Back home, again

Reduce da un consueto time out londinese, constato che nulla è cambiato pur se tutto cambia.
Dopo una intera vita di peregrinazioni nella città di Samuel Johnson e della sua celeberrima e verissima affermazione (“When a man is tired of London, he is tired of life”), dopo brevi, lunghi, lunghissimi periodi nella capitale dei mille villaggi, la sensazione è sempre la stessa della prima volta : sono tornato a casa.
Nessun posto nel pianeta mi regala questa sensazione, nemmeno quelli a me più cari, come Parigi, la Provenza o altri.
Quelli sono luoghi del cuore, Londra è casa.
Ne conosco strade e luoghi, riti e liturgie, eppure è tale l’offerta di esperienze e di realtà che questa città immensa fornisce che ogni volta è una storia nuova.
Se credessi a quella buffa teoria che è la reincarnazione dovrei farmi qualche domanda, ma fortunatamente sono un essere pensante e quindi mi limito a parlare di evidenti affinità elettive.
Rafforzate poi anche dalla ragione, come capita nei migliori amori della nostra vita.
Roba da chiedere la cittadinanza onoraria per meriti acquisiti sul campo, magari al nuovo sindaco Sadiq Khan, col quale sicuramente andrei più d’accordo che con il suo improponibile predecessore.
Nonostante il mondo sia molto cambiato e spesso in peggio, Londra, pure a breve distanza da un attentato a Westminster, mantiene la sua meravigliosa indifferenza alle brutture del mondo, potenza dell’understatement, la sua forza inerziale straordinaria che deriva dall’essere una città mondo unica al mondo appunto, molto più di New York e tante altre megalopoli più…provinciali (se mi passate il termine), una città libertaria e naturalmente tollerante dove non hai mai la sensazione di essere blindato, dove lo Stato è fortunatamente ancora molto leggero, dove il senso di libertà è ancora forte e soffia col vento costante e il suo tempo mutevole.
Non questa volta, peraltro, dopo meravigliosi giorni di quasi estate che hanno, prevedibilmente, riempito i parchi di gente di tutte le razze del mondo.
Se c’è un posto che apre la testa come pochi altri è questo e non finirò mai di ringraziare la mia insistenza (premevo per andarci fin da piccolo : tu chiamale, se vuoi, premonizioni, intuizioni) e il liberalismo così anglosassone dei miei genitori lombardi per avermi permesso di fare parte della mia giovinezza sulle rive del Tamigi.
Lontano dai razzismi, così assurdi in London dove qualsiasi persona è straniera, lontano dai provincialismi, dalle grettezze mentali e dalle incrostazioni letali del tinello italico, lontani dalla burocrazia e dalle vessazioni di uno Stato nemico, espressione perfetta di un popolo che ragiona al contrario in quasi tutte le questioni essenziali, lontano dall’ossessione piccolo borghese dell’apparire, della bella figura.
Gli stupidi ed autolesionistici furori della Brexit sembrano molto lontani qui, dove la stragrande maggioranza ha votato Remain.
Il mondo intanto però va avanti secondo schemi nuovi.
Anche qui il dilagare dell’elettronica personale e mobile ha cambiato la posizione delle teste delle persone e spesso la loro attenzione.
Questo ha sostituito le mie ormai antiche immagini di interi treni del Tube quasi silenziosi con gente intenta a leggere di tutto, in cartaceo ovviamente.
A livello di linguaggio mi sono piacevolmente sorpreso a passare per un vecchio cittadino agée, lievemente aristocratico, col mio inglese arrotondato, old style, pieno di formule di cortesia e abbastanza scevro da americanismi.
I giovani che oggi hanno preso il posto delle vecchie generazioni ovunque nei servizi, se non sono stranieri e quindi chiedono a te paradossalmente di parlare più lentamente perché sanno poco la lingua o ne maneggiano una versione globish localizzata, in genere ti guardano con tenerezza e ti rivolgono qua e là un deferente “sir” che è il sempiterno modo inglese di metterti al tuo posto nella scala sociale sulla base del modo in cui parli, una vecchia ossessione del luogo.
E questo semplicemente per un “good evening” di troppo o una forma di cortesia raffinata che nel mondo iper diretto dell’hallo generalizzato e delle contrazioni yankee, viene visto come un eccesso di forma che potrebbe avere un vecchio zio nostalgico del porridge e dei “gesti bianchi” del cricket, quando era davvero total white.
E poi c’è il teatro.
Come dice mia moglie, se non hai visto teatro a Londra, praticamente non sai cosa è il teatro e soprattutto come dovrebbe essere.
Sovrastati dalla solita clamorosa offerta, in quantità e qualità, mi ero distratto e non avevo notato ad esempio una pièce di Albee (The Goat, or Who is Sylvia?) che si celebra al Royal Haymarket, proprio di fronte al teatro che da una vita racconta in maniera barocca e flamboyant la triste storia del “Phantom of the Opera”.
Attratti dalla star attraction (Damian Lewis, splendido attore inglese che ha già dato lustro a due delle serie migliori degli ultimi anni, “Homeland” e “Billions”), siamo entrati di corsa per poi assistere, more solito, ad uno spettacolo teso, di rara eleganza, grottesco al punto giusto, recitato magnificamente da tutti, star inclusa.
Questo mondo intanto è cambiato anche perché l’ossessione securitaria ha contagiato tutto.
Oggi qualsiasi posto nel globo che sia lontanamente famoso ha ridotto la sua appetibilità turistica per le lunghe code, aeroportuali, per entrarci e in generale per le limitazioni che questo comporta.
Tornato a Wimbledon dopo molti anni, questo luogo ad esempio è stato totalmente cambiato, come esperienza, dal nuovo feroce ordine mondiale.
Se una volta era una festa libertaria che comprendeva fragole con panna girando per l’immenso e splendido club indisturbati, oggi la security comanda tutto e ti confina nei posti imprenscindibili (museo, centre court, shop) non nascondendo il fatto che non vede l’ora che la mandria se ne vada in fretta.
Certo il Centre Court fa sempre battere il cuore e la tentazione, per noi cultori del tennis d’antan, è sempre quella di inginocchiarsi ma è chiaro che l’era del tennis moderno, con i suoi strascichi di turismo di massa e controllo delle masse stesso ha veramente cambiato i connotati di questo che resta un posto meraviglioso in un quartiere meraviglioso di una città straordinaria.
Ultima sera alla Royal Albert Hall, uno dei teatri più belli del mondo, proprio di fronte all’Albert Memorial, il posto in cui davo appuntamenti a chiunque nei giorni gloriosi della Londra degli anni 70-80, omaggio al mio nome più che all’amatissimo marito di Victoria, a cui è ovviamente intitolata la stessa sala da concerti circolare.
In scena gli ABC, o meglio Martin Fry, che porta avanti da solo il nome della casa, con l’orchestra di Anne Dudley.
Domina la sofisticata, dolcissima nostalgia di una musica di estrema eleganza che celebra gli heydays dell’epoca dei new romantics, una delle tante epoche musicali inglesi che hanno segnato il mondo e che, nel loro mix di musica elevatissima e dandismo spericolato, irriverente, sorprendentemente ingenuo, sembrano ormai appartenere ad epoche remotissime.
Con Martin la vita è stata lieve e voce e figura non sembrano la parodia della sua gioventù, quando, dice durante uno dei siparietti del concerto, si presentava nei pubs di Sheffield, sua città natale, vestito di giacca “gold lamé”, non una buona idea, chiosa, mentre promette il suo rientro per la seconda parte con quell’outfit.
Nella prima parte del concerto predomina l’ultimo, splendido album del nostro, il sequel di “Lexicon of Love”.
Martin è uno degli ultimi giganti del pop inglese, quella meravigliosa aristocrazia che parte dagli anni 60 e arriva a fine anni 90, ricca di veri artisti della composizione.
Grazie all’orchestra, la comunanza feconda di un tocco ormai alla Bacharach associato al tipico suono ABC, scende su una audience folgorata una dispensa fortunosa di perle che però solo i fans veri (quorum ego) hanno accompagnato con testa e testi declamati alla perfezione.
“Flames of desire”, “Ten below zero”, “Kiss me goodbye”, gli ultimi capolavori, e una serie di antiche meraviglie come “Be near me” hanno illuminato un first act eccelso.
Nella seconda parte la promessa è mantenuta e Martin entra di corsa vestito con giacca dorata d’ordinanza.
Scatta la celebrazione, molto più popular pur nel consueto splendore della tessitura musicale, di “Lexicon of Love” originale, uno degli album debutto più straordinari e celebrati dell’intera storia del pop inglese.
Tutti in piedi, anche nel Grand Tier, per la sequenza magica, fino al bis di “Look of love”.
Yippie aiy yippee yaye, indeed.
E alla sera, passeggiando e rasentando Kensington Gardens, per tornare in albergo dopo questa serata champagne di autoindulgenza assoluta ho pensato che Samuel Johnson era ancora mio amico e per me evidentemente era ancora lontano il tempo della depressione.

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Dario

In questo 2016 che con ostinata pervicacia sembra volerci ricordare la nostra caducità e lo fa portandoci via sistematicamente tutte le colonne portanti della cultura e delle arti mondiali, arriva senza sorpresa la notizia della scomparsa di Dario Fo.
Dario e Franca sono un pezzo del nostro passato e della nostra storia che se ne sono andati e che, potete scommetterci, non avranno eredi.
Soprattutto in questo paese, allergico alla libertà e fedele alle corporazioni ideologiche.
Come Montanelli e come altri veri grandi, Dario ha subito grandi tragedie e grandi incomprensioni.
Nel teatro scrittore straordinario e attore di istrionismo monumentale ha portato in scena, con un minimalismo che era esigenza pratica ma anche cifra sociale, politica, stilistica, una serie di capolavori che ho avuto la fortuna di vedere in tempi davvero lontani.
Tuttora “Mistero buffo” (ma non solo) rappresenta uno degli apici assoluti della cultura italiana e sicuramente una delle macchine teatrali più devastanti e straordinarie mai concepite.
Lo spettacolo che consiglio sempre alle generazioni di YouTube quando vogliono vedere del teatro divertente di qualità lunare.
Dopo il Nobel, come capita sempre in questo paese provinciale e meschino, Dario era assurto a livelli di intoccabilità che evidentemente lo infastidivano, soprattutto dopo una vita come la sua perennemente controcorrente.
Sarebbe banale dire che ci mancherà, è invece tremendamente vero che lascerà un vuoto che non sarà mai più riempito e questo davvero sgomenta.

L’empireo

Esiste un mondo che sembra conservare le antiche, piacevoli certezze resistite fino agli anni 80-90.
Un mondo dove gli americani hanno ancora grandi attori, scrivono ancora ottime e solide storie, intrecciano sceneggiature perfette e creano un immaginario molto variegato, non solo per piccini, al quale rivolgersi nelle sere d’inverno e d’estate.
Questo mondo, ormai da quasi vent’anni, non si trova più al cinema.
Per noi tutti, debitori agli USA di queste ed altre utopie, questi ultimi vent’anni globalizzati, di grandi cambiamenti, hanno lasciato una certa indistinta nostalgia per quando l’oltreatlantico dominava le arti e i mestieri, compresi quelli sportivi.
Questo mondo, nella difficile arte del cinema, non è del tutto scomparso, sembra aver semplicemente traslocato.
A fronte di un cinema globalizzato, che parla inglese ma che lancia nell’empireo registi di tutte le nazioni (penso a Winding Refn, danese, ma anche a mille altri), l’avvento della televisione gigante, HD, con mille canali, tematica e quasi in contemporanea con l’uscita nelle sale, ha permesso, anche economicamente, che le grandi produzioni e i grandi attori dei decenni precedenti portassero armi e bagagli al servizio delle serie.
Così come viviamo l’epoca d’oro degli strumenti, informatica e comunicazione in primis, viviamo di conseguenza la golden age delle TV series, l’equivalente filmico del trentennio musicale magico (60-70-80).
Se le cose migliori degli ultimi trent’anni al cinema sono state portate dal cinema globalizzato : penso a molto cinema francese, penso a capolavori dell’ex terzo mondo come “Il segreto dei suoi occhi” dell’argentino Campanella e penso a molti altri, gli USA, antichi dominatori del mezzo, se nelle sale portano solo l’inutile magniloquenza plastificata delle saghe per bambocci, fine invero triste della potenza produttiva hollywoodiana, o, peggio, una versione per popolino della commedia, ormai volgarizzata e destrutturata di ogni raffinatezza, nelle serie TV sciorinano i migliori talenti di scrittura, di visione, di recitazione.
Complice una avanzata tecnologica che ormai permette a questi prodotti una profondità ed una fruizione paragonabili al grande cinema, la nostra generazione, già trasferitasi sul divano per motivi anagrafici, ha oggi un motivo in più per farlo.
Se mi chiedessero tra qualche anno i migliori film visti dal 2000 in poi, citerei molte serie.
E in particolare quelle che, tra tante, metto nell’empireo recente.
Senza dimenticare le antiche perle come “Boston Legal”, una vera definizione di divertimento commerciale per pensanti, o altre facilmente individuabili.
Due sono le grandi scuole della serie, quella americana e quella inglese.
Senza scomodare antiche e meravigliose serie BBC, in Inghilterra la tradizione continua, sia sul versante dei riadattamenti letterari, antica arte televisiva britannica, sia sul versante del prodotto originale, sempre elegante e intelligente.
Produzioni che, paragonate a quelle risibili italiote, segnano con certezza la differenza di mondi e di pensieri.
Due sono le serie inglesi recenti che hanno colpito il mio cuore e il cervello : “Sherlock” e “Downton Abbey”.
Il primo è un divertissement per pensanti che viaggia a velocità atomiche e combina una scrittura tagliente e modernissima immersa in uno sfondo pseudo antico e postmoderno.
La seconda è la definizione di “romanzo d’appendice” di classe per il terzo millennio, una “time machine” perfetta che catapulta l’intero mondo nel mondo della nobiltà inglese al suo decadere (un topos ormai globale), il tutto abbellito dalla scrittura clinica e raffinata di Fellowes e dalla recitazione al solito sontuosa di una schiera di attori britannici d’alta scuola.
Per tornare oltreoceano, sono tre le serie che mi hanno davvero folgorato : “Homeland”, un compendio “globale” sul mondo in cui viviamo, “House of cards”, la serie politica per eccellenza, remake di una antica perla BBC, apologo sulla fine della democrazia e sugli inganni del potere, retto da una sceneggiatura inesorabile, una produzione addirittura sontuosa e un cast stellare.
La terza serie, vista recentemente in “binge” selvaggio, è “Billions”.
Beneficata da una ambientazione iperfascinosa (la finanza d’alto bordo, il mondo degli hedge funds), vivificata da una idea di base sempre feconda, lo scontro tra due nemici “bigger than life”, Billions è una produzione monumentale, scritta benissimo, con due protagonisti stratosferici, Damian Lewis (ex Homeland, rimpiantissimo protagonista delle prime due stagioni, classico solidissimo attore britannico con esperienze shakespeariane) e, soprattutto, Paul Giamatti, qui, se mi credete, al vertice della sua già fulgida carriera.
Ho citato Shakespeare non a caso.
“Billions” e “House of cards” sono la versione moderna di antichi drammi e sulle spalle di questi attori splendidi, si vedono in lontananza le antiche assi di teatro calcate, l’antica maestria.
Il bello delle serie, oltretutto, è che permettono la coltivazione di generi minori, di piccole diversioni, tutte cose scomparse nella centrifugazione senza sapore del mega cinema per grandi masse.
Una specie di “Sundance” permanente che mantiene in vita attori, storie, prodotti che sarebbero scomparsi impoverendo l’ambiente per sempre.
In questo senso penso soprattutto a serie tipo “Mozart in the jungle”, prodottino di nicchia e di classe di Amazon.
Possiamo in fondo dirci fortunati : il mondo in casa ha i suoi vantaggi.
E tutta la migliore musica del mondo, quella del passato, è eternata nel cloud per nostro imperituro godimento.

KB

Le iniziali del titolo rimandano immediatamente alla divina Kate Bush.
Ma sono le stesse di un altro grande britanno che, a differenza di Kate, presente “in note” con “Running up that hill”, ha partecipato direttamente alla splendida cerimonia d’inaugurazione delle recenti Olimpiadi di Londra.
D’altronde su di lui il glorioso Regno Unito ha sempre puntato, mettendogli sulle spalle fin da piccolo l’enorme responsabilità di erede del grande Laurence Olivier.
Kenneth Branagh, una vita da predestinato che non ha fallito, ma sempre con quel sorriso disincantato di uomo contemporaneo, così diverso dall’aura intangibile di Olivier, uomo della vecchia Inghilterra imperiale.
L’isoletta magica, culla del teatro e di tante altre cose, ha sempre avuto come grande forza trainante una genìa di registi, attori, drammaturghi senza pari in tutto il mondo.
La generazione di KB non ha fatto rimpiangere quella precedente, ricca di fenomeni, da Olivier a Judi Dench, Maggie Smith ed altri monumenti della recitazione.
Non era facile né scontato.
Peraltro dettando legge sia nel dramma che nella commedia, a dimostrazione che il vero talento non conosce veri confini.
Dalla RSC (Royal Shakespeare Company), l’università del teatro europeo, e poi con la propria compagnia, Kenneth già ventenne svetta sui difficili palcoscenici londinesi, subito con Shakespeare, e poi verso il cinema, col debutto alla regia con “Enrico V” a soli 29 anni.
Da quel momento in poi, secondo me, raramente ha sbagliato un colpo, sempre in crossover tra UK ed USA, come si addice ad un cittadino del mondo.
Una logica binaria che attraversa due suoi film che ho adorato e adoro tuttora come due perle inarrivabili.
Nel primo, “Gli amici di Peter”, sorta di “Grande freddo” in salsa worcester, la sua parte è quella dell’uomo di successo che ovviamente ha varcato l’Atlantico per cogliere i grandi frutti, come scrittore a Hollywood sposato ad una attrice regolarmente capricciosa.
Nel secondo, lo straordinario e devastante “In the bleak Midwinter” (Nel bel mezzo di un gelido inverno), film definitivo sul teatro e sulla vita in una Compagnia, KB, da regista, si immedesima nell’attore regista teatrale sfigato e visionario, protagonista di questa commedia capolavoro, ancora diviso tra il passato, gli amici, la dimensione ridotta (fare Amleto, ultima chance senza soldi in un paesino chiamato “Hope”…) e il possibile successo, guarda caso oltreoceano (qui rappresentato dalla superficiale e potente agente Joan Collins).
Una dicotomia che anche la vita di KB regista rappresenta in pieno.
L’alternativa tra il teatro, l’Inghilterra, i progetti “ridotti” e la magniloquenza blockbuster di operazioni come “Thor” e “Cenerentola”, pellicole al quale il nostro ha dato comunque una patina di nobiltà senza esserne travolto.
Ma sono quei due film citati prima alcuni degli apici indiscussi, così come la rivisitazione post hitchockiana di “Dead again” (L’altro delitto), con Emma Thompson, compagna di molti anni anche nella vita, Derek Jacobi ed altri eccelsi attori inglesi.
Per non parlare delle due vette shakespeariane, il patinatissimo “Amleto” in versione integrale (più di 4h…ricordo ancora gli svenimenti in sala alla prima), a mio avviso la versione cinematografica definitiva del magico testo, e il vitalissimo, primaverile, grandioso “Much ado about nothing”.
Più recentemente, solo Kenneth poteva dedicarsi credibilmente ad un testo di Anthony Shaffer (autore da West End se mai ce ne fu uno), il fantastico “Sleuth” (2007), con Jude Law che incredibilmente regge la scena con un altro gigante inglese, Sir Michael Caine.
Oppure la piccola, ma significativa, sortita nel nuovo mondo delle serie tv deluxe, quel “Wallander” così impregnato di atmosfere post marlowiane in salsa svedese.
Nel 2011, in “Marilyn” di Simon Curtis, Kenneth accetta la sfida col suo riferimento di sempre, e non sfigura nel ruolo di…Laurence Olivier, alle prese con una bizzosissima Monroe sul set di “The prince and the showgirl”.
Un cerchio che si chiude.

La fine del teatro?

In Italia, ovviamente.
Ma ovviamente anche no.
Nessuna arte, nessun “software” tramonta mai.
Semmai sono gli hardware che cambiano.
Nel suo recente post Ottavia Boscolo, da under 30, crede nella possibilità di un futuro e giustamente evidenzia l’insostituibilità del teatro laddove ogni tipo di fruizione alternativa è ormai migliore e più “facile” all’interno della propria casa fortezza.
Grazie alla tecnologia.
Ma bisogna fare bene teatro e in questo senso l’Italia, come parallelamente è avvenuto nel cinema, è sempre stato uno dei peggiori paesi del mondo occidentale.
Quando entrai nel teatro amatoriale in senso “professionale”, ossimoro solo apparente, toccai con mano, e per anni, la follia del sistema.
Anche qui, come in tutte le cose in Italia, il mix letale è incompetenza, arroganza, arretratezza culturale, mentalità rapinatoria, burocrazia surreale.
Uno Stato nemico, come sempre, ma con tocchi di cialtroneria inarrivabile.
Dai diritti d’autore e come vengono gestiti, alle traduzioni dei testi in scena, alle tasse…tutto viene creato, sembrerebbe quasi ad hoc, per mettere i bastoni tra le ruote e nel frattempo, simpaticamente, derubandoti, dietro leggi e procedure non commentabili senza cadere nel volgare.
Se si ha la ventura di passare molto tempo in terra d’Albione, patria riconosciuta del teatro e del liberalismo, il gap è stridente, lancinante.
Chi fa cultura, a tutti i livelli, da queste parti ha la sensazione di essere un paria braccato da lupi famelici che disprezzano quello che dovrebbero invece valorizzare come una delle massime espressioni di una società.
In UK le compagnie amatoriali hanno sovvenzioni costanti, sono ovviamente detassate, non hanno gineprai folli da percorrere per i diritti d’autore e fondamentalmente godono di una atmosfera di libertà che permette tutto quello che non è espressamente negato ed in genere i divieti sono POCHI.
Da noi il teatro, come il cinema, si è sempre perso, intrappolato nella falsa dicotomia auteur capriccioso e, in genere, sopravvalutato vs. cialtronate panettonesche con personaggi tv mal adattati alla dura legge della scena dove, ad esempio, saper recitare non è un optional.
Tromboni o plautini cialtroni.
Non si potrà mai sottovalutare l’influenza negativa che la tv, inizialmente grande “educatrice” e unificatrice linguistica in una terra di dialetti, ha avuto da un certo momento in poi sulla fragile pseudocultura italiota.
Mancano le scuole, mancano le abitudini o, se ci sono, sono polverose ed antiquate, o peggio, moderne nel senso più frivolo e superficiale del termine.
Le sciurette che confondono andare a teatro con un defilè a confronto con le prime londinesi di spettacoli sontuosi affollate di giovani in jeans.
Anche i prezzi non ci sono.
Finita la sbornia rapida del musical, grazie a produzioni improvvisate o addirittura sconfinanti nel grottesco della traduzione anche di canzoni famose (come dimenticare certi JCS?), oggi il teatro professionale langue ovunque nel belpaese, e davvero nessuno può simulare sorpresa.
Con l’esaurimento anche della generazione di attori che aveva beneficato gli anni 50-60-70 (Randone, Gassman, Mauri, Carraro e così via), oggi anche la commedia borghese che vedeva i Ferrari, i Buazzelli, le Moriconi oggi vede tragiche starlettine da tubo catodico molto, molto ristretto, buttate allo sbaraglio per accalappiare i gonzi con riedizioni di classici, tipo quelli di Neil Simon, regolarmente massacrati, o peggio con adattamenti ferali dei filmetti che sono piaciuti al popolino.
Non molto tempo fa mi sono avventurato a vedere una commedia non particolarmente originale né brillante ma salvata dalla maestria a comando di due arzilli fenomeni del palcoscenico come Ferrari e la Valeri.
A dimostrazione che spesso basta anche solo un attore ma che senza attori è davvero impossibile combinare qualcosa di sensato in scena.
Il rito borghese stantìo è finito, in compenso le giovani generazioni sembrano disertare un costoso passatempo di cui non colgono la perenne modernità in questo paese fuori dal tempo.
Ci sono, come sempre, grandi eccezioni e persone che, come sempre capita, in lotta contro un sistema perverso portano avanti l’utopia del palco.
Noi monzesi, ad esempio, come per altre cose, siamo abituati bene perché uno dei migliori, Corrado Accordino, gestisce da anni il Binario 7, raro esempio di enclave che difende la qualità.
Di lui ho in mente uno dei rarissimi esempi di spettacolo memorabile che ho visto negli ultimi anni.
Mi riferisco all’adattamento di quel gioiello di racconto che è “Cosmetica del nemico” della Nothomb.
Passato al Filodrammatici a Milano e passato via velocemente.
Ma in generale l’infinito declino è evidente e diventa sempre più difficile convincere le persone ad uscire dal cocoon tecnologico.

…driven to tears

And then, it finally happened.
Unavoidably I cried.

Little light shining,
Little light will guide them to me
My face is all lit up, my face is all lit up
If they find me racing white horses,
They’ll not take me for a buoy

Let me be weak, Let me sleep
And dream of sheep

“And dream of sheep”, the beginning of the “Hounds of Love”‘s suite, a lyric and a song absolute, definitive, couldn’t help but defeating me with a theatrical setup like that.
Anyway the emotion had begun much earlier, with a pounding heart and a sensational party atmosphere, almost religious, to the tune of “Lily”, the beginning of a concert and a show, that of Kate Bush’s Hammersmith Apollo after 35 years of absence from the scene, which will surely remain in history.
“Lily”, one of my top ten songs to bring in the famous deserted island, a propitiatory song, really on the verge of religion.
Kate barefoot, regularly black-dressed as a priestess, comes in from the side, almost in a whisper, followed by backing vocals, and the scream that I heard, the reception, is something that I have never witnessed in any show, ever.
The first thing that I noticed was the band, a war machine of instruments’ gods (Omar Hakim on drums, Mino Cinelu on percussions, David Rhodes on guitar, John Giblin on bass … pretty much the cream of the brood of grandchildren of Miles Davis, Peter Gabriel and many others. Today the university of music), controlled by the supremely crystal clear Hakim’s drums who, of course, along with Rhodes, is the driving force of the sound.
The “Lily” start is one of the most perfect things I’ve ever seen on a stage.
The stage show begins as a concert in paradise, still remaining a traditional concert.
Impeccable as always, the London audience, though overwhelmed by emotions, stays in its place, no films, no photos, sits down at the beginning of every song, following the clear request that Kate cleverly asked before the first of this series of 22 “theatrical” concerts.
Kate, in an impressive vocal shape, really on the verge of divine, effortlessly rattles off songs from his boundless and extraordinary repertoire: Lily, Hounds of Love, Joanni (in a version to die for), Top of the city, Running Up That Hill (greeted by a roar that shook the foundations of the dear, old, although renovated, Apollo), King of the mountain (another wonderful version, even greater than on record).
We would go on like this for hours and no one would ever say anything, it would still have been the peak of a career in music voyeuring.
But the lyrics of the final “King of the Mountain” should have warned us:

The wind is whistling
The wind is whistling
Through the house

Here, as announced, the concert quickly becomes something else with a wonderful coup de théâtre, it becomes immediately a lavish multimedia musical.
Lights, wind, and suddenly the band disappears in the background, a shipwreck is staged in a few seconds.
A shipwreck on stage.
And a rescue helicopter that travels over the heads of the lucky witnesses, flooded by the lights, the screams and the music.
I have attended years of concerts, musicals, theatre seen and partly done behind the scenes.
I do not remember such an impact, never seen anything comparable, let alone in conventional rock concerts.
At this moment the genius of Adrian Noble immediately shines, Adrian, the other superstar in charge of the theatrical part from Kate, incidentally the leader of the RSC for years, the Royal Shakespeare Company.
I.e. the best in the world.
It seamlessly depicts the legendary suite of “The Ninth Wave”, the second part of “Hounds of Love”.
And his story of shipwreck and rescue.
Today this piece of music is regarded at the same level of the best classical music, a piece that was thus defined by Brett Anderson of Suede in the recent, beautiful tribute that the BBC has reserved the divine Kate (minute 41’13 “onwards).
This first act of the show is so full of things and so devastating that you get at the end almost exhausted.
It’s almost eerie visually, in the style of the house, with threatening fish people, interspersed with rare moments of stillness.
Videos that show the reality, what is really happening, and the scene, the theater, as a place of dreams.
As explained in the beautiful production booklet that is sold like hot cakes before, during and after the show.
The final, on the contrary, strikes a note that’s almost hieratic.
Kate leaves the stage, ending the parable of the suite, supported by hand by fish people in a funeral ceremony, taken in the proscenium between two wings of the audience and finally, finally, glides away.
And then again out on the stage with the band for “The morning fog”, almost a resurrection ritual, with the tranquility and simplicity of the great music
Exit.
Five-minute standing ovation from 3,000 people in awe.
On the curtain that heralds the second part of the show there is a feather, the symbol of the “KT fellowship,” the company of Kate, the only name put outside of the theatre along with the name of the show.
No need to put Kate’s name, because this, obviously, is NOT just a concert.
If Noble had to do a work of subtraction in the first part, given the amount of stimuli, in the second, of course, wisely, he does a work of adding.
The second act depicts the suite of “Aerial”, the work of the great return, very ethereal, almost peaceful and rural, the “Pastoral” by Kate after the “Fifth” of the first act.
And this second one finally delivers justice to another great masterpiece by Kate, with a visual version of absolute elegance.
Even more remarkable than in the first act the presence of Albert (Bertie), the very young and very talented son of Kate, who is at the root of the decision to return to the scene and definitely for this only reason will be idolized for years by me and all fans.
Elected by the mother chief consultant for the entire show, he sings and acts very naturally, already a professional ready for musicals.
Here he’s a painter, he paints a huge picture, a tableau vivant that changes all the time with the changing of the seasons, and interacts with a life-size wooden puppet.
This time the band remains clearly on stage, occupies the left side as in a Greenaway movie.
At one point comes even the unreleased track, “Tawny moon”, sung by Bertie himself.
A gorgeous mid-tempo, à la Gabriel, à la Sylvian.
À la Kate, if she would make up her mind and write a traditional musical.
The final “Aerial” grows, and grows up into a frenzy, like a summer storm.

I want to be up on the roof
I’ve gotta be up on the roof
Up, up high on the roof
Up, up on the roof
In the sun

The musicians, dressed in disturbing carnival masks vaguely echoing beloved Kubrick’s “Eyes Wide Shut” (Kubrick beloved by us, by almost everyone, but also by Kate, as she said several times).
An unbelievable final with Kate slowly turning into a bird, a blackbird.
She is “exposed” to the public, in a parallel with the “ceremony” of the first act.
Darkness on stage.
Standing ovation.
The stage is empty, only the instruments on stage and two trees that fell from the top to the two limits of the scene and one gets Kate’s grand piano on the left.
Kate, welcomed by a roar, goes to the piano.
And with inescapable simplicity traps everyone with a solo piano version of “Among Angels” : now we are all really in another dimension.
I never heard sing live at this level, especially with a simple piano.
Big finale with the entire band on proscenium and “Cloudbusting”.
The end.
Then a standing ovation and an applause that never ended, never.
Needless to say the show was welcomed by all critics enthusiastically as one of the landmarks in history and not only in music’s one.
And after this short stretch, Kate will return to his beloved countryside and tea, with modesty and understatement, still ignoring fashions and conventions (including those of the “greatest hits”), thanks to a genius, intelligence and a talent that won everyone tonight.
Maybe it was really a dream.

Driven to tears

Alla fine è successo.
Inevitabilmente ho pianto.

Little light shining,
Little light will guide them to me.
My face is all lit up,
My face is all lit up.
If they find me racing white horses,
They’ll not take me for a buoy.

Let me be weak,
Let me sleep
And dream of sheep.

“And dream of sheep”, inizio della suite di “Hounds of love”, un testo ed una canzone assoluti, definitivi, con una messinscena di quel genere non poteva non vincermi.
Ma l’emozione era cominciata ben prima, con un batticuore clamoroso ed una atmosfera di festa quasi religiosa, sulle note di “Lily”, inizio di un concerto e di uno show, quello di Kate Bush all’Hammersmith Apollo dopo 35 anni di assenza dalle scene, che resterà sicuramente nella storia.
“Lily”, una delle mie dieci canzoni da isola deserta, una canzone propiziatoria, davvero ai limiti del religioso.
Kate scalza, con regolare tunica nera da sacerdotessa, entra in scena di lato, quasi sussurrando, seguita dai backing vocals, e l’urlo che ho sentito di accoglienza è una cosa che non ho mai sentito in nessun spettacolo, mai.
La prima cosa che ho notato è stato il gruppo, una macchina da guerra di dèi dello strumento (Omar Hakim alla batteria, Mino Cinelu alle percussioni, David Rhodes alla chitarra, John Giblin al basso…praticamente la crème dei nipotini di Miles Davis, Peter Gabriel e mille altri, oggi l’università della musica), comandata dalla batteria suprema, al cristallo, di Hakim che, chiaramente, assieme a Rhodes è la guida tecnica del sound.
La partenza di “Lily” è una delle cose più perfette che abbia mai visto su un palco.
Lo spettacolo inizia così, come un concerto in paradiso, ma un concerto tradizionale.
Come sempre impeccabile il pubblico londinese, pur travolto dalle emozioni, sta al suo posto, non filma, non fotografa, si siede ad ogni pezzo, come da richiesta esplicita di Kate prima di questa serie di 22 concerti “teatrali”.
Kate, in una forma vocale impressionante, davvero ai limiti del divino, snocciola come se niente fosse una sequenza di pezzi dal suo sconfinato e straordinario repertorio : Lily, Hounds of love, Joanni (in una versione da svenimento), Top of the city, Running up that hill (accolta da un boato che ha scosso alle fondamenta il caro, vecchio, ancorché ristrutturato, Apollo), King of the mountain (altra versione immensa, perfino superiore a quella su disco).
Saremmo potuti andare avanti così per ore e nessuno avrebbe mai detto nulla, sarebbe stato comunque l’apice di una carriera di guardoni musicali.
Ma il testo del finale di “King of the mountain” avrebbe dovuto metterci in guardia :

The wind is whistling
The wind is whistling
Through the house

Qui, come annunciato, il concerto diventa subito qualcos’altro e con un coup de théâtre meraviglioso, diventa subito musical multimediale.
Luci, vento e di colpo sparisce il gruppo e va sullo sfondo e si mette in scena in pochi secondi un naufragio.
Un naufragio in scena.
Con tanto di elicottero di soccorso che viaggia sulle teste dei fortunati testimoni, inondati dalle luci, dalle urla, dalla musica.
Ho alle spalle anni di concerti, di musicals, di teatro visto e fatto anche in parte dietro le scene.
Non ricordo una cosa simile, mai visto nulla di paragonabile, figuriamoci poi nei normali concerti rock.
Il genio di Adrian Noble qui emerge subito, Adrian, l’altro fuoriclasse incaricato della parte teatrale da Kate, incidentalmente il capo per anni della RSC, la Royal Shakespeare Company.
Ossia il meglio a livello mondiale.
Si mette in scena la leggendaria suite di “The Ninth wave”, la seconda parte di “Hounds of love”, senza soluzione di continuità.
E la sua storia di naufragio e di salvezza.
Oggi considerata alla stregua della migliore musica classica, un pezzo che veniva definito così da Brett Anderson dei Suede nel recente, bellissimo tributo che la BBC ha riservato alla divina Kate (minuto 41’13” in poi).
Questo primo atto dello show è così ricco di cose e così devastante che si arriva alla fine quasi esausti.
Visivamente quasi inquietante, secondo lo stile della casa, con minacciosi fish people, alternati a rari momenti di quiete.
I video che indicano la realtà, cosa sta succedendo per davvero, e la scena, il teatro, come luogo del sogno.
Come indicato nello splendido libretto di produzione che è andato a ruba prima, durante e dopo lo spettacolo.
Ma il finale finale, come contraltare, è in una nota quasi ieratica.
Kate esce di scena, concludendo la parabola della suite, sorretta a mano dai fish people come in una cerimonia funeraria, portata nel proscenio tra due ali di folla e infine, definitivamente, fuori.
Finalino sul proscenio con la band per “The morning fog”, quasi una resurrezione, con la tranquillità e la semplicità della grande musica.
Exit.
Cinque minuti di applausi di 3000 persone incredule.
Sul sipario che preannuncia la seconda parte c’è una piuma, il simbolo della “KT fellowship”, la compagnia di Kate, unica nota, oltre al nome dello spettacolo, presente anche all’esterno del teatro.
Non c’era davvero bisogno di indicare il nome della musicista, perché questo, palesemente, NON è un semplice concerto.
Se Noble nella prima parte aveva dovuto lavorare di sottrazione, vista la mole di stimoli, nella seconda, evidentemente, sapientemente, lavora di aggiunta.
Il secondo atto mette in scena la suite di “Aerial”, il lavoro del grande ritorno, molto rarefatto, quasi pacificato ed agreste, la “Pastorale” di Kate dopo la “Quinta” del primo atto.
E fornisce finalmente giustizia ad un altro grande capolavoro di Kate, con una versione visiva di una eleganza assoluta.
Entra in scena in maniera ancora più importante Albert (Bertie), il giovanissimo e talentuosissimo figlio di Kate, che è alla radice della scelta di tornare in scena e che solo per questo sarà idolatrato per anni da noi fans.
Eletto dalla madre consulente totale, canta e recita con grande naturalezza, già da professionista pronto per il musical.
Qui fa il pittore, dipinge un enorme quadro, un tableau vivant che racconta nel frattempo l’alternarsi delle stagioni, interagisce con un puppet di legno a grandezza naturale.
Il gruppo, questa volta, resta in scena, occupa la parte sinistra del palco come in una composizione alla Greenaway.
A un certo punto arriva perfino l’inedito, “Tawny moon”, cantato proprio da Bertie.
Un pezzo mid tempo splendido, alla Gabriel, alla Sylvian.
Alla Kate, se si mettesse in testa di fare un musical tradizionale.
Il finale di “Aerial” cresce, cresce fino al delirio, come un temporale estivo.

I want to be up on the roof
I’ve gotta be up on the roof
Up, up high on the roof
Up, up on the roof
In the sun

I musicisti, vestiti con maschere carnevalesche inquietanti, alla “Eyes wide shut”, dell’amatissimo Kubrick (da noi, da quasi tutti, ma anche da Kate, come da lei detto varie volte).
Un finale incredibile e pian piano Kate si trasforma in un uccello, in un blackbird.
Viene “esposta” al pubblico, in un parallelo con la “cerimonia” del primo atto.
Buio.
Ovazione infinita.
Il palco è vuoto, solo gli strumenti in scena e due alberi che sono piombati dall’alto ai due limiti della scena e uno ha traguardato in pieno il piano a coda di Kate, sulla sinistra.
Entra da destra Kate, accolta da un boato e va al piano.
E con inesorabile semplicità uccide tutti con una versione piano solo di “Among angels” e davvero tutti siamo in un’altra dimensione.
Mai sentito cantare dal vivo a questo livello, soprattutto con un semplice pianoforte.
Finalone con gruppo al proscenio e “Cloudbusting”.
Fine.
A seguire una ovazione e un applauso che non finiva mai, mai.
Inutile a dirsi lo spettacolo è stato accolto da tutta la critica in maniera entusiastica, come uno degli apici della storia non solo della musica.
E dopo questo breve tratto, Kate tornerà all’amata campagna e al tè, con la modestia e l’understatement di chi, felicemente, ignora mode e convenzioni (anche quelle del “greatest hits”), grazie ad un genio, una intelligenza ed un talento che hanno conquistato tutti.
Forse davvero è stato un sogno.

House of cards

Annunciatissimo e celebratissimo come antipasto sontuoso del nuovo canale Sky, Sky Atlantic, è arrivato “House of cards”.
Noi orfani di “Homeland” e di tutte le serie di livello stellare e superiore siamo accontentati, almeno per un po’.
Distribuito negli USA inizialmente solo in rete (Netflix), ne avevo visto il primo episodio, un pilot da leggenda.
Visto anche il secondo episodio su Sky, confermo : siamo nell’empireo.
Come è noto le serie sono diventate, con rare eccezioni, il posto dove trovare il grande cinema oggi.
Soprattutto il cinema “adulto” e pensante.
Sidney Lumet oggi, probabilmente, troverebbe pochi spazi per girare lungometraggi da sala ma vivrebbe felice sullo schermo ormai non più piccolo.
L’avanzata tecnica del digitale e dell’HD, nonché dei grandi schermi casalinghi, ha tolto poi i pochi vantaggi competitivi che la pellicola aveva fino a poco tempo fa.
Thriller politico di gran classe, addirittura diretto da David Fincher nel primo episodio (troppa grazia, davvero), “House of cards” è ormai famoso per l’uso diabolico del “camera look” di cui il grande Kevin fa un uso prevedibilmente virtuosistico.
L’origine, come quasi sempre, è inglese, BBC, a sua volta tratto da un libro di Michael Dobbs ambientato a Westminster.
Giganteggia la coppia di feroci manipolatori Spacey-Wright ma soprattutto si spalancano vaste praterie per il talento di Spacey, alla fine della sua avventura londinese dell’Old Vic, un decennio che ha rivelato al mondo il suo amore per Londra e per il teatro, due cose difficilmente separabili.
La sua trasposizione del Riccardo III con alla regia l’antico sodale Sam Mendes (“American beauty”) è stata lo spettacolo del decennio ed ora tutti noi aspettiamo con salivazione preoccupante il dvd imminente dell’intera produzione (“Now”).
Riccardo III è sempre l’apice di una carriera, così come aveva ben compreso l’immenso Al Pacino con il suo imperdibile e mille volte consigliato “Looking for Richard”, uno dei più grandi film mai fatto sul teatro in assoluto ed avventura condivisa anche da un giovane Spacey che, nell’occasione, immagino intento a prendere appunti.
Sappiamo cosa fare i mercoledì sera, quindi.

L’importanza del punto e a capo

E’ stato davvero appagante ieri al Teatro Menotti di Milano ritrovare in scena, dopo anni, la vecchia compagnia Punto e a Capo ricettacolo di molti nostri pensieri, emozioni, pulsioni artistiche e non in quelli che, citando ritualmente la canzonetta, sono stati probabilmente “i migliori anni della nostra vita”, almeno anagraficamente.
Dopo lustri di meraviglioso, ostinato, geniale dilettantismo professionistico, paradossalmente seguito alla nascita di una compagnia di amici che voleva fare uno spettacolo solo e via.
Nella vita, si sa, non c’è nulla di più definitivo del provvisorio, e la vecchia compagnia di mavericks è ancora qui.
O di casi umani, come diciamo noi, con la consueta bonomia.
Con un testo francese splendido, tra l’altro, quel “Le prénom” che ha deliziato le platee molto più raffinate d’oltralpe e una compagnia clamorosamente in palla, arricchita dalle nuances della maturità (sic).
Tutti noi che abbiamo roteato intorno a questo nucleo di talenti “prestati” alla vita reale, come medici, imprenditori, insegnanti, sa che ogni tanto arriva il misterioso richiamo della passionaccia inestinguibile alla quale è impossibile resistere.
La nostra vera vita, quella che avremmo voluto.
Come bisognerebbe sempre fare, non abbiamo aspettato che il mondo ci servisse il pranzo, non abbiamo atteso che “ci servissero il pezzo”, e abbiamo fatto “come se” fosse la nostra professione.
Serbatoio di aneddotica infinita, dalle avventure cinepsichedeliche della “Trash Entertainment” alle numerose sortite della Compagnia anche su palcoscenici importanti portando commedie di Neil Simon e testi “alla Broadway” come “Trappola mortale” di Ira Levin, con produzioni ridicolmente sontuose, laddove la gente si aspettava la recitina parrocchiale dei testi dei soliti noti.
Un privilegio, un vero privilegio.
Abbiamo in fondo tutti vissuto una doppia vita ma stavolta nel senso più bello e pieno del termine.
E continuiamo in fondo a volerlo fare, “after all these years”.
Per alimentare la nostra “comédie humaine”.
Et voilà.
Luca, Gualtiero, Betta, Marco, Cinzia, Sarah, Paola, Valentina, Sergio…e mi perdonino gli esclusi, che sono numerosi.
Tutti in piedi.
Applausi.
Sipario?

No more

La storia e il tempo sono una gran brutta bestia, non c’è che dire.
Hai voglia a non diventare nostalgico.
Questo tempo mi sembra un tempo che ha fatto piazza pulita di un mondo.
Il mondo della borghesia illuminata che aveva i suoi campioni a teatro, al cinema, nei libri.
Un certo tipo di comicità, un modo elegante e pensante di ridere.
Penso a Neil Simon, a Woody Allen : non ci saranno mai più scrittori e uomini di spettacolo così.
Magari ne troveremo di diversi, impareremo a ridere nella maniera un pò acida e sarcastica (quando va di lusso) che sembra così consona al nostro mondo feroce.
Ma quel mozartiano modo di gingillarsi della borghesia occidentale, soprattutto newyorkese, quel gusto per il dialogo brillante, la commedia della parola per eccellenza : never again, sospetto.
Vedo qua e là i semi fecondi sparsi, ad esempio in certa commedia francese moderna, ma in fondo tutti sappiamo che avranno pochi eredi, anche perchè a quel livello di classe e di talento è oggettivamente difficile pure arrivare.
Con la nostra compagnia di teatro abbiamo messo in scena varie commedie di Simon ed è stata una scuola di vita, di ritmo, di tempi.
Vale la solita regola : opera omnia e via andare.
O meglio : andare a vedere, se si riesce ancora a vedere qualche produzione che non lo distrugga.
Altrimenti meglio passare per le numerose “versioni” cinematografiche, spesso illuminate da attori in stato di grazia perenne come l’indimenticabile Walter Matthau.
Basterebbe “dirlo” Neil Simon, eppure è stato massacrato più volte, o peggio, “adattato” alla realtà italiana, il che equivale ad avere una Ferrari e smontarla per farne una Panda.
Su Allen, al di là del cinema che tutti amiamo alla follia, soprattutto quello meraviglioso del periodo d’oro, i suoi libri portano con sè la carica e quel tipo di comicità colta oggi quasi introvabile.
Opera omnia necessaria, anche qui, con vette iperuraniche qua e là in “Getting even” e “Without feathers” (magicamente tradotti “Saperla lunga” e “Citarsi addosso”).
E una perla nascosta in questi capolavori che ossessivamente cito sempre, tra le tante, chissa perchè : “Le liste di Metterling”.
Non osiate concludere il vostro passaggio terreno senza passare attraverso questi lidi.
Adieu.