Adieu Peter

E anche Peter Mayle se ne è andato qualche giorno fa.
Peter appartiene di diritto a quella lunga schiera di personaggi, soprattutto di cultura, quasi totalmente sconosciuti in Italia ma che sono delle autentiche leggende altrove.
In quell’altrove soggiorno spesso e volentieri e, devo dire, nelle due nazioni separate dalla Manica il nostro era spesso e volentieri ricordato con affetto.
Brillante pubblicitario londinese, allievo del grande Ogilvy, curioso uomo di cultura (possibile la cultura senza una vorace, inestinguibile curiosità?), Peter ha fatto quello che molti di noi si limitano a sognare : riconvertirsi da una precedente carriera “commerciale” per fare quello che si è sempre voluto fare, scrivere fondamentalmente.
E farlo uscendo letteralmente dai propri confini per vivere in posti d’elezione.
Lo racconta in uno dei suoi primi, divertenti libri : era finito in vacanza in Provenza per scrivere un libro, si era trovato ben presto ad accantonare il romanzo da tanto tempo concepito per concentrarsi su quello che lo circondava, un posto straordinario.
Nasce così la leggenda di Peter Mayle in Provenza, una leggenda che l’ha reso famoso e che ha contribuito sicuramente alle già notevoli fortune economiche e turistiche di quella magica regione francese.
Il libro nato da quella prima folgorazione è “Un anno in Provenza”, un libro che tutti gli adoratori di quella terra (quorum ego) conoscono a memoria.
Un libro che ha echi di un Wodehouse minore (Peter stesso sarebbe d’accordo con me che il maggiore è inavvicinabile) e che racconta, come pochi libri che ho incontrato nella mia vita, il coup de foudre divertito che immediatamente si ha per certi luoghi della terra, per la loro cultura, per la stessa aria che vi si respira.
Una eterna nostalgia dei luoghi che è la natura stessa di questo capolavoro del genere e che capisco benissimo avendo nella mia vita conosciuto solo due luoghi che mi hanno segnato così profondamente, al punto da vagheggiare improbabili nascite o rinascite, a mezzo trasferimento di armi e bagagli, cà va sans dire : Londra, l’amore della giovinezza, e la Provenza, la passione della maturità.
Da allora, con sempre maggiore notorietà, cosa che ne faceva una star di quei luoghi fino a incidere sulla sua stessa vita privata, questo expat di lusso, tipico inglese raffinato, elegante, amante del sole e dell’ottima cucina nonché dei meravigliosi vini, ha inanellato una serie di reportage dal mondo agreste chic nel quale la vita l’aveva portato ormai definitivamente.
Da Menerbes alla meravigliosa Lourmarin fino a Vaugines, luogo dove è passato a nuova dimensione.
La fortuna definitiva e la fama mondiale arrivano con “A good year”, un vero romanzo finalmente, autentica bibbia romantica per tutti gli amanti del genere.
Che narra la storia di un finanziere londinese che arriva svogliatamente e nevroticamente in questi luoghi per occuparsi della vendita della casa di zio Henry, luogo delle sue antiche vacanze e bastide spettacolare in rovina.
Inutile dire come andrà : arriveranno contemporaneamente l’amore per una donna e l’amore per il luogo fino al trasferimento e al cambio di vita.
Questa storia è piaciuta ad un altro perverso adoratore della Vaucluse e del Luberon, Ridley Scott, che partendo dai luoghi delle sue vacanze ha congegnato un film di discreto successo con Russell Crowe e Marion Cotillard che ha dato l’ennesima spinta al turismo culturale in tutta la zona.
Noi tutti siamo stati a Bonnieux, il cuore di tutta la storia, oppure a Gordes, nel meraviglioso ristorante della clamorosa piazzetta con gli alberi, per non parlare della rituale gita a Chateau la Canorgue, dove hanno addirittura messo un cartello per scoraggiare i curiosi che vorrebbero, inutilmente, visitare la bastide del film e finiscono, senza ritegno, per consumare bicchieri e bicchieri degli strepitosi rossi locali, oppure, infine, a Cucuron, nella famosissima piazza alberata con la “piscina” dove avviene la festa finale, Place de l’Etang, la piazza dello stagno.
“Coin perdu”, angolo perduto, è il nome evocativo che ha il vino che viene prodotto a Chateau Canorgue e nel film.
Ed è questo che in fondo attrae la raffinata fauna che ogni anno percorre questi luoghi, i suoi strepitosi villaggi medievali, i suoi mercati, i suoi ristoranti, le sue colline.
L’idea, quasi archetipica, di un posto dove rifugiarsi, nella tranquillità dei giusti, dove separarsi quel tanto che basta dalla pazza folla e vivere laddove il bello è una religione gelosamente custodita.
E il bello, come è noto, aiuta a vivere, anzi, probabilmente ne rappresenta il segreto meglio custodito.

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C’est en Septembre

Piacevolmente cullati da pezzi come questo o questo di Gilbert Bécaud, pezzi dell’epoca dei nostri padri, sublimi e cheesy allo stesso tempo, solo pochi giorni fa indulgevamo alla vista del castello di Lourmarin con il sottofondo ciarliero e lievemente maudit di due gestori di bistrot che parevano appartenere più al colore di posti come St.Trop che alla Provenza vera e propria.
In questo piccolo spicchio di paradiso che arriva, come in un lieto fine inaspettato, al termine di una lunga e drammatica cavalcata tra le valli del Luberon, un contrasto così tipico di queste terre, tra inquietudini e bellezze assolute, in questo medioevo agreste moderno, questo medioevo con antibiotici, aria condizionata, rosé a fiumi e bastides con piscina, è facile perdere di vista il periodo che la Francia e l’Europa tutta attraversano.
Eppure anche lì, anche nelle piccole città come Avignon, Aix-en-Provence, non sembra che l’orrore e le difficoltà abbiano poi in fondo lasciato tracce così indelebili come i media vorrebbero dirci.
Guardi la tv e vedi spesso il riferimento all’inferno ma poi non vedi plotoni di polizia, quasi che l’Europa rifiutasse nel suo Dna la militarizzazione così evidente in altri posti del mondo, se non tutti.
Nizza, pare, ha fatto la sua stagione estiva come sempre, tra le folle della Promenade e le meraviglie vellutate di Cap Ferrat.
La gente continua a fare la sua vita senza alcuna differenza e forse, per davvero, l’unica reale differenza la noti nei posti di passaggio, stazioni ed aeroporti, dove l’enorme complicazione di tutto e il rallentamento continuo sono il vero lascito di questi anni di piombo.
Prima di partire un commerciante italiano alla domanda sulle nostre vacanze, alla risposta “Francia” scuoteva la testa ed obiettava come se andassimo in Medio Oriente.
Potenza dei media, grandi manipolatori e grandi “appiattitori” di realtà e rilevanze completamente diverse, come la storia recente del caso M5S romano dimostra ad abundantiam.
Perchè tutto ciò funzioni alla perfezione un popolo bue aiuta e in questo la Francia dimostra, ancora una volta, la sua estraneità profonda alle miserie italiane.
Poi magari fra vent’anni o meno avranno vinto i grandi guerreggianti, i ricercatori infaticabili di capri espiatori, i fanatici del passato razzista e coloniale.
Nel frattempo la Francia ancora sembra il paradiso della ragione, del buon gusto e del bien vivre, anche mentale, che tanto amiamo.
E questo, per ora, ci basta e solo il futuro, se ne faremo parte, ci dirà la verità finale.

À bientôt, bien sûr

Tornare in Provenza è come riscoprire la geografia del cuore, della propria anima.
Per me, uno dei pochi posti al mondo che potrei chiamare “casa”, anzi, che vorrei chiamare “casa” e che nella peggiore delle ipotesi sai che sicuramente ripercorrerai ancora e ancora e ancora…
La Provenza è una regione molto vasta e non è l’unica delle meraviglie dell’Esagono ma per me Provenza è, come per molti, soprattutto la Vaucluse, il Luberon.
Terre celebrate in mille libri e in mille film, percorse con stupore da molti inglesi (qui forse il segreto?), bagnate da 300 giorni di sole all’anno, come declama uno dei suo cantori più famosi, residente prima a Ménerbes e poi a Lourmarin, Peter Mayle.
Sole, uno stile di vita saggio e rilassato senza essere indolente, vino e cibo meravigliosi (il top mondiale), un paesaggio straordinario punteggiato qua e là da vigneti, villaggi, arroccati o meno, semplicemente splendidi e conservati alla perfezione come in una specie di parco a tema medievale per perversi shabby chic.
Difficile non perdersi in questa perversione.
Soprattutto quando molti di questi posti vengono raggiunti da mas e bastides celestiali per poi rivelare, di colpo, un’anima ambigua, quasi da thriller d’epoca.
Qualcuno ha detto che a Lacoste, il paesello medievale arroccato comprato praticamente per intero da Pierre Cardin, e soprattutto nel “rinnovato” castello del marchese De Sade, aleggia una atmosfera strana, come se stesse accadendo qualcosa di terribile da un momento all’altro.
Concordo.
Strana combinazione quando ai piedi del castello c’è un bar ristorante idilliaco, con vista spaziale sul countryside del Luberon e venticello da amaca d’abord.
Adoro questa combinazione e l’ho trovata a Lacoste, così come a Oppede-le-Vieux, vista in un precedente diporto, o nella meravigliosa Les Baux che perfino Branduardi cantava anni fa.
Una specie di “invenzione di Morel” precipitata in una disneyland shabby dai colori tenui, l’azzurro delle imposte, le pietre color miele delle case, che la accomuna curiosamente all’altro epicentro europeo della febbre country chic, le meravigliose Cotswolds inglesi, altro posto di non ritorno, definitivo dal punto di vista sentimentale e nostalgico.
Posti “mentali” come la bellissima Fontaine-de-Vaucluse, che accolse Petrarca alla corte dei papi di Avignone.
Chiare, fresche e dolci acque dove gentilmente riposare la mente ed il corpo ma con l’occhio sempre vigile alla battaglia, lassù, nel castello.

Côte d’abord

Il leggero, sottile, sempre più persistente spleen che prende il viaggiatore di ritorno nella sempre più deprimente Italietta si arricchisce di nuovi sapori.
Solo poche ore fa sorseggiavamo sontuoso rosè su una spiaggia per poi ripararci “super-cannes”, in un tentativo estremo di preservare un pezzo della calma agreste della Provenza che è qui, a pochi passi in fondo.
Il fascino antico di questo lungo tratto di costa, solo lievemente appesantito dalla patina belle epoque, tocca ancora punte notevoli agli occhi dei nuovi ricchi, non europei, che sempre più la popolano.
Il parco giochi francese è sempre d’attualità, tra borghi in miniatura e coste oscillanti tra l’eterno glamour così accortamente demodè (casinò, albergoni old style) o la deriva fisherman chic così tipica di quel piccolo gioiello che è ancora St. Tropez, nonostante tutto.
Ai vertici restano ancora i gioielli dei Cap : Cap d’Antibes ma soprattutto Cap Ferrat.
Terre miracolosamente esclusive, di bellezza archetipica, che sembrano ancora lo scenario ideale per i David Niven e per i Roger Moore di sempre.
La visita alla casa che tutti, in fondo, ci meriteremmo, Villa Ephrussi-Rotschild, è un pò la ciliegina su un mondo ovattato, perfetto, di rara bellezza che tuttora impressiona per fulgore.
Lo snobismo alla Mayle del provenzale doc, conscio di vivere in un posto di rara classe, più protetto dalle intemperie del turismo massiccio, attratto dal mare e dal glitz costiero, appare un pò ingeneroso, qui sotto, bord du mer, ma sembra comunque dolce, in questa parte di un paese spesso benedetto come la Francia.

Back Home

Poche ore fa ero seduto nel South Terminal di Gatwick in attesa di prendere il volo per rientrare a casa.
Come è sempre stato, Londra non é per me una destinazione normale, nè per arrivare nè per partire.
Molti, molti anni fa presi il primo volo per la capitale.
Erano veramente altri tempi, soprattutto per queste cose.
Londra era una destinazione mitica per molti di noi e rappresentava davvero un salto in una realtà completamente diversa, alternativa, multietnica prima ancora che l’aggettivo avesse un senso nell’Italietta provinciale pre-globalizzazione.
Pochi avevano questo privilegio, i voli costavano cifre ragguardevoli ed erano i primi momenti dei viaggi studio, delle ragazze au pair e così via.
Ricordo benissimo il mio primo arrivo, serale, nella città del mio destino e la città, come dice il famoso detto, si é fidanzata con me immediatamente.
Da quel momento in poi per anni e ogni volta per lunghi periodi sono stato in questa città meravigliosa e ne ho conosciuto davvero nel profondo il respiro e la vastità incredibile delle esperienze possibili.
Ma fin dal primo momento ho avuto la netta sensazione, mai provata in nessun’altra parte del mondo, di essere arrivato a casa.
Ora che torno a casa per davvero, pur con tutte le piacevolezze del caso, la sensazione è sempre quella : mi allontano da casa e vado dove ho la vita, il lavoro e così via.
Ma non il cuore, geograficamente parlando s’intende.
Ho peraltro anche amici importanti a Londra e nella splendida, paradigmatica casa di questi ho vissuto probabilmente alcuni dei mesi migliori della mia vita.
La classica casa britannica con giardino, bow windows, il lattaio che portava il latte cremosissimo e il Times ogni mattina, le spettacolari colazioni e lo small talk sontuoso sul tempo e sul resto.
Ieri, in un “nostalgia trip” devastante, ho accoppiato la visita finale alla casa dove ho passato gran parte della mia gioventù, una casa appena venduta dal mio amico ormai trasferito in un altro continente quasi a tempo pieno, ad una matinée ad alto tasso glicemico al Prince of Wales Theatre in pieno West End.
Sembra strano ma non erano mai stati fatti soverchi tentativi di musical vero e proprio a Londra sul monumento della musica inglese e mondiale : the Fab Four.
Solo col cinquantenario finalmente il West End, con “Let it be”, colma la lacuna ma lo fa in maniera davvero straniante, con un non-musical, con un concerto dei Beatles (o meglio, ovviamente, di una cover band) così come avrebbe potuto essere in un ipotetico fine carriera e non come davvero è successo, ossia con la fine dei concerti all’inizio della Beatlemania praticamente per motivi di ordine pubblico e di inutilità artistica (Lennon disse che non riuscivano neanche più a sentire gli strumenti, visto il baccano infernale delle fans).
Lo spettacolo, davvero weird, attrae la prevedibile folla di ragazzi e, soprattutto, ragazze agèe, che in nome della nostalgia si scatenano davanti al gruppo di cloni.
Ed é un gruppo stupefacente per mimetismo sonoro (strumenti originali dell’epoca e resa sonora davvero terrificante, IDENTICA ai dischi) e disturbante somiglianza estetica e gestuale.
Con la clamorosa variante del verificare cosa sarebbero stati in concerto i quattro magnifici nell’epoca psichedelica e anche dopo.
Troppe emozioni per un giorno solo e una immersione, non penso del tutto sana, in una atmosfera di nostalgia senza ritorno.

Looking for Ridley

Non si vive di sola Inghilterra.
Esiste anche la Francia per questo, un altro grande paese.
Almeno l’assunto vale per gente come noi che va in vacanza, ad esempio, nelle Cotswolds (what?).
Temo una stretta minoranza.
E va benissimo così.
Siamo in Provenza da qualche giorno e capiamo perché molta noblesse inglese e non, e non mi riferisco al censo, ha scelto questo luogo come luogo d’elezione dell’anima, dove favoleggiare per tutta una vita un buen retiro che pochi hanno davvero realizzato, un posto antico e magnifico come la countryside inglese ma più dolce, meno verde, mediterraneo, con un clima migliore (e ci vuole davvero poco) e una certa joie de vivre chic che tuttora manca in terra d’Albione.
Al meglio, solo la Toscana e il Chiantishire, come é stato subito ribattezzato dai locals, possono reggere il confronto.
Tra i pochi che l’hanno davvero realizzato, il sogno, Peter Mayle, lo scrittore inglese diventato ormai famoso in tutto il mondo per la sua ossessione per la Provenza (il Luberon e la Vaucluse in particolare) e assurto decisamente agli onori di tutti scrivendo quel ” A good year ” diventato ben presto un delizioso film di Ridley Scott (alquanto atipico peraltro come film di Ridley Scott) con Russell Crowe e Marion Cotillard.
Ma d’altronde anche Ridley é rimasto folgorato dalla combinazione letale di arte, cittadine medievali arroccate (i villages perchés), campi di lavanda (non ora a estate finita, dommage), campagna dolce e sensazionale, case (i mas, le bastides) di bellezza assoluta dove vieni accolto come a casa tua (le chambres d’hôtes migliori non hanno nulla dell’albergo impersonale), cibo meraviglioso e cultura del vino (i migliori vigneti di Francia, quindi del mondo, per km e km a perdifiato).
Ridley ha un mas a circa 1 km da dove siamo in questo momento ma ho resistito alla tentazione dello stargazing agreste.
Troppe le cose da vedere in alternativa.
Anche solo qui vicino Oppede le Vieux, uno dei posti più sottovalutati di Francia, una città fortezza in rovina di una bellezza e di un fascino quasi diabolici.
In compenso oggi giro a Chateau La Canorgue dove é stato girato il film del buon Ridley.
Un posto meraviglioso ma rigorosamente blindato ai numerosi curiosi.
Si entra e si entra solo per assaggiare e comprare vino, uno dei migliori vini del mondo (come ho fatto io rigorosamente), ma si resta fuori dal set del film, ossia il castello e i suoi giardini, che si possono solo intuire, dopo mesi di delirante assalto di Hollywood buffs di tutto il mondo, come mi ha sottovoce detto la castellana.
La Provenza é la Francia al suo meglio, l’eterna nostalgia per una vera alternativa di vita, perchè qui non si ha la sensazione di fare i turisti ma si ha la sensazione, ovviamente fasulla, di scoprire per primi un gioiello che si vorrebbe riscoprire vivendoci.
E invece, quelle surprise, é una delle mete del turismo d’élite da sempre.
Gordes, Bonnieux, Lourmarin, Menerbes, Roussillon…e mille altri : una litania di posti senza tempo e magici.

A night in Monaco

Lo Sporting Club di Montecarlo e la Salle des Etoiles in particolare rappresentano uno di quei posti, che non sono tantissimi nel mondo, che si pensano possibili solo nei film anni ’50 e che vanno oltre, secondo me, il lusso banale che è la fascia alta della banalità contemporanea.
Due giorni fa ho avuto la ventura di trovarmi in quel posto per una cena con concerto di Sting annesso.
Montecarlo è un posto davvero particolare, un posto dove, per esempio, ogni due per tre, per strada si trova un defibrillatore in perfette condizioni e ovviamente mai manomesso (l’Italia è paradossalmente davvero lontana), sia per venire incontro alle esigenze (ed ai conti) della ricca clientela media in età avanzata, sia per risolvere piccole questioni legate alle complicate passeggiate sulle ripide strade del Principato.
Per completare il quadro, ad esempio, il centro cardiotoracico, di rara imponenza, è a metà strada tra il porto e il Casinò, su una strada inerpicata e lunga, piena, probabilmente, di gente in disequilibrio cardiaco magari dovuto al gioco andato, ovviamente, male.
La mitica SBM (Société des Bains de Mer), sovrintende a tutto quanto offre Monaco, e gestisce mediamente con livelli e criteri di efficienza davvero all’altezza della situazione.
Abituato al Blue Note di Milano e alla sua formula che trovo perfetta (cena-concerto, solo gente seduta al tavolo, non molte persone, musica di qualità, possibilmente jazz), ho pensato che entrare lì fosse l’equivalente di entrare in una specie di Blue Note con gli steroidi, fatta la dovuta differenza di stile e di livello di offerta.
In realtà è molto, molto di più.
Una specie di rotonda coperta sul mare, luci perfette, tetto stellato, vista notturna sulla baia di Montecarlo e ristorante di grandissima qualità, gestito con precisione militare e classe sopraffina.
Durante la cena un gruppo cool jazz, clamorosamente sprecato per l’occasione, che suona a volume appositamente abbassato, piacevolmente accompagnato dal brusio dei fortunati ospiti.
E poi, Sting.
Definire un concerto allo Sporting un concerto normale è ovviamente sbagliato.
L’impressione netta è quella di essere stati invitati ad uno showcase privato, tipo quello che viene riservato alla stampa prima della partenza di un tour, con la conseguente sensazione di privilegio e di intimità con l’artista del caso che sono pressochè unici in un mondo così massificato e dalle “lunghe distanze”.
Ne è passato di tempo da quando, biondissimo e determinatissimo, lo vedevo nei Police prima maniera (concerto storico al Palalido di Milano), nei Police seconda maniera (concerto della sventurata serie del laghetto di Redecesio) e perfino nel primo Sting solo e jazzy (concerto all’Arena di Milano).
Oggi Sting è vistosamente un “vecchio” signore di 60 anni di buona cultura e di ottimo aplomb che segue senza concessioni le sue voglie e le sue passioni.
Dopo le criticatissime ma coraggiose escursioni colte e dopo il disco su Dowland è riuscito a inventarsi una specie di “quartetto d’archi” applicato al rock jazz e che ha trasformato questo tour chiamato con doppio senso esplicito “Back to bass”, in qualcosa di meno primitivo e rock di quanto uno si sarebbe aspettato, ma bensì in una variante acida e stridente di una musica ormai definitivamente oltre le classificazioni e oltre il rock stesso.
Un gruppo perfettamente in equilibrio tra vecchi e giovani, con innesti talentuosissimi.
I vecchi sono Dominic Miller, clone visivo di Geldof, storico chitarrista di Sting, compassatissimo e slowhand nonchè il prodigioso Vinnie Colaiuta, uno dei monumenti della batteria.
I giovani sono Rufus Miller, figlio di Dominic, chitarrista classico che regge gran parte del peso del gig e lo fa con la nonchalance del veterano, grazie ad una tecnica straordinaria, e il violinista iperflamboyant Peter Tickell che è talmente bravo che non fa rimpiangere i fiati e il sax ad un fanatico del genere come me.
Finalino beffardo, negli encores, con “Next to you”, che una volta iniziava i concerti dei Police e che invece oggi rappresenta la chiusa energetica, ma con sfumature di arrangiamento inusitate.
E’ davvero il caso di dire : che notte, a Monaco.

Stargazing Woody

Recentemente ho visto il documentario su Woody Allen realizzato dalla Pbs.
Un’opera davvero definitiva e monumentale che dura un bel 3 ore abbondanti e mette il nostro finalmente al posto che gli spetta nel cinema e nella cultura americana in generale : al top.
E la cosa é ancora più stridente con la sua persistente modestia, che sembra genuina, e che più volte emerge dal film, nonché con i suoi esordi come stand up comedian demenziale.
In realtà ce ne sono pochi nell’intera storia del cinema che possano annoverare una sequenza di capolavori e/o grandi film così nutrita e così variegata.
Come si dice nel doc, Woody ha fatto Bananas e ha fatto Match Point.
Almeno 6-7 sono film straordinari (al di là dei primi 3-4 capolavori comici, mi vengono in mente su due piedi Io e Annie, Manhattan, Zelig, Crimini e misfatti, Hannah e le sue sorelle, La rosa purpurea del Cairo, Manhattan murder mystery, Pallottole su Broadway, Match point…) e poi ci sono le chicche, Stardust memories é una delle mie preferite, così come lo è per Allen stesso che ha sempre avuto per questo film l’affezione particolare che si ha per i figli meno compresi.
Allen è caratterialmente e artisticamente l’anti Kubrick ed entrambi hanno raggiunto la leggenda per vie opposte.
Woody fa film come un artigiano che non si dà molta importanza e che deve lavorare tutti i giorni, per scelta.
Sul set è morbido, accondiscendente con gli attori, non particolarmente attento ai particolari.
Eppure resta uno dei migliori direttori di attori della storia.
Stanley è l’opposto : alta consapevolezza di sé, pochissimi film distillati in una fucina di un perfezionismo assoluto, arte allo stato puro e alla massima potenza.
A Woody siamo in molti a voler bene.
E Woody ha un posto nel mio cuore speciale perchè oltretutto é una delle pochissime celebrities che mi siano mai interessate e che ho avuto la fortuna di conoscere in una sera di tanti anni fa a New York.
Niente di personale, sia ben chiaro, il tipo di incontri che si possono avere in genere con le celebrities e che nell’era di twitter è ancora più evidente, nella sua apparente contiguità.
Nel mio caso andai al Michael’s Pub a mangiare un’ottima steak guardandolo suonare il clarinetto con la sua sempiterna band di arzilli vecchietti.
Oggi Woody suona al Carlyle in un ambiente molto più formale e, a quanto mi dicono, le sue uscite si sono molto rarefatte.
Tutti amano le pantofole, soprattutto invecchiando, e Woody ha sempre preferito il baseball in tv alle tavolate post riprese, già in gioventù.
Arrivato a NYC con un amico col quale avevo già condiviso sessioni casuali di stargazing (mai viste tante facce note come a NYC e L.A., soprattutto per noi piccoli italioti col cervello colonizzato da Hollywood e dalla tv), la prima cosa che facemmo fu di chiamare il locale, senza molta convinzione, per sapere se il nostro avesse in serbo di farsi vedere.
Con nostro stupore la risposta fu affermativa e ci precipitammo a prenotare il tavolo.
Al di là della fugace reciproca conoscenza suggellata da stretta di mano rituale, quello che mi colpì non fu tanto la ben nota timidezza e l’evidente fastidio per gli inconvenienti della celebrità, quanto il contorno che sempre circonda personaggi di questo calibro.
Gli sguardi delle persone al di qua della soglia (rivedere please proprio “Celebrity” e “Stardust memories”), il ruolo della security, la monumentalità fisica e psicologica dell’assistente, una vera guardiana di porta che smistava la valanga di documenti, scripts, libri che le venivano portati con la dolce rassegnazione di chi sa già il destino di tutte quelle fatiche, il biancore della limousine che inghiottì velocemente il nostro alla fine della serata.
Ogni tanto penso a quell’incontro ravvicinato e mi rallegro per la tardiva fortuna anche commerciale di Woody che, against all odds, ha battuto ogni record con un film minore e così clamorosamente fuori epoca da destare tenerezza vera, Midnight in Paris.
Momentanea assenza di blockbuster fagocitanti o indizio di una svolta nei gusti del pubblico?
Comincio ad avere un’età che non giustifica entusiasmi eccessivi quindi mi adeguo alla mia cronologia.
E in fondo sarebbe uno strano mondo quello dove Woody diventasse mainstream.

Best kept secrets

Last summer I spent a few days in England, in southern countryside and in the Cotswolds.
Likewise Cornwall they are disneyland for anglophiles and they share the same curious fate to be undervalued in Europe travel advertising.
Much better for people like us that can appreciate the weird pleasures of places like the Slaughters and others.