Back home, again

Reduce da un consueto time out londinese, constato che nulla è cambiato pur se tutto cambia.
Dopo una intera vita di peregrinazioni nella città di Samuel Johnson e della sua celeberrima e verissima affermazione (“When a man is tired of London, he is tired of life”), dopo brevi, lunghi, lunghissimi periodi nella capitale dei mille villaggi, la sensazione è sempre la stessa della prima volta : sono tornato a casa.
Nessun posto nel pianeta mi regala questa sensazione, nemmeno quelli a me più cari, come Parigi, la Provenza o altri.
Quelli sono luoghi del cuore, Londra è casa.
Ne conosco strade e luoghi, riti e liturgie, eppure è tale l’offerta di esperienze e di realtà che questa città immensa fornisce che ogni volta è una storia nuova.
Se credessi a quella buffa teoria che è la reincarnazione dovrei farmi qualche domanda, ma fortunatamente sono un essere pensante e quindi mi limito a parlare di evidenti affinità elettive.
Rafforzate poi anche dalla ragione, come capita nei migliori amori della nostra vita.
Roba da chiedere la cittadinanza onoraria per meriti acquisiti sul campo, magari al nuovo sindaco Sadiq Khan, col quale sicuramente andrei più d’accordo che con il suo improponibile predecessore.
Nonostante il mondo sia molto cambiato e spesso in peggio, Londra, pure a breve distanza da un attentato a Westminster, mantiene la sua meravigliosa indifferenza alle brutture del mondo, potenza dell’understatement, la sua forza inerziale straordinaria che deriva dall’essere una città mondo unica al mondo appunto, molto più di New York e tante altre megalopoli più…provinciali (se mi passate il termine), una città libertaria e naturalmente tollerante dove non hai mai la sensazione di essere blindato, dove lo Stato è fortunatamente ancora molto leggero, dove il senso di libertà è ancora forte e soffia col vento costante e il suo tempo mutevole.
Non questa volta, peraltro, dopo meravigliosi giorni di quasi estate che hanno, prevedibilmente, riempito i parchi di gente di tutte le razze del mondo.
Se c’è un posto che apre la testa come pochi altri è questo e non finirò mai di ringraziare la mia insistenza (premevo per andarci fin da piccolo : tu chiamale, se vuoi, premonizioni, intuizioni) e il liberalismo così anglosassone dei miei genitori lombardi per avermi permesso di fare parte della mia giovinezza sulle rive del Tamigi.
Lontano dai razzismi, così assurdi in London dove qualsiasi persona è straniera, lontano dai provincialismi, dalle grettezze mentali e dalle incrostazioni letali del tinello italico, lontani dalla burocrazia e dalle vessazioni di uno Stato nemico, espressione perfetta di un popolo che ragiona al contrario in quasi tutte le questioni essenziali, lontano dall’ossessione piccolo borghese dell’apparire, della bella figura.
Gli stupidi ed autolesionistici furori della Brexit sembrano molto lontani qui, dove la stragrande maggioranza ha votato Remain.
Il mondo intanto però va avanti secondo schemi nuovi.
Anche qui il dilagare dell’elettronica personale e mobile ha cambiato la posizione delle teste delle persone e spesso la loro attenzione.
Questo ha sostituito le mie ormai antiche immagini di interi treni del Tube quasi silenziosi con gente intenta a leggere di tutto, in cartaceo ovviamente.
A livello di linguaggio mi sono piacevolmente sorpreso a passare per un vecchio cittadino agée, lievemente aristocratico, col mio inglese arrotondato, old style, pieno di formule di cortesia e abbastanza scevro da americanismi.
I giovani che oggi hanno preso il posto delle vecchie generazioni ovunque nei servizi, se non sono stranieri e quindi chiedono a te paradossalmente di parlare più lentamente perché sanno poco la lingua o ne maneggiano una versione globish localizzata, in genere ti guardano con tenerezza e ti rivolgono qua e là un deferente “sir” che è il sempiterno modo inglese di metterti al tuo posto nella scala sociale sulla base del modo in cui parli, una vecchia ossessione del luogo.
E questo semplicemente per un “good evening” di troppo o una forma di cortesia raffinata che nel mondo iper diretto dell’hallo generalizzato e delle contrazioni yankee, viene visto come un eccesso di forma che potrebbe avere un vecchio zio nostalgico del porridge e dei “gesti bianchi” del cricket, quando era davvero total white.
E poi c’è il teatro.
Come dice mia moglie, se non hai visto teatro a Londra, praticamente non sai cosa è il teatro e soprattutto come dovrebbe essere.
Sovrastati dalla solita clamorosa offerta, in quantità e qualità, mi ero distratto e non avevo notato ad esempio una pièce di Albee (The Goat, or Who is Sylvia?) che si celebra al Royal Haymarket, proprio di fronte al teatro che da una vita racconta in maniera barocca e flamboyant la triste storia del “Phantom of the Opera”.
Attratti dalla star attraction (Damian Lewis, splendido attore inglese che ha già dato lustro a due delle serie migliori degli ultimi anni, “Homeland” e “Billions”), siamo entrati di corsa per poi assistere, more solito, ad uno spettacolo teso, di rara eleganza, grottesco al punto giusto, recitato magnificamente da tutti, star inclusa.
Questo mondo intanto è cambiato anche perché l’ossessione securitaria ha contagiato tutto.
Oggi qualsiasi posto nel globo che sia lontanamente famoso ha ridotto la sua appetibilità turistica per le lunghe code, aeroportuali, per entrarci e in generale per le limitazioni che questo comporta.
Tornato a Wimbledon dopo molti anni, questo luogo ad esempio è stato totalmente cambiato, come esperienza, dal nuovo feroce ordine mondiale.
Se una volta era una festa libertaria che comprendeva fragole con panna girando per l’immenso e splendido club indisturbati, oggi la security comanda tutto e ti confina nei posti imprenscindibili (museo, centre court, shop) non nascondendo il fatto che non vede l’ora che la mandria se ne vada in fretta.
Certo il Centre Court fa sempre battere il cuore e la tentazione, per noi cultori del tennis d’antan, è sempre quella di inginocchiarsi ma è chiaro che l’era del tennis moderno, con i suoi strascichi di turismo di massa e controllo delle masse stesso ha veramente cambiato i connotati di questo che resta un posto meraviglioso in un quartiere meraviglioso di una città straordinaria.
Ultima sera alla Royal Albert Hall, uno dei teatri più belli del mondo, proprio di fronte all’Albert Memorial, il posto in cui davo appuntamenti a chiunque nei giorni gloriosi della Londra degli anni 70-80, omaggio al mio nome più che all’amatissimo marito di Victoria, a cui è ovviamente intitolata la stessa sala da concerti circolare.
In scena gli ABC, o meglio Martin Fry, che porta avanti da solo il nome della casa, con l’orchestra di Anne Dudley.
Domina la sofisticata, dolcissima nostalgia di una musica di estrema eleganza che celebra gli heydays dell’epoca dei new romantics, una delle tante epoche musicali inglesi che hanno segnato il mondo e che, nel loro mix di musica elevatissima e dandismo spericolato, irriverente, sorprendentemente ingenuo, sembrano ormai appartenere ad epoche remotissime.
Con Martin la vita è stata lieve e voce e figura non sembrano la parodia della sua gioventù, quando, dice durante uno dei siparietti del concerto, si presentava nei pubs di Sheffield, sua città natale, vestito di giacca “gold lamé”, non una buona idea, chiosa, mentre promette il suo rientro per la seconda parte con quell’outfit.
Nella prima parte del concerto predomina l’ultimo, splendido album del nostro, il sequel di “Lexicon of Love”.
Martin è uno degli ultimi giganti del pop inglese, quella meravigliosa aristocrazia che parte dagli anni 60 e arriva a fine anni 90, ricca di veri artisti della composizione.
Grazie all’orchestra, la comunanza feconda di un tocco ormai alla Bacharach associato al tipico suono ABC, scende su una audience folgorata una dispensa fortunosa di perle che però solo i fans veri (quorum ego) hanno accompagnato con testa e testi declamati alla perfezione.
“Flames of desire”, “Ten below zero”, “Kiss me goodbye”, gli ultimi capolavori, e una serie di antiche meraviglie come “Be near me” hanno illuminato un first act eccelso.
Nella seconda parte la promessa è mantenuta e Martin entra di corsa vestito con giacca dorata d’ordinanza.
Scatta la celebrazione, molto più popular pur nel consueto splendore della tessitura musicale, di “Lexicon of Love” originale, uno degli album debutto più straordinari e celebrati dell’intera storia del pop inglese.
Tutti in piedi, anche nel Grand Tier, per la sequenza magica, fino al bis di “Look of love”.
Yippie aiy yippee yaye, indeed.
E alla sera, passeggiando e rasentando Kensington Gardens, per tornare in albergo dopo questa serata champagne di autoindulgenza assoluta ho pensato che Samuel Johnson era ancora mio amico e per me evidentemente era ancora lontano il tempo della depressione.

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Piccolo mondo antico

Certa gente che vive col paraocchi nel passato la si recupera più avanti, grazie al buonsenso e al raziocinio di cui è palesemente sprovvista.
La si recupera quando si inventa l’illuminismo, il liberalismo e si creano le condizioni di agibilità minima che permettano un dialogo con chi voleva teocraticamente, ossia sulle “basi” di una ideologia irrazionale e fantasiosa, tenerti nel medioevo per sempre.
La si recupera quando, con la scienza e il raziocinio, si costruiscono sistemi di cura delle persone, e quindi perfino per loro, che vanno al di là delle ipotesi fantasiose dei negazionisti delle cure del cancro o degli anti vaccini isterici che creano problemi inediti di infezione nel 2017 dopo decenni di sostanziale calma.
Niente di meglio ci si poteva aspettare da chi crede ai miracoli e alle varie madonnine piangenti.
Il ritorno all’irrazionalismo destrorso illiberale passatista, che è il vero cancro di questi ultimi anni, vola cavalcando le paure della gente, la loro ignoranza di fondo, alimentato da una rete che è meravigliosa ma che può anche essere il ricettacolo di tutte le scemenze di questa terra.
Mi viene in mente Crozza, sempre acuto e sul pezzo, che mette in scena Belpietro con le sue piazze vocianti e odianti (non una parodia, praticamente una fotocopia), oppure i vari haters complottardi di cui è piena la rete peggiore.
Superficialità, ideologia, negazionismo, rabbia : mai il mondo mi è parso più smarrito.
Eppure i tanti odiatori dell’Europa, ad esempio, si illudono quando pensano che il progetto, concepito da uomini immensamente più lucidi e lungimiranti degli attuali, abortisca del tutto.
I fenomeni del “Dio-Patria-Famiglia” hanno come eroi la gente peggiore, perché sono inclini inesorabilmente al voto di parte, ideologico, mai ragionato.
Ecco quindi un Farage, un Boris Johnson, personaggi che non sembrano neanche più politici inglesi da quanto sono immersi nell’improbabile.
Farage che dopo aver fatto danni inenarrabili, tende a svicolare via e ammette che perfino se ne andrebbe dall’UK se la Brexit fallisse.
Una Brexit che è il parametro perfetto dell’autogol insito nell’uomo di destra rabbioso, acefalo, non lungimirante.
I fautori nostalgici del Regno che fu, riusciranno dove decenni di storia gloriosa non è riuscita : smembrare proprio il tanto amato Impero.
Con Scozia e Irlanda (riunita! A dimostrazione che nei paesi pragmaticamente pensanti la religione si ridimensiona e quindi fa meno danni) che fanno ciao ciao con la manina perché ovviamente non ci stanno al seppuku di Londra, peraltro voluto da una minoranza chiassosa e depensante, certamente non giovane e quindi poco qualificata a parlare di un mondo che non vedrà.
Un Trump, prototipo perfetto del venditore di pentole aggressivo, che, da ovvio negazionista dei problemi ambientali (in attesa fremente del sempre simpatico negazionismo su nazismi e olocausti vari) firma tutto tronfio il ritorno al carbone.
Un bill che neppure la Thatcher, non certo una paladina del liberalismo e del progressismo, si era mai sognata di appoggiare ai tempi dei brutali litigi con i minatori.
Lo stesso Trump che per mesi stucchevolmente ha fatto coretti col suo uditorio decerebrato (Chi pagherà il muro? Sulla falsariga di altre buffonate dei nostri “politici” recenti) e che, messo alla prova, dopo essere stato rimbalzato immediatamente dal presidente messicano e averlo subito accettato (davvero un grande negoziatore), presenta subito il conto ai suoi.
Un miliardino di dollari per un’opera inutile e costosa che si aggiunge in maniera monumentale al già sofferente bilancio.
E i destrini sempre sbraitanti, spesso a sproposito, sulle spese statali del nero Obama (attenzione : nero), qui invece tutti a battere le manine.
Sempre Trump, che darà purtroppo molto materiale al sarcasmo mondiale e che perfino dormendo farà danni incalcolabili, subito battuto anche sull’Obamacare, grazie ad un bill disarmante per superficialità, pochezza e velenosità ideologica, talmente orrendo che neanche parte dei repubblicani è riuscita a votarlo.
Che toglieva il minimo di assistenza sanitaria a decine di migliaia di persone, riuscendo allo stesso tempo a drenare valanghe di soldi dal Medicare.
Doppio danno assoluto : la perfezione.
Il perfetto, ridicolo rappresentante della destra americana e della parte peggiore di quella altrimenti gloriosa nazione.
Quella che vuole le armi dappertutto ma che non vuole un welfare appena decente per la sua popolazione.
Proprio delle priorità ineccepibili.
Poi ci sono politici intelligenti, dubbiosi, liberali, equilibrati come Nick Clegg.
Tempi duri per gente come Nick, che cerca disperatamente di coagulare i pensanti e di non reagire alla violenza dei “vincenti”, per impedire come dice il vecchio saggio Heseltine, il più grande, storico errore del Regno Unito, quello che intaccherà davvero per sempre la sua sovranità, grazie al combinato disposto di un mercato, quello più importante per la UK, che detterà davvero le regole al buffo fornitore oltremanica il quale, nel frattempo, si sarà sempre più rimpicciolito economicamente e territorialmente.
L’Europa ha davvero rinfocolato i peggiori nazionalismi e certi beceri pregiudizi incrociati.
Non si è mai davvero realizzata non perché ha sottratto sovranità alle singole nazioni ma perché non è riuscita a farlo, grazie alla spinta spesso interessata delle lobby delle singole nazioni, dei singoli politici con interessi inconfessabili, ad esempio quello di far fallire l’Europa per far proseguire la propria influenza nazionale, più gestibile.
La narrazione che oggi gira è palesemente falsa, se l’Europa fallisse è proprio per il giochino delle singole nazioni che si ostinano a non capire il destino comune che non può che essere imboccato che in maniera molto più forte.
Quando parleremo di qualsiasi politico a prescindere dal suo paese di appartenenza avremo fatto un vero passo avanti oltre i soliti razzismi, primitivismi e riduzionismi del popolino, spesso anziano ed ignorante, che ancora ammorba l’Occidente con la propria miopia.
D’altronde uno non può che pensare secondo il proprio orizzonte mentale, piccolo, bottegaio, antiquato già trent’anni fa.
E se l’orizzonte mentale è quello delle bavierine e delle padanie, delle opprimenti e dogmatiche sovrastrutture ideologiche, è difficile intravedere un futuro, anzi già un presente, quando l’interconnessione e il “rimpicciolimento” del mondo dovuto alle tecnologie e alle logiche fortunatamente “comunitarie” delle istituzioni politiche, prevede dei blocchi importanti federati che interagiscono, pacificamente si spera.
Altrimenti l’alternativa più realistica è un simpatico ritorno alle guerre mondiali che nel protezionismo, l’autarchia demente, l’ideologia e la costruzione di muri, peraltro inutili, hanno sempre trovato terreno fertilissimo.
Sono gli stessi che sbraitavano per la pericolosa guerrafondaia Hillary (attenzione : donna).
Perchè ovviamente Putin va bene e la Cina no.
Al termine di tutto, questi apprendisti stregoni saranno riusciti nell’impresa di accelerare il declino di quell’Occidente che, a parole, portano avanti con le fanfare e le inutili bandierine che ci sono sempre nelle funebri chiamate alle armi.
Non a caso si è sempre detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio dei farabutti.

Generations

Un classico di sempre è il clash delle generazioni e non mi sottraggo certo a questa antica tradizione.
Un primo accenno di quello che sarebbe stato il mio futuro e quello di una certa minoranza (semper fidelis) lo ebbi durante la scuola di mia figlia.
Durante un pranzo organizzato per far conoscere le famiglie, io mi permisi di esprimere alcune blande, velatissime critiche al comportamento dei nostri figli su certe precise questioncelle che si dibattevano in quel periodo storico.
Nulla di grave ma la reazione clanica, compatta, ideologica, feroce e sproporzionata, non incline al dibattito, di gran parte dei genitori mi colpì molto.
Nel merito, su quelle questioni, la generazione precedente alla nostra sarebbe stata molto più decisa e tranchant del sottoscritto.
Per dire, la questione evidenziava un pò la differenza che passa tra chi accoglie il figlio a casa dopo una nota del professore, accogliendo acriticamente le lamentele infantili del pargolo che automaticamente sposta la colpa sullo stronzo che emette voti senza neanche entrare mai nel merito del contendere, e chi indaga con onestà intellettuale per vedere se magari la nota è meritata.
Allora non mi era chiaro (non mi erano chiare molte cose, nella mia onestà intellettuale di fondo che stupidamente pensava che tutto il mondo usasse la stessa onestà) ma in quell’atteggiamento di acritica difesa del pargolo, di automatica accettazione della logica del clan, c’era la radice di molti guai degli italiani, etichettati giustamente all’estero come familisti amorali, ridicoli mammoni, eterni viziati Tanguy, ma c’era anche la radice di molti guai successivi, perché è chiaro che figli abituati a vivere in globi protettivi e acritici poi sviluppano una certa allergia al mondo reale, alla verità e all’assunzione di responsabilità, che, se ci pensate, è il bug di molta italica gioventù.
Se il pendolo può oscillare solo tra amicone e stronzo, è chiaro che siamo lontani, molto lontani da una logica adulta, razionale e rispettosa della verità.
Molti genitori della nostra generazione hanno semplicemente rinunciato all’idea di essere genitori sul serio, ossia ad essere anche principio della realtà, sincerità, verità oltre che dell’affetto superficiale acritico.
Mi riferisco in questo caso soprattutto ai padri, grandi assenti nella sostanza ma grandi presenzialisti nella superficialità del day by day.
Il pendolo oscilla sempre troppo, sembra essere sempre questo il gioco della storia e qui si nota con estrema chiarezza.
Siamo passati senza soluzione di continuità dalla generazione dei nostri padri (non di mio padre, per la cronaca, un uomo del suo tempo e contemporaneamente un illuminato molto avanti ai suoi tempi), autoritari senza reale autorità, troppo legati ad antiche ideologie e superstizioni, disinformati (ad esempio su dieta, medicine…), rigidi oltre ogni logica e in genere su stupidaggini, alla mia generazione che, per reazione, è sostanzialmente fuggita dal duro, dal difficile, per adagiarsi nel ruolo semplice, furbo dell’amichetto grande che non giudica mai, perché sostanzialmente se ne frega ed egoisticamente coltiva i propri egoismi meglio col sorrisetto sulle labbra.
Questa trappola ha obnubilato molte deboli menti che infatti sono cresciute con una dose di infantilismo duro a morire superiore alla media dei decenni precedenti, un rifiuto della realtà e delle responsabilità incoraggiato dallo sciagurato mondo circostante, una idea della giovinezza radicalmente opposta alla generazione del dopoguerra ma egualmente esasperata, irreale, una concezione della verità e della giustizia elastiche al punto da arrivare all’inutile.
Al netto di molte eccezioni, come sempre, una generazione di cortissimo respiro, malata di peterpanismo infinito, naturalmente incline a dare tutto per scontato, irriconoscente, meschinamente soldocentrica, opportunista e serialmente moderna e quindi senza una profondità vera, incoraggiata da un mondo che vuole, anche per motivi di potere evidenti, la tua “leggerezza”, il tuo disimpegno.
Nel suo ultimo spettacolo da stand-up comedian, il sempre travolgente Grillo ha parlato ampiamente di famiglia, ha malinconicamente rievocato il passato, senza una rivalutazione acritica ma evidenziando che tra i ceffoni e i paroloni di una volta e la melassa amorale ed acritica di oggi forse sarebbe utile trovare un equilibrio che oggi pare impossibile.
La tragedia della nostra generazione, la prima (e probabilmente ultima) schiava sia dei genitori che dei figli.
Sia chiaro, chi vi scrive, come è noto, non ha nessuna nostalgia del passato su questioni attinenti alla morale, all’ideologia, alla conformazione socio-politica e già in tenera età, da liberal convinto, contestava aspramente l’autoritarismo senza autorità, la troppa attenzione e rispetto che si aveva per ideologie, superstizioni e religioni ampiamente decotte, mostranti la corda, ricettacolo di follie, moralismi ridicoli e nevrosi assortite.
Ma paradossalmente queste nuove generazioni di millennials in gran parte impalpabili, ignoranti di ritorno e amorali per noia, stanno rapidamente diventando preda dei nuovi autoritarismi imminenti, non a caso portati entusiasticamente in palmo di mano dalle vecchie camarille ideologiche che lì hanno trovato una insperata via di entrata nel nuovo mondo quando stavano per diventare totalmente e meravigliosamente irrilevanti.
Mentre si trastullano (troppo) sugli smartphones senza usare davvero il web come quella grande e meravigliosa enciclopedia che è, non sembrano avere ben chiare le scale di valori e la rilevanza delle cose realmente importanti e quindi stanno navigando verso le fauci aperte del nuovo potere che, ad occhio, mi sembra molto più feroce del passato…ma sorridente.

On the board

Nel film “Pawn sacrifice”, tradotto letalmente comme d’habitude (“La grande partita”), ad un certo punto viene paragonato il gioco degli scacchi alla tana del bianconiglio, un posto vertiginoso, escapista, dove perdersi nei meandri della mente.
Il film rievoca la vita di Bobby Fischer nel momento in cui quasi tutta la nostra generazione si è invaghita di questo antico, nobile e cerebralissimo gioco, nel 1972, ai tempi del mondiale Fischer-Spassky, il leggendario incontro di Reykjavik in piena guerra fredda.
Anch’io contrassi la scimmia delle 64 caselle in quel periodo e ricordo la ricerca, allora difficile, di notizie sulle partite, le prime peregrinazioni in centro a Milano per prendere scacchiere, libri, riviste, i primi torneini e le lunghe partite con gli amici, in particolare con un compagno di classe fissato con Lasker : chissà se ha mai scritto il libro su quel raffinato campione, cosa di cui discuteva in continuazione.
Tutti gli scacchisti sono ossessivi.
E non può essere che così di fronte ad un gioco che per matematica e combinazioni diventa già dopo poche mosse infinitamente vario.
Il film stranamente funziona nel ricreare, anche parzialmente, l’atmosfera di quell’incontro e in particolare Tobey Maguire, normalmente a disagio in qualsiasi film, qui, dovendo tratteggiare il ritratto di un dropout esistenziale dotato di poteri mentali e scacchistici sovrumani, entra bislaccamente in parte e porta a termine il compito quasi con agio.
Ho provato in questi mesi a mettermi di nuovo davanti alla scacchiera e trovo un mondo sempre affascinante, mentalmente stimolante, beneficato dalla mole di informazioni e possibilità che il web sciorina senza sosta.
Mi scontro quotidianamente online a discreti livelli contro giocatori, soprattutto dell’ex terzo mondo che oggi domina anche questo “sport” : indiani soprattutto, sulla scia del leggendario Anand, uno dei migliori giocatori della storia.
Mi sono visto in diretta streaming il mondiale Carlsen-Karjakin di New York, un evento ormai globale, venduto come un match di football americano su Fox, tra due bambini fenomeni di poco più di vent’anni.
Il nuovo mondo è anche questo e per noi cinquantenni, anche ad alto livello, restano solo i tornei senior, mentre una volta i vari Petrosian, Korchnoj e compagnia bella duravano lustri.
Un mondo dove le scacchiere sono bluetooth e costano centinaia di dollari per la possibilità che danno di connettersi in rete e giocare partite “fisiche” mantenendo le meraviglie dell’online, la partita a distanza, il tracciamento delle mosse e così via.
Devo ammetterlo : ci è ancora dolce naufragare in questo mare.
Anche senza bianconiglio.

Post-truth

Dopo la vittoria della Brexit e di Trump molti commentatori, subito attaccati come radical-chic, hanno fatto notare con giustezza e precisione che ormai il voto è abbastanza imprevedibile in quanto la marea populista, per sua natura, non segue indicazioni razionali, fattuali, ma la famosa “pancia” e quindi da una parte non comunica ai sondaggisti indicazioni esatte, perché volatili o anche semplicemente per vergogna, dall’altra l’entità di “valutazioni” pre-razionali che lei stessa presenta è per sua natura non quantificabile, proprio perché non legata a fatti oggettivi.
La chiamano epoca “post-truth” o “post-factual” e in generale non è mai una buona notizia.
Marco Travaglio che in quanto preciso ed informato è sempre stato odiato in questo sventurato paese ci ha scritto anni fa, in pieno delirio berlusconiano, uno dei suoi libri più fondamentali : “La scomparsa dei fatti”.
In fondo a livello umano non è questa grande novità.
Chi più chi meno l’intera umanità è sempre attraversata dal tentativo di superare i fatti, con la menzogna o con l’utopia.
Abbiamo tutti incontrato persone amorali che amano costellare la loro vita di narrazioni alternative, sia per autodifesa sia per “tenuta” sociale, oppure religiosi inclini al “wishful thinking”, la forma estrema di post-fattualità, dove la realtà conta sempre meno rispetto alle proprie, sempre più fantasiose, elucubrazioni.
In generale tutte le ideologie, politiche, religiose, socioeconomiche hanno punte di irrazionalità evidenti.
Lo chiamano cuore ma è un altro errore di valutazione : è solo pancia.
Infatti anche nelle faccende di cuore usare il cervello è fondamentale.
Per restare alla politica in senso stretto quello che vediamo tramontare ovunque è la differenza tra aree geografiche, una specie di effetto paradosso della globalizzazione e una sua deriva non piacevole.
Se una volta la parte migliore di nazioni bizantine e sfortunate come l’Italia vedeva nella Francia, ad esempio, o nei paesi anglosassoni, UK e USA, la culla della civiltà, la vera democrazia, quella con una giusta opinione pubblica reattiva, con una corruzione limitata, con un dibattito nobile e preciso, dove giustamente si veniva puniti anche per piccole menzogne e radiografati moralmente anche a livello personale, oggi, purtroppo, il mondo intero si sta “italianizzando”, il che dimostra semplicemente non che tutto il mondo è paese (la versione volgare della globalizzazione che certi cialtroni nostrani amano diffondere dal basso del loro provincialismo e della loro ignoranza reale del mondo) ma che semplicemente attraversiamo una fase buia, molto involutiva, della democrazia stessa.
Dove perfino in Inghilterra trionfano personaggi come Farage o Boris Johnson.
Pur restando comunque differenze tra l’Italietta, che è riuscita a scavare ulteriormente nel suo naturale amorale cinismo ed è sempre in prima linea nel peggio, e un resto del mondo dove, per esempio, un presidente (quello tedesco) si è dovuto comunque dimettere per una cosetta che in Italia sarebbe addirittura vista come una nobile furbatina.
Scopriamo quindi per la prima volta, grazie al ritorno delle peggiori destre e quindi del populismo più pericoloso, che l’Italia può essere addirittura un modello per gli USA (Berlusconi e Trump) e non viceversa come è storicamente sempre accaduto.
Perfino nelle peculiarità tifoidee, da guelfi-ghibellini, così tipiche di questo paesello in eterna lotta di bandiera : la famosa “scelta di campo” berlusconiana, ossia il voto acritico ed ideologico.
Resta sempre lo sgomento nel vedere come i meccanismi infernali della tv e della scarsa coscienza delle masse, combinati insieme, partoriscano sempre gli stessi, prevedibili frutti.
Si arriva quindi al paradosso estremo che il famoso “terzo stato” moderno va a finire che si identifica in personaggi improbabili, riccastri, inclini all’affabulazione senza vergogna.
Il tubo catodico ha fatto ingurgitare ai poveri l’idea che il ricco sia il modello (l’obiettivo di una vita, come il marketing insegna), se poi volgare e cialtrone meglio perché così può scattare la fittizia identificazione dello sprovveduto al di qua dei privilegi e dello schermo stesso.
In questo corto circuito sociale, economico, comunicativo quella che scompare è la democrazia razionale, indiretta, dubbiosa, senza facili peronismi e “uomini soli al comando” che parlano direttamente alle plebi, additando entrambi la parte migliore del paese come il nemico.
La cultura che non fa mangiare, l’intellettuale che fa correre la mano alla fondina, l’intellettuale dei miei stivali : tutte locuzioni nate qui, non a caso, e oggi triste modello per il mondo occidentale.
Intellettuale : una parola che peraltro solo in Italia viene usata con così pervicace frequenza e, quasi sempre, con sottintesi negativi.
A dispetto di tutto resto, secondo mio carattere, un inguaribile ottimista.
Passata la sbornia post-weimariana si tornerà a ragionare su fumanti macerie e si comincerà a costruire un mondo nuovo finalmente più ancorato alla razionalità e alla vera, sana globalizzazione.
La differenza è che probabilmente sarò troppo vecchio per raccontarlo.

Benvenuti in Utopia

Dopo la vittoria di Trump penso si possano individuare due aree di discorso, una più superficiale, una più profonda.
A livello superficiale il mondo intero celebra selvaggiamente la morte dei giornali, dei sondaggi e la sconfitta dell’intellighentsia e dei radical chic.
Come al solito si fa confusione ma intanto si rivela qualcosa del mondo che ci aspetta e delle future faglie sociopolitiche.
I giornali sono moribondi al di là della loro funzione di indicatori di voto e di opinione.
Anzi, al di là della forma tecnica (cartacea o meno è un falso problema, è già tutto sul web e nelle app per chi legge davvero), l’unica funzione reale che rimane ai giornali, ed è vitale per il mondo attuale, è proprio l’espressione ponderata, lunga e riflessiva di una idea, una opinione.
Il giornale deve essere e sarà sempre più un unico editoriale, avendo demandato alla rete il martellamento delle news.
In questo senso il mondo attuale, colpito in maniera ormai evidente da una forma di analfabetismo di ritorno che è sia morale che culturale, dato ormai rilevabile perfino a livello statistico di massa, ha bisogno come il pane di oasi dove riflettere, approfondire, sottrarsi alla tirannia dell’alert continuo.
Cultura è ormai la parolaccia e i giornali, soprattutto quelli di alto livello, sono cultura e quindi fatalmente, raramente la penseranno come il popolino.
Il popolino, infettato dall’idea del complotto globale, forma sociale della tipica paranoia dell’inferiore di fronte ad un mondo che non capisce, pensa che siano tutti d’accordo e che i giornali siano solo la voce del padrone.
Se uno davvero legge i giornali che contano nel mondo capisce ben presto che non è così e le voci sono tante ma è inutile discutere con i pregiudizi degli ignoranti che peraltro non leggono i giornali che criticano.
I sondaggi : nell’epoca attuale, che si può datare per approssimazione come iniziata negli anni ’60, si è ampliata sempre di più e in forme sempre più becere e meno autorevoli la distanza tra le élites e il popolo.
Il problema è che si è passati da un mondo ingessato, pieno di ideologie dementi non discusse, dove lo spirito critico era visto come un difetto e le autorità di ogni tipo (politico, religioso e così via) non erano mai davvero giudicate, ad un mondo che è andato nell’opposto sbagliato dove tutto è in discussione ma non in maniera intelligente, semplicemente in maniera tifoidea e all’interno del solito sistema fascista del marketing che ti vende slogan vuoti e che televisivamente ti fa votare i peggiori.
In questo senso i sondaggi stanno perdendo valore, a meno di alzare e di molto i loro benchmarks tecnici di soglia numerica e sociale, perché la gente è sempre più menzognera (mentre prima era solo ipocrita) e soprattutto quando vota in certe direzioni giustamente se ne vergogna.
Già visto con il nostro Trump e puntualmente verificatosi anche in USA.
Radical chic, politically correct : all’interno di queste locuzioni si annida già la cattiva coscienza del nuovo mondo.
Chic, fino a prova contraria, è un termine che indica raffinatezza, gusti educati, buon uso della lingua e delle conoscenze.
Non direi proprio termini negativi.
Correctness indica appunto correttezza, una cosa buona.
Il tentativo, invero disperato, di darsi una linea di condotta accettabile e accettata in società che dia una indicazione di minima al popolino su come è lecito comportarsi (sul genere : ti insegno ad usare la forchetta), a fronte del perdurare demente di antichi vizi impresentabili : razzismo, discriminazioni varie di genere e non solo, antiche ostracizzazioni sessuali basate su fantasiose idee religiose.
Il fatto che tutto questo sia visto con fastidio spesso violento, con l’aiuto non indifferente dei nostalgici religiosi (gli integralismi vari che in USA assumono spesso sembianze grottesche e che hanno infatti votato in massa per Trump), la dice lunga sulla malaise di questo mondo in putrefazione.
Personalmente sono convinto che questo mondo, almeno nelle sue connotazioni più patetiche, white trash, ultrareligiose, ignoranti sia destinato ad incidere molto meno di quanto si paventi, nel lungo periodo, per ovvi motivi anagrafici.
Ma resto diffidente anche delle new generations che si sono liberate dell’inutile fardello religioso ma in compenso non hanno nel loro DNA la profondità che la cultura vera impone, sono obnubilate dall’onnipresenza del web martellante e del marketing e hanno percentuali mondiali di ritorno all’analfabetismo che fanno pensare più ad un gruppo di pecore 2.0 facilmente conducibili a fronte di un pò di divertimento cheap.
Il vero problema è che le élites sono accettatissime e hanno abbassato progressivamente il loro livello fino a toccare, negli ultimi vent’anni, punte grottesche.
Il populismo genera populisti ed una classe dirigente sensata, soprattutto in Italia, resta una utopia dove i senza vergogna e senza cultura proliferano ovunque.
La vera parolaccia è, per tutti, la cultura, l’intelligenza, la riflessione critica, la capacità di comando illuminata e quindi non banalmente egotica.
Ecco perché il dualismo élites-popolo è un altro prodotto di marketing che il popolino si beve con la consueta insipienza.
L’odio comune è per la cultura, anche nelle classi dirigenti, e i risultati si vedono.
L’invidia sociale è il rabbioso humus della ferocia del popolino che, ragionando da povero, di spirito e di soldi, vede però, paradossalmente, nei riccastri più pacchiani, furbastri e impresentabili un modello sociale a cui ambire, fornendo la base psicologica per l’immedesimazione e quindi il voto.
A livello spicciolo fa sempre tenerezza vedere il triste fideismo tipico della destra acefala di tutto il mondo.
L’amore sconfinato per il semplicismo e le scorciatoie, l’adorazione per il mito dell’uomo forte che risolve tutto lui (che si proietta negli occhietti adoranti della donnetta archetipica, la Coulter, la Palin, le mille sciacquette della corte berlusconiana e renziana), il ritorno markettaro al credere-obbedire-combattere.
E la pronta giravolta appena ci si insedia.
Trump fin dai primi minuti ha dato subito con chiarezza l’idea di un uomo smarrito di fronte al compito e preso un pò in contropiede.
Ha subito messo a posto i fanatici riabilitando la Clinton (dicendo apertamente che non era più una priorità inquisirla), glissando sui vari muri per messicani e musulmani e perfino accennando al fatto che parti dell’Obamacare (un primo, timido tentativo di dare del welfare giusto ad una nazione di disperati) non sono poi da buttare.
Ovviamente mette nei posti chiave, pare, gente di JP Morgan e simili : attendo con ansia le derive complottarde e antielitarie usate sempre contro l’altra parte.
Mi sa che dovrò aspettare a lungo perché la lucidità, da quelle parti, è un optional.
Trump fa il suo mestiere di venditore di pentole e neanche finge di non essere quello che è, giravolta immediata compresa.
La sua futura squadra sembra già probabilmente piena di vecchi arnesi della politica, tutti sulla settantina, che solo in un campo di minorati mentali può sembrare affidabile.
D’altronde la narrazione delle gesta mirabolanti di Reagan, Giuliani, Berlusconi e così via sono dei trastulli serali tipici del destrorso pistolero medio.
Dall’altra parte la solita post-sinistra non coesa e un pò piagnucolante così ben rappresentata da Michael Moore in “Trumpland”.
Moore, appunto, uno di sinistra.
Tipico della parte pensante del paese l’autocritica, perfino eccessiva, la riflessione, perfino paralizzante.
E anche quell’individualismo che è tipico di chi non bela a comando, di solito.
Tutte cose che fanno un pò a pugni con la democrazia e la sua retorica, ma soprattutto con l’esigenza di vincere e quindi spacciare slogan vuoti come un pusher mentale o riedizioni moderne delle antiche parole d’ordine.
Qualche ingenua anima sognatrice ha parlato di positività dell’uomo che ha saputo ascoltare quella parte che nessuno ascolta.
Certo, lo fanno tutti i venditori scaltri, quando entrano in una arena e devono vincere una gara commerciale : vedono a chi possono vendere la loro mercanzia per ottenere lo scopo, studiano con sondaggi e altre tecniche l’umore della gente, nobile o meno che sia, tengono in nessun conto la verità che spesso è un intralcio in una transazione.
Sul piano calcistico italopiteco la differenza tra i due ipotetici schieramenti è in parte quella che corre tra la tifoseria milanista, storicamente fideista, ancor di più dopo l’avvento del messia di Arcore e la tifoseria interista, mediamente più colta, individualista e intelligente e quindi dubbiosa e ipercritica.
Buffe divagazioni a parte mi sembra sempre più di vivere nel mondo di “Idiocracy”, un piccolo gioiello comico che andrebbe rivalutato.
Tra sane aggressioni ai diversi, agli stranieri, che simpaticamente ritornano d’attualità sulle strade dell’Occidente, e manganellate a destra e manca, ecco impiattato, come sempre nella storia, un periodo, spero breve, di divertimento violento e irriflessivo e qualche anno perso prima che davvero si affronti la realtà di un mondo già globale, già interconnesso, già cambiato nel profondo che richiede una classe dirigente completamente nuova, pensante, razionale.
Benvenuti in Utopia.

Il bug

Tra i vari libri che sto leggendo in questo periodo c’è anche l’ormai bestseller “Il potere è noioso” del ben noto Alberto Forchielli, spumeggiante imprenditore e finanziere ampiamente globalizzato che ogni tanto veleggia anche su qualche rete televisiva nostrana a spezzare il pane della conoscenza per chi non avesse ancora capito il paese in cui vive e lo stato delle cose mondiali.
Il personaggio è simpatico e il titolo mi ha subito creato una certa comunanza di intenti e di esperienze che vanno al di là della semplice condivisione di un nome di battesimo.
Come tutti i libri sull’Italia (ma non solo) è fondamentalmente un cahiers de doléances che significativamente fa aprire gli occhioni solo in questo paese di arretrati rimbambiti provinciali.
Chiunque abbia avuto un minimo di cervello, abitando in questo paese senza speranza, già in tempi migliori percepiva che l’Italia era una trappola da cui fuggire veloci e che sostanzialmente occuparsi di ciò che i giornali e i media proponevano con aria di finta importanza, soprattutto in politica ed economia, era una perdita di tempo.
Con l’avvento della globalizzazione, dovuta ad evidenti fattori soprattutto tecnologici e non per malignità complottarde di qualcuno (ogni tanto vale la pena ripeterlo ai frignoni acefali di casa nostra), l’evidente arretratezza culturale del paese è tornata ad avere un ruolo preponderante nelle vicende economiche e politiche.
Molti cattolici e comunisti delle nostre parti, le due chiese vincenti fino a metà degli anni ’90, in nome dello scettro perduto per forza maggiore e in nome di ideologie ormai sempre più giustamente sbeffeggiate nel mondo moderno, alzano grandi lai sempre più patetici cadendo facilmente nel complottismo di quarta mano, o nel vecchio giochino del capro espiatorio, soprattutto straniero ovviamente, secondo lo schema classico dei provinciali : gli immigrati, le plutocrazie anglosassoni e germaniche e così via.
Forchielli che, come tutti gli italiani intelligenti che ne hanno avuto la possibilità, ha residenza, interessi, cuore e portafoglio fuori dal paesello natìo, elenca semplicemente i motivi ovvi, culturali, politici ed economici del nostro inevitabile e fragoroso declino.
Una spesa pubblica mostruosa che nessun politico, per bassi motivi di carriera, non ha mai neanche minimamente toccato, un mondo di parassiti, pubblici e non, di tasse fantascientifiche e criminali, di burocrazia surreale, un ambiente culturale fatto di funzionari pubblici e pensionati di basso livello che vive in un mondo artefatto, lontanissimo dalle issues che contano, refrattario all’internazionalità, nostalgico dei bei tempi andati.
Innamorati della furbizia, cosa che li distingue da tutto il resto del mondo civile, dove è vista con sospetto, abituata ai fiorentinismi che una “nazione” siffatta ti costringe ad adottare anche controvoglia, un mondo simpaticamente a parte, altro che l’autorazzismo invocato da qualche politico arguto o da qualche professorone fuori tema.
Il mondo, nel frattempo, pur con mille difficoltà, vola e l’Europa e gli Stati Uniti, che sono parte di una vecchia cultura occidentale oggettivamente in declino politico ed economico, cambiano pelle, forti della propria cultura abituata a respirare il cambiamento, cercando di seppellire definitivamente nel passato i pur evidenti rigurgiti di fogne che con chiarezza si percepiscono come tali.
I parassiti hanno ucciso il paziente da molti anni e solo un boom economico prolungato e l’eterna arte di arrangiarsi tipica del popolino italico ne hanno nascosto la putrefazione.
Alla prima crisi epocale, sostanziale, definitiva, il numeroso popolo bue ha guardato il dito e non la luna, addebitando la propria decadenza e povertà a tutti fuorché a sè stessi.
Pur non cadendo in generalizzazioni sbagliate, Forchielli non ha parole tenere neanche per le nuove generazioni, che sembrano aver introiettato quel “dolce far niente” che una volta perlomeno era lo slogan per vendere l’Italia come luogo di vacanza, unico sbocco vero che ormai rimane.
Di Forchielli apprezzo il tono, veloce, deciso e poco rispettoso di cose che sono rispettabili soltanto da noi e concordo totalmente sia sulla diagnosi che sulle previsioni.
Si vede perfettamente che la visione dall’alto che girare il mondo ti regala ha dato la chiarezza per vedere la realtà con precisione e senza paraocchi ideologici o culturali.
Non resta che andarsene.
Ma per ora, in questo, sembro meno fortunato del mio inconsapevole fratello emiliano.

Far from the madding crowd

Perché amo così tanto la cultura anglosassone da sentirla come la mia vera patria?
Cos’era quell’aria di vera libertà, soprattutto dalle ideologie soffocanti e autoritarie, che toccavo con mano andando per anni a Londra in gioventù e anche in tutti gli anni a venire?
Ripercorro queste strade perché parlo con un amico e lo vedo, come quasi tutti i miei amici, bloccato in formae mentis più tipiche del luogo di provenienza.
La nostra generazione, in Italia, ha vissuto per decenni il cappello opprimente delle due chiese, una secolare e forte, quella della religione cattolica, una più recente ma notevolmente dogmatica comunque, quella del comunismo europeo ai tempi della guerra fredda.
Difficile uscire ancora adesso da quel pendolo e su quel falso problema uno come Berlusconi ci ha campato per anni.
In realtà la risposta era pragmatica, era nei fatti contro i dogmi, era beyond…tutte cose che da sempre sono patrimonio del mondo “altro”, quello anglosassone appunto.
La “perfida Albione”, secondo tutti i passatisti destroidi che sono la maggioranza culturale italiana da almeno 70 anni.
Londra è una città mondo ed è anche un simbolo.
Come tale è oltre le mode, oltre le storielle piccole dei decenni che passano, vive sull’onda della storia vera, quella profonda.
E ora quest’onda profonda, al di là degli strepiti di chiunque, è la globalizzazione e il mondo piccolo ed interconnesso dove le etnie, le religioni e tutte le etichette ideologiche antiquate passano velocemente in secondo piano.
Una città che si è digerita la Thatcher si digerirà anche la Brexit, la May e il populismo arrabbiato uscito dalle fogne grazie alla lunga crisi economica, al profondo cambio del mondo in tutti i suoi parametri, al terrorismo, alle ingiustizie, alle migrazioni e così via.
Si digerirà perfino il liberismo selvaggio, ultimo pretesto per cercare di reintrodurre dogmatismi antichi, perché proprio i danni dello stesso porteranno le lande del pragmatismo fuori dalle secche per primi, come già gli USA del criticatissimo Obama (nero, intelligente, raffinato, dubbioso : troppi problemi per la testolina media dei detrattori), sicuro futuro grande rivalutato della storia recente, stanno iniziando a fare.
Come molti italiani che si sentono realmente stranieri in patria, le strade della mia vita spesso saranno quelle della cugina Francia e di Parigi (non a caso così odiate qui da noi dalla maggioranza), terre di classe, di bellezza, di cultura e razionalità, oppure quelle di Londra e di Britannia, scrigno di molti tesori e, sicuramente, faro di libertà mentale.
In un mondo pieno di Cassandre isteriche che agitano le apocalissi come uno schermo per coprire l’orrore di un mondo che non segue le loro ideologie, un tentativo di Arcadia mentale, psicologica, perfino culturale.
Come al solito, chi vivrà vedrà.

C’est en Septembre

Piacevolmente cullati da pezzi come questo o questo di Gilbert Bécaud, pezzi dell’epoca dei nostri padri, sublimi e cheesy allo stesso tempo, solo pochi giorni fa indulgevamo alla vista del castello di Lourmarin con il sottofondo ciarliero e lievemente maudit di due gestori di bistrot che parevano appartenere più al colore di posti come St.Trop che alla Provenza vera e propria.
In questo piccolo spicchio di paradiso che arriva, come in un lieto fine inaspettato, al termine di una lunga e drammatica cavalcata tra le valli del Luberon, un contrasto così tipico di queste terre, tra inquietudini e bellezze assolute, in questo medioevo agreste moderno, questo medioevo con antibiotici, aria condizionata, rosé a fiumi e bastides con piscina, è facile perdere di vista il periodo che la Francia e l’Europa tutta attraversano.
Eppure anche lì, anche nelle piccole città come Avignon, Aix-en-Provence, non sembra che l’orrore e le difficoltà abbiano poi in fondo lasciato tracce così indelebili come i media vorrebbero dirci.
Guardi la tv e vedi spesso il riferimento all’inferno ma poi non vedi plotoni di polizia, quasi che l’Europa rifiutasse nel suo Dna la militarizzazione così evidente in altri posti del mondo, se non tutti.
Nizza, pare, ha fatto la sua stagione estiva come sempre, tra le folle della Promenade e le meraviglie vellutate di Cap Ferrat.
La gente continua a fare la sua vita senza alcuna differenza e forse, per davvero, l’unica reale differenza la noti nei posti di passaggio, stazioni ed aeroporti, dove l’enorme complicazione di tutto e il rallentamento continuo sono il vero lascito di questi anni di piombo.
Prima di partire un commerciante italiano alla domanda sulle nostre vacanze, alla risposta “Francia” scuoteva la testa ed obiettava come se andassimo in Medio Oriente.
Potenza dei media, grandi manipolatori e grandi “appiattitori” di realtà e rilevanze completamente diverse, come la storia recente del caso M5S romano dimostra ad abundantiam.
Perchè tutto ciò funzioni alla perfezione un popolo bue aiuta e in questo la Francia dimostra, ancora una volta, la sua estraneità profonda alle miserie italiane.
Poi magari fra vent’anni o meno avranno vinto i grandi guerreggianti, i ricercatori infaticabili di capri espiatori, i fanatici del passato razzista e coloniale.
Nel frattempo la Francia ancora sembra il paradiso della ragione, del buon gusto e del bien vivre, anche mentale, che tanto amiamo.
E questo, per ora, ci basta e solo il futuro, se ne faremo parte, ci dirà la verità finale.

L’empireo

Esiste un mondo che sembra conservare le antiche, piacevoli certezze resistite fino agli anni 80-90.
Un mondo dove gli americani hanno ancora grandi attori, scrivono ancora ottime e solide storie, intrecciano sceneggiature perfette e creano un immaginario molto variegato, non solo per piccini, al quale rivolgersi nelle sere d’inverno e d’estate.
Questo mondo, ormai da quasi vent’anni, non si trova più al cinema.
Per noi tutti, debitori agli USA di queste ed altre utopie, questi ultimi vent’anni globalizzati, di grandi cambiamenti, hanno lasciato una certa indistinta nostalgia per quando l’oltreatlantico dominava le arti e i mestieri, compresi quelli sportivi.
Questo mondo, nella difficile arte del cinema, non è del tutto scomparso, sembra aver semplicemente traslocato.
A fronte di un cinema globalizzato, che parla inglese ma che lancia nell’empireo registi di tutte le nazioni (penso a Winding Refn, danese, ma anche a mille altri), l’avvento della televisione gigante, HD, con mille canali, tematica e quasi in contemporanea con l’uscita nelle sale, ha permesso, anche economicamente, che le grandi produzioni e i grandi attori dei decenni precedenti portassero armi e bagagli al servizio delle serie.
Così come viviamo l’epoca d’oro degli strumenti, informatica e comunicazione in primis, viviamo di conseguenza la golden age delle TV series, l’equivalente filmico del trentennio musicale magico (60-70-80).
Se le cose migliori degli ultimi trent’anni al cinema sono state portate dal cinema globalizzato : penso a molto cinema francese, penso a capolavori dell’ex terzo mondo come “Il segreto dei suoi occhi” dell’argentino Campanella e penso a molti altri, gli USA, antichi dominatori del mezzo, se nelle sale portano solo l’inutile magniloquenza plastificata delle saghe per bambocci, fine invero triste della potenza produttiva hollywoodiana, o, peggio, una versione per popolino della commedia, ormai volgarizzata e destrutturata di ogni raffinatezza, nelle serie TV sciorinano i migliori talenti di scrittura, di visione, di recitazione.
Complice una avanzata tecnologica che ormai permette a questi prodotti una profondità ed una fruizione paragonabili al grande cinema, la nostra generazione, già trasferitasi sul divano per motivi anagrafici, ha oggi un motivo in più per farlo.
Se mi chiedessero tra qualche anno i migliori film visti dal 2000 in poi, citerei molte serie.
E in particolare quelle che, tra tante, metto nell’empireo recente.
Senza dimenticare le antiche perle come “Boston Legal”, una vera definizione di divertimento commerciale per pensanti, o altre facilmente individuabili.
Due sono le grandi scuole della serie, quella americana e quella inglese.
Senza scomodare antiche e meravigliose serie BBC, in Inghilterra la tradizione continua, sia sul versante dei riadattamenti letterari, antica arte televisiva britannica, sia sul versante del prodotto originale, sempre elegante e intelligente.
Produzioni che, paragonate a quelle risibili italiote, segnano con certezza la differenza di mondi e di pensieri.
Due sono le serie inglesi recenti che hanno colpito il mio cuore e il cervello : “Sherlock” e “Downton Abbey”.
Il primo è un divertissement per pensanti che viaggia a velocità atomiche e combina una scrittura tagliente e modernissima immersa in uno sfondo pseudo antico e postmoderno.
La seconda è la definizione di “romanzo d’appendice” di classe per il terzo millennio, una “time machine” perfetta che catapulta l’intero mondo nel mondo della nobiltà inglese al suo decadere (un topos ormai globale), il tutto abbellito dalla scrittura clinica e raffinata di Fellowes e dalla recitazione al solito sontuosa di una schiera di attori britannici d’alta scuola.
Per tornare oltreoceano, sono tre le serie che mi hanno davvero folgorato : “Homeland”, un compendio “globale” sul mondo in cui viviamo, “House of cards”, la serie politica per eccellenza, remake di una antica perla BBC, apologo sulla fine della democrazia e sugli inganni del potere, retto da una sceneggiatura inesorabile, una produzione addirittura sontuosa e un cast stellare.
La terza serie, vista recentemente in “binge” selvaggio, è “Billions”.
Beneficata da una ambientazione iperfascinosa (la finanza d’alto bordo, il mondo degli hedge funds), vivificata da una idea di base sempre feconda, lo scontro tra due nemici “bigger than life”, Billions è una produzione monumentale, scritta benissimo, con due protagonisti stratosferici, Damian Lewis (ex Homeland, rimpiantissimo protagonista delle prime due stagioni, classico solidissimo attore britannico con esperienze shakespeariane) e, soprattutto, Paul Giamatti, qui, se mi credete, al vertice della sua già fulgida carriera.
Ho citato Shakespeare non a caso.
“Billions” e “House of cards” sono la versione moderna di antichi drammi e sulle spalle di questi attori splendidi, si vedono in lontananza le antiche assi di teatro calcate, l’antica maestria.
Il bello delle serie, oltretutto, è che permettono la coltivazione di generi minori, di piccole diversioni, tutte cose scomparse nella centrifugazione senza sapore del mega cinema per grandi masse.
Una specie di “Sundance” permanente che mantiene in vita attori, storie, prodotti che sarebbero scomparsi impoverendo l’ambiente per sempre.
In questo senso penso soprattutto a serie tipo “Mozart in the jungle”, prodottino di nicchia e di classe di Amazon.
Possiamo in fondo dirci fortunati : il mondo in casa ha i suoi vantaggi.
E tutta la migliore musica del mondo, quella del passato, è eternata nel cloud per nostro imperituro godimento.