidi lettori e gli innamorati della musica potessero davvero “librarsi” ed abbracciare il terzo millennio laddove esprime la sua vera età dell’oro.
Perché in fondo un vinile di musica orrenda l’abbiamo abbandonato in fretta mentre è la musica di “Nursery Crime” quella che ci fa rimpiangere la nostra giovinezza, gloriosamente coincidente con la golden age della musica pop-rock (e non solo).
Per non parlare del pensiero consolante di avere tutta la propria biblioteca a portata di mano, in un viaggio, senza l’incubo di un peso che la Ryanair di turno non ti perdonerebbe.
L’arte non ha materia, conta il contenuto.
Liberatevi dai contenitori.
Libratevi.

Grido di dolore

Adesso parliamo di cose serie, finalmente.
Prima che rimpiangiate l’avvento della legge Basaglia, mi spiego meglio.
Abbiamo passato troppo tempo a parlare di religione, politica, arte.
Quando invece gran parte del nostro tempo lo passiamo in un ambiente virtuale, creato da uomini illuminati.
Ed è un ambiente psicologicamente altrettanto importante, ormai, dell’ambiente reale che ci circonda.
In particolare l’ambiente virtuale mobile, post-pc, è quello che ci riguarda tutti, quello degli smartphones e dei tablets.
Come è noto a tutti, appartengo alla non esigua schiera degli appassionati (fedeli?) del culto della mela, sezione evangelisti ed early adopters.
Gran parte dell’immenso successo della Apple ha un nome e un cognome, soprattutto nel secondo periodo, dopo il ritorno di nostro zio Steve (sempre sia lodato).
Un paradosso, secondo le logiche aziendali americane classiche.
Un uomo che tra i pochi corsi ai quali partecipare durante il periodo universitario, se non l’unico, scelse quello di calligrafia.
Penso che basti da sola questa considerazione per capire il vero e proprio culto della forma, della bellezza come funzionalità, del “less is more” che ha fondato le fortune di una azienda sempre diversa dalle altre, orgogliosamente diversa, che “creava” le mode invece di seguirle (“È complicato pensare al design di un prodotto con un focus group. Molte volte la gente non sa quel che vuole finché non glielo fai vedere.”).
Dopo la morte del nostro, tutti noi, pazientemente, abbiamo aspettato gli eventi, senza particolare acrimonia contro i successori (in questo plurale c’è già molto del problema).
Ci siamo ripetuti, come in un mantra autoconsolatorio, che in fondo le grandi aziende sono fatte di un lavoro di team e che tutti i collaboratori erano in fondo rimasti lì (quasi tutti, in realtà) e che erano talmente imbevuti della filosofia e della vecchia storia che non avrebbero mai fatto grossi errori.
Abbiamo visto i primi keynotes e le prime delusioni e ci siamo detti : vabbè, è normale che uno come lui sia insostituibile ma andiamo avanti, future is bright all right all right.
Non è col carisma che si comandano le grandi organizzazioni e così via (siamo convinti democratici, oltretutto).
Poi è uscito il nuovo iOs 7, ossia il successore del sistema operativo più naturale, geniale, bello mai comparso sulla terra (e premiato mille volte per la perfezione zen).
E abbiamo capito.
E’ davvero finita un’epoca, a più livelli tra l’altro.
Il nuovo sistema operativo, presentato con immorale entusiasmo all’ultimo, smortissimo keynote, è di una bruttezza e piattezza (non solo in senso geometrico) quasi imbattibili.
Se qualche nemico della Apple, magari un infiltrato della Samsung o di altri concorrenti, avesse voluto davvero far male alla mela e al suo dominio, non avrebbe potuto fare di meglio.
Ho aspettato qualche giorno di utilizzo costante per poter dire la mia, definitivamente.
Sono talmente tanti i difetti e i problemi che non so neanche da dove cominciare.
Ci sono anche delle migliorie che avrebbero fatto la fortuna di qualsiasi update sensato del passato, meraviglioso sistema operativo, ma in generale il restyling e la nuova concezione (anti skeuomorfica, anti 3d, anti classe ed eleganza in ultima analisi) sono, ad essere buoni, una scopiazzatura dell’ultima moda, fatta da un bambino lievemente ebbro e sicuramente con problemi di vista.
La leggendaria facilità di utilizzo, che simulava il mondo reale con classe inarrivabile…beh, è andata via per sempre.
Ora siamo in un mondo piatto, digitalizzato male, con parecchie mancanze a livello di “user-experience”.
In rete non si contano le reazioni scandalizzate della maggioranza dei fans e degli addetti ai lavori.
A questo punto pensiamo a cosa è stata Apple nel dopo Jobs.
Una azienda che ha comunque emesso una infinità di prodotti, tutti abbastanza inutili, senza grosse migliorie rispetto al passato, chiaramente pensati per coprire nicchie di mercato e logiche commerciali pure (Dio ci guardi dai focus group e dai commerciali, diceva la buonanima).
Non dimentichiamo che ogni grande idea di Steve era stata inizialmente avversata e/o bollata come demente ed irrealizzabile dai tecnici e dai commerciali interni.
Non dimentichiamo che l’ultima grande idea del nostro è stata proprio commerciale, geniale e rischiosa come sempre : gli Apple Stores.
Che hanno rivoluzionato il concetto di retail in tutti i settori.
Questa azienda è crollata sistematicamente in borsa negli ultimi anni, particolarmente dopo i vari keynotes.
Ma i capi di adesso fanno i superiori e parlano di normalità (ups and downs…caro Tim…solo downs da vari anni), di interesse per il prodotto (un mantra jobsiano che sembra in realtà dimenticato) e così via.
E cercano intanto di far dimenticare lo scandaloso flop delle mappe, un regalo insperato, questa volta a Google, ossia uscire con un prodotto software talmente incompleto e difettoso da far tenerezza e far rimpiangere la leggendaria ossessione perfezionistica del passato.
Una Apple così, in sostanza, in confusione mentale, non la vedevamo dai tempi del primo quasi crollo, ossia quando Michael Spindler, in trance agonistica negativa da troppi conti in rosso, pensò bene di dare licenza a cloni Mac, come avrebbe fatto una Ibm qualsiasi.
Quando anche gli asini sanno che una azienda come la Apple è vincente SOLO se è elitaria, perfino per le grandi masse, che infatti si svenano per gli oggetti del desiderio di volta in volta tirati fuori dal cilindro.
Questo software grottesco, abbinato al finto low cost dell’Iphone 5c, ho come l’impressione che saranno le prime trombe del giudizio per questa mitica azienda e per il suo management, al di là dei proclami di facciata che, immagino, siano da aspettarsi copiosi.
D’altronde se lo splendore del software attirava come mosche al miele i clienti (ora peraltro in crisi economica forte in tutto il mondo), per poi portarli in un mondo superiore anche nei particolari hardware di uso immediato (esempio classico : lo schermo straordinario di vetro zaffiro dell’Iphone), oggi di fronte all’omologazione, non si capisce davvero perchè uno dovrebbe rinunciare ai concorrenti, euforici per tanta grazia.
Da quanto tempo la Apple non porta innovazioni forti e reali?
Mi sa che comincia ad essere troppo, in un mondo dove un anno è un’era geologica e dalle stelle all’aurea mediocrità si va in un amen (Nokia docet).
Noi fedeli ovviamente preghiamo…d’altronde cosa dovrebbero fare i fedeli?
Spes ultima dea.
La fine dell’unicità potrebbe essere il colpo mortale per il nostro faro di Cupertino,CA.
Oggi il colosso liquidissimo lasciato in eredità da Jobs sembra non avere rivali e problemi, anche solo per la forza inerziale del mondo in cui moltissimi amano stare, il mondo dell’App Store e di Itunes ad esempio, le vere macchine da guerra economiche della mela.
Inutile ricordare che prima di Steve nessuno aveva guadagnato nè pensato di poter guadagnare dalle applicazioni e dalla musica legale.
E i programmi per i palmari costavano una fortuna, come ricordo bene.
Ma ogni azienda informatica, e questo vale particolarmente per Apple, è una azienda in primis “culturale”, come ostinatamente SJ metteva in rilievo ad ogni occasione.
Non si vendono panini o motori, ma informazioni e gestione delle stesse.
Prolungamenti del cervello e del cuore.

No contest

Noi vorremmo essere aperti al futuro e alle novità e in genere lo siamo, anche molto al di lá delle inclinazioni italiote a questo sport.
Ma esistono campi molto importanti dove é davvero difficile non constatare il regresso.
Al quale corrisponde spesso una dovizia di mezzi impressionante, tuttora sbalorditiva per la nostra generazione, ignara in fondo della fortuna di essere vissuta in un’epoca pre-tecnologica e quindi dell’aver posto le basi della propria cultura e del proprio vivere quando era ancora possibile farlo senza continue interruzioni e con la giusta profondità.
Per poi godere, come tutti, della cornucopia di informazioni successiva e delle magie del software.
Quando Steve Jobs, con una delle tante intuizioni geniali che lo contraddistinguevano, o meglio grazie alla lucidità di visione senza compromessi che era il suo trademark magico, non si limitò a fare il bravo imprenditore e quindi a salvare una azienda ampiamente ridimensionata e quasi decotta ma la trasformò in una media company, la musica ebbe un ruolo decisivo come è noto, con IPod, ITunes e compagnia bella.
Ci si dimentica che solo qualche anno fa le compagnie discografiche arrancavano in cerca di un sistema alternativo alla vendita dischi mentre agonizzavano dissanguate dalla pirateria di Napster e soci.
Jobs risolse il problema, come gli capitò spesso, con eleganza, decisione e semplicità.
Oggi la stessa azienda sembra chiaramente in fase di decadenza, anche se la posizione di partenza oggi del declino è completamente diversa.
Steve ha lasciato un gigante globale che sarà impossibile o quasi abbattere ma ciò non toglie che il declino è evidente ed è un declino, come sempre quando si tratta della mela, culturale.
I nuovi capi, con il carisma di uno scaldabagno (Cook in primis), la rigidità anche fisica degli ingegneri e degli uomini di vendita (dai quali Steve aveva sempre messo in guardia, allergico com’era ai calcoli dei piccoli uomini), stanno chiaramente arrancando in cerca di idee e, errore fatale, corrono dietro alle quote di mercato, alla copertura delle fasce di prodotto, addirittura imitano gli avversari increduli (l’orrore del nuovo iOs é indicibile, con Jony Ive in crisi etilica evidente che rinuncia alla skeuomorfismo e all’eleganza per correre dietro al piattume acido, asiatico della gioventù odierna).
Elitismo addio : ed è un grave errore, non solo per noi vecchi snobs.
Mi consolo con l’Itunes Festival, splendida rassegna annuale di gran classe, con una confezione finissima (live da quel tempio che è la Roundhouse di Londra, a suggello globale della vera capitale mondiale del pop), trasmessa gratuitamente in streaming (oh yes!), il sogno di un qualsiasi appassionato degli anni 70.
Peccato che manchino i contenuti, as ever.
E ci tocca sorbire nullità come Lady Gaga e altri come se fossero vere superstar.
Al massimo lo sono nel campo del make up (che ha avuto grande rilievo nel triste concerto della ragazza) o del balletto aggressivo-meccanico così tipico delle carnevalate odierne.
Poi arriva una vecchia peripatetica come Elton John (“Bitch is back” ha iniziato il concerto), bolsa, improbabile ma, surprise, in grande forma tecnica dopo i problemi recenti evidenziati dai concerti “reali” di celebrazione olimpica londinese dove lui e il vecchio Macca fecero a gara di stecche e sfiatamenti vari.
Dietro, un gruppo in grande forma e preciso come un metronomo , a dispetto dell’età, rappresentata benissimo dal vecchio drummer agèe Nigel Olsson in guanti bianchi.
E si capisce cosa è la vera musica, lo spettacolo di un songwriter che ha un repertorio affascinante secondo solo a pochi, tra cui i Beatles.
Concerto splendido che finisce con un altro capolavoro di semplicità come “Your song”, una di quelle canzoni straordinarie che farebbero la fortuna di chiunque anche da sole.
Non è nostalgia, è che è ufficiale : Apple e musica del passato vincono per no contest.

OK Glass !

La storia della tecnologia viaggia veloce, anche sociologicamente parlando, e quello che fino a ieri era visto come impensabile, improbabile, non usabile, diventa velocemente mainstream.
Ricordo come se fosse ieri l’entusiasmo di un mio fornitore che mi venne a trovare in ufficio con una novità clamorosa.
Si presentò con due valigie voluminose : la prima con contratti e documenti vari come sempre (l’Ipad era ancora tecnologia aliena), la seconda con un device imbarazzante, enorme, costosissimo, che prendeva la linea qualche volta e male e con una durata batteria ridicola, che si contava in minuti.
Uno dei primi telefoni “portatili” per il quale era richiesto oltretutto, chicca solamente italiota, una burocrazia impressionante, come se si possedesse un ordigno nucleare.
Non si contano gli amici che negli anni (per non parlare dei rappresentanti della generazione precedente) rifiutavano a parole, con disprezzo, l’idea stessa di possedere un mobile phone e portarselo in giro.
Sappiamo come è finita.
Anzi, dal luddismo alla mania il passo è più breve di quanto sembri.
D’altronde una delle “last famous words” più grottesche è quella riferita all’inutilità e macchinosità del telefono…nessuno si sarebbe alzato per rispondere.
In effetti è un pò quello che è successo : l’hanno miniaturizzato per portarselo in giro everywhere, anche se le telefonate ormai sono un’app come un’altra e certo non la più importante.
Ho mille aneddoti sullo scherno e la sorpresa di tutti quelli che incrociavo negli anni 80-90 che mi vedevano armeggiare con tutti i tipi di palmari esistenti ed esistiti prima dell’Iphone e dell’avvento definitivo degli smartphones.
Piacevolezze della vita degli early adopters, come quando spedivo mail a quattro carbonari, tutti facenti parte della stessa rete dello stesso provider, agli albori della posta elettronica : c’è gente che si emoziona sentendo il rumore elettrico di scarico dei vecchi modems, non esagero.
Forme avanzata di nostalgia.
Oggi che giriamo in un mondo in cui tutti, proprio tutti, hanno la testa abbassata per strada e fanno mobile computing perenne, anche se non lo sanno, qualcuno ha pensato bene di alzare il livello dell’asticella e, magari, riguadagnare la posizione eretta.
In un mondo in cui Apple, per la prima volta dopo il ritorno di Jobs, sembra prendere fiato dai propri successi, dopo la metabolizzazione della morte del grande Steve, chi se non i grandi rivali di Google potevano lanciare la sfida vera?
E questa volta direttamente nel mondo hardware.
Si parla molto di questi Google Glasses, frontiera davvero futuribile del wearable computer.
Diciamocelo : ora che ci siamo abituati proprio tutti, nessuno è in grado di rinunciare per davvero alla propria dose eccessiva di informazioni e connessioni, sociali o meno.
Il fatto di poterlo fare guardando comunque il mondo (il concetto stesso di “augmented reality”) e con l’uso completo delle mani ha un suo fascino evidente, così come pone, da subito, un sacco di questioni di “etiquette” e di eventuali divieti.
Negli USA si sono già portati avanti ed esistono già uffici e locali che li vietano, prima ancora della loro commercializzazione, prevista per inizio 2014.
La capacità di fare foto e video e registrazioni di ogni sorta, tra le mille altre cose, in tempo reale al semplice comando vocale “Ok glass” + something inquieta non poco.
Noi fanatici ovviamente invece siamo già in salivazione avanzata e pensiamo alle mille apps ed alle mille applicazioni possibili ed alla potenza di un aggeggio che in tempo reale può darti qualsiasi tipo di informazione, anche sul mondo circostante, tenerti in comunicazione e darti perfino le informazioni sonore del caso per “trasduzione ossea”, senza quindi inquinare in maniera esponenziale l’ambiente circostante, sul modello della conversazione classica dei cellulari oggi riscontrabile in qualsiasi treno o spazio affollato.
Potrebbe benissimo fare la fine del Segway (usi solo specialistici) ma ciò non toglierebbe la sua sostanza di prodotto straordinario che, usato con buon senso, avrebbe mille plus.
Epic fail o meno lo stesso Segway era un’idea geniale, affossata qua e là anche da regolamentazioni di viabilità complicate e molto diseguali.
L’epoca del wearable computer è comunque davanti a noi, in ogni caso.
Magari con utilizzi mirati che al di là degli iWatch mille volte previsti, vadano nella direzione del medicale e del fitness (sensori), sempre comunque legati allo smartphone come unità di riferimento base “in esterni”.
Noi della generazione di passaggio siamo sempre sotto fascinazione (Siri, il cloud, il software sempre più semplice, “polished” e sempre meno costoso) mentre i nostri figli, primi nativi digitali, ci guardano con tenerezza e interagiscono naturalmente con icone ed apps mentre uno dei loro coetanei già ha in testa il mondo fra dieci, vent’anni.

The state of the Apple

L’istituzionalizzazione e il clamoroso successo di quella che era, fino a poco tempo fa, un culto per pochi, ha trasformato la Apple e le sue “messe” plenarie, i keynotes.
Più passa il tempo e più queste adunanze ricordano molto da vicino le convention dei partiti americani.
Le stesse liturgie, lo stesso elenco di successi, lo stesso battimani scontato.
Già negli ultimi anni di Jobs osservavo questa deriva plebiscitaria ma adesso, con il santo pure in paradiso, la cosa è diventata evidente a tutti gli applemaniacs della prima ora (quorum ego).
Tim Cook è il perfetto maestro di cerimonie e ha la giusta dose di fissità e perfino il look adeguato al culto (total black, total casual) ma è indubbio che qualcosa sia cambiato per sempre, almeno a livello estetico-politico.
Oggi i keynotes mi ricordano molto l’address che ogni anno fa il presidente degli USA, lo “State of the Union”.
E in effetti la Apple ormai si può paragonare ad un medio stato, visti i suoi fatturati, e sicuramente da molto la sua influenza anche politica è diventata enorme se la semplice uscita dell’Iphone 5 può far variare, come abbiamo letto, lo 0,5% del PIL americano e perfino, quindi, decidere la rielezione o meno di Obama.
Se pensiamo a cosa era la Apple al rientro in gioco di Steve c’è da trasecolare.
Possiamo perfino accettare la sua evidente “antipatia”, privilegio riservato ai vincenti, e sentimento sicuramente incrementato dai successi devastanti e dalle vittorie anche in tribunale per la difesa, un pò ossessiva invero, dei vari copyrights.
Possiamo perfino credere all’incredibile : una società praticamente fallita, genialmente fallita direi, innamorata dei suoi stessi vezzi estetici e futuristi, il classico culto dei pochissimi (quelli che contro ogni evidenza compravano il Mac in un mondo Windows centrico), che non solo vince la guerra del post-pc dopo aver perso quella del pc sopravvivendoci (come con grande classe e pragmatismo ammise Steve fino all’eresia di portare in video Bill Gates ad un keynote), ma sopravanza e di molto la storica rivale Microsoft, per diventare la prima azienda del mondo per cash flow e capitalizzazione dopo aver letteralmente inventato un mondo nuovo.
In questo senso davvero Steve Jobs è una conspiracy theory già pronta e tuttora appena sussurrata, perchè davvero si stenta a credere che un uomo solo con pochi collaboratori abbia potuto avere e per così tanto tempo una lucidità di approccio e realizzazione così inesorabili : deve essere un alieno per forza!
Certo, la qualità c’è sempre, in questo senso la mela è praticamente infallibile, potrà qualche volta enfatizzare progressi minimi (ormai non si può reinventare ogni anno un intero settore come ha fatto il divino Steve con la magica triade Ipod-Iphone-Ipad), ma la cultura aziendale è quella che è, maniacale, iperestetica, funzionale, innovativa, anni luce avanti la sciatteria dei suoi competitors.
L’accusa classica dei detrattori, tutto marketing a beneficio dei drogati, fa veramente tenerezza non appena uno per davvero approccia le varie tecnologie e le varie marche con occhio clinico.
Il livello di accuratezza e di innovazione, sia nel software che nell’hardware, è praticamente imbattibile, ancora oggi.
Poi, certo, c’è l’aura e l’estetica che, a mio avviso, si estrinsecano completamente in quella stratosferica genialata che sono gli Apple Stores.
Pochi ricordano che anche qui è stato inventato dal nulla un nuovo modello di retail, che oggi tutti copiano disperatamente, ma che allora era semplice eresia il solo pensarlo.
L’idea dell’eleganza, della semplicità chic, del monomarca, della sparizione delle casse, della “friendliness” alla Genius Bar è semplicemente miracolosa, anche se oggi, come è ovvio, viene data per scontata.
Il passaggio da oggetti di consumo ad oggetti di affezione passa attraverso queste vie.
E d’altronde uno dei migliori geniacci della ex corte di Jobs, il buon Jony Ive, l’ha detto chiaramente nell’ultimo keynote : l’Iphone è l’oggetto che si usa di più durante il giorno, di gran lunga, e quindi ogni variazione di un oggetto di tale affezione alla Apple viene presa molto seriamente.
Della presentazione dell’altroieri ho apprezzato molto, come colpo di classe, il riflesso condizionato dei migliori.
Jobs poteva essere più brutale in passato, quando derideva apertamente, anche con foto di comparazione impietose, i prodotti nuovi e le vecchie proposte “iper-clumsy” dei competitors.
I suoi eredi, ai quali si perdona meno, ci vanno più morbidi.
Ma l’inarrivabile snobismo del far notare che tutti sono capaci di farci stare un sacco di tecnologia in grossi pezzi di hardware (allusione al Galaxy, a mezza strada tra Ipad e Iphone) mentre pochi sono capaci di farlo in poco spazio la dice lunga su certi riflessi condizionati sempre felici.
E infatti il nuovo aggeggio è stato allungato, ridotto nel peso e nello spessore, e quindi è facilmente maneggevole con una mano (uno smartphone non è un tablet!), o meglio con lo straordinario strumento del pollice opponibile come ha detto Schiller citando Jobs e la vecchia idea dello stylus migliore che è il nostro dito.
Noi fanatici continuiamo a chiederci come sarà il mondo dopo Jobs.
Io lo prevedo, come sta succedendo per tutto, molto più complicato e competitivo.
Innovare fino al delirio sembra quasi impossibile e Tim Cook (per dire lo staff in genere) sembra più un uomo di stampo ingegneristico, conservativo nel senso anche buono del termine, ma rassegnato all’idea che le grandi novità avranno tempi molto, molto più distanziati.
Se ci saranno ancora.
Tra queste io metto senz’altro un Siri agli steroidi (esempio : telefoni o parli ad uno di lingua diversa e l’aggeggio traduce istantaneamente…ci siamo vicini) e un chip solare di ricarica infinita, del quale si è parlato spesso, che renderebbe finalmente superato l’annoso problema batteria (d’altronde abbiamo in mano astronavi tecnologiche) e quasi superfluo il caro vecchio spinozzo.
Ma con quasi assoluta certezza penso che la golden era della mela sia quella appena conclusa.