Look up here, I’m in heaven

A distanza di un anno non si attenua l’emozione per la morte di David, a dimostrazione che non ero proprio l’unico ad averlo come punto di riferimento artistico assoluto.
Tra omaggi, mostre, documentari, come capita spesso è la BBC ad avere le armi migliori, come già era capitato col meraviglioso doc su Kate durante la residency londinese.
“The last five years” riecheggia il precedente “Five years” che, partendo dall’omonima, leggendaria canzone fantascientifica che apriva “Ziggy Stardust”, aveva esplorato cinque momenti fondamentali nella caleidoscopica ed incredibile carriera del genio Bowie.
Accostata alla mostra allestita al Mambo di Bologna, versione “zippata” dello splendido allestimento V&A (of course) e vista quest’estate, rappresenta una delle più struggenti testimonianze della vita e dell’arte di un uomo sostanzialmente davvero venuto da un altro pianeta, artisticamente parlando.
Le lacrime di Tony Visconti alla fine del film BBC sono quelle di uno dei testimoni e amici più stretti e stringono il cuore da quanto veicolano la sensazione di perdita vera, di fine di un’epoca.
La messa in scena della morte che “Blackstar” porta a termine con determinazione surreale, il lascito anche teatrale di “Lazarus”, un musical quasi postumo che, temo, resterà a lungo sulle scene del mondo, suggellano una fine unica come unico era il suo protagonista, un musicista di un livello assoluto, di una raffinatezza e varietà imbattibili, uno dei pochi che può guardare da pari a pari gente come John Lennon, ossia il top nella storia della musica “popolare”.
“Fame”, pezzo epocale suggella questa liaison, questo accostarsi di due pianeti fondamentali e mi piace qui riproporlo in una delle sue forme migliori, all’apice del successo e della padronanza scenica, quando davvero il mondo era ai suoi piedi e non solo su quel palco del “Serious Moonlight Tour” inondato di enormi globi fluttuanti.
Il pezzo che ha dato nome al musical e che mi è sembrato, subito, l’ultimo accecante capolavoro in forma canzone del nostro, in realtà preludeva ad altre gemme che solo successivamente sono venute fuori alla luce.
Così è il video di “No plan”, struggente e magistrale viaggio nella propria storia prima dell’addio : quanti riferimenti, quasi un quiz ricostruirli tutti.
Un uomo gentile e riservato che, quasi in punto di morte, semina di complimenti sinceri i suoi collaboratori tra cui il produttore di “Lazarus” (“sei un genio”) che, come racconta in uno dei punti più commoventi del documentario, quasi sorpreso risponde (“No, guarda, sei tu il fottuto genio, io sono solo il produttore”) prima di salutarlo per l’ultima volta.
Questa continua emozione mondiale testimonia che in fondo aveva ancora ragione lui, l’arte non muore mai e risorge sempre, come Lazzaro.
Nonostante gli ultimi, sublimi e definitivi colpi del finale, straordinario, di “Lazarus”, inimitabile metafora della morte.
Ars longa vita brevis, appunto.

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now

Look up here, man, I’m in danger
I’ve got nothing left to lose
I’m so high it makes my brain whirl
Dropped my cell phone down below

Ain’t that just like me

By the time I got to New York
I was living like a king
Then I used up all my money
I was looking for your ass

This way or no way
You know, I’ll be free
Just like that bluebird
Now ain’t that just like me

Oh I’ll be free
Just like that bluebird
Oh I’ll be free

Ain’t that just like me

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In loving memory of a genius

La notizia della morte di David Bowie mi colpisce e rattrista profondamente.
In questi anni sono finite molte epoche, più del normalmente prevedibile, e anche questa notizia sembra suggellare questa verità.
Personalmente stiamo parlando del musicista ma in genere di uno degli artisti che ho più amato e stimato, musicalmente stiamo parlando di un genio assoluto che ha rappresentato una guida e un faro per decenni e per migliaia di artisti.
Proprio ieri sera leggevo di lui in un lungo articolo trovato in rete e proprio stamattina avrei voluto fare un post sul suo ultimo, straordinario album “Blackstar”.
Come spesso capita la realtà si è inserita di prepotenza dettando i suoi tempi, che non sono i nostri, e mentre stavo leggendo di lui mi è arrivata la notifica della notizia sull’Ipad.
L’ultimo album uscito poche ore fa e nel giorno del suo compleanno era ricco di inquietudini profonde, di profezie direi ed era stato introdotto da due video oggettivamente disturbanti come quello della titletrack e quello della splendida “Lazarus”.
Poi, in realtà, l’album è su toni più “lievi” ma pur sempre con la caratteristica principale di David in quasi tutte le sue espressioni : lo sguardo di un uomo fuori dagli schemi, fuori da ogni luogo comune, straordinariamente avanti al suo tempo a dispetto dell’età.
Un album creato con un gruppo di fantasmagorici musicisti jazz modernisti di New York scoperti in un locale, con ritmi inusuali, una impronta jazz estrema che, come dice il mitico produttore Tony Visconti, ancora complice di Bowie in questa ultima avventura, ha voluto aprire altre porte del rock ma con musicisti che non hanno gli stilemi classici bensì jazz e di quelli avanguardistici.
Per dirla con Tony : meglio un album rock (in senso lato) suonato da jazzisti che il contrario.
L’album è incredibile e passa da capolavori atomici come “Sue”, autentica perla del futuro, alla veramente profetica “I can’t give everything away”, un pezzo che mette i brividi e che declina in chiave moderna e ormai soprannaturale il lirismo di Bowie.
E che ha un testo che, come il primo di tanti “momenti di bilancio”, ad esempio la meravigliosa “Ashes to ashes”, sembra lanciare segnali precisi sull’uomo dietro le maschere.

I never done good things (I never done good things)
I never done bad things (I never done bad things)
I never did anything out of the blue, woh-o-oh
Want an axe to break the ice
Wanna come down right now

(Ashes To Ashes)

I know something is very wrong
The pulse returns for prodigal sons
The blackout’s hearts with flowered news
With skull designs upon my shoes

I can’t give everything
I can’t give everything
Away
I can’t give everything
Away

Seeing more and feeling less
Saying no but meaning yes
This is all I ever meant
That’s the message that I sent

(I can’t give everything away).

Quando pochi anni fa era arrivata la notizia del suo rientro dopo l’infarto in scena (e dove, se no?) con l’album “The next day”, il titolo stesso e il tono di questo ennesimo grande album sembrava far presagire una possibile, serena terza età anche musicale.
“Blackstar” rivela il volto di un uomo molto stanco, sofferente ed invecchiato ma di un musicista splendente che, come una stella, alla fine esce di scena come i grandissimi ed esplode con una luce meravigliosa.
Addio, David.

Cherrypicking n. 20

Il periodo berlinese di Bowie e dei suoi accoliti, Iggy Pop, Tony Visconti, Brian Eno, Robert Fripp, Carlos Alomar, la crema dell’intellighenzia del rock inglese, è sempre stato uno degli apici culturali, psicologici, filosofici, musicali dell’intera storia della musica moderna.
David si rifugia qui per scappare dai pusher e dai deliri della feroce città degli angeli, per annegare nell’anonimato che ti salva dalla follia e per rigenerarsi sotto tutti gli aspetti possibili.
Sulla cover del suo live americano “David live”, appare un David spettrale e pre-cadaverico al punto che Bowie, a distanza di anni, dirà che l’album andrebbe ribattezzato “David is alive and well and living only in theory”.
L’ultimo album prima della fuga ha già un passo nel futuro, è lo stratosferico “Station to station” e ha in sé pulsioni contraddittorie, soul plastificato in letale combinazione con elettronica distorta, e la malata atmosfera anche del film di Roeg con Bowie, “The man who fell to earth”, una delle pellicole più affascinanti e disturbanti dell’intera filmografia inglese.
David arriva a Berlino e cambia look, gira con cappello e vestiti dimessi, si libera dell’intero suo guardaroba e di quasi tutte le sue proprietà, gira in bicicletta.
Una forma di zen di autodifesa.
Le lunghe passeggiate nella città più spettrale e affascinante del momento, in piena decadenza, ancora abbarbicata agli ultimi bagliori della separazione forzata del muro, impregnano questi solchi imbevuti di divino.
Hansa by the wall il nome dello studio di registrazione, del rifugio sonoro che contribuisce alla produzione, in sequenza, di “Low”, “Heroes” e “Lodger”.
La trilogia berlinese.
Tre capolavori assoluti, il terzo incredibilmente sottovalutato ma ancora adesso, a distanza di 35 anni, la definizione migliore di rock moderno.
Tony Visconti, produttore storico e mentore del primo Bowie, quello ziggyano, racconta delle sue peregrinazioni sotto il muro con la fidanzata del tempo, nelle pause di lavorazione e il vampiresco Bowie che lo immortala per sempre nel testo di “Heroes” :

I, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns shot above our heads
(over our heads)
And we kissed,
as though nothing could fall
(nothing could fall)

In quella temperie e in quella rinascita, David si salva la vita ma in parte la salva anche a noi, cambiando totalmente pelle, entrando di prepotenza nel futuro, inventando nuove sonorità oppure mettendole a fuoco e a lucido come nessuno aveva mai fatto prima.
Una specie di Apple musicale, l’importante non è uscire prima col prodotto ma arrivare meglio e stabilendo lo standard.
E anche dopo, un album sensazionale, derivativo, come “Scary Monsters”, dominato dal genio di Fripp e contenente la nuova “Fame”, quella anthemica, indimenticabile “Fashion”, pezzo gelido, definitivo, visionario (“We are the goon squad and we are coming to town. Beep Beep.” Che dire?).
Nonché pezzi immortali come “Ashes to ashes”, il conto definitivo con le vecchie mitologie, ormai morte e seppellite col sarcasmo dei grandi.
E con un finale giustamente indimenticabile :

My mother said, “To get things done
You’d better not mess with Major Tom”

E dopo ancora, l’ultima maschera e il periodo di “superstardom” che ha seguito “Let’s Dance”, con la ricerca degli hits con Neil Rodgers e un tour, “Serious Moonlight”, che è la definizione del cool e del controllo sovrumano del palco e della scena.
Iggy Pop, intanto, lucido e veloce come una scheggia, in piena era post Stooges partorisce subito il suo capolavoro, quel gioiello di “The Idiot”, interamente prodotto col sodale, l’algido ragazzo londinese che ne è la sua versione ripulita e dandy.
In questo straordinario primo album solo, colonna sonora del suicidio di Ian Curtis dei Joy Division, altra anima persa ma persa per davvero, senza una sua salvifica Berlino, ci sono varie perle.
A parte “Sister Midnight” e “China girl” che saranno rimasticate e messe su vinile anche dal grande Duca (“Red Money”, immensa, e l’omonimo superhit di “Let’s dance”), ci sono due pezzi che una volta ascoltati non escono più dalla corteccia cerebrale, di una grandezza senza pari.
“Dum Dum boys” e “Mass Production” hanno la cadenza e l’incedere delle grandi imprese del dandismo decadente in musica.
Berlino, o cara.

The ones

Era da tempo che volevo celebrare con un post il Duke Ellington della nostra era, come è stato una volta definito, cosa peraltro condivisibile vista la ecletticità, la creatività torrenziale e quasi imbarazzante per i diafani e limitatissimi protagonisti della musica degli ultimi decenni.
The one and only Prince.
Nella mia lunghissima carriera di frequentatore di arene musicali, devo dire che ho visto molti grandi ma pochissimi, forse nessuno, mi hanno fatto l’impressione enorme on stage che mi ha fatto lui nelle due occasioni in cui l’ho visto.
Grottescamente piccolo e improbabile nell’aspetto, curiosamente addobbato in outfits sempre abbastanza glitter, eppure così gigantesco sul palco al punto che dopo pochi secondi dimentichi tutto e ti sembra di avere di fronte un dolmen.
Potenza della musica e della capacità pura e semplice di stare in scena.
Da figlio di James Brown e da polistrumentista imbevuto di tutta la musica nera del mondo, dal funk al rhythm’n’blues, Prince negli anni si è espanso fino a toccare vertici e territori che nessuno prima di lui, soprattutto nella grande tradizione black, aveva mai toccato, fino a diventare il vero crossover tra la musica colta europea e la stratosferica musica ritmica afroamericana.
Prince è come un tubo digerente attivo 24/7 che rende decuplicato ciò che ingerisce, personalizzandolo, in continuazione.
La sua leggendaria prolificità lo ha messo nella sua lunghissima carriera in inevitabile contrasto con l’industria discografica (la famosa epoca di “Slave” dipinto sulla fronte e del cambio di nome con l’improbabile acronimo “Tafkap”, The Artist formerly known as Prince”, o addirittura col criptico “love symbol”) a disagio con uno chiaramente facente storia a sè in tutto.
Adesso che è nella sua fase “Tin Machine”, lo amo ancor di più.
Tin Machine era il nome del gruppo che aveva messo su David Bowie nei tardi anni ’80, nell’ennesimo tentativo di uscire dai clichè, dagli orpelli, dalla sua stessa gloria, buttandosi in arene ridotte e per platee di intenditori nel gorgo del power rock più deciso come un cantante qualsiasi (ma quello non l’ho già visto da qualche parte?) in un gruppo di scatenati.
Quando vennero a Milano, coperti dal quasi anonimato, provai una delle poche soddisfazioni che dà l’altrui stupidità, godermi il Duca a tre file dal palco in un teatro in fondo minore.
Cosa che se fosse dilagata la notizia di Bowie in maniera davvero massiccia avrebbero dovuto blindare l’intera area : pochi anni prima aveva riempito San Siro senza alcun problema con il faraonico “Glass Spider Tour”, e io c’ero ovviamente.
Prince adesso gira con un gruppo di giovani ragazze nordiche e non, decise e forsennate come non mai (una sua vecchia passione, le donne, soprattutto alla batteria) con un set di musica estremamente revisited nei vecchi classici e potenterrima, oltre che guitar oriented, nei pezzi nuovi.
Ho visto la sua esibizione ai “Billboard Music awards” e, come sempre, fa paura, sia per impatto che per padronanza di tutti i mezzi.
Unico, come quell’altro suo collega biondo recluso a New York recentemente uscito di casa per presentare il suo nuovo album.
Un ego davvero grande come la natia Minneapolis ma, come capita raramente, davvero un talento all’altezza dell’ambizione.

Struck n. 4

Best comeback album ever?
Probably one of the best in the hyperflamboyant career of our duke and, consequently, one of the best. Period.
After the first elegiac video and this second one, so rich of flavours of the typical bowiesque ambient, including the ever-fascinating Tilda Swinton, finally the album itself.
An album growing in time, listening after listening, like almost all David’s.
An album with a magnificent pearl, the songs that once Bowie managed to write frequently, soaked in the atmosphere that recalls the old aphorism by Oscar Wilde : “A cigarette is the perfect type of a perfect pleasure. It is exquisite, and it leaves one unsatisfied. What more can one want?”.
Oscar, a writer I’m sure David likes, like a brother.
This song is called “Dancing out in space”, it has a bipartite schizoid form (soooo David) and it’s, quite simply, great.
It reminds me of the past, when jewels like this were no rarity at all.
A mind drug indeed.
Should be illegal in a world like the one we’re living in.

Struck n. 3

Prendetelo come un omaggio al Duca che è ritornato.
Ci piace ricordarlo così, prima dei guai, bello come il sole.
I nobili, si sa, vivono in magioni eleganti e spaziosissime.
E Stay è un rock da limousine meraviglioso, relax under pressure al suo meglio, la forma più alta ed elegante di superbo rock innescato da un riff imperiale.
L’ultima incarnazione del magico camaleonte già ci piace ed era ampiamente nelle cose, se ci pensate bene.
Come una Greta Garbo, il ritiro a vita privata, gli albums che escono dal nulla, l’elegiaca ed elegante considerazione della caducità della vita e dei suoi colpi inesorabili.
Nell’ultimo essenziale singolo uscito c’è tutto questo oltre che l’omaggio commovente a Berlino, alla cover di Heroes, alla trilogia strepitosa uscita da quell’altra reclusione, la prima, fatta per salvarsi la vita e musicalmente feconda fino al delirio.
Sipario.

Letter to a legend

I’ve seen you in our heydays at least three times, maybe more, you on the stage, me in the cheering crowd.
I recently wrote a post called “Where is David?” and now you ring the bell in the world releasing a song called “Where are we now?”.
Listening to it you can physically feel the pain of living.
I can’t agree with you more.
As long as there’s me. As long as there’s you.
After all you never did anything out of the blue.
Welcome back, David.

Where is David?

Una recente fotografia di David Bowie, il grande David, a passeggio per le strade di New York mentre torna a casa con un sacchetto di cibo takeaway, mi ha fatto riflettere sul nostalgico e triste declino nonchè sull’autoesclusione dal mondo che sembra la sindrome “Marlene Dietrich” di certi grandi artisti.
I due si sono pure incontrati sul set di “Just a Gigolò” e condividono ora anche questa fase, nella loro stupefacente biografia.
Già rifugiandosi a NYC, Bowie è sembrato mettere un oceano d’acqua e un oceano di persone tra sè e il mondo : nulla infatti dà il senso di solitudine profonda più di New York, una città straordinaria, una delle poche città al mondo che ti fa davvero cascare la mascella quando arrivi ma anche una città di profonde infelicità, di profonde ingiustizie e di profonde “reclusioni”, volute o meno.
Il monogamo David, ennesima sorpresa, dopo una vita a 3000 all’ora in tutti i sensi, una monogamia trovata paradossalmente con una modella, l’intelligente e bellissima Iman, ha però accelerato la reclusione quando là fuori ha trovato, come tutti, la vita che morde per davvero.
Il primo segnale è il famoso “incidente del lollipop”, un segnale di qualcosa che stava per cambiare.
Durante un concerto in Norvegia nel 2004 un cerebroleso aveva lanciato un lecca-lecca sul palco colpendolo in pieno in un occhio.
Il buon David su questo argomento è sensibile (vedi famoso occhio “fisso” e incidente in gioventù) ma nell’occasione perse per davvero le staffe.
Successivamente, pochi giorni dopo, l’incidente che lo ha messo davvero fuori gara, un attacco di cuore sul palco in Germania scambiato inizialmente per un blocco muscolare alla spalla.
Da allora e sicuramente su urgente raccomandazione medica David, appesantito anche da una vita decisamente sopra le righe per molti anni, ha chiuso non solo con i live ma in generale con la musica.
Come rabdomanti assetati i fans hanno setacciato qualsiasi leggero vagito provenisse da NYC, dal sito…everywhere.
Niente.
Stiamo parlando di uno dei veri monumenti della musica moderna, uno dei grandi veri, scambiato per anni grottescamente per un banale camaleonte esibizionista e bisessuale.
In realtà un mito assoluto proprio dal punto di vista musicale, uno dei più saccheggiati dalla musica successiva, uno che ha aperto molte strade e che ha lasciato il segno indelebile su decine di albums straordinari marchiati a fuoco da una curiosità e una inventiva inesauribili.
Recentemente ho sentito “Toy”, il pezzo e l’album fantasma, mai usciti, probabilmente per l’orrore della casa discografica che si è trovata davanti un bislacco assemblaggio di b-sides e di pezzi del passato (alla fine…tutti tornano indietro), con in più quella gemma assoluta che è la titletrack (un inedito finalmente!).
Cullato dalla malinconica bellezza di tutti i pezzi che hanno stampati dentro di sè il barcode del “finale di partita”, questo grande pezzo ci ricorda, con volute oniriche, quanto ci mancherà.
A meno che…

L’acqua che scende velocemente nel lavandino

All’interno dell’élite musicale mondiale, convivono grosso modo due categorie.
La prima è quella degli irrequieti, perenni innovatori e curiosi onnifagi che hanno cambiato mille volte stili, suoni, travestimenti.
La seconda é quella dei musicisti innamorati di un sound talmente straordinario e soddisfacente da imporre l’eterna stasi in un nirvana perenne.
Quasi tutto il jazz appartiene alla seconda categoria.
E questo eterna infatti l’ossessione degli appassionati (quorum ego) che in realtà chiedono solo dosi crescenti e non riescono mai a concepire l’uscita dal dondolio classico dello swing nonché i vari rituali tra cui, tipico, quello degli assoli.
Paradossalmente uno dei monumenti assoluti, Miles Davis, pur esplorando, in varie fasi, come un Picasso musicale, la profondità del perdersi, é in realtà il tipico musicista della prima categoria, avido di novità e totalmente disinibito nell’abbattere ogni forma di rispetto per il passato, anche il proprio.
Il tipico rappresentante della prima categoria nel pop rock é sicuramente David Bowie, camaleontico non solo nei travestimenti ma soprattutto negli stili musicali, cosa che, cà va sans dire, lo ha spesso reso inviso a diverse categorie di ascoltatori a seconda del momento.
Ci sono altri esempi, invece, nel pop rock, della seconda categoria.
Al punto più alto io metto un duo, uno dei gruppi più influenti della storia e il classico gruppo “per musicisti”, la chicca per eccellenza dei palati fini.
Ovviamente qui si parla di Steely Dan.
Il mix micidialmente inesorabile creato da Fagen e Becker é basato su una ricetta così complessa e così ben calibrata che se fossimo in campo gastronomico staremmo parlando della formula della coca cola o del piatto della vita.
Il loro non è un punto di vista musicale, è un UNIVERSO, basato sulla combinazione professionalmente impeccabile del jazz, del pop, del soul e di tutta la musica angloamericana del ‘900 con aggiunta finale di salsa Dan.
Il tutto impiattato alla perfezione e con una cura dei dettagli che lascia senza fiato, anche dopo decine e decine di ascolti.
Lo so perché l’ho provato varie volte, ma l’ascolto dei Dan fa male alla salute.
Intendo dire che siamo vicinissimi alla dipendenza e all’esclusività ossessiva, tutte cose che si possono trovare anche nell’uso di sostanze psicotrope.
Il risultato é che quando si comincia ad entrare nel loop (e d’altronde, come evitarlo?) si fa davvero fatica ad ascoltare altro e a concepire di ascoltare musica diversa.
Qualche anno fa sono andato a Lucca, cittadina meravigliosa, uno dei gioielli veri dell’Italia, ad ascoltarli e ci sono andato con quel senso di adorazione e di unicità che si ha quando si assiste a qualcosa di irripetibile.
I due sono sempre stati molto sulle loro, sempre seppelliti dietro caterve di strumenti, e hanno immolato la loro vita alla creazione, rarefatta, di abbaglianti capolavori discografici senza tempo e quindi l’occasione di vederli dal vivo, in Italia perlopiù, era davvero unica.
Sono state due ore e mezza davvero indescrivibili.
Perfino nei grandi concerti di grandi musicisti ai quali ho avuto la fortuna di assistere è sempre esistita una curva, una variazione di moods e suoni.
Intendo dire, pezzi molto intensi, pezzi meno intensi, una certa sensazione di pieno-vuoto.
Con questi qua é stato impossibile abbassare l’asticella della goduria musicale al di sotto di vette iperuraniche, una macchina da guerra inesorabile dove ogni passaggio, ogni secondo era puro distillato di una musica così densa, precisa, ricca da non lasciare scampo.
Alla fine ero stremato ma più che altro per l’intensità totalmente insensata dell’evento.
Steely Dan é l’esempio massimo del nirvana musicale e dell’atteggiamento “definitivo” di chi, avendo trovato la perfezione e il paradiso, si chiede perché cambiare.
E la prova maggiore di tutto questo sta in una arguta metafora che, parlando con un amico quella sera, fu coniata all’istante.
Ci sono moltissimi pezzi dei Dan che sono talmente ben congegnati e talmente decisivi che non si vorrebbe letteralmente che finissero mai.
E che invece, prima o poi, finiscono, con una sensazione quasi di spreco di certi passaggi che farebbero la fortuna di interi altri pezzi di altri musicisti.
Quando questo succede e il pezzo sfuma, la sensazione ricorrente é quella di uno che vorrebbe fermare l’acqua che scende velocemente nel lavandino.