Back home, again

Reduce da un consueto time out londinese, constato che nulla è cambiato pur se tutto cambia.
Dopo una intera vita di peregrinazioni nella città di Samuel Johnson e della sua celeberrima e verissima affermazione (“When a man is tired of London, he is tired of life”), dopo brevi, lunghi, lunghissimi periodi nella capitale dei mille villaggi, la sensazione è sempre la stessa della prima volta : sono tornato a casa.
Nessun posto nel pianeta mi regala questa sensazione, nemmeno quelli a me più cari, come Parigi, la Provenza o altri.
Quelli sono luoghi del cuore, Londra è casa.
Ne conosco strade e luoghi, riti e liturgie, eppure è tale l’offerta di esperienze e di realtà che questa città immensa fornisce che ogni volta è una storia nuova.
Se credessi a quella buffa teoria che è la reincarnazione dovrei farmi qualche domanda, ma fortunatamente sono un essere pensante e quindi mi limito a parlare di evidenti affinità elettive.
Rafforzate poi anche dalla ragione, come capita nei migliori amori della nostra vita.
Roba da chiedere la cittadinanza onoraria per meriti acquisiti sul campo, magari al nuovo sindaco Sadiq Khan, col quale sicuramente andrei più d’accordo che con il suo improponibile predecessore.
Nonostante il mondo sia molto cambiato e spesso in peggio, Londra, pure a breve distanza da un attentato a Westminster, mantiene la sua meravigliosa indifferenza alle brutture del mondo, potenza dell’understatement, la sua forza inerziale straordinaria che deriva dall’essere una città mondo unica al mondo appunto, molto più di New York e tante altre megalopoli più…provinciali (se mi passate il termine), una città libertaria e naturalmente tollerante dove non hai mai la sensazione di essere blindato, dove lo Stato è fortunatamente ancora molto leggero, dove il senso di libertà è ancora forte e soffia col vento costante e il suo tempo mutevole.
Non questa volta, peraltro, dopo meravigliosi giorni di quasi estate che hanno, prevedibilmente, riempito i parchi di gente di tutte le razze del mondo.
Se c’è un posto che apre la testa come pochi altri è questo e non finirò mai di ringraziare la mia insistenza (premevo per andarci fin da piccolo : tu chiamale, se vuoi, premonizioni, intuizioni) e il liberalismo così anglosassone dei miei genitori lombardi per avermi permesso di fare parte della mia giovinezza sulle rive del Tamigi.
Lontano dai razzismi, così assurdi in London dove qualsiasi persona è straniera, lontano dai provincialismi, dalle grettezze mentali e dalle incrostazioni letali del tinello italico, lontani dalla burocrazia e dalle vessazioni di uno Stato nemico, espressione perfetta di un popolo che ragiona al contrario in quasi tutte le questioni essenziali, lontano dall’ossessione piccolo borghese dell’apparire, della bella figura.
Gli stupidi ed autolesionistici furori della Brexit sembrano molto lontani qui, dove la stragrande maggioranza ha votato Remain.
Il mondo intanto però va avanti secondo schemi nuovi.
Anche qui il dilagare dell’elettronica personale e mobile ha cambiato la posizione delle teste delle persone e spesso la loro attenzione.
Questo ha sostituito le mie ormai antiche immagini di interi treni del Tube quasi silenziosi con gente intenta a leggere di tutto, in cartaceo ovviamente.
A livello di linguaggio mi sono piacevolmente sorpreso a passare per un vecchio cittadino agée, lievemente aristocratico, col mio inglese arrotondato, old style, pieno di formule di cortesia e abbastanza scevro da americanismi.
I giovani che oggi hanno preso il posto delle vecchie generazioni ovunque nei servizi, se non sono stranieri e quindi chiedono a te paradossalmente di parlare più lentamente perché sanno poco la lingua o ne maneggiano una versione globish localizzata, in genere ti guardano con tenerezza e ti rivolgono qua e là un deferente “sir” che è il sempiterno modo inglese di metterti al tuo posto nella scala sociale sulla base del modo in cui parli, una vecchia ossessione del luogo.
E questo semplicemente per un “good evening” di troppo o una forma di cortesia raffinata che nel mondo iper diretto dell’hallo generalizzato e delle contrazioni yankee, viene visto come un eccesso di forma che potrebbe avere un vecchio zio nostalgico del porridge e dei “gesti bianchi” del cricket, quando era davvero total white.
E poi c’è il teatro.
Come dice mia moglie, se non hai visto teatro a Londra, praticamente non sai cosa è il teatro e soprattutto come dovrebbe essere.
Sovrastati dalla solita clamorosa offerta, in quantità e qualità, mi ero distratto e non avevo notato ad esempio una pièce di Albee (The Goat, or Who is Sylvia?) che si celebra al Royal Haymarket, proprio di fronte al teatro che da una vita racconta in maniera barocca e flamboyant la triste storia del “Phantom of the Opera”.
Attratti dalla star attraction (Damian Lewis, splendido attore inglese che ha già dato lustro a due delle serie migliori degli ultimi anni, “Homeland” e “Billions”), siamo entrati di corsa per poi assistere, more solito, ad uno spettacolo teso, di rara eleganza, grottesco al punto giusto, recitato magnificamente da tutti, star inclusa.
Questo mondo intanto è cambiato anche perché l’ossessione securitaria ha contagiato tutto.
Oggi qualsiasi posto nel globo che sia lontanamente famoso ha ridotto la sua appetibilità turistica per le lunghe code, aeroportuali, per entrarci e in generale per le limitazioni che questo comporta.
Tornato a Wimbledon dopo molti anni, questo luogo ad esempio è stato totalmente cambiato, come esperienza, dal nuovo feroce ordine mondiale.
Se una volta era una festa libertaria che comprendeva fragole con panna girando per l’immenso e splendido club indisturbati, oggi la security comanda tutto e ti confina nei posti imprenscindibili (museo, centre court, shop) non nascondendo il fatto che non vede l’ora che la mandria se ne vada in fretta.
Certo il Centre Court fa sempre battere il cuore e la tentazione, per noi cultori del tennis d’antan, è sempre quella di inginocchiarsi ma è chiaro che l’era del tennis moderno, con i suoi strascichi di turismo di massa e controllo delle masse stesso ha veramente cambiato i connotati di questo che resta un posto meraviglioso in un quartiere meraviglioso di una città straordinaria.
Ultima sera alla Royal Albert Hall, uno dei teatri più belli del mondo, proprio di fronte all’Albert Memorial, il posto in cui davo appuntamenti a chiunque nei giorni gloriosi della Londra degli anni 70-80, omaggio al mio nome più che all’amatissimo marito di Victoria, a cui è ovviamente intitolata la stessa sala da concerti circolare.
In scena gli ABC, o meglio Martin Fry, che porta avanti da solo il nome della casa, con l’orchestra di Anne Dudley.
Domina la sofisticata, dolcissima nostalgia di una musica di estrema eleganza che celebra gli heydays dell’epoca dei new romantics, una delle tante epoche musicali inglesi che hanno segnato il mondo e che, nel loro mix di musica elevatissima e dandismo spericolato, irriverente, sorprendentemente ingenuo, sembrano ormai appartenere ad epoche remotissime.
Con Martin la vita è stata lieve e voce e figura non sembrano la parodia della sua gioventù, quando, dice durante uno dei siparietti del concerto, si presentava nei pubs di Sheffield, sua città natale, vestito di giacca “gold lamé”, non una buona idea, chiosa, mentre promette il suo rientro per la seconda parte con quell’outfit.
Nella prima parte del concerto predomina l’ultimo, splendido album del nostro, il sequel di “Lexicon of Love”.
Martin è uno degli ultimi giganti del pop inglese, quella meravigliosa aristocrazia che parte dagli anni 60 e arriva a fine anni 90, ricca di veri artisti della composizione.
Grazie all’orchestra, la comunanza feconda di un tocco ormai alla Bacharach associato al tipico suono ABC, scende su una audience folgorata una dispensa fortunosa di perle che però solo i fans veri (quorum ego) hanno accompagnato con testa e testi declamati alla perfezione.
“Flames of desire”, “Ten below zero”, “Kiss me goodbye”, gli ultimi capolavori, e una serie di antiche meraviglie come “Be near me” hanno illuminato un first act eccelso.
Nella seconda parte la promessa è mantenuta e Martin entra di corsa vestito con giacca dorata d’ordinanza.
Scatta la celebrazione, molto più popular pur nel consueto splendore della tessitura musicale, di “Lexicon of Love” originale, uno degli album debutto più straordinari e celebrati dell’intera storia del pop inglese.
Tutti in piedi, anche nel Grand Tier, per la sequenza magica, fino al bis di “Look of love”.
Yippie aiy yippee yaye, indeed.
E alla sera, passeggiando e rasentando Kensington Gardens, per tornare in albergo dopo questa serata champagne di autoindulgenza assoluta ho pensato che Samuel Johnson era ancora mio amico e per me evidentemente era ancora lontano il tempo della depressione.

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Wimbledon memories

Wimbledon quest’anno mi piace ancora più del solito, che non è poco.
Mi piace pensare che solo qui, alle radici del gioco e del mito, poteva essere sovvertita, anche solo per un attimo, la cavalcata del jet tennis ipermuscolare “corri e tira”, l’atletica con le racchette che è diventato lo sport dei re.
La superficie quest’anno è stata rallentata, con apposite esoteriche lavorazioni sul verso dell’erba, la pallina è già più grande del solito, sembra che si vada finalmente contro l’orrida “erba battuta” degli ultimi anni che aveva snaturato il gioco.
Uno dei tanti “belli” di Wimbledon è che l’erba è una superficie “unpredictable” per definizione e che richiede tecnica, arte, gioco e pensiero veloce e punisce la muscolarità pura e semplice e il gioco di attesa del rosso.
Il resto l’ha fatto il calendario : mai tanti ritiri come quest’anno, a perenne monito di un calendario scandito dal dollaro.
E mai tante eliminazioni di teste di serie in prima settimana, spesso per mano di carneade in stato di grazia e, udite udite, addirittura erbivori in vena di serve and volley.
Vedere il tabellone adesso, al netto di Djokovic e Murray, ricorda la furtiva visione di un challenger qualsiasi e sembra proclamare ad alta voce : qui siamo diversi.
D’altronde qui sono nate le leggende di Mc Enroe e Becker, venuti dal nulla, anche se a dirla tutta non vedo talenti del genere (soprattutto del genere ultraterreno del ragazzo del Queens) e vedo solo uno schiaffo del destino nel tempio.
In attesa che il sipario si chiuda velocemente in seconda settimana e che il mondo riprenda la sua stanca prevedibilità, mi piace ripensare a quando andai a Wimbledon la prima volta.
La passione per la pallacorda e la terra dei Britanni andava di pari passo e sulla falsariga del feticismo conservativo che permettono oggi i mille mezzi elettronici meravigliosi che ci circondano, arrivavo al punto di riprendere con una fiammante super8 le immagini del Centrale, trasmesse dalla Rai in quell’epoca dove tutto appariva più grande e sacro.
Era l’epoca di Chris Evert e Jimmy Connors, per intenderci, e il dominio americano e australiano sull’erba (e non solo) erano ancora saldi.
Altra era geologica.
Col batticuore, quindi, uscii dalla fermata di Southfields quel venerdì mattina, dopo parecchio tempo overground perso a guardare fuori dai finestrini quell’immensa campagna che è Londra stessa, città di borghi e di villaggi.
Una lunga camminata, con uno splendido campo da golf alla sinistra, nel pieno di uno dei villaggi più belli della capitale.
L’epitome dell’inglesità, come quando guardavo il cricket davanti al pub che porta a Kew Gardens, con le donne intente a preparare sandwich ai cetrioli per gli improvvisati giocatori, o come quando andavo a Richmond apposta per guardare il panorama dalla collina e, scendendo, bere la classica pinta sul pub-barcone ormeggiato sul Tamigi.
Wimbledon, il club, o meglio l'”All England Lawn Tennis and Croquet Club”, è davvero un posto magico e chiunque lo capisce appena varca la soglia, indipendentemente dal suo amore per il tennis e lo sport.
Il silenzio, la bellezza quasi metafisica dei campi, lo straordinario museo del tennis (che da solo vale una visita a Londra, se mai uno dovesse avere pure bisogno di pretesti per farlo) e la conclusione teatrale dello stesso, dal buio delle stanze al Centrale in tutto il suo splendore.
Certi posti storici che ho visitato in tutto il mondo, sfibrati dal turismo di massa e dal mercantilismo conseguente, non hanno la stessa allure di questo che, in fondo, dovrebbe essere “solo” un club ricreativo.
Il lento rientro in città sembra allora propedeutico ad una anestesia, dolce e prolungata, per rientrare in quel posto frenetico che chiamiamo vita.

Back Home

Poche ore fa ero seduto nel South Terminal di Gatwick in attesa di prendere il volo per rientrare a casa.
Come è sempre stato, Londra non é per me una destinazione normale, nè per arrivare nè per partire.
Molti, molti anni fa presi il primo volo per la capitale.
Erano veramente altri tempi, soprattutto per queste cose.
Londra era una destinazione mitica per molti di noi e rappresentava davvero un salto in una realtà completamente diversa, alternativa, multietnica prima ancora che l’aggettivo avesse un senso nell’Italietta provinciale pre-globalizzazione.
Pochi avevano questo privilegio, i voli costavano cifre ragguardevoli ed erano i primi momenti dei viaggi studio, delle ragazze au pair e così via.
Ricordo benissimo il mio primo arrivo, serale, nella città del mio destino e la città, come dice il famoso detto, si é fidanzata con me immediatamente.
Da quel momento in poi per anni e ogni volta per lunghi periodi sono stato in questa città meravigliosa e ne ho conosciuto davvero nel profondo il respiro e la vastità incredibile delle esperienze possibili.
Ma fin dal primo momento ho avuto la netta sensazione, mai provata in nessun’altra parte del mondo, di essere arrivato a casa.
Ora che torno a casa per davvero, pur con tutte le piacevolezze del caso, la sensazione è sempre quella : mi allontano da casa e vado dove ho la vita, il lavoro e così via.
Ma non il cuore, geograficamente parlando s’intende.
Ho peraltro anche amici importanti a Londra e nella splendida, paradigmatica casa di questi ho vissuto probabilmente alcuni dei mesi migliori della mia vita.
La classica casa britannica con giardino, bow windows, il lattaio che portava il latte cremosissimo e il Times ogni mattina, le spettacolari colazioni e lo small talk sontuoso sul tempo e sul resto.
Ieri, in un “nostalgia trip” devastante, ho accoppiato la visita finale alla casa dove ho passato gran parte della mia gioventù, una casa appena venduta dal mio amico ormai trasferito in un altro continente quasi a tempo pieno, ad una matinée ad alto tasso glicemico al Prince of Wales Theatre in pieno West End.
Sembra strano ma non erano mai stati fatti soverchi tentativi di musical vero e proprio a Londra sul monumento della musica inglese e mondiale : the Fab Four.
Solo col cinquantenario finalmente il West End, con “Let it be”, colma la lacuna ma lo fa in maniera davvero straniante, con un non-musical, con un concerto dei Beatles (o meglio, ovviamente, di una cover band) così come avrebbe potuto essere in un ipotetico fine carriera e non come davvero è successo, ossia con la fine dei concerti all’inizio della Beatlemania praticamente per motivi di ordine pubblico e di inutilità artistica (Lennon disse che non riuscivano neanche più a sentire gli strumenti, visto il baccano infernale delle fans).
Lo spettacolo, davvero weird, attrae la prevedibile folla di ragazzi e, soprattutto, ragazze agèe, che in nome della nostalgia si scatenano davanti al gruppo di cloni.
Ed é un gruppo stupefacente per mimetismo sonoro (strumenti originali dell’epoca e resa sonora davvero terrificante, IDENTICA ai dischi) e disturbante somiglianza estetica e gestuale.
Con la clamorosa variante del verificare cosa sarebbero stati in concerto i quattro magnifici nell’epoca psichedelica e anche dopo.
Troppe emozioni per un giorno solo e una immersione, non penso del tutto sana, in una atmosfera di nostalgia senza ritorno.

The end

“And in the end the love you take is equal to the love you make”.
Cosi iniziava la performance nella cerimonia di apertura di London 2012 Paul McCartney giustamente citando quella che é significativamente l’ultima canzone della parabola beatlesiana.
E il discorso si é approfondito con la cerimonia di chiusura di queste splendide olimpiadi in una splendida città (sto citando me stesso o Sebastian Coe?).
É indubbio che chiunque sia stato in terra d’Albione un pó più a lungo che il turista medio sa con certezza che é la musica una delle chiavi per comprendere meglio la cultura locale.
La Gran Bretagna e Londra che ne é la sua monumentale capitale sono una delle patrie riconosciute e certe della musica moderna e la musica moderna é soprattutto pop e rock.
A Londra non si vedono altro che locandine di concerti, esistono interi magazines dedicati e le rockstar sono molto importanti a tutti i livelli.
Solo il teatro regge il confronto…come dire…una terra benedetta.
Ed é ovvio quindi che al momento di chiudere col botto e di essere all’altezza della straordinaria cerimonia di apertura si é puntato all’approfondimento della vera cultura inglese che é innervata dalla musica che tutto il mondo ascolta grazie anche ad un repertorio potenzialmente infinito.
Un viaggio nella musica moderna e un viaggio nella musica migliore della nostra epoca, una celebrazione quasi definitivamente nostalgica e malinconica, pur nella sontuosità della mise en scene, del famoso trentennio d’oro : sixties, seventies, eighties.
A proposito di messa in scena : non ho mai visto nulla di simile prima.
Già la cerimonia d’apertura era stata un gioiello boyliano dove tutto tornava : storia, musical, humour inarrivabile, classe.
Al finale, con più determinazione e con più concentrazione sull’aspetto musicale, un delirio.
Uno stadio di straordinario livello tecnologico (Led e controllo luci per ogni singolo posto a sedere hanno permesso giochi di luce e coreografie senza precedenti nella storia degli “Stadium events”), l’idea geniale di non mettere il palchetto triste centrale ma di rendere l’intero campo il palco grazie all’artificio della Union Jack con i suoi rami che portavano al centro.
Altra idea straordinaria : la strada attorno al nucleo centrale a creare ritmo e dinamismo con la parade dei vari artisti, trick perfetto per delineare le varie epoche anche in base al tipo di mezzi impiegati.
Se non le avete viste vi consiglio con vera urgenza di vedere entrambe le cerimonie.
Hanno spazzato via qualsiasi cosa mai vista prima e hanno fatto entrare nella modernità e nel musical iper spettacolare anche queste, che, in passato, erano perlopiù paludate esibizioni un po’ stantie.
Musicalmente la parade della musica inglese é stata punteggiata rigorosamente qua e là da tableaux vivants dedicati ai Beatles, il sangue nel corpo della musica britannica.
L’omaggio a Lennon é stato particolarmente toccante anche perché ha decisamente riequilibrato il maccartismo (oops) del nananana heyjudiano dell’andata.
Ma molte sono state le idee geniali, tipo l’ologramma interattivo Mercury e l’entrata di Brian May successiva, l’omaggio ipercool a Bowie (dalla radio a quel capolavoro algido che é “Fashion”), l’inglesità assoluta dell’inizio (Waterloo Sunset con il vecchierello Ray Davies a tenere alta la bandiera dei Kinks, Parklife dei Blur, i Madness…), l’ingresso davvero regale di Annie Lennox, il colpo di classe di onorare anche i Python con la dissacranterrima canzone finale di “Brian di Nazareth” cantata da Eric Idle.
A proposito : all’andata Rowan Atkinson e Kenneth Branagh…questi qua non sbagliano un colpo nel casting e hanno i punti di riferimento perfetti.
L’entrata stessa delle Spice é stata qualcosa di magnifico che é andata molto al di là delle simpatiche canzoncine del quintetto (i taxi che si trovano al centro della Union jack, diventano poi delle icone pop multicolori e, previo innalzamento di un parapetto protettivo, portano in giro le gasatissime cinque intorno allo stadio…Broadway al fulmicotone).
Al centro gli atleti in puro delirio per due ore e passa di spettacolo imperdibile.
A proposito di atleti : una piccola nota sul perchè considero l’Italietta un paese di serie B, ucciso dall’acido provincialismo ebete.
Già all’inizio ci si era fatti riconoscere subito quando la principessina dé noantri, la Pellegrini, si era rifiutata di partecipare alla cerimonia come portabandiera perché aveva la batteria il giorno dopo.
Questi pseudo fenomeni montati e senza cultura dovrebbero essere informati sul fatto che al di fuori delle loro piccole esistenze esiste un mondo ed esiste l’importanza storica di un’Olimpiade.
Questo rifiuto secondo me dice molto di una persona e della mentalità e della cultura che c’é dietro.
Esiste qualcuno lassù? Nessuno lo sa ma alla fine la Vezzali ha comunque vinto medaglie e la divetta veronese no.
Ma ho trovato ancora più avvilente e indicativo della mentalità italiota il fatto che praticamente gli unici che non hanno partecipato alla grande festa del “post mortem”, per dirla alla teatrale, siano stati proprio gli azzurri, sicuramente imbronciati e burocratici come da ordinanza.
Altro che “Casa Italia”, ennesimo monumento al provincialismo dello spaghetto al dente, del vestitino giusto “firmato” e della “bella figura”, ovviamente nel centro città (l’ossessione del parvenu per il centro…).
Una caduta di stile enorme ma soprattutto la consapevolezza che é una nazione bacata nei fondamentali.
Ad esempio nei fondamentali della civiltà, della cultura e quindi anche della cultura sportiva come i continui piagnistei e lamenti contro i giudici delle varie gare (sia in tv sia sul campo) hanno chiarito con assoluta evidenza anche ai ciechi assertori degli “italiani brava gente”.
Basti pensare alla Supercoppa italica calcistica e ai suoi veleni immediati per capire di cosa stia parlando.
Hanno vinto invece la gentilezza e la cortesia degli inglesi (ma guarda…) e il lavoro straordinario dei volontari e di quel signore che si chiama Lord Seb e che ora può seriamente pensare ad incarichi perfino maggiori dopo la ricostruzione dell’East End, perenne legacy di questa Olimpiade e degna conclusione del lavoro straordinario fatto da altri con i Docklands e con Canary Wharf.
Ma torniamo alla musica.
Passata la delusione di non aver visto il ritorno on stage della divina Kate Bush (che meriterebbe posts appositi), di cui abbiamo solo sentito un remix molto suggestivo di “Running up that hill”, e avendo assaporato con malinconia “Wish you were here” con Mr. Nick Mason ai drums e, udite udite, il benissimo conservato Mike Rutherford alla chitarra a testimoniare i grandi Genesis nella terra degli altrettanto immensi Pink Floyd, siamo arrivati allo spegnimento del braciere.
E chi hanno chiamato i signori della cerimonia ad officiare la fine della Messa?
Ovviamente gli Who, gruppo icona del rock inglese e autentica leggenda vivente.
Oltretutto con Daltrey in spolvero vocale maggiore rispetto a recenti uscite e quindi in recupero rispetto ormai ad un Macca palesemente oltre il traguardo, come anche la cerimonia d’apertura ha spietatamente evidenziato.
Sentire il finale da brividi di Tommy (listening to you…) con i video dei volontari avrebbe fatto piangere anche un serial killer e finire con “My generation” a suggello del payoff olimpico (Inspire a generation) é stato un maestoso congedo.
This isle is full of beautiful noises indeed.

Un grande paese

Sarà l’età, sarà la mia anglofilia a prova di bomba, ma ieri sera mi sono davvero commosso.
Le Olimpiadi nella mia città, la città che, vedo, é diventata inesorabilmente la città di tutti (il mondo ha davvero adottato questo posto incredibile come capitale di tutti e questa é la sua grande forza nel nostro universo globalizzato), sono un momento nella storia che non dimenticheremo presto.
La cerimonia di quel geniaccio di Danny Boyle, così perfetto nel suo multicultural pop, è stata esemplare sia nella sua britannicità, che é quello che tutti hanno imparato ad amare, come se fosse una legacy planetaria alla quale siamo affezionati tutti, sia nel suo essere rivolta al mondo.
Il mondo é pop e moderno per definizione e Londra é pop, rock, multiculturale e fondamentalmente pragmatica nel suo understatement e nel suo sapersi prendere in giro con classe.
Devo dire che ho trovato geniale il siparietto di quella leggenda che é Rowan Atkinson-Mr. Bean, altra icona pop perfetta per il globo : non parla e tutti lo conoscono.
Boyle ha aggirato la trappola retorica di “Chariots of fire” nella maniera più splendida e apparentemente inosabile altrove.
E poi James Bond e la regina, Mary Poppins, Harry Potter, perfino i Sex Pistols : un frullato pop e trasgressivo nel paese più immerso nella sua straordinaria storia e tradizione, il magico mix che ha sempre reso grande la vecchia Albione.
E tanta, tanta musica, perché questa é davvero l’isola della musica moderna.
Da Jerusalem, l’inno che chiunque sia stato in Inghilterra conosce bene, al caleidoscopio rock durante tutta la cerimonia, a Heroes, ovviamente, durante la sfilata della squadra UK fino al classico finale catartico e aggregante che é Hey Jude, un pezzo senza tempo del gruppo senza tempo adottato dal mondo intero.
Insomma : una gioia e un refresh sul perché amiamo tutti questo posto così unico e i suoi bislacchi ed eccentrici abitanti.
In piena recessione mondiale, in un mondo sempre più cupo e preoccupato, le trentesime olimpiadi tornano a casa, dove sono nati molti sports, anzi é nata la parola stessa “sport”, con tutte le sue implicazioni di nobile, disinteressato passatempo per gentlemen.
E tornano nella capitale riconosciuta del mondo, la vecchia e sempre nuova Londra, simbolo di una rinascita possibile.
Pure magic, mates.

Escapismo legalizzato

Ho visto diligentemente tutti gli episodi di Downton Abbey su Rete4.
Da tempo credo che il meglio della fiction in generale risieda ormai nelle serie tv, dove restano ancora spazi per opere adulte e per attori non più ventenni che, guarda caso, sono nettamente i migliori e che spesso non trovano sul grande schermo la loro collocazione.
Inutile dire che la stranezza di trovare una serie di questo livello in prima tv su una rete generalista (e che rete, peraltro) è stata pagata subito.
La prima serie annovera sette puntate ma genialmente Rete4 ce ne propina solo 4 (numerologia?) spacciando l’ultima per ULTIMA.
Quindi noi vecchi trashers situazionisti abbiamo avuto l’insana soddisfazione di fingere che fosse tutto vero quello ci diceva Rete4 (smile) godendoci un finale tronco meraviglioso dove tutte le storie erano aperte e il protagonista annunciava lo scoppio della guerra (what?) come ultima scena.
Sublime.
Per il resto la serie non delude e con questo impianto violentemente escapista anglomaniaco potrebbe andare avanti all’infinito, per quanto mi riguarda.
D’altronde questo fellow di Fellowes mi sembra quasi più monomaniaco visto che ha scritto la sceneggiatura di Gosford Park e perfino un libro di nome Snobs.
L’ossessione classista é quindi il driver del tutto.
Il resto sono atmosfere british countryside e attori di primo livello, come da tradizione locale.
“In Bertie Wooster we trust” avevo scritto in un mio vecchio sito.
Appunto.

Best kept secrets

Last summer I spent a few days in England, in southern countryside and in the Cotswolds.
Likewise Cornwall they are disneyland for anglophiles and they share the same curious fate to be undervalued in Europe travel advertising.
Much better for people like us that can appreciate the weird pleasures of places like the Slaughters and others.

UK vs UE

Da anglofilo militante non mi sfuggono i motivi della tentazione della “splendid isolation” che colpisce spesso e volentieri gli inglesi.
È un caso di sciovinismo spesso ben meritato, accentuato da una storia sicuramente gloriosa, dall’Impero, dalla spettacolare monarchia, dalla lingua che é diventata il dialetto del mondo, dall’orgoglio della madre che ha nella figlia la regina del globo e con la quale ha una “special relationship”, dall’insularità profonda (Tempesta sulla Manica : continente isolato!), dalla bellezza struggente del borgo britannico.
La verde Inghilterra si pasce di tutto ciò e della sua saggia conservazione del passato, accoppiata ad una modernità che é proiezione nell’oceano e quindi nel mondo, senza mediazioni.
Il primato della finanza e la contemporanea crisi dell’euro hanno accentuato questa “eccezionalità”, dando sostanza economica al Regno come intermediario mondiale e a Londra come vera capitale del globo, multietnica e multitutto.
Però.
Però esistono anche i legami geopolitici e geografici con l’Europa continentale e questi contano e conteranno sempre più nel mondo multipolare e a macroaree che é già davanti a noi.
E questo i leaders inglesi più intelligenti (Blair ad esempio) l’avevano capito da tempo e avevano capito che, come spesso accade, bisogna che le generazioni passino, con le loro incrostazioni e i loro luoghi comuni, perché finalmente possano essere guidate verso la cosa giusta da fare.
Oggi un referendum sull’euro perderebbe in maniera bulgara in UK ma i “poteri forti” che spesso sono solo le oligarchie (illuminate o meno) sanno aspettare.
Da un punto di vista geografico, politico, economico l’Europa deve unirsi sempre di più magari rivedendo solo i criteri del legame e rendendoli più elastici e quindi più adatti al tumultuoso mondo, che cambia ogni minuto, spesso col ritmo delle Borse.
La carrozzeria dell’Inghilterra rimarrà sempre unica e peculiare, ma sotto il cofano la benzina sarà l’euro, una moneta che è qui per restare e la cui crisi momentanea porterà, con la forza dell’urgenza economica, alla Unione totale che tutti auspicano da tempo e di cui l’Italia perbene e più accorta, nel vero senso del termine, ha più bisogno di tutti.