Happy end

Da sempre Michael Haneke è uno dei miei registi preferiti.
Mi ha sempre affascinato il suo stile, quello dei grandi maestri, immediatamente riconoscibile.
Rarefatto, algido, sottilmente ironico, con quell’aria, perennemente costante nei suoi film, di sospensione, di osservazione asettica ed entomologica dall’esterno.
Già dal primo, sconvolgente, “Il Settimo continente”, fino a “Caché”, piccolo gioiello paranoico basato proprio sulla mise-en-scène dell’osservazione dall’esterno, malata, maligna, allo splendido “Il nastro bianco” (Palma d’oro a Cannes) fino ai due “Funny Games”, nei quali si mostra lo strano caso, più unico che raro, di remake americano fatto dallo stesso autore che non perde un grammo della sua fredda eleganza nella trasposizione.
“Happy end”, come disse qualcuno, è una specie di “greatest hits” delle tematiche e delle poetiche hanekiane.
L’osservazione spietata del declino della vecchia borghesia occidentale ricorda a tratti il migliore Buñuel con la variante di quel tratto duramente viennese ma elegantemente francese che ricorda al mondo le due patrie di questo straordinario regista.
Decadenza, direi.
L’argomento è questo.
Culturale, fisica, etica.
Un cast da sogno perverso : difficile trovare nello stesso film attori monumentali come Trintignant, la sempre divina Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, un attore che cresce film dopo film, serie dopo serie (“Le bureau des légendes” è già leggenda tra i cinefili), Toby Jones.
Difficile trovare poi attori giovanissimi di surreale bravura come Fantine Harduin, autentico motore del film e rivelazione assoluta.
Meraviglie che capitano alternativamente solo nella terra di Molière o in quella di Shakespeare.
Su di lei e su un immenso Trintignant viaggia la linea base del film e su di loro verte probabilmente la migliore scena dell’intera opera, una scena che sembra quasi capitare per caso, sembra una scena di raccordo e immediatamente diventa la scena dell’agnizione sia in termini di trama che in termini di significato sostanziale.
Si parla dei riti della borghesia, delle sue ipocrisie, delle sue violenze e dei suoi segreti nascosti, il tutto amplificato dall’uso ormai ipnotico dei devices elettronici, delle loro fredde relazioni non empatiche, sui quali regna incontrastata ovviamente la competenza del nativo digitale, ossia la piccola, inquietante Eve interpretata proprio dal fenomeno Harduin.
Struttura circolare con inizio e fine scanditi proprio dalla piccola telecamera di un Iphone.
E perfino la genialata di un rimando interno alla propria filmografia con Trintignant che nella scena madre suddetta accenna di sfuggita al suo personaggio in “Amour”, vedovo assassino per amore e padre di Isabelle Huppert versione carrierista distratta.
Finale ironico, ambiguo, beffardo, folgorante, come nella più bella tradizione hanekiana, a suggello di un titolo quantomai azzeccato e che si fa beffe del cinema tradizionale.
Come diceva il grande re lucertola, altro innamorato della Francia fino al punto di morirci e rimanere eternato per sempre nella frequentatissima lapide del Père-Lachaise…

This is the end
My only friend
The end

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Que reste-t-il de nos amours ?

Michael Haneke resta uno dei pochissimi veri registi autori, nel senso nobile del termine, del cinema moderno.
Un autore immediatamente riconoscibile, come tutti i grandi, fin dal suo primo terrificante esordio (Il Settimo continente) e via via fino a straordinari e raggelanti film come Funny Games (splendido perfino nel remake americano), Niente da nascondere e così via.
Lo sguardo di Haneke è gelido, rarefatto, ostentatamente e filosoficamente anti-empatico.
Musiche distillatissime, frequenza ossessiva di piani fissi, uno sguardo da chirurgo che amplifica, per reazione, emozioni e violenza.
Spesso un finale ambiguo, aperto, che lascia molte domande.
D’altronde lui stesso, interpellato sul suo cinema, ha detto : “Non c’è niente da spiegare. Il mio principio è sempre stato quello di porre domande, di presentare situazioni ben precise e di raccontare una storia affinché lo spettatore possa cercare da sé le risposte. Secondo me, l’inverso è controproducente, gli spettatori non sono mica colleghi del regista. Mi impegno molto per raggiungere questo risultato. Credo che l’arte debba porre domande e non proporre risposte, le quali sono sempre sospette, a volte persino pericolose.”.
Sono perfettamente d’accordo con lui, l’arte migliore, soprattutto quella cinematografica, nasce da questa ambiguità.
“Amour” rientra esattamente in questo quadro e rappresenta, come molto raramente si vede al cinema, l’amore dal punto di vista di due vecchi in disfacimento fisico evidente ma con un lungo passato di complicità alle spalle che trapela, senza ostentazione, nello stile del regista.
La moglie, interpretata in maniera crudelmente meravigliosa da Emmanuelle Riva, si ammala gravemente e si avvia verso una lenta fine e contemporaneamente verso una lenta decadenza, mentale in primis, accudita stoicamente dal marito, interpretato da un altro gigante, Jean-Louis Trintignant.
Una sinfonia da camera fatta di raffinatezze attoriali d’alta scuola e, sullo sfondo, la figlia gelidamente distratta e non empatica, Isabelle Huppert, altra stella assoluta della recitazione, l’unica che piange, in fondo, in questo dramma, dando corpo all’ideale di astratta “distanza” di Haneke che qui più che mai ricorda Dreyer, Bergman.
La figlia che prende poi possesso della casa, dopo la tragedia finale che non riveleremo (ma che ormai è stata spoilerata ovunque e banalmente inserita nel discorso piccolo borghese dell’eutanasia), in una scena finale di algida e geometrica potenza.
Palma d’oro a Cannes e Oscar al miglior film straniero.
Capolavoro.