Far from the madding crowd

Perché amo così tanto la cultura anglosassone da sentirla come la mia vera patria?
Cos’era quell’aria di vera libertà, soprattutto dalle ideologie soffocanti e autoritarie, che toccavo con mano andando per anni a Londra in gioventù e anche in tutti gli anni a venire?
Ripercorro queste strade perché parlo con un amico e lo vedo, come quasi tutti i miei amici, bloccato in formae mentis più tipiche del luogo di provenienza.
La nostra generazione, in Italia, ha vissuto per decenni il cappello opprimente delle due chiese, una secolare e forte, quella della religione cattolica, una più recente ma notevolmente dogmatica comunque, quella del comunismo europeo ai tempi della guerra fredda.
Difficile uscire ancora adesso da quel pendolo e su quel falso problema uno come Berlusconi ci ha campato per anni.
In realtà la risposta era pragmatica, era nei fatti contro i dogmi, era beyond…tutte cose che da sempre sono patrimonio del mondo “altro”, quello anglosassone appunto.
La “perfida Albione”, secondo tutti i passatisti destroidi che sono la maggioranza culturale italiana da almeno 70 anni.
Londra è una città mondo ed è anche un simbolo.
Come tale è oltre le mode, oltre le storielle piccole dei decenni che passano, vive sull’onda della storia vera, quella profonda.
E ora quest’onda profonda, al di là degli strepiti di chiunque, è la globalizzazione e il mondo piccolo ed interconnesso dove le etnie, le religioni e tutte le etichette ideologiche antiquate passano velocemente in secondo piano.
Una città che si è digerita la Thatcher si digerirà anche la Brexit, la May e il populismo arrabbiato uscito dalle fogne grazie alla lunga crisi economica, al profondo cambio del mondo in tutti i suoi parametri, al terrorismo, alle ingiustizie, alle migrazioni e così via.
Si digerirà perfino il liberismo selvaggio, ultimo pretesto per cercare di reintrodurre dogmatismi antichi, perché proprio i danni dello stesso porteranno le lande del pragmatismo fuori dalle secche per primi, come già gli USA del criticatissimo Obama (nero, intelligente, raffinato, dubbioso : troppi problemi per la testolina media dei detrattori), sicuro futuro grande rivalutato della storia recente, stanno iniziando a fare.
Come molti italiani che si sentono realmente stranieri in patria, le strade della mia vita spesso saranno quelle della cugina Francia e di Parigi (non a caso così odiate qui da noi dalla maggioranza), terre di classe, di bellezza, di cultura e razionalità, oppure quelle di Londra e di Britannia, scrigno di molti tesori e, sicuramente, faro di libertà mentale.
In un mondo pieno di Cassandre isteriche che agitano le apocalissi come uno schermo per coprire l’orrore di un mondo che non segue le loro ideologie, un tentativo di Arcadia mentale, psicologica, perfino culturale.
Come al solito, chi vivrà vedrà.

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C’est en Septembre

Piacevolmente cullati da pezzi come questo o questo di Gilbert Bécaud, pezzi dell’epoca dei nostri padri, sublimi e cheesy allo stesso tempo, solo pochi giorni fa indulgevamo alla vista del castello di Lourmarin con il sottofondo ciarliero e lievemente maudit di due gestori di bistrot che parevano appartenere più al colore di posti come St.Trop che alla Provenza vera e propria.
In questo piccolo spicchio di paradiso che arriva, come in un lieto fine inaspettato, al termine di una lunga e drammatica cavalcata tra le valli del Luberon, un contrasto così tipico di queste terre, tra inquietudini e bellezze assolute, in questo medioevo agreste moderno, questo medioevo con antibiotici, aria condizionata, rosé a fiumi e bastides con piscina, è facile perdere di vista il periodo che la Francia e l’Europa tutta attraversano.
Eppure anche lì, anche nelle piccole città come Avignon, Aix-en-Provence, non sembra che l’orrore e le difficoltà abbiano poi in fondo lasciato tracce così indelebili come i media vorrebbero dirci.
Guardi la tv e vedi spesso il riferimento all’inferno ma poi non vedi plotoni di polizia, quasi che l’Europa rifiutasse nel suo Dna la militarizzazione così evidente in altri posti del mondo, se non tutti.
Nizza, pare, ha fatto la sua stagione estiva come sempre, tra le folle della Promenade e le meraviglie vellutate di Cap Ferrat.
La gente continua a fare la sua vita senza alcuna differenza e forse, per davvero, l’unica reale differenza la noti nei posti di passaggio, stazioni ed aeroporti, dove l’enorme complicazione di tutto e il rallentamento continuo sono il vero lascito di questi anni di piombo.
Prima di partire un commerciante italiano alla domanda sulle nostre vacanze, alla risposta “Francia” scuoteva la testa ed obiettava come se andassimo in Medio Oriente.
Potenza dei media, grandi manipolatori e grandi “appiattitori” di realtà e rilevanze completamente diverse, come la storia recente del caso M5S romano dimostra ad abundantiam.
Perchè tutto ciò funzioni alla perfezione un popolo bue aiuta e in questo la Francia dimostra, ancora una volta, la sua estraneità profonda alle miserie italiane.
Poi magari fra vent’anni o meno avranno vinto i grandi guerreggianti, i ricercatori infaticabili di capri espiatori, i fanatici del passato razzista e coloniale.
Nel frattempo la Francia ancora sembra il paradiso della ragione, del buon gusto e del bien vivre, anche mentale, che tanto amiamo.
E questo, per ora, ci basta e solo il futuro, se ne faremo parte, ci dirà la verità finale.

L’empireo

Esiste un mondo che sembra conservare le antiche, piacevoli certezze resistite fino agli anni 80-90.
Un mondo dove gli americani hanno ancora grandi attori, scrivono ancora ottime e solide storie, intrecciano sceneggiature perfette e creano un immaginario molto variegato, non solo per piccini, al quale rivolgersi nelle sere d’inverno e d’estate.
Questo mondo, ormai da quasi vent’anni, non si trova più al cinema.
Per noi tutti, debitori agli USA di queste ed altre utopie, questi ultimi vent’anni globalizzati, di grandi cambiamenti, hanno lasciato una certa indistinta nostalgia per quando l’oltreatlantico dominava le arti e i mestieri, compresi quelli sportivi.
Questo mondo, nella difficile arte del cinema, non è del tutto scomparso, sembra aver semplicemente traslocato.
A fronte di un cinema globalizzato, che parla inglese ma che lancia nell’empireo registi di tutte le nazioni (penso a Winding Refn, danese, ma anche a mille altri), l’avvento della televisione gigante, HD, con mille canali, tematica e quasi in contemporanea con l’uscita nelle sale, ha permesso, anche economicamente, che le grandi produzioni e i grandi attori dei decenni precedenti portassero armi e bagagli al servizio delle serie.
Così come viviamo l’epoca d’oro degli strumenti, informatica e comunicazione in primis, viviamo di conseguenza la golden age delle TV series, l’equivalente filmico del trentennio musicale magico (60-70-80).
Se le cose migliori degli ultimi trent’anni al cinema sono state portate dal cinema globalizzato : penso a molto cinema francese, penso a capolavori dell’ex terzo mondo come “Il segreto dei suoi occhi” dell’argentino Campanella e penso a molti altri, gli USA, antichi dominatori del mezzo, se nelle sale portano solo l’inutile magniloquenza plastificata delle saghe per bambocci, fine invero triste della potenza produttiva hollywoodiana, o, peggio, una versione per popolino della commedia, ormai volgarizzata e destrutturata di ogni raffinatezza, nelle serie TV sciorinano i migliori talenti di scrittura, di visione, di recitazione.
Complice una avanzata tecnologica che ormai permette a questi prodotti una profondità ed una fruizione paragonabili al grande cinema, la nostra generazione, già trasferitasi sul divano per motivi anagrafici, ha oggi un motivo in più per farlo.
Se mi chiedessero tra qualche anno i migliori film visti dal 2000 in poi, citerei molte serie.
E in particolare quelle che, tra tante, metto nell’empireo recente.
Senza dimenticare le antiche perle come “Boston Legal”, una vera definizione di divertimento commerciale per pensanti, o altre facilmente individuabili.
Due sono le grandi scuole della serie, quella americana e quella inglese.
Senza scomodare antiche e meravigliose serie BBC, in Inghilterra la tradizione continua, sia sul versante dei riadattamenti letterari, antica arte televisiva britannica, sia sul versante del prodotto originale, sempre elegante e intelligente.
Produzioni che, paragonate a quelle risibili italiote, segnano con certezza la differenza di mondi e di pensieri.
Due sono le serie inglesi recenti che hanno colpito il mio cuore e il cervello : “Sherlock” e “Downton Abbey”.
Il primo è un divertissement per pensanti che viaggia a velocità atomiche e combina una scrittura tagliente e modernissima immersa in uno sfondo pseudo antico e postmoderno.
La seconda è la definizione di “romanzo d’appendice” di classe per il terzo millennio, una “time machine” perfetta che catapulta l’intero mondo nel mondo della nobiltà inglese al suo decadere (un topos ormai globale), il tutto abbellito dalla scrittura clinica e raffinata di Fellowes e dalla recitazione al solito sontuosa di una schiera di attori britannici d’alta scuola.
Per tornare oltreoceano, sono tre le serie che mi hanno davvero folgorato : “Homeland”, un compendio “globale” sul mondo in cui viviamo, “House of cards”, la serie politica per eccellenza, remake di una antica perla BBC, apologo sulla fine della democrazia e sugli inganni del potere, retto da una sceneggiatura inesorabile, una produzione addirittura sontuosa e un cast stellare.
La terza serie, vista recentemente in “binge” selvaggio, è “Billions”.
Beneficata da una ambientazione iperfascinosa (la finanza d’alto bordo, il mondo degli hedge funds), vivificata da una idea di base sempre feconda, lo scontro tra due nemici “bigger than life”, Billions è una produzione monumentale, scritta benissimo, con due protagonisti stratosferici, Damian Lewis (ex Homeland, rimpiantissimo protagonista delle prime due stagioni, classico solidissimo attore britannico con esperienze shakespeariane) e, soprattutto, Paul Giamatti, qui, se mi credete, al vertice della sua già fulgida carriera.
Ho citato Shakespeare non a caso.
“Billions” e “House of cards” sono la versione moderna di antichi drammi e sulle spalle di questi attori splendidi, si vedono in lontananza le antiche assi di teatro calcate, l’antica maestria.
Il bello delle serie, oltretutto, è che permettono la coltivazione di generi minori, di piccole diversioni, tutte cose scomparse nella centrifugazione senza sapore del mega cinema per grandi masse.
Una specie di “Sundance” permanente che mantiene in vita attori, storie, prodotti che sarebbero scomparsi impoverendo l’ambiente per sempre.
In questo senso penso soprattutto a serie tipo “Mozart in the jungle”, prodottino di nicchia e di classe di Amazon.
Possiamo in fondo dirci fortunati : il mondo in casa ha i suoi vantaggi.
E tutta la migliore musica del mondo, quella del passato, è eternata nel cloud per nostro imperituro godimento.

Le minoranze

Come è noto la storia viene fatta dalle minoranze.
Inutile elencare nella storia passata gli esempi infiniti.
Il problema di questo nostro tempo di inizio millennio è che sono le peggiori minoranze possibili quelle che dettano i tempi dell’agenda.
Mi riferisco alla psicopatia dell’estremismo ideologico e religioso che ovviamente arruola facilmente, anche a posteriori, tutti i deviati e i disperati del mondo.
Mi riferisco anche alle destre fasciste in grande spolvero e pronte, altrettanto rumorosamente, a prendere il potere per usarlo male, more solito.
Sarebbe utopisticamente bello mettere in uno stadio queste frange rumorose e violente, dichiaratamente acefale e piloriche, e passare poi alla fine per le pulizie.
Il mondo purtroppo invece esplora sempre nel dettaglio il male, le follie, le atrocità, le complicazioni varie mettendo sempre a dura prova quel bagaglio di sorriso e di ottimismo di base che permea i migliori di noi.
L’unica minoranza che sarebbe auspicabile contasse qualcosa, quella dei pensanti e dei senza paraocchi, non solo oggi è l’unica vera minoranza soggiogata ma è anche quella che gode di cattiva stampa.
Oggi vincono i “Libero”, il “Giornale”, che vive annate sempre più imbarazzanti dopo le vette montanelliane, o per andare altrove i “Mirror” e i “Daily Mail”, che hanno una percentuale di “boobs” direttamente proporzionale alla scarsità neuronale dei suoi lettori, entusiasti sostenitori della Brexit.
Il web, grande mare magnum senza direzionalità precise, può essere contemporaneamente il network terroristico per eccellenza (altro che moschee) ma anche il recipiente di mille informazioni di prima mano che ovviamente solo pochissimi vanno a vedere per davvero.
Prolifera così la cultura del luogo comune e del semplicismo applicati indistintamente al gossip o alla geopolitica, senza soluzione di continuità e senza neanche un sospetto sulla diversa complessità dei due argomenti.
Tra i tanti luoghi comuni che appestano questo periodo davvero sfortunato c’è quello del fallimento della convivenza multietnica.
Basterebbe aver fatto due viaggi o letto due libercoli di storia, anche solo americana, per sapere che da sempre il melting pot funziona, al netto delle tensioni che ci sono sempre in qualsiasi comunità complessa, perfino non multietnica.
Chi è uscito magari con gli occhi aperti dal paesello (vero, italioti?), ha constatato di persona che sono decenni che razze, etnie, classi convivono più o meno tranquillamente in tutto l’Occidente.
Ma come è noto fa più notizia l’uomo che morde il cane o, più semplicemente, il poco male ha sempre migliore stampa del tanto bene.
Se proprio vogliamo parlare di integrazione, l’esperienza diretta insegna che il benessere economico trascina con sè anche tutto il resto, altro che ideologie e religioni.
La variabile vera oggi è la povertà e la disperazione delle periferie occidentali e su questo bisogna lavorare.
Bisogna rendere una parolaccia (ci siamo quasi) l’integralismo in ogni sua forma, religiosa o ideologica : vedi le due minoranze citate ad inizio post.
Bisogna ragionare senza rumore e strepito, molto difficile oggi e ancora più difficile quando i Le Pen e i Salvini avranno preso la loro fetta di potere, e guardare i fatti, che sono silenziosi, spesso impopolari, non alla portata di tutte le menti, soprattutto quelle esagitate.
A quel punto la maggioranza lavorativa e tesa al benessere, ossia l’85% del mondo indipendentemente da religioni e culture, potrà tornare a vivere ragionevolmente in pace, per quanto questo possa succedere nel mondo, posto notoriamente tragico ed imperfetto.
Così come lo è il corpo umano, generatore di mille problemi e della più grande industria antropica, quella farmaceutica.
Davvero : se Dio esistesse, avrei molto da dirgli sulla presunta perfezione della sua creazione.
In fondo anche Lui, immeritatamente, ha sempre goduto di ottima stampa.

La cultura di ressa

Io sono sempre affascinato dalle manifestazioni del fanatismo di massa della cultura consumistica.
La cultura di massa è sempre, inevitabilmente, anche cultura di ressa e la ressa produce inesorabilmente code.
Quello che però sorprende adesso e che dice molto del panorama mentale odierno è il sorriso ebete del criceto alla ruotina che digerisce queste cose con beata incoscienza.
Mi riferisco alle code per Expo, ore di delirio per vedere un deludente padiglione di paccottiglie.
O per inebetirsi con selfies conditi da frasi da cioccolatino di fronte ad una versione low cost delle installazioni di Vegas, come il famigerato “albero della vita”.
Oppure all’ultima incarnazione del delirio di massa : le code per “The floating piers” di Christo.
Gente che non conosce quasi nulla di autentici capolavori artistici in giro per il mondo, che mai farebbe un quarto d’ora di coda per entrare al Quai d’Orsay (il museo), in compenso si sdraia al sole su un pericolante tubo di plastica galleggiante perché le sirene dei media li hanno portati lì.
In questo ha perfettamente ragione Sgarbi quando accenna ad una forma di onanismo che io, aggiungo, è tipico della sciampista, il tipo umano medio della cultura di massa odierna, che si nutre di televisione e di subcultura cheap come sempre, ma pensando, curiosamente, di non essere più inautentico o volgare.
Il popolino inconsapevole è mosso da fili invisibili e si fa condurre anche fuori dai consueti meccanismi lavorativi, dove il gioco è più brutale e scoperto.
Non solo rubo il tuo tempo, valore supremo, per quattro denari ma anche nel tuo tempo “libero” colonizzo i tuoi poveri pensieri, oggi incanalati verso una inconsapevole ricerca di spiritualità plastificata (da qui il successo del new age e di cose analoghe, tipo appunto l’installazione di Christo), perché ti devo far digerire il mantra di essere diverso e “speciale” anche all’interno di altre migliaia di schiavi sorridenti, speciali come te.
Uno dei motivi per cui è progressivamente diventato impossibile andare a vedere una partita di calcio, ad esempio, oltre alla violenza dell’ambiente e al rumoroso fanatismo delle curve contrapposte, è proprio questo.
Per chi ha occhi per vedere, l’umanità radunata in grossi eventi è sempre a dir poco ridicolmente fastidiosa.
Il calcio aveva anche la possibilità di diventare uno spettacolo, come a teatro, come ad un concerto, ma ha scelto altre vie, soprattutto in Italia, precludendone l’accesso ai pensanti.
Come sempre, chiunque voglia fatturare sulla stupidità delle masse sorridenti ha sempre campo aperto.
In questo senso il mio rispetto per loro non potrebbe essere più profondo, quasi quanto i fondali del lago d’Iseo che guarda, stupito.

Equivoci

Umberto Eco ha rappresentato per anni nell’immaginario italico la figura dell'”intellettuale”, perfino oltre i suoi reali meriti e demeriti.
Una figura che in questo paese mediocre spesso si sovrappone a quella del “professore”, in realtà ben diversa, anche umanamente, e che svela il pavloviano moto di pensiero che l’italiano medio fa di fronte alla cultura : qualcosa da studiare controvoglia con un filo di paura di fronte all’interrogazione e qualcosa da aggirare con qualche trucchetto (fingere di imparare, la retorica del bigino e così via).
Spesso l’istituzione stessa scolastica in Italia ha assecondato questo modo di pensare con i suoi comportamenti, generando quindi un corto circuito dal quale questo paese non si è ancora riavuto.
D’altronde lo Stato è uno dei problemi di base di questo paese, quasi mai la soluzione.
La declinazione finale dell’intellettuale quindi è spesso il trombonismo che perfino Eco ha sfiorato negli ultimi anni, soprattutto quando ha imbastito polemiche un pò rétro sul libro di carta e sul ruolo di Internet nel dare risalto agli imbecilli.
Due falsi problemi, a mio avviso, e due terreni scivolosi nei quali una persona intelligente come lui poteva tranquillamente spiegarsi meglio.
Nel merito : la carta non è in contrapposizione all’ebook, resisteranno entrambi ma l’80% dello scibile passerà, come già sta succedendo, in via elettronica e sulla rete.
Ed è giusto, come Eco stesso diceva, educare gli educatori all’uso intelligente e “scremante” della rete per poter dare strumenti di valutazione alle future generazioni.
Internet come playground per gli imbecilli messi sullo stesso piano dei premi Nobel? Altro falso problema.
Se si escludono i socials, che vanno presi per quello che sono, le opinioni vanno vagliate (e torniamo alla questione “educazione al discrimine”, anche qualitativo) e mediamente oggi chi mantiene un blog per anni qualcosa da dire ce l’ha, magari anche solo per cento lettori.
Personalmente sono sempre per la libertà totale e sono sempre per l’abbondanza.
Poi, come sempre, conta la qualità del proprio cervello per valutare nel mare magnum dell’information overload.
Equivocando equivocando nulla è più soggetto ad equivoco della definizione di “intellettuale” o di “snob”, due epiteti usati spesso anche contro Umberto.
Chiunque sia anche di poco al di sopra della aggressiva mediocrità e volgarità imperanti da sempre in questo paese prima o poi viene etichettato con uno o con entrambi degli epiteti suddetti, usati paradossalmente come insulti quando in realtà sono a tutti gli effetti dei titoli di merito.
Ben al di là del “sine nobilitate” di vecchia gestazione, il problema oggi è l’opposto : avercene di snob oggi in un mondo così volgarmente tarato verso il basso.
Lo stesso Eco venne preso sul serio solo dopo aver raggiunto una certa notorietà grossolana, televisiva quindi, con “Il nome della rosa”, quel libro che lo stesso Eco definiva il suo peggiore e che rappresenta bene le logiche bottegaie e piccolo borghesi che sottostanno ai “riconoscimenti” dei servi della gleba.
Se fai soldi e diventi famoso sui circuiti che io frequento allora ti riconosco.
Una variante della vecchia, infelice battuta tremontiana sulla cultura che non dà da mangiare e degli animal spirits della ottusa mediocrità piccolo borghese che è la definizione morale della stragrande maggioranza di questo paese eternamente arretrato.
Quel paese così ben rappresentato sulle reti Mediaset ma anche su quelle Rai (Don Matteo!), quel paese che si rivela ancora, nel 2016, vedendo quella trasmissione così significativa come “Maggioranza assoluta” (appunto), ovviamente su Italia 1, dove personaggi improbabili e seppelliti dalla storia e dal buonsenso vero vengono subito riconosciuti come congrui rappresentanti del “comun sentire”.
Quel paese così ben dipinto da Eco stesso nel folgorante “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, una radiografia attualissima ed esatta al millesimo della mediocrità piccoloborghese atavica e orrendamente soddisfatta dei propri enormi limiti, della superficialità demente e del sospetto per la cultura che ancora adesso impregna il “belpaese”.

Boxing guys

All’avvicinarsi del giorno del pacco (Boxing day), diventa simpatico mettere un piccolo punto fermo e fare una istantanea dei tipi umani cristiano-cattolici che sono rimasti sul piatto.
Un piatto che sembra ridursi giorno dopo giorno, secondo molte statistiche, e che ha in sé caratteristiche eternamente presenti ma che oggi sembrano riequilibrarsi al loro interno secondo modalità inedite.
Io vedo là fuori, nel mondo freddo e sempre più indifferente, tre tipologie antropologiche.
Il primo tipo umano, silenziosamente maggioritario fino a pochi anni fa, è quello classico, postbellico, dell’italiano medio di buona volontà, cattolico per imprinting culturale inevitabile e mai messo veramente in discussione.
I signori e le signore di 70, 80 anni adesso, che scuotono la testa di fronte ad un mondo completamente diverso dal loro, fatto di rituali ferrei e indiscussi (le feste, le messe, il buon borghese vicinato), di parrocchie calde e accoglienti che si immaginavano prive di ogni nequizia, di parroci retrogradi ma di buon servizio.
Oggi questo mondo resiste in quel parafrancescanesimo aggiornato che è fatto di micro realtà, di piccoli punti dove la gente trova conforto e spesso dona conforto, penso con maggior convinzione teorica di una volta ma anche maggior disincanto.
Forti di un’idea che resta in testa a dispetto di ogni buonsenso e plausibilità, soprattutto se riferita all’organizzazione chiesastica che c’è dietro, questo è l’unico dei tre tipi che ritengo presentabile in società e degno di rispetto.
Forniscono un servizio di cui le nostre società hanno sempre più bisogno e sostanzialmente agiscono bene, indipendentemente dalle basi teoriche del loro agire.
Rispetto al mondo che sta svanendo, questo tipo umano mi sembra in recessione numerica ma in miglioramento qualitativo e organizzativo.
Il secondo tipo umano è quello perenne del neo-fariseo fanatico.
Numericamente tutte le organizzazioni religiose hanno una percentuale di questi militanti invasati che generalmente non supera il venti per cento.
Se fino a poco tempo fa mi sembrava in crescita, per distorsione mediatica legata all’Italia ed alle sue perversioni politiche, oggi mi sembra fortunatamente in riflusso anche se difficilmente si schioderà dallo zoccolo duro.
Duro di cervice, soprattutto.
Sono quelli che non solo conoscono la verità ma sostengono anche all’interno della loro religione di conoscerla e applicarla bene solo loro e pochi altri.
Cultori nevrotici delle forme del passato e dell’intangibilità dottrinale, di riti e cerimonie, sono sempre destinati a prendere botte in testa dalla realtà, inclusa quella vaticana, come Bergoglio sta evidenziando, e quindi diventano subito inclini al negazionismo (della realtà stessa) e, in epoca web, fantasiosi creatori di ossessive realtà alternative.
Naturalmente illiberali e nazisti nell’animo vengono spesso rimbalzati anche umanamente fino a confinarsi nelle loro cellule settarie in un meccanismo solipsistico incessante oppure a diventare carne da rehab.
Come si suol dire : io avrò anche bisogno di JC in futuro, ma voi sicuramente avete bisogno di farvi vedere da uno bravo.
Adesso.
Il terzo tipo umano, che una volta si confondeva col primo, quando la religione era comunque molto superstiziosa, soprattutto nelle fasce socio-culturali basse della società, ora svetta come categoria a sé e, tragicamente, è l’unica che sembra in crescita.
Sto parlando dei confusi sincretisti, per dirla meglio dei “sincretini”, che ispirati anche da vicende estranee al cristianesimo mischiano tutto in orridi calderoni e portano alla luce che ormai questa religione è affare di paesi ben lontani dall’Europa e che, in genere, non brillano per lucidità di fronte al presunto irrazionale.
Nel paese delle fattucchiere che fatturano e delle madonnine che piangono a comando (Veronesi dixit), è subito successo immediato.
Va bene tutto : dalle apparizioni non spiegate, al business delle pietre e delle visioni, al delirio delle sedicenti veggenti che, guarda caso, vedono realtà che vogliono vedere (Lutero all’inferno ed esattamente come dicono loro. La descrizione dell’aldilà esattamente come nel Vangelo) senza che nessuno rida loro in faccia per il palese, smaccato, triste wishful thinking che inficia qualsiasi descrizione.
Un mondo molto vasto, variegato, quello delle messe di liberazione e dell’esoterismo che ricorda i deliri americani ma anche le macumbe sudamericane.
In genere questi tipi forniscono materiale per ilarità convinta quando raccontano, spesso sui socials, grande specchio amplificatore della stupidità umana, una sequenza di cose inverosimili e non vere che vengono accettate ormai tutte, senza neanche più una parvenza di filtro.
Perché contrariamente al luogo comune, è il credente che spesso diventa credulone e finisce per credere a tutto e a vedere provvidenze e legami laddove nessuno sano di mente unirebbe i puntini a casaccio.
In rottura prolungata come trottatori maldestri, galoppano nelle praterie dell’irrazionale fino allo sfinimento proprio e altrui.
Sempre pronti a dare per buone e raccogliere ogni tipo di sollecitazione, soprattutto le più spericolate, i sincretini finiscono a gestire shops pieni di pietre e pergamene, dando perlomeno un contributo piccolo ma significativo al PIL nazionale.
D’altronde non c’è miglior business di quello costruito sulla dabbenaggine altrui.
E non c’è miglior venditore di un venditore convinto della propria merce.

Phony, silly little people

Facciamo un passo indietro.
Lo starnazzamento continuo dei nuovi farisei, preoccupati per le sorti del mondo, talmente viziati dalla loro religione da vedere segni e profezie ovunque, in fondo in fondo contenti della perenne e presunta apocalisse imminente, ha come bersaglio facile e facilone il gregge contrapposto e sempre crescente dell’uomo massa, soprattutto ggiovane, carne da macello per media e poteri vari.
Troppo comodo.
Per chi ha il copyright della parola “gregge”, capisco che sia troppo ghiotta l’occasione per parlar male di greggi altrui, altrettanto facilmente disprezzabili, ma tutto ciò sembra quasi e soprattutto il lamento del vecchio imbonitore che ha perso tutta la clientela.
Di fatto, dagli anni sessanta in poi, non casualmente ampiamente criminalizzati dai religiosi vari, la Chiesa, soprattutto in Italia, ha perso gradualmente ed inesorabilmente lo scettro del comando e la possibilità di incidere sulle masse.
L’attuale homo novus, nella versione che piacerebbe molto ai vecchi capibastone, è un cretino che segue tutti i nuovi capibastone, media, pubblicità etc., perché in fondo contento di vivere senza Dio che comprometterebbe la sua voglia di libertà.
Non è così palesemente, o meglio, è parzialmente così solo per certe masse belanti che da sempre non brillano e non hanno mai brillato né per intelligenza, memoria, etica profonda, né per complessità di pensiero e che hanno uno spettro di voglie e desideri che non oltrepassa la settimana di raggio d’azione.
Talmente concentrati sul proprio ombelico e sulle proprie mediocri ambizioni da fare rabbia o tenerezza a giorni alterni e comunque già pronti per fare danni in giro grazie al mix terribile di ignoranza e amoralità.
Tattici e non strategici, quindi capaci di fare danni anche a sé stessi, quindi qualche volta doloranti.
Ai neo-farisei dico : aspettate, fiduciosi.
Sono ancora qui le future truppe possibili, sono proprio queste le falangi dell’uomo ideologico del futuro, superata la sbornia nichilista (come la chiamereste voi).
Nel tifo applicato a tutto, non solo al calcio, risiedono le vostre più fondate certezze.
D’altronde quel 15% scarso di popolazione pensante, libero criticamente, non ideologizzabile e non tifoideo non l’avete mai visto nella storia, non è arruolabile ed è comunque una minoranza non interessante per le battaglie di ieri, oggi e domani.
Etichettateli come intellettuali, nichilisti, scettici, infedeli : da entrambe le parti non ci sarà alcun rimpianto.
L’uomo massa di oggi invece, quello dei selfies a boccuccia su Facebook, della festa e della vacanza continua, del rinvio sine die della propria maturazione come persona, quello del “che palle” incorporato nella propria stupidità di fondo prima o poi potrebbe stufarsi e potrebbe credere perfino in un dio se marketizzato adeguatamente.
E come gli ex fumatori pentiti potrebbe da quel momento in poi rompere gli zebedei a chiunque sia rimasto ancorato ai neuroni e sventolare la propria bandierina d’ordinanza.
Si apriranno quindi praterie per parlare a vanvera di conversione, per spacciare per vera la bufala manichea del “o con noi o col demonio”, per occultare quello che è noto a qualsiasi pensante : che l’etica prescinde da qualsiasi presunta trascendenza e che rispettare il proprio cervello difficilmente porta verso mondi tagliati (male) con l’accetta 2000 anni fa.
D’altronde questa è l’epoca degli -ismi usati come clave, della demonizzazione del “politically correct” ossia dell’accusare gli altri delle proprie debolezze, tipo l’ideologizzazione di tutto, parlando oltretutto di lente, tardive, finalmente arrivate crescite di pensiero e perfino di educazione in un mondo che fino a poche ore fa criminalizzava e derideva volgarmente e scompostamente il diverso.
Anche la schiavitù da normale ordine delle cose divenne ben presto inaccettabile e nessuno si sognò di parlare di nuova ideologia trionfante bensì di miglioramento puro e semplice.
La caratteristica di questi tempi e di questa popolazione di eterni distratti che la sta pian pianino controllando, simboleggiata dall’uso nevrotico e continuamente cangiante dello smartphone, è la profonda stupidità, una manna per ogni potere, incluso quello religioso, e la falsità che è la conseguenza di una vita non autentica e che non cerca complicazioni.
Una versione moderna e plastificata della sana, vecchia ipocrisia borghese-cattolica.
In fondo siamo passati da un insopportabile paternalismo bigotto ad un cretinismo diffuso.
Lasciate fare a Bergoglio, quindi, superate l’odio profondo da vecchia e ridicola diatriba dottrinale e fate agire il marketing.
I tempi magari non saranno così cupi e “finali” come li dipingete voi ma comunque, come sempre, ci sarà sufficiente orrore per gettare reti e raccogliere.
D’altronde per persone poco abituate a pensare razionalmente e criticamente sembrerà normale passare da una catena all’altra visto che sembra inconcepibile che qualcuno non ti dica cosa devi fare nei dettagli.
Abbiate fede.

Valentino e la mia Smart

Con sospetta, prevedibile sincronicità junghiana, la cronaca italiota fornisce sempre spunti a riflessioni come la mia dei giorni scorsi.
Il fattaccio sportivo di Sepang, lo scontro in MotoGP tra Rossi e Marquez, chiarisce anche agli scettici le dinamiche contorte e il modo di ragionare storto che contraddistingue la stragrande maggioranza non pensante di questo paese sfortunato.
Di fronte ad un fatto, evidente, chiaro, dove è facile fare una scala di valori e responsabilità, l’italiota medio tende a creare polveroni, a girare frittate, a confondere i piani, in genere fa di tutto per non riconoscere la realtà, soprattutto morale.
E questo normalmente per tifo e nazionalismo di ritorno.
Oppure per semplice interesse personale, quando serve.
Si dice spesso che gli italiani siano esterofili, brava gente sempre pronta a denigrarsi.
Niente di più sbagliato.
In realtà l’italiano medio è assolutamente, pervicacemente, stupidamente e ottusamente tifoideo e applica categorie calcistiche, peraltro male interpretate, a qualsiasi ambito della vita, indipendentemente dalla sua importanza.
È una conseguenza diretta del familismo amorale e dell'”amicismo”, altrettanto amorale, che permea tutta la società.
Con gli amici le leggi si interpretano, con i nemici si applicano.
E ovviamente, nell’applicazione, si è feroci con i deboli, proni e molli con i forti.
Di fronte ad un caso di provocazione – reazione altrettanto limpido, il famoso caso Zidane-Materazzi, inutile dire che non si sono forniti cinquantamila video alternativi per arrampicarsi sui vetri, non si sono forniti alibi al reagente, ma si è allestita in due secondi una bella crocifissione a chi aveva il solo torto di non essere italiano.
La mania di schierarsi a tutti i costi, i “ragionamenti” bambineschi che si si sintetizzano in frasi come “e allora gli altri..”…”ma anche tu”… da noi hanno stranamente territorio libero, come se fossero verità assolute.
È un modo di ragionare che ha infettato la politica, da subito, fin dai tempi della DC, non votabile per mille ottimi ed importanti motivi, ma votata perché “e allora gli altri” o il più semplice “allora voti comunista?”.
Il fatto ovvio che il mondo sia fatto di et-et e non di aut-aut bambineschi non tocca mai queste piccole menti e rappresenta una cosa che ha sempre rallegrato il potere, sicuro di potersi muovere bene in questo mondo di ritardati senza cultura e dallo sbocco istintivo facile.
Infatti, unicum mondiale, il potere si è schierato subito con Rossi.
Schierarsi, impossibile non schierarsi, perfino quando si ha torto marcio.
Come nel precedente caso Nibali-Vuelta, di fronte ad uno che per recuperare si attacca all’ammiraglia….e poi fa pure l’offeso.
Renzi, Malagò (presidente del CONI!), i maître à penser che questo paesucolo si merita (Jovanotti? Vasco Rossi? Materazzi? Davvero?), tutti col loro bel hashtag demente, perfettamente in linea con la terra dei veleni che ora vive il suo periodo più nauseante, quello della finta riforma (un classico della casa) e della reale , ulteriore restaurazione, ammantata di quella retorica up to date che ha permesso l’avvento di uno come Renzi, la continuazione della stessa mentalità andreottiana-berlusconiana in forme nuove, due votati inerzialmente o, peggio ancora, convintamente per anni dal popolo bue.
E si sa che gli italioti ci tengono alle apparenze e alla bella figura, come si teorizzava molto lucidamente in un vecchio libro di un osservatore inglese che parlava, giustamente, della “dark side” di una nazione apparentemente solare e lineare.
Tutti in codina all’Expo (stranieri pochini, come era logico aspettarsi da gente che ha una visione più lucida ed equilibrata della realtà globale) e tutti già con la loro bella bandierina perché il paese rinasce.
Tutto bello, tutto sarebbe bello, basta credere.
Ma soprattutto, poi, obbedire e combattere.
Proprio qualche giorno fa ho avuto un appuntamento di lavoro vicino all’Expo con tutto il suo corollario di simpatiche alterazioni dell’umore dovute alla solita, pessima gestione della viabilità, delle informazioni stradali e ovviamente del flusso di persone.
Torno in città già bello nervoso (ormai Milano tende ad innervosirmi, con il suo carico di fatica di vivere accoppiata ad una fintissima, superficiale patina modaiola, perfetta epitome del provincialismo invincibile dell’Italia tutta) e parcheggio in una via del centro.
Dopo pranzo trovo in seconda fila, tra i molti trasgressori, un SUV.
Stupidamente penso di essere fortunato perché noto che all’interno c’è il guidatore e quindi vado, con estrema gentilezza, a chiedere se cortesemente può spostarsi di una decina di metri per permettere alla mia piccola, nera Smart (remember Calimero?) di uscire.
Scende questo italiota perfetto, quindi non beota apparentemente ma vestito molto elegantemente e con una macchina sicuramente costosa, e comincia ad inveirmi contro in mezzo alla strada, a freddo.
Sostiene che ha già avuto una giornata pessima e come mi permetto io di aggiungere pena a pena.
A grandi gesti minacciosi sostiene che sia nel mio interesse non chiedere altro altrimenti avrebbe spaccato me e la mia macchinina che, aggiunge, ritiene sia coperta di sterco.
Si forma un piccolo capannello di curiosi e io immediatamente faccio qualcosa di molto poco italiano.
Non reagisco alle provocazioni e non penso al fatto di aver ragione da vendere, penso alla mia famiglia, quella vera, che non gradirebbe che fossi coinvolto in una rissa da strada, sorrido amaramente ed ironicamente, entro nella mia Smart, faccio duecento manovre ed esco sudatissimo dalla fila.
Milano, Italia, 2015.
In fondo non è mai cambiato nulla ed è questo in fondo che piace a chi ama rimanere in questo paese.

Italians do it worse

Molti mi chiedono da dove nasca questa mia profonda disistima per l’Italia e gli italiani.
Come se cinquant’anni nella terra degli Andreotti, dei Berlusconi e dei cinepanettoni non fossero già una motivazione evidente.
Molti, da perfetti italioti, tendono a buttarla in vacca e ad usare la consueta e molto amata categoria del luogo comune superficiale ed etichettante.
Sarei quindi un esterofilo.
Un recente post di Luca Rota non fa che puntualizzare alla perfezione il problema di fondo, quello culturale, una ovvietà che nel triste stivale non viene percepita nelle sue implicazioni profonde (e te pareva).
Madamina, il catalogo è questo e vale per la stragrande maggioranza del paese, il famoso corpaccione “silenzioso” che purtroppo invece parla e molto, anche politicamente.
Gli italiani sono naturalmente casinisti, amanti dei grandi assembramenti di amici (più siamo, meglio stiamo) e quindi, nell’era di Internet, schiavi delle parti più chiassose e comunicative come i social, whatsapp e così via.
Più Facebook che Twitter ovviamente, inclini come sono a seguire le mode più ovvie, scontate e la versione più “amicale”, laddove Twitter è più una agenzia stampa o un flusso ininterrotto di segnalazioni culturali (la parola che fa orrore).
Erano e restano amanti assoluti del cellulare di cui fanno un uso folle, chiassoso, continuo, smodato e senza alcun paragone nel resto del mondo.
In questo infatti riconoscibilissimi appena si passa la frontiera.
Superficiali, ignoranti e in sospetto con la cultura e con tutto ciò che è fuori dal branco, berlusconiani nature, fissati con l’apparenza (i vestiti, le macchine) ma in fondo in realtà solo modaioli senza un filo di classe vera, tutti nei trenini o in code gioiose come Expo, vittime dei media più di altri popoli proprio perché culturalmente carne da macello e pecoroni d’elezione.
5 ore in coda per NON vedere un padiglione ridicolo ma niente mezz’ora per la Cappella Sistina oppure in sbuffo perenne davanti a maestosi musei all’estero che offrono sia in qualità che quantità un mondo di differenza rispetto alla fiera di paese steroidata di Rho.
Imbambolati davanti alla tv generalista, unica fonte di informazione, così come davanti all’albero della vita, una versione low cost e dè noantri di un qualsiasi piazzale di albergo a Vegas (vedi Bellagio).
Oscillanti tra il lamento generico per la propria nazione e i suoi guai perenni ma refrattari ad approfondire o ribellarsi davvero ma anzi velocemente tifoidei e nazionalisti al dunque (cibo,moda…) : non si contano le risate che mi sono fatto online con gli ultras che pensano seriamente che il mondo si fermi a Ventimiglia o al Brennero, soprattutto su questi argomenti…”primari” o che sono seriamente convinti della bufala spacciata spesso sui media dell’Italia padrona dell’80% del patrimonio artistico mondiale.
Quelli davvero non italiani e critici (sulla scia di Gaber,Pasolini…) : minoranza stretta e vista con sospetto e fastidio crescenti.
il tifo e il campanilismo demente (e quindi l’odio profondo per la globalizzazione e la modernità) ancora caratteristiche salienti, molto più che in altri paesi, nazionalisti ma pensanti, esigenti (penso a Francia ed UK).
Come tutti gli ignoranti e i mediocri, tendenti ad accettare troppo l’autorità senza farsi troppe domande (fascisti dentro quindi) con un retrogusto bilioso e aggressivo (fascisti anche fuori) che le prime ondate vere di emigrazione hanno subito fatto emergere in maniera prepotente rispetto alla media europea.
Ovviamente molto religiosi ma di una religiosità superficiale, vagamente superstiziosa.
Figli del Vaticano e della mafia, abituati all’ipocrisia e alla doppia morale sono naturalmente, in versione moderna, senza spirito critico e proni a qualsiasi cosa provenga dalla rete, quindi “cospirazionisti” naturali abituati come sono al naturale “dietro le quinte” delle pastette italiche.
Omnia immunda immundis.
Anche in viaggio, classica esperienza di “apertura delle menti”, viaggiatori inconsapevoli, disinformati, in cerca di connazionali e spaghetti anche all’estero.
Nella vita quotidiana, nella fatica di sbarcare il lunario, familisti, maneggioni, in posti di comando tendenti all’abuso e al ladrocinio, borbonici e polverosi nella concezione e nell’esercizio del potere.
Sono quelli che, unici al mondo, di fronte ai Durans in Duomo ieri sera, esplodono per davvero proprio quando parte “Wild boys”, la canzone più brutta e volgare della quale lo stesso Simon Le Bon non farebbe mistero di vergognarsi un pò.
Tutto questo genera ovviamente una società che premia la furbizia, la mediocrità e il gregariato, bloccata, falsa, piena di incomprensibili problemi che perdurano all’infinito (politica disperante e criminale, fisco e burocrazia violenti, dementi ed aggressivi, senso civico nullo, economia truccata e familista, giustizia barocca ed incomprensibile).
Gli stranieri sono affascinati dalla nostra presunta capacità di farcela ma in realtà non sanno che non è mai stato risolto davvero nulla nel profondo in questo paese, se non per l’urto di fortissime pressioni esterne (da qui la mia speranza europea), e quindi alla fine conservano un’immagine edulcorata dei pregi di una popolazione in realtà profondamente frustrata e incapace di risolvere alcunché.
Come resta anche l’immagine edulcorata di un paese bello e dannato, dove prendersi appunto una vacanza dal buon senso per poi tornare alla normalità (innumerevoli ad esempio i film sull’argomento).
Ma vivere perennemente nel non senso, quando gli stranieri tornano a casa loro, non è mai romantico.
E resta un paese sempre meno bello, sempre più stuprato dalla mentalità corrente e sempre più ladro e non conveniente economicamente.
Oltre che inguaribilmente provinciale e quindi completamente fuori fuoco nel mondo moderno.
Essere in età avanzata dà il privilegio, tra i pochi, di potersi tirare fuori dalla pazza folla e non sentirsi più di tanto coinvolti dall’eterno strepito delle battaglie, soprattutto quelle perse in partenza.
Guardo quindi i giovani che ci credono ancora, soprattutto in politica, con ammirazione ma anche con un sorriso amaro sebbene intenerito.
L’errore di fondo di solito consiste nell’idea, utopica e non fondata sulla realtà, che basti cambiare la fetida classe dirigente per risolvere le cose.
Ben presto si accorgeranno che in realtà dovrebbero cambiare popolazione e cultura, come in una gigantesca operazione cardiocircolatoria.
Subentrano quindi ben presto l’angoscia e la stanchezza di fronte all’inanità del compito.
Ribadisco : la risposta migliore è sempre e comunque andarsene, rifiutarsi di giocare al gioco truccato e vivere con più ossigeno.
Non esiste la terra perfetta ma sicuramente questa non solo non lo è ma è inquinata in maniera insopportabile.
Ci si rivede su Marte.