L’affaire Macron

In quest’epoca di rabbioso irrazionalismo politico demente, di conferma di un minimo di democrazia esistente, contrariamente alla vulgata delle masse volgari, ossia che tutto sia pilotato, la vittoria della Brexit, di Trump e il grande successo di una come la Le Pen dovrebbe aver già fatto cambiare idea alle masse schiumanti in merito ai trucchi del potere.
Ovviamente non succede perché il marchio di fabbrica del popolino non è la ragione, il pensiero, l’equilibrio, la riflessione.
Neanche le vittorie li educano.
In epoca Internet, masse abituate da anni al pecoronismo e alla totale mancanza di senso critico e di ragionamento sul potere, di colpo si scoprono “haters” a prescindere e, da buon popoletto, esagerano nel senso opposto declinando in senso complottistico, quindi alla fine inutile e non realistico, qualsiasi istanza, qualsiasi informazione.
Dal belato all’urlo, direi.
Il caso di Macron è emblematico.
Nel mondo di oggi le qualifiche, che sono sempre elitarie, la competenza, il curriculum, non sono visti, come dovrebbero, come un plus, bensì come una prova dell’appartenenza al famigerato establishment.
Il noi-loro, il manicheismo tifoideo, la reductio e la parodia del conflitto sociale sono sempre un buon segnale dell’assenza di cervello.
Inutile dire che le religioni organizzate, maestre nella manipolazione dei peggiori istinti del popolino, in questo periodo vanno a nozze.
Ed ecco quindi che Macron è colpevole di venire dall’ENA, scuola d’élite della classe dirigente francese, una cosa che drammaticamente è mancante nel nostro paese di mediocri improvvisatori allo sbaraglio e dove nella politica, in genere, prevalgono i peggiori, i più ideologici e, in genere, la schiuma dell’umanità.
Ha una carriera d’alto livello in campo bancario (orrore), ha sposato una donna più anziana di lui quindi è sicuramente un omosessuale coperto, forse anche pedofilo.
Strano che queste calunnie prevalgano proprio nel campo dove un vero scandalo pedofilia, e di proporzioni mondiali, ha con chiarezza dimostrato la bontà di una certa “educazione” sessuale nevrotica e castrante.
Non dire al popolo che le élites intelligenti e sagge sarebbero la loro salvezza.
Sono ancora persi dietro la narrazione del nemico a prescindere, un facile capro espiatorio di fronte alle brutture del mondo, crisi economica in primis.
Tutto viene tritato in questo festival della mediocrità : i migranti, l’euro, la crisi economica.
Tutto è strumentalizzato e, soprattutto in questo periodo, la moderazione e il buonsenso sono minoritari e molto, molto impopolari.
Sono un ottimista, passerà.
E poi spetterà, come sempre, ai moderati di buonsenso raccogliere i cocci delle stupidaggini e delle urla del popolino e dei suoi numerosi agitatori, spesso oltretutto convinti di avere la Verità in tasca.
Nel frattempo tutti costoro avranno già rinnegato il passato, con la provvidenziale (questa sì) dimenticanza degli stupidi, e saranno passati alla successiva inutile piazzata, magari contro i farmaci, oppure i medici e altri lavoratori del pensiero razionale.
D’altronde i fanatici del miracolo permanente non hanno propriamente in simpatia quelli che, spesso nel silenzio, si attengono ai fatti e a poche verità parziali.

Advertisements

Nocturnal animals

Era molto tempo che non vedevo un bel film, di genere o no, americano, fatto secondo i crismi della loro lunga tradizione.
Non avrei mai detto, inoltre, che un film del genere potesse essere fatto da uno stilista, categoria sulla quale non è difficile avere molti pregiudizi, una categoria che, come i pubblicitari, sembra sempre composta da mediocri annusatori di vento, opportunisti, superficiali cavalcatori di onde senza profondità e contenuti veri, appartenenti ad un demi-monde di pseudo artisti, professionisti della chiacchiera salottiera e del presenzialismo nevrotico.
Forse è necessario essere così per fare efficacemente questo tipo di lavoro ma è indubbio che per gli osservatori esterni la parola che viene subito in mente, in inglese, è “phoney” (fasullo).
Tom Ford stesso non sembra amare l’ambiente fatuo e sostanzialmente vuoto da cui proviene e si vede ampiamente nei suoi rarissimi film, soprattutto in questo dove il patinato estetismo di certe scene non è fine a sè stesso ma davvero si mette al servizio di questa storia dove la gallerista che ha scelto la vita facile vive appunto quel tipo di mondo, quel cinismo anch’esso superficiale, incarnato magistralmente nel brevissimo cameo e nella splendida battuta di Michael Sheen, attore peraltro che è sempre piacevole incontrare, in qualsiasi circostanza.
In questa atmosfera da “Brivido caldo” aggiornato, con quella musica molto Hitch ma anche molto anni ’80, Ford imbastisce una storia davvero magistrale che si dispiega su due piani narrativi contemporanei, quello del film vero e proprio, ossia quello che gira attorno alla vita della gallerista ex idealista che lascia brutalmente il suo fidanzato sognatore e potenziale scrittore, abortendo suo figlio e mettendosi con un finanziere che la tradisce, con quello sotterraneo del libro che lei riceve, con dedica, dal suo ex appunto, un libro potente, brutale che racconta altre storie ma sempre con una evidente colpevolizzazione per colei che l’ha abbandonato.
Non riveleremo altro della trama e del finale di questo film a rischio reale di spoiling, ma è certo che le basi di un grande film ci sono tutte : sceneggiatura impeccabile tratta da un libro molto celebrato, regia elegante e attenta, recitazione all’altezza.
Un film (vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia) che non dimenticherete presto.
Il che non è poco, ripeto, nel deserto, soprattutto americano, di questi decenni faticosi.

Back home, again

Reduce da un consueto time out londinese, constato che nulla è cambiato pur se tutto cambia.
Dopo una intera vita di peregrinazioni nella città di Samuel Johnson e della sua celeberrima e verissima affermazione (“When a man is tired of London, he is tired of life”), dopo brevi, lunghi, lunghissimi periodi nella capitale dei mille villaggi, la sensazione è sempre la stessa della prima volta : sono tornato a casa.
Nessun posto nel pianeta mi regala questa sensazione, nemmeno quelli a me più cari, come Parigi, la Provenza o altri.
Quelli sono luoghi del cuore, Londra è casa.
Ne conosco strade e luoghi, riti e liturgie, eppure è tale l’offerta di esperienze e di realtà che questa città immensa fornisce che ogni volta è una storia nuova.
Se credessi a quella buffa teoria che è la reincarnazione dovrei farmi qualche domanda, ma fortunatamente sono un essere pensante e quindi mi limito a parlare di evidenti affinità elettive.
Rafforzate poi anche dalla ragione, come capita nei migliori amori della nostra vita.
Roba da chiedere la cittadinanza onoraria per meriti acquisiti sul campo, magari al nuovo sindaco Sadiq Khan, col quale sicuramente andrei più d’accordo che con il suo improponibile predecessore.
Nonostante il mondo sia molto cambiato e spesso in peggio, Londra, pure a breve distanza da un attentato a Westminster, mantiene la sua meravigliosa indifferenza alle brutture del mondo, potenza dell’understatement, la sua forza inerziale straordinaria che deriva dall’essere una città mondo unica al mondo appunto, molto più di New York e tante altre megalopoli più…provinciali (se mi passate il termine), una città libertaria e naturalmente tollerante dove non hai mai la sensazione di essere blindato, dove lo Stato è fortunatamente ancora molto leggero, dove il senso di libertà è ancora forte e soffia col vento costante e il suo tempo mutevole.
Non questa volta, peraltro, dopo meravigliosi giorni di quasi estate che hanno, prevedibilmente, riempito i parchi di gente di tutte le razze del mondo.
Se c’è un posto che apre la testa come pochi altri è questo e non finirò mai di ringraziare la mia insistenza (premevo per andarci fin da piccolo : tu chiamale, se vuoi, premonizioni, intuizioni) e il liberalismo così anglosassone dei miei genitori lombardi per avermi permesso di fare parte della mia giovinezza sulle rive del Tamigi.
Lontano dai razzismi, così assurdi in London dove qualsiasi persona è straniera, lontano dai provincialismi, dalle grettezze mentali e dalle incrostazioni letali del tinello italico, lontani dalla burocrazia e dalle vessazioni di uno Stato nemico, espressione perfetta di un popolo che ragiona al contrario in quasi tutte le questioni essenziali, lontano dall’ossessione piccolo borghese dell’apparire, della bella figura.
Gli stupidi ed autolesionistici furori della Brexit sembrano molto lontani qui, dove la stragrande maggioranza ha votato Remain.
Il mondo intanto però va avanti secondo schemi nuovi.
Anche qui il dilagare dell’elettronica personale e mobile ha cambiato la posizione delle teste delle persone e spesso la loro attenzione.
Questo ha sostituito le mie ormai antiche immagini di interi treni del Tube quasi silenziosi con gente intenta a leggere di tutto, in cartaceo ovviamente.
A livello di linguaggio mi sono piacevolmente sorpreso a passare per un vecchio cittadino agée, lievemente aristocratico, col mio inglese arrotondato, old style, pieno di formule di cortesia e abbastanza scevro da americanismi.
I giovani che oggi hanno preso il posto delle vecchie generazioni ovunque nei servizi, se non sono stranieri e quindi chiedono a te paradossalmente di parlare più lentamente perché sanno poco la lingua o ne maneggiano una versione globish localizzata, in genere ti guardano con tenerezza e ti rivolgono qua e là un deferente “sir” che è il sempiterno modo inglese di metterti al tuo posto nella scala sociale sulla base del modo in cui parli, una vecchia ossessione del luogo.
E questo semplicemente per un “good evening” di troppo o una forma di cortesia raffinata che nel mondo iper diretto dell’hallo generalizzato e delle contrazioni yankee, viene visto come un eccesso di forma che potrebbe avere un vecchio zio nostalgico del porridge e dei “gesti bianchi” del cricket, quando era davvero total white.
E poi c’è il teatro.
Come dice mia moglie, se non hai visto teatro a Londra, praticamente non sai cosa è il teatro e soprattutto come dovrebbe essere.
Sovrastati dalla solita clamorosa offerta, in quantità e qualità, mi ero distratto e non avevo notato ad esempio una pièce di Albee (The Goat, or Who is Sylvia?) che si celebra al Royal Haymarket, proprio di fronte al teatro che da una vita racconta in maniera barocca e flamboyant la triste storia del “Phantom of the Opera”.
Attratti dalla star attraction (Damian Lewis, splendido attore inglese che ha già dato lustro a due delle serie migliori degli ultimi anni, “Homeland” e “Billions”), siamo entrati di corsa per poi assistere, more solito, ad uno spettacolo teso, di rara eleganza, grottesco al punto giusto, recitato magnificamente da tutti, star inclusa.
Questo mondo intanto è cambiato anche perché l’ossessione securitaria ha contagiato tutto.
Oggi qualsiasi posto nel globo che sia lontanamente famoso ha ridotto la sua appetibilità turistica per le lunghe code, aeroportuali, per entrarci e in generale per le limitazioni che questo comporta.
Tornato a Wimbledon dopo molti anni, questo luogo ad esempio è stato totalmente cambiato, come esperienza, dal nuovo feroce ordine mondiale.
Se una volta era una festa libertaria che comprendeva fragole con panna girando per l’immenso e splendido club indisturbati, oggi la security comanda tutto e ti confina nei posti imprenscindibili (museo, centre court, shop) non nascondendo il fatto che non vede l’ora che la mandria se ne vada in fretta.
Certo il Centre Court fa sempre battere il cuore e la tentazione, per noi cultori del tennis d’antan, è sempre quella di inginocchiarsi ma è chiaro che l’era del tennis moderno, con i suoi strascichi di turismo di massa e controllo delle masse stesso ha veramente cambiato i connotati di questo che resta un posto meraviglioso in un quartiere meraviglioso di una città straordinaria.
Ultima sera alla Royal Albert Hall, uno dei teatri più belli del mondo, proprio di fronte all’Albert Memorial, il posto in cui davo appuntamenti a chiunque nei giorni gloriosi della Londra degli anni 70-80, omaggio al mio nome più che all’amatissimo marito di Victoria, a cui è ovviamente intitolata la stessa sala da concerti circolare.
In scena gli ABC, o meglio Martin Fry, che porta avanti da solo il nome della casa, con l’orchestra di Anne Dudley.
Domina la sofisticata, dolcissima nostalgia di una musica di estrema eleganza che celebra gli heydays dell’epoca dei new romantics, una delle tante epoche musicali inglesi che hanno segnato il mondo e che, nel loro mix di musica elevatissima e dandismo spericolato, irriverente, sorprendentemente ingenuo, sembrano ormai appartenere ad epoche remotissime.
Con Martin la vita è stata lieve e voce e figura non sembrano la parodia della sua gioventù, quando, dice durante uno dei siparietti del concerto, si presentava nei pubs di Sheffield, sua città natale, vestito di giacca “gold lamé”, non una buona idea, chiosa, mentre promette il suo rientro per la seconda parte con quell’outfit.
Nella prima parte del concerto predomina l’ultimo, splendido album del nostro, il sequel di “Lexicon of Love”.
Martin è uno degli ultimi giganti del pop inglese, quella meravigliosa aristocrazia che parte dagli anni 60 e arriva a fine anni 90, ricca di veri artisti della composizione.
Grazie all’orchestra, la comunanza feconda di un tocco ormai alla Bacharach associato al tipico suono ABC, scende su una audience folgorata una dispensa fortunosa di perle che però solo i fans veri (quorum ego) hanno accompagnato con testa e testi declamati alla perfezione.
“Flames of desire”, “Ten below zero”, “Kiss me goodbye”, gli ultimi capolavori, e una serie di antiche meraviglie come “Be near me” hanno illuminato un first act eccelso.
Nella seconda parte la promessa è mantenuta e Martin entra di corsa vestito con giacca dorata d’ordinanza.
Scatta la celebrazione, molto più popular pur nel consueto splendore della tessitura musicale, di “Lexicon of Love” originale, uno degli album debutto più straordinari e celebrati dell’intera storia del pop inglese.
Tutti in piedi, anche nel Grand Tier, per la sequenza magica, fino al bis di “Look of love”.
Yippie aiy yippee yaye, indeed.
E alla sera, passeggiando e rasentando Kensington Gardens, per tornare in albergo dopo questa serata champagne di autoindulgenza assoluta ho pensato che Samuel Johnson era ancora mio amico e per me evidentemente era ancora lontano il tempo della depressione.

Piccolo mondo antico

Certa gente che vive col paraocchi nel passato la si recupera più avanti, grazie al buonsenso e al raziocinio di cui è palesemente sprovvista.
La si recupera quando si inventa l’illuminismo, il liberalismo e si creano le condizioni di agibilità minima che permettano un dialogo con chi voleva teocraticamente, ossia sulle “basi” di una ideologia irrazionale e fantasiosa, tenerti nel medioevo per sempre.
La si recupera quando, con la scienza e il raziocinio, si costruiscono sistemi di cura delle persone, e quindi perfino per loro, che vanno al di là delle ipotesi fantasiose dei negazionisti delle cure del cancro o degli anti vaccini isterici che creano problemi inediti di infezione nel 2017 dopo decenni di sostanziale calma.
Niente di meglio ci si poteva aspettare da chi crede ai miracoli e alle varie madonnine piangenti.
Il ritorno all’irrazionalismo destrorso illiberale passatista, che è il vero cancro di questi ultimi anni, vola cavalcando le paure della gente, la loro ignoranza di fondo, alimentato da una rete che è meravigliosa ma che può anche essere il ricettacolo di tutte le scemenze di questa terra.
Mi viene in mente Crozza, sempre acuto e sul pezzo, che mette in scena Belpietro con le sue piazze vocianti e odianti (non una parodia, praticamente una fotocopia), oppure i vari haters complottardi di cui è piena la rete peggiore.
Superficialità, ideologia, negazionismo, rabbia : mai il mondo mi è parso più smarrito.
Eppure i tanti odiatori dell’Europa, ad esempio, si illudono quando pensano che il progetto, concepito da uomini immensamente più lucidi e lungimiranti degli attuali, abortisca del tutto.
I fenomeni del “Dio-Patria-Famiglia” hanno come eroi la gente peggiore, perché sono inclini inesorabilmente al voto di parte, ideologico, mai ragionato.
Ecco quindi un Farage, un Boris Johnson, personaggi che non sembrano neanche più politici inglesi da quanto sono immersi nell’improbabile.
Farage che dopo aver fatto danni inenarrabili, tende a svicolare via e ammette che perfino se ne andrebbe dall’UK se la Brexit fallisse.
Una Brexit che è il parametro perfetto dell’autogol insito nell’uomo di destra rabbioso, acefalo, non lungimirante.
I fautori nostalgici del Regno che fu, riusciranno dove decenni di storia gloriosa non è riuscita : smembrare proprio il tanto amato Impero.
Con Scozia e Irlanda (riunita! A dimostrazione che nei paesi pragmaticamente pensanti la religione si ridimensiona e quindi fa meno danni) che fanno ciao ciao con la manina perché ovviamente non ci stanno al seppuku di Londra, peraltro voluto da una minoranza chiassosa e depensante, certamente non giovane e quindi poco qualificata a parlare di un mondo che non vedrà.
Un Trump, prototipo perfetto del venditore di pentole aggressivo, che, da ovvio negazionista dei problemi ambientali (in attesa fremente del sempre simpatico negazionismo su nazismi e olocausti vari) firma tutto tronfio il ritorno al carbone.
Un bill che neppure la Thatcher, non certo una paladina del liberalismo e del progressismo, si era mai sognata di appoggiare ai tempi dei brutali litigi con i minatori.
Lo stesso Trump che per mesi stucchevolmente ha fatto coretti col suo uditorio decerebrato (Chi pagherà il muro? Sulla falsariga di altre buffonate dei nostri “politici” recenti) e che, messo alla prova, dopo essere stato rimbalzato immediatamente dal presidente messicano e averlo subito accettato (davvero un grande negoziatore), presenta subito il conto ai suoi.
Un miliardino di dollari per un’opera inutile e costosa che si aggiunge in maniera monumentale al già sofferente bilancio.
E i destrini sempre sbraitanti, spesso a sproposito, sulle spese statali del nero Obama (attenzione : nero), qui invece tutti a battere le manine.
Sempre Trump, che darà purtroppo molto materiale al sarcasmo mondiale e che perfino dormendo farà danni incalcolabili, subito battuto anche sull’Obamacare, grazie ad un bill disarmante per superficialità, pochezza e velenosità ideologica, talmente orrendo che neanche parte dei repubblicani è riuscita a votarlo.
Che toglieva il minimo di assistenza sanitaria a decine di migliaia di persone, riuscendo allo stesso tempo a drenare valanghe di soldi dal Medicare.
Doppio danno assoluto : la perfezione.
Il perfetto, ridicolo rappresentante della destra americana e della parte peggiore di quella altrimenti gloriosa nazione.
Quella che vuole le armi dappertutto ma che non vuole un welfare appena decente per la sua popolazione.
Proprio delle priorità ineccepibili.
Poi ci sono politici intelligenti, dubbiosi, liberali, equilibrati come Nick Clegg.
Tempi duri per gente come Nick, che cerca disperatamente di coagulare i pensanti e di non reagire alla violenza dei “vincenti”, per impedire come dice il vecchio saggio Heseltine, il più grande, storico errore del Regno Unito, quello che intaccherà davvero per sempre la sua sovranità, grazie al combinato disposto di un mercato, quello più importante per la UK, che detterà davvero le regole al buffo fornitore oltremanica il quale, nel frattempo, si sarà sempre più rimpicciolito economicamente e territorialmente.
L’Europa ha davvero rinfocolato i peggiori nazionalismi e certi beceri pregiudizi incrociati.
Non si è mai davvero realizzata non perché ha sottratto sovranità alle singole nazioni ma perché non è riuscita a farlo, grazie alla spinta spesso interessata delle lobby delle singole nazioni, dei singoli politici con interessi inconfessabili, ad esempio quello di far fallire l’Europa per far proseguire la propria influenza nazionale, più gestibile.
La narrazione che oggi gira è palesemente falsa, se l’Europa fallisse è proprio per il giochino delle singole nazioni che si ostinano a non capire il destino comune che non può che essere imboccato che in maniera molto più forte.
Quando parleremo di qualsiasi politico a prescindere dal suo paese di appartenenza avremo fatto un vero passo avanti oltre i soliti razzismi, primitivismi e riduzionismi del popolino, spesso anziano ed ignorante, che ancora ammorba l’Occidente con la propria miopia.
D’altronde uno non può che pensare secondo il proprio orizzonte mentale, piccolo, bottegaio, antiquato già trent’anni fa.
E se l’orizzonte mentale è quello delle bavierine e delle padanie, delle opprimenti e dogmatiche sovrastrutture ideologiche, è difficile intravedere un futuro, anzi già un presente, quando l’interconnessione e il “rimpicciolimento” del mondo dovuto alle tecnologie e alle logiche fortunatamente “comunitarie” delle istituzioni politiche, prevede dei blocchi importanti federati che interagiscono, pacificamente si spera.
Altrimenti l’alternativa più realistica è un simpatico ritorno alle guerre mondiali che nel protezionismo, l’autarchia demente, l’ideologia e la costruzione di muri, peraltro inutili, hanno sempre trovato terreno fertilissimo.
Sono gli stessi che sbraitavano per la pericolosa guerrafondaia Hillary (attenzione : donna).
Perchè ovviamente Putin va bene e la Cina no.
Al termine di tutto, questi apprendisti stregoni saranno riusciti nell’impresa di accelerare il declino di quell’Occidente che, a parole, portano avanti con le fanfare e le inutili bandierine che ci sono sempre nelle funebri chiamate alle armi.
Non a caso si è sempre detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio dei farabutti.

Sing street

Quando un musicista non sfonda nella musica, alla fine trova sbocco nel cinema, dove numericamente c’è meno concorrenza ed è più facile farsi notare.
Questa è la storia di John Carney, un dublinese che ha dei punti fermi da cui non si schioda mai, in qualsiasi film : Dublino, madre patria amata come solo gli irlandesi sanno fare ma nel stesso tempo luogo da cui si vuole scappare, generalmente per andare a Londra per cercar fortuna, la musica, soprattutto quella venata di folk dell’isola verde, presentata nella sua forma creativa (la scrittura delle canzoni assieme, altro topos specifico del nostro) e sciorinata in porzioni insolitamente abbondanti fino a sfociare quasi in un videoclip continuo.
L’ossessione per la donna come chiave per sfuggire allo spleen quasi joyciano e inventarsi la vita che si vuole.
In “Once” il busker col cuore infranto che scrive canzoni per la sua ex, inevitabilmente bugiarda, cerca poi l’amore improbabile nella immigrata dell’est che poi, più prosaicamente, si rimetterà col suo marito temporaneamente ancora in patria.
In “Sing street”, il delicato ed ex benestante ma talentuoso piccolo protagonista, vuole evadere dall’ambiente soffocante dei suoi genitori divorziandi e dalla tristezza del subproletariato della nuova scuola, rovinata as usual dalla mentalità repressiva del prete di turno, e quando si innamora della bella di turno con ambizioni artistiche, si inventa letteralmente una band (con relativi video : sono gli anni ottanta, baby) pur di forzare le situazioni, rivelandosi pure molto ben più dotato di quanto gli inizi facessero sperare.
Della serie “piccoli, deliziosi film che solo i britannici sanno fare”, “Sing street”, doppio senso voluto tra Synge street e Synge school (i luoghi della storia) e “sing” (cantare), è un must ed è sicuramente il miglior film del nostro simpatico ossessionato.
Celebrato fin dai tempi dell’orrido, incredibilmente menoso e privo di idee “Once”, l’equivalente filmico di Ed Sheeran, uno che solo nel deserto odierno poteva far fortuna, la dimostrazione che la semplicità del country, il documentarismo easygoing “volemose bene” diventa banale sciatteria in un attimo se non ci sono solide fondamenta e vera profondità, in realtà Carney è con questo film che raggiunge la vera maturità.
Qui c’è una storia ben congegnata, una regia non dilettantistica e lontana dalle fisime del finto povero che solo un regista di ben altro spessore come Loach può maneggiare senza farsi male, qui c’è, more solito, il regalo di una recitazione di giovani meravigliosamente naturale, perfetta, secondo la più bella tradizione della patria del teatro.
Qui pure la musica è migliore, inutile a dirsi, più ricercata, più ambiziosa, secondo i parametri degli anni ’80 ormai assurti a luogo dell’anima e ultima spiaggia per una musica davvero interessante e ricca, prima del vuoto e del baratro che tutti abbiamo visto spalancarsi subito dopo.
Classico “feel good” film all’inglese, con un finale giustamente celebrato, questa è una chicca che dovete portarvi a casa senza esitazioni.

Generations

Un classico di sempre è il clash delle generazioni e non mi sottraggo certo a questa antica tradizione.
Un primo accenno di quello che sarebbe stato il mio futuro e quello di una certa minoranza (semper fidelis) lo ebbi durante la scuola di mia figlia.
Durante un pranzo organizzato per far conoscere le famiglie, io mi permisi di esprimere alcune blande, velatissime critiche al comportamento dei nostri figli su certe precise questioncelle che si dibattevano in quel periodo storico.
Nulla di grave ma la reazione clanica, compatta, ideologica, feroce e sproporzionata, non incline al dibattito, di gran parte dei genitori mi colpì molto.
Nel merito, su quelle questioni, la generazione precedente alla nostra sarebbe stata molto più decisa e tranchant del sottoscritto.
Per dire, la questione evidenziava un pò la differenza che passa tra chi accoglie il figlio a casa dopo una nota del professore, accogliendo acriticamente le lamentele infantili del pargolo che automaticamente sposta la colpa sullo stronzo che emette voti senza neanche entrare mai nel merito del contendere, e chi indaga con onestà intellettuale per vedere se magari la nota è meritata.
Allora non mi era chiaro (non mi erano chiare molte cose, nella mia onestà intellettuale di fondo che stupidamente pensava che tutto il mondo usasse la stessa onestà) ma in quell’atteggiamento di acritica difesa del pargolo, di automatica accettazione della logica del clan, c’era la radice di molti guai degli italiani, etichettati giustamente all’estero come familisti amorali, ridicoli mammoni, eterni viziati Tanguy, ma c’era anche la radice di molti guai successivi, perché è chiaro che figli abituati a vivere in globi protettivi e acritici poi sviluppano una certa allergia al mondo reale, alla verità e all’assunzione di responsabilità, che, se ci pensate, è il bug di molta italica gioventù.
Se il pendolo può oscillare solo tra amicone e stronzo, è chiaro che siamo lontani, molto lontani da una logica adulta, razionale e rispettosa della verità.
Molti genitori della nostra generazione hanno semplicemente rinunciato all’idea di essere genitori sul serio, ossia ad essere anche principio della realtà, sincerità, verità oltre che dell’affetto superficiale acritico.
Mi riferisco in questo caso soprattutto ai padri, grandi assenti nella sostanza ma grandi presenzialisti nella superficialità del day by day.
Il pendolo oscilla sempre troppo, sembra essere sempre questo il gioco della storia e qui si nota con estrema chiarezza.
Siamo passati senza soluzione di continuità dalla generazione dei nostri padri (non di mio padre, per la cronaca, un uomo del suo tempo e contemporaneamente un illuminato molto avanti ai suoi tempi), autoritari senza reale autorità, troppo legati ad antiche ideologie e superstizioni, disinformati (ad esempio su dieta, medicine…), rigidi oltre ogni logica e in genere su stupidaggini, alla mia generazione che, per reazione, è sostanzialmente fuggita dal duro, dal difficile, per adagiarsi nel ruolo semplice, furbo dell’amichetto grande che non giudica mai, perché sostanzialmente se ne frega ed egoisticamente coltiva i propri egoismi meglio col sorrisetto sulle labbra.
Questa trappola ha obnubilato molte deboli menti che infatti sono cresciute con una dose di infantilismo duro a morire superiore alla media dei decenni precedenti, un rifiuto della realtà e delle responsabilità incoraggiato dallo sciagurato mondo circostante, una idea della giovinezza radicalmente opposta alla generazione del dopoguerra ma egualmente esasperata, irreale, una concezione della verità e della giustizia elastiche al punto da arrivare all’inutile.
Al netto di molte eccezioni, come sempre, una generazione di cortissimo respiro, malata di peterpanismo infinito, naturalmente incline a dare tutto per scontato, irriconoscente, meschinamente soldocentrica, opportunista e serialmente moderna e quindi senza una profondità vera, incoraggiata da un mondo che vuole, anche per motivi di potere evidenti, la tua “leggerezza”, il tuo disimpegno.
Nel suo ultimo spettacolo da stand-up comedian, il sempre travolgente Grillo ha parlato ampiamente di famiglia, ha malinconicamente rievocato il passato, senza una rivalutazione acritica ma evidenziando che tra i ceffoni e i paroloni di una volta e la melassa amorale ed acritica di oggi forse sarebbe utile trovare un equilibrio che oggi pare impossibile.
La tragedia della nostra generazione, la prima (e probabilmente ultima) schiava sia dei genitori che dei figli.
Sia chiaro, chi vi scrive, come è noto, non ha nessuna nostalgia del passato su questioni attinenti alla morale, all’ideologia, alla conformazione socio-politica e già in tenera età, da liberal convinto, contestava aspramente l’autoritarismo senza autorità, la troppa attenzione e rispetto che si aveva per ideologie, superstizioni e religioni ampiamente decotte, mostranti la corda, ricettacolo di follie, moralismi ridicoli e nevrosi assortite.
Ma paradossalmente queste nuove generazioni di millennials in gran parte impalpabili, ignoranti di ritorno e amorali per noia, stanno rapidamente diventando preda dei nuovi autoritarismi imminenti, non a caso portati entusiasticamente in palmo di mano dalle vecchie camarille ideologiche che lì hanno trovato una insperata via di entrata nel nuovo mondo quando stavano per diventare totalmente e meravigliosamente irrilevanti.
Mentre si trastullano (troppo) sugli smartphones senza usare davvero il web come quella grande e meravigliosa enciclopedia che è, non sembrano avere ben chiare le scale di valori e la rilevanza delle cose realmente importanti e quindi stanno navigando verso le fauci aperte del nuovo potere che, ad occhio, mi sembra molto più feroce del passato…ma sorridente.

Il ristorante

La nostra vita è intessuta di piccoli gesti e spesso, anche inconsapevolmente, di gesti rassicuranti e autorassicuranti, quasi apotropaici, oppure di gesti fisici di vicinanza, affetto, tra i quali il più potente mi è sempre sembrato l’abbraccio.
Non a caso ai migliori amici, con l’età che passa, si riserva la chiusura finale : un abbraccio, ti abbraccio.
La Chiesa, come tutte le chiese grande maestra di marketing, conosce la potenza dei gesti e dei simboli e ne ha fatto un largo uso durante la sua esistenza, sia per legare a sè gli adepti che per attirare le folle e condizionarle.
Spesso usati in forma volutamente intimidente, sacrale, talvolta usati in forma amichevole.
In questo senso lo “scambiamoci un segno di pace” espresso normalmente con una stretta di mano manca un pò il colpo, dal punto di vista comunicativo, perché si esprime con la stretta di mano che oggi, oltre che uscita di moda (sostituita dall’orrendo nuovo modo di intrecciare i palmi che fa il paio con la proliferazione di tatuaggi e piercing per definire la tristezza e la profonda volgarità del mondo moderno), è in realtà solo la gestualità del rapporto d’affari.
Il segno della croce, invece, come molti analoghi gesti-mantra presenti in altre religioni, oltre che a definire l’identità, una delle ossessioni dei fanatici, crea la barriera noi-loro che tanti danni fa poi nella politica, nella società e nella storia.
Ma soprattutto assolve, come il rosario o altri mantra prolungati, ad una delle funzioni tipiche della religione, la funzione ansiolitica, rassicurante.
Le religioni orientali, decisamente più oneste nella loro autodefinizione, non fanno misteri su questa realtà, preferendo “stressare” la funzione pratica delle loro…pratiche, piuttosto che la definizione assoluta e assolutista della verità suprema incontrovertibile.
Cosa che invece ovviamente la religione occidentale per eccellenza, quella cristiana, mette subito in primo piano, in maniera quasi coloniale (infatti le religioni servivano anche al colonialismo in questo senso), a suggello della grandezza e simultaneamente della intrinseca debolezza del presunto pensiero forte.
Quando si frequentano fanatici cristiani la cosa che colpisce di più è la quantità di pseudo-argomenti e pseudo-fatti che vengono ossessivamente presentati per difendere dialetticamente l’indifendibile, ossia una religione, ossia una cosa che di per sè non è né logica, né razionale, né dimostrabile, né verificabile.
Una specie di contraddizione in termini che affligge solo le religioni occidentali.
Altrove, in altre culture e quindi in altre religioni, non ci si affanna a cercare la verità assoluta, fattuale, di una cosa così eterea e impalpabile, oltre che invisibile ai più, ma la si butta sulla praticità, sulla comodità esistenziale e si glissa, spesso in maniera oltraggiosa, sul discorso che dovrebbe essere quello di fondo : ma tutta questa prosopopea di eventi, precetti, indicazioni…sono tutti veri, necessari, imprenscindibili?
Esempio di pseudo argomento : ma tutti di fronte alle difficoltà, alle malattie, alla morte torniamo bambini piangenti e ci mettiamo subito a pregare.
Esatto e condivisibile : questo non dimostra nulla sul piano della verità, dimostra tutto sul piano delle necessità che l’uomo ha incorporato di avere una scialuppa di salvataggio anche temporale di fronte al dissolversi eterno di tutto.
Altro esempio : la descrizione con occhi invasati di alcuni invasati in merito alle funzioni pubbliche, a certi eventi e messe.
Quello che io chiamo “effetto Medjugorje”.
Personalmente ho sempre risposto che lo stesso occhietto felice, la stessa sensazione di essere al centro del mondo l’ho trovata anche in altri eventi.
Incontri particolarmente felici con gruppi di amici, concerti rock e altro.
Si chiama autosuggestione da compartecipazione ed è facilmente spiegabile e, in genere, non ha nessuna relazione con l’eternità.
Ossia, può dare sensazioni simili alla felicità assoluta ma è una delle tante droghe che hanno un effetto più o meno prolungato, sempre transitorio, e non spiegano nulla.
Altro e ultimo esempio di pseudo argomento, ma se ne potrebbero fare molti altri, “in qualcosa bisogna pur credere”, versione malandata dell’altra strana idea che senza una fede ideologica assoluta e trascendente non si vive bene o addirittura non si ha una vera etica.
Sorvolando sul piccolo fatterello che la vita e le persone conosciute dimostrano il contrario, in realtà del trio teologale classico, quello che permea per davvero le vite umane è la seconda, la speranza.
Tutte le vite hanno bisogno di speranza, anche minima, in qualcosa (anche solo di terreno, in genere), senza cominciano i veri guai, in particolare quando uno ha la sensazione di non avere più speranze di nessun tipo (oppure obiettivi) da perseguire.
La religione, come un ristorante, assolve ad una funzione eterna (questa sì) dell’uomo : la fame di andare oltre le proprie paure, i propri evidenti limiti.
Il gimmick che viene usato per andare oltre il salto di fede è, guarda caso, l’uso di un libro che, guarda caso, dovrebbe rivelare una rivelazione.
Poi uno legge il Vangelo e, come in tanti altri libri, trova cose interessanti, altre aberranti, ma non pensa mai, se ha un minimo di onestà intellettuale, che sia questa la chiave per definirlo diverso da molti altri libri.
Soprattutto quando, informandosi per davvero, scopre le penose diatribe umane che ci sono dietro, i rimaneggiamenti, le scelte dei testi, la verità storica e fattuale e mille altre obiezioni reali.
I fan della religione di solito, quando sono al muro, e lo sono spesso vista l’inconsistenza e la difficoltà di tenere una posizione fissa su un vetro senza scivolare, la buttano sull’esperienza personale (quindi non analizzabile by default) oppure, peggio, sul buffo concetto di fede=lotteria che è tipico del cattolicesimo più sfrenato.
La fede è un dono, è inutile anche solo cercare di analizzarla o aggrapparsi, sarà Dio a sceglierti etc etc.
Prendendo anche per vera una affermazione così curiosa, la mia risposta è sempre stata che se fosse anche vero, l’idea stessa che Dio faccia lotterie e quindi palesi ingiustizie (alcune facilmente descrivibili sulla base di persone che si conoscono realmente) porterebbe uno sano di mente a non avere in gran simpatia il capriccioso dispensatore di fortune.
Che oltretutto non gode di grande fama, meritatamente, cosa comprensibile anche solo leggendo l’Antico Testamento integralmente (cosa che ho fatto) con il suo elenco infinito di nefandezze e cose perlomeno discutibili.
Bergoglio, uno dei papi più moderni ed intelligenti mai comparsi, ha capito che l’azienda deve inventarsi qualcosa di nuovo e più efficace per stare a galla.
Anche i suoi predecessori lo intuivano ma non avevano né la forza, né la statura intellettuale, né la vera libertà per poter agire al di fuori degli schemi come sta cercando di fare quest’ultimo CEO di fronte al dilagare di un mondo che sembra sempre più voler ignorare cosa dice il Vaticano.
Ecco quindi l’arma davvero efficace : l’ecumenismo vero.
Ossia l’accettazione finalmente esplicita di quanto noi contestatori dicevamo da tempo : basta l’opzione etnico/culturale per sgonfiare la grottesca presunzione di verità di qualsiasi religione.
Quindi se si superano perlomeno gli steccati ideologici, culturali, aziendali e si propugna l’idea che Dio è uno solo ma lo si declina in forme diverse (MOLTO diverse), la gente intanto tornerà a riempire la versione local del marchio unico.
La gente si dimenticherà che tutti hanno probabilmente torto, ma accetterà l’idea rassicurante che intanto Dio esiste.
Perchè in fondo sempre lì andiamo : la gente ha bisogno dello xanax, così come del cibo e queste due aziende non moriranno mai, curioso epilogo per imprese che hanno come scopo di farti superare proprio il problema della morte.

Il rifiuto del futuro

Se c’è una cosa che era ampiamente prevedibile e infatti molti di noi avevano previsto era l’avvento sicuro di una forma acefala di destra old style, praticamente fascista, in tutto il mondo occidentale.
La pressione degli eventi portava inevitabilmente in quella direzione e la destra malata, sovranista, inneggiante al famigerato trittico Dio-Patria-Famiglia (intesi in senso solamente retrogrado), razzista e suprematista per natura, intollerante e illiberale sta prendendo il potere ovunque.
A dispetto delle stesse ridicole teorie complottiste a senso unico che questi gruppi hanno seminato nel web a piene mani per raccogliere i gonzi dal pensiero debole e dal setaccio critico da sempre inattivo, sia verso il potere costituito, sia verso queste presunte opposizioni.
Resto comunque ottimista nel medio periodo : finirà anche questo e ci avrà fatto perdere tempo, soldi, fatiche, vite inutilmente.
Prendiamo l’Italia.
La Lega ha sempre rappresentato queste istanze.
Nasce come movimento più che federalista, secessionista.
Tanto è vero che quando è stata messa alla prova a livello legislativo, schiava non di Roma ma, più miseramente, di Berlusconi, ha partorito un mostro di cui ancora adesso si ride a tempo perso.
La Lega è il movimento retrogrado per eccellenza.
Prima il nemico era Roma e l’Italia e quindi la spinta era al riduzionismo, un riduzionismo che simula le difficoltà degli adepti a comprendere un mondo grande, vario, complesso.
Oggi il riduzionismo, abbandonata in fretta la fregola antiitaliana dopo anni di sciocchezze violentemente propugnate, è sull’Europa, la nuova nemica, il nuovo capro espiatorio.
Quindi, visto che la storia come sempre ci sorpassa in scioltezza, la nostra Thule ora è proprio la tanto vituperata Italietta, di cui, senza vergogna né memoria, si riabilita proprio tutto, perfino le impresentabili annate democristiane, i suoi personaggi, i meccanismi che tanto hanno contribuito, nella loro nefandezza, alla crescita del movimento Lega stesso.
In USA sono messi meglio.
Trump è sostanzialmente una espressione di questo tipo di destra ma ha attorno un sistema che funziona meglio, nei pesi e contrappesi, nonostante i tentativi sbracati di litigare con magistratura e altri in salsa di peronismo diretto (ora a mezzo Twitter), sul fulgido e volgare modello berlusconiano.
Gli USA inoltre sono una nazione grande, forte, dai molti primati, che sta semplicemente tirando indietro l’orologio come ogni tanto ha fatto.
Un isolazionismo di ritorno che avrà vita breve.
Il problema, come sempre, è l’Europa.
L’illusione dell’isolazionismo per le singole nazioni europee, perfino sul piano Nato (vedi deliri della Le Pen), negano la storia recente, fatta di atlantismo e una guerra risolta dagli americani, e negano soprattutto la storia futura dove una globalizzazione di fatto, dovuta a tecnologie e non a complotti, non farà prigionieri tra i curiosi cultori del paesello.
Certamente la crisi economica e il burocratismo ottuso di certa Europa hanno incoraggiato questi deliri.
E di questo dovranno rendere conto molti miopi politicanti attuali, lontanissimi dalla visione e dalla lucidità di gente come Kohl e altri.
Senza crisi economica quella tecnologia emozionale che si chiama uomo non sarebbe andata in standby e invece di agitarsi cercando infantilmente il capro espiatorio (quelli che è sempre colpa dell’euro, oh yes), avrebbe potuto con intelligenza e onestà intellettuale costruire un futuro.
Ma la storia ci insegna proprio che il movimento non è mai lineare, è sempre avanti e indietro, come un grafico di borsa in piena volatilità, salvo poi scoprire a distanza di anni che in fondo il trend di lunga è sempre stato positivo.
Aspettiamo, sul fiume, e cercheremo di non cedere alla tentazione di essere troppo sarcastici con molti involontari e non meritevoli protagonisti di questa triste ora.

Pas son genre

Sono reduce dalla visione diretta dell’abisso.
Potreste pensare che mi riferisca ad uno qualsiasi degli “episodi” della saga popolare “Sharknado”, nata come idiozia ad uso delle masse americane, non propriamente dotate di profondità, acume e finezza, come anche le recenti presidenziali dimostrano e simpatica divagazione trash per cultori come me.
In realtà i vari Sharknado hanno una demente onestà di fondo che il film che ho visto nei giorni scorsi non ha.
“Now you see me 2”, sequel di un già abbastanza dimenticabile (e infatti velocemente dimenticato) primo episodio, rappresenta benissimo il problema del cinema americano moderno di intrattenimento nell’epoca digitale.
Ossia pensare che “intrattenere” un pubblico depensante, in cerca di facile divertimento, distratto dal popcorn e dallo smartphone, sia operazione semplice, banale, che non richieda sforzo.
In realtà se miri basso e coinvolgi nella tua impresa anche attori importanti pensando di aver risolto il problema, senza uno straccio di idea o sceneggiatura, porti a casa il plauso dei soliti quattro decerebrati di bocca buona ma alla lunga perdi credibilità, senso, perfino i soldi.
Affermazione ottimistica la mia, se ci pensate.
Perchè forse le masse chiedono questo e allora saremo destinati a restare sempre più a bocca aperta, e non per la maraviglia del caso, bensì per l’incredulità di fronte all’assenza di gusto e di cervello dell’80% della popolazione in età di fruizione culturale, cinematografica o di altro tipo.
In questo “big mess” hollywoodiano, sintesi perfetta di cosa è oggi questa industria, una volta gloriosa, attori davvero importanti (Michael Caine! Morgan Freeman!) non fanno neanche finta di crederci ma grazie alla loro naturale potenza, riescono ad uscire vivi da un film che ucciderebbe chiunque.
Il povero Radcliffe, abituato all’adorazione acritica del fandom potteriano, fa perfino tenerezza mentre cerca di sguazzare nel mare della recitazione vera fuori da Hogwarts.
Deve inoltre avere un agente sadico che lo incastra sempre in operazioni sbagliate, cosa che fa sorridere perfino me.
Poi ci si chiede perché uno si butta, disperato, nel cinema francese, una delle poche oasi di intelligenza, classe e bellezza nel panorama odierno.
Ed eccoci arrivati a “Pas son genre”, al solito tradotto in maniera volgare e meschino-riduttiva (“Sarà il mio tipo?”, ma certo…).
Lungi dall’essere un capolavoro come molta commedia francese, tipo quella di Mouret ad esempio, è però l’ennesima dimostrazione che mediamente il cinema da quelle parti ha una qualità, una leggerezza, una leggiadria direi che nel resto del mondo generalmente tendono a sognarsi, come se il DNA nouvelle vague stentasse a stemperarsi.
Qui si fanno, come dice il sottotitolo, alcune riflessioni sull’amore, sempre con quella precisione cartesiana e quella amabile verbosità distratta che noi francofili amiamo alla follia.
Si narra dell’ “amore” tra un professore di filosofia quarantenne parigino, chic al punto giusto e snob quanto è lecito aspettarsi da una persona di valore, e una persona di tutt’altra estrazione e fattura, la classica sciampista conosciuta ad Arras, provincia del nord francese, all’inizio di un periodo di trasferimento per lavoro in quelle terre.
Tutto il film è giocato sul contrasto dei due, sulla loro profonda diversità, anche con notazioni non banali.
La parola sembra avere ancora una sua importanza, la parola che diventa i libri che lui regala e legge a lei, le piccole ma perfette incursioni nelle sue lezioni dove cerca di insegnare la filosofia e quindi la libertà di pensiero ai classici millennials decerebrati di tutto il mondo, cinici ma anche imbronciati, superficiali, amanti del soldo e del benessere a prescindere da ogni libertà e profondità vera di pensiero.
Non a caso velocemente la commedia diventa più agra che dolce e, come capita spesso, le donne prendono il comando della situazione ed evidenziano limiti e punti di forza di una storia d’amore, giungendo meglio e prima degli ometti alle decisioni operative.
Il cheap esteriore della donna (gossip, oroscopo, trenini in tristi balere postmoderne, karaoke, ingiustificato entusiasmo per banalità, gusti culturali discutibili) alla fine evidenzia il cheap interiore del professore, perfetto nell’esteriorità raffinata di un parigino colto di buona famiglia, ma imperfetto nella profondità di un amore oggettivamente improbabile.
In una delle molte scene da ricordare di questo ennesimo, piccolo gioiellino che ha la sfrontatezza di parlare quasi seriamente delle dinamiche di una coppia vera, ancorché sbilanciata, lei cerca di tenere gli occhi aperti a lui, con aria tra il rimprovero e la determinazione, mentre fanno l’amore.
Scena simbolica e filosofica come non mai, direi.
Come capita spesso in Francia e sempre meno altrove, recitazione come al solito all’altezza del compito, naturalmente sofisticata.
Löic Corbery in particolare, targato Comédie-Française, marchio di qualità assoluta come la RSC inglese, svetta decisamente e ci fa venire voglia di seguirlo anche in futuro.
Tutto finisce, giustamente, con la declinazione cheap e plastificata di una istanza vera, “I will survive” cantata al karaoke, la scelta più banale, con colori saturi e volgari, di una verità e una progettualità che altrove non si cercano neanche più.
Finché si fanno ancora film così, possiamo perfino risparmiarci la spazzatura che costantemente la ex mecca del cinema tenta di propinarci con dedizione degna di miglior causa.

A bigger splash

Uno dei migliori film che ho visto recentemente è senz’altro “A bigger splash” di Luca Guadagnino.
Luca è uno dei pochi italiani che valga la pena di seguire e, come tale, ha poco a che fare con la madrepatria e le sue liturgie.
Vive abbastanza in disparte, ha un focus ed una mentalità fortemente internazionali, fa pochi film e quei pochi totalmente diversi dal milieu italiota classico.
Come Sorrentino, per intendersi.
Grande amico di Tilda Swinton fin dai suoi esordi, attrice feticcio per eccellenza, ogni film è irrorato dalla sghemba e misteriosa bravura della londinese.
Dopo ben 6 anni dal fascinoso “Io sono l’amore”, ambientato nell’alta borghesia milanese, film rarefatto e non perfettamente riuscito, qui Guadagnino tocca vette superiori portando il suo “gruppo di famiglia in un interno” dall’altra parte dello stivale, sia geograficamente che psicologicamente.
A Pantelleria, che oltretutto è un’isola e quindi apre scenari che rimandano al mondo chiuso, al naufragio, come in Pasolini, Rossellini, Polanski.
Dichiaratamente girato in stile anni ’70, molto godardiano pur essendo vagamente ispirato a “La piscina” di Deray, giallo borghese di gran classe con Delon e Romy Schneider al massimo della forma fisica e con il grandissimo Maurice Ronet, uno dei tanti eccelsi attori francesi, già protagonista del capolavoro malliano “Ascenseur pour l’échafaud” (con la Moreau e la musica di Miles Davis, se può bastarvi), questo film ha un sottile fascino e una sotterranea deriva post-hippy, che è quella dei suoi personaggi.
Un film che lascia il segno e prende il suo titolo da una famosa opera di Hockney dove c’è tutto : l’atmosfera fredda della high society, il tuffo stilizzato, la piscina e la villa nascosta tra le colline e nascosta agli occhi del popolo dei normali.
Meravigliosa la Swinton, rockstar afona (arguta metafora) in vacanza col suo giovane compagno, terremotata dall’arrivo dell’ingombrante e flamboyant ex, produttore musicale senza freni, interpretato al solito in maniera sublime da Ralph Fiennes, in viaggio con la figlia loliteggiante (Dakota Johnson).
Come al solito astenersi perditempo, come si dice in altri ambiti.
Ossia quelli che al film si va solo per divertirsi, che i film sono un pò lenti, che “di cosa parla” e “qual è la storia”.
Nei seventies si chiamavano film “arty” e spesso erano il miglior pasto possibile.
Riproprorlo nel 2015 e con questa finezza e precisione di sguardo mi sembra una grande prova di uno dei pochi registi interessanti in circolazione.