Mister Morgan

Raro esempio di film “commerciale” rivolto a spettatori adulti dotati di sufficiente dotazione neuronale e insieme cardiaca, quindi prodotto ovviamente in Europa, “Mister Morgan” è un film che mi attraeva per vari motivi.
Innanzitutto per la presenza di Michael Caine, uno dei pochissimi attori-mondo che meritano sempre il biglietto.
Poi per il plot, che parte quasi dagli stessi assunti del mio imminente “Anedonia” : un neo-vedovo inglese (qui Caine… “americano” quanto può esserlo un attore così squisitamente british), la Francia…
Tratto dal romanzo (che leggerò) “La Douceur Assassine” di Françoise Dorner, questo film mantiene quello che promette, non ascoltate le tiepide critiche che si leggono in rete.
La gente, inclusi molti critici cinematografici colpevoli di molta gioventù, ormai si è disabituata ai mezzi toni e alle finezze e quindi si trova a malpartito di fronte a prodotti di questo tipo preferendo, in media, percorrere le plastificate praterie di finti geni come NWR.
L’amore tra coniugi, la vecchiaia e la solitudine, l’amicizia tra generazioni diverse : tutte cose fuori moda.
Una delle rivelazioni di questo film è sicuramente Clémence Poésy.
Di fronte a giganti che si sbranano scena e comprimari come il vecchio Michael, la francesina, erede di una gloriosa scuola attoriale, regge miracolosamente il confronto sulla falsariga di quanto successo nello splendido “Sleuth” di Branagh, un film che ha alzato di molto il mio rispetto per Jude Law.
C’è perfino Gillian Anderson, figlia di Caine nel film, reduce dai lontanissimi “fasti” di “X Files”, che disegna un efficace cameo di un tipo di orribile donna moderna ormai molto diffuso, superficiale, vanesia, feticista del cellulare, gelida ed aggressiva manipolatrice nei rapporti umani, con regolare sigaretta d’ordinanza e soverchie shopping bags.
Qua e là perfino deliziose madeleines cinefile come quella davvero sottile del figlio di Caine che, mettendo a posto i libri del padre, accenna al preferito ossia Cummings.
Ovvio omaggio all’indimenticabile “Hannah e le sue sorelle” di Woody Allen, dove Caine, in un’altra memorabile parte, regala all’innamorata un libro di poesie proprio di Cummings, il suo preferito.
Servirà qualche kleenex in più del solito, ma non perdetevi questo film.

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Youth

Sono finalmente riuscito a vedere l’ultimo di Sorrentino.
Uno dei pochi per cui valga la pena uscire di casa.
Tu chiamala, se vuoi, autorialità.
Non sono rimasto deluso.
“Youth” è il classico film che apre mille discussioni, cosa già di per sè meritevole, e inevitabilmente polarizza i giudizi agli estremi.
Soprattutto perché la sindrome tutta italiota dell'”aspettare al varco” il vincitore si è qui accentuata, complice il clamore de “La grande bellezza” e la rarefatta, intellettuale elitarietà della proposta in sè, una cosa che fa imbestialire l’italiano medio per definizione, sempre pronto a rassicurazioni sulla sua mediocrità.
Nonostante una dichiarazione esplicita di anti-intellettualismo che nel film esiste (ma che ha altre valenze e che sarà sicuramente fraintesa) e nonostante il fatto che sia un film trasparente, molto semplice, poco criptico, rispetto ad altre esperienze analoghe, anche sorrentiniane.
“Simple songs” si chiama infatti la composizione a cui si fa riferimento spesso nel film, quella che ha dato la notorietà al personaggio del musicista interpretato da Michael Caine e che anima l’ultima, magnifica scena del film.
Certo, la notorietà, usata bene, può portare a Michael Caine, Harvey Keitel, Jane Fonda nello stesso film.
La competenza, poi, e la lucidità portano a Paul Dano, un attore che bisognava scoprire per davvero prima o poi e che qui, secondo me, davvero spicca il volo nella sua carriera.
In un film autoriferito dove uno dei protagonisti è un regista che “cerca” il suo film testamento (un Keitel monumentale e fragilissimo) e lo stesso Dano è un attore in cerca di una sua voce dopo qualche successo commerciale di poco conto ma di molto fastidio, in quanto ricordato perennemente dai fans.
Sorrentino ha avuto la fortuna, ad inizio carriera, di trovare un attore fuori dagli standard e perfino italiano come Servillo, per far volare dei film che avevano già la cifra stilistica visionaria che tutti riconosciamo.
Ora che gira film internazionali come questo, talmente internazionali da negargli, secondo me, altri premi, soprattutto in USA dove il paraocchi ideologico e culturale è più evidente (“La grande bellezza” è l’Italia barocca, in versione 2.0, che gli americani amano immaginare), Sorrentino non ha più solo fortuna, ma fa scelte sempre oculate, con l’aiuto di uno stile unico, riconoscibile, affascinante che lo rende a momenti l’unico regista italiano davvero degno di questo nome, l’unico che valga la pena seguire fino in fondo, a prescindere da tutto, trama, logiche, storie.
Dopo “Le conseguenze dell’amore”, il gioiello della prima parte della sua carriera, questo è il film suo che mi è piaciuto di più.
Entrambi sono ambientati in Svizzera e questo la dice lunga sulla peculiarità intellettuale di Sorrentino, in fondo un napoletano atipico, riservato, malinconico, naturalmente internazionale, pur con qualche frammento locale, che qui si esprime col personaggio eccessivo di un Maradona a riposo nella struttura hotel-spa-labirinto che è la chiave del film e che è, oltre che un set più gestibile (dal punto di vista pratico), una via verso film filosofici, programmatici, ricchi di metafore.
L’Overlook sorrentiniano è tutto qui, over…look appunto, e pur al netto di qualche spigolatura kitsch e di qualche inevitabile ridondanza da frase ad effetto, è un gran bel vedere, come sempre.
Ho parlato di Keitel e di Dano, secondo me straordinari in questo film.
Parliamo di Caine e Fonda.
Basterebbero i nomi.
Non bastano.
Michael, il grandissimo Michael, uno dei monumenti dell’arte recitatoria ed uno dei più grandi di tutti i tempi, secondo la mia modesta opinione, regala a questo film quell’acida, ironica finezza di cui questo film necessitava in quantità industriale.
Prima mezz’ora semplicemente sbalorditiva sotto ogni punto di vista, classe, cura del dettaglio intimo, nel momento in cui va tratteggiato il personaggio.
E alcune scene memorabili, come quella, magnifica, con la moglie o quella, in sottrazione, della morte dell’amico.
Jane Fonda regala un cameo perfetto, hollywoodiano anni ’70, alla Cassavetes, uno dei registi ai quali Sorrentino in qualche modo sembra debitore in questo film.
Come direbbero in altri luoghi, che Sorrentino sembra conoscere ma giustamente tenere a distanza : tanta roba.