Cherrypicking n. 18

C’è sempre stato nella storia del rock chi ha voluto andare oltre il recinto della canzone, il genere, il semplice incassare denaro derivante da un talento di songwriting superiore alla media.
Sono anime curiose, inquiete, veri musicisti polivalenti.
Due tra i migliori di questa categoria sono senz’altro Sting e George Michael.
Eredi della tradizione splendida del cesello autoriale della musica inglese, entrambi dotati di un carisma e di una voce fuori dal normale, passata la sbornia giovanile del successo travolgente di Police e Wham (il cui repertorio già brillava di gioielli di perfezione pop), ben presto si sono messi in proprio e rivolti ad altri lidi.
Sting si è subito votato alla grande madre, il jazz, e ha piazzato due albums straordinari, di crossover, con musicisti sublimi (tra cui Omar Hakim, divino batterista, presto nell’ensemble di superstars, vera aristocrazia degli strumenti, riunito da Kate Bush per il suo ritorno epocale sulle scene).
Ma poi si è spinto fino a Dowland (semper Dowland semper dolens, dicevano), musica da camera medievale rivisitata e a “Symphonicities” (riecheggiante “Synchronicity”, il meraviglioso album canto del cigno dei Police), versione orchestrale dei suoi grandi hits.
Come in parallelo ha fatto anche George Michael col recente “Symphonica”, operazione analoga di “nobilitazione” classica dei grandi classici scritti nel tempo.
Il biondo, visto non molto tempo fa a Montecarlo ancora in gran spolvero, ha ora toccato anche i lidi del teatro musicale.
E come tutti i grandi intellettuali, invecchiando distilla i suoi temi sulle cose essenziali, amore e morte, e torna indietro nel tempo.
Il tempo della sua infanzia.
“The last ship”, album e musical, parla della natìa Newcastle, della fine dell’epoca industriale, dei cantieri navali in chiusura.
E della sua ambizione sfrenata, del voler uscire da quel ghetto di povertà per entrare “in quella macchina”, come racconta con divertito understatement quando narra della visita rara di una celebrity (la regina madre) in quel posto dimenticato.
Una Rolls e due ali di folla : mi sa che il nostro è riuscito ad entrarci, in quella macchina.
Recentemente ho visto un documentario (sempre sia lodata Sky Arte) dove il nostro presentava l’opera in forma concerto a New York.
E sono rimasto folgorato da due pezzi : “Practical arrangement” (l’amore) e “So to speak” (la morte).
Entrambi cantati con l’adorante vocalist Jo Lawry (ex fan, ovviamente…sarebbe un’altra storia da raccontare).
“Practical arrangement”…un testo definitivo e semplice, come solo i veri grandi sanno scrivere.

Am I asking for the moon?
Is it really so implausible?
That you and I could soon
Come to some kind of arrangement?

I’m not asking for the moon
I’ve always been a realist
When it’s really nothing more
Than a simple rearrangement

With one roof above our heads
A warm house to return to
We could start with separate beds
I could sleep alone or learn to
I’m not suggesting that we’d find
Some earthly paradise forever
I mean how often does that happen now
The answer’s probably never
But we could come to an arrangement
A practical arrangement
And you could learn to love me
Given time

I’m not promising the moon
I’m not promising a rainbow
Just a practical solution
To a solitary life

I’d be a father to your boy
A shoulder you could lean on
How bad could it be
To be my wife?

With one roof above our heads
A warm house to return to
You wouldn’t have to cook for me
You wouldn’t have to learn to
I’m not suggesting that this proposition here
Could last forever
I’ve no intention of deceiving you
You’re far too clever
But we could come to an arrangement
A practical arrangement
And perhaps you’d learn to love me
Given time

It may not be the romance
That you had in mind
But you could learn to love me
Given time

Magia pura.
Sempre su Sky Arte passa in questi giorni un doc su George Michael in concerto all’Opéra di Parigi, primo artista pop invitato ad esibirsi nel tempio.
Come George dice nel filmato, anche lui, come me, è sempre stato colpito da quel posto leggendario.
Quando si arriva a Parigi è una delle visioni più emozionanti, proprio architettonicamente, con quella spettacolarità visiva tipica dei boulevards di quella città fatata.
George e la Francia : per me un legame personale sempre vivo.
Mi ricordo una sera a cena a Le Suquet, il dedalo di viuzze in salita di fronte al porto di Cannes, ricco di turisti e di ristoranti straordinari.
Tutta una sera a desinare meravigliosamente ascoltando un album nuovo di una voce nota…finchè la padrona di casa ci regalò il cd che non uscì più dal nostro menù sonoro di quella lontana vacanza.
Era “Older”, un album che da solo vale una carriera, ancora adesso l’apice dell’arte di Michael.
All’Opéra il nostro, con una voce sempre più maestosa e convincente, snocciola due ore di musica straordinaria, tratta perlopiù da “Songs from the last century”, collection della grande musica pop jazz dell’epoca Cole Porter e non solo, nonché vari pezzi tratti da “Symphonica”.
E in più qualche pezzo di “Older”, quel vecchio capolavoro, nato, come spesso capita, sull’onda della nostalgia e del primo accorgersi del tempo che passa.

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A night in Monaco

Lo Sporting Club di Montecarlo e la Salle des Etoiles in particolare rappresentano uno di quei posti, che non sono tantissimi nel mondo, che si pensano possibili solo nei film anni ’50 e che vanno oltre, secondo me, il lusso banale che è la fascia alta della banalità contemporanea.
Due giorni fa ho avuto la ventura di trovarmi in quel posto per una cena con concerto di Sting annesso.
Montecarlo è un posto davvero particolare, un posto dove, per esempio, ogni due per tre, per strada si trova un defibrillatore in perfette condizioni e ovviamente mai manomesso (l’Italia è paradossalmente davvero lontana), sia per venire incontro alle esigenze (ed ai conti) della ricca clientela media in età avanzata, sia per risolvere piccole questioni legate alle complicate passeggiate sulle ripide strade del Principato.
Per completare il quadro, ad esempio, il centro cardiotoracico, di rara imponenza, è a metà strada tra il porto e il Casinò, su una strada inerpicata e lunga, piena, probabilmente, di gente in disequilibrio cardiaco magari dovuto al gioco andato, ovviamente, male.
La mitica SBM (Société des Bains de Mer), sovrintende a tutto quanto offre Monaco, e gestisce mediamente con livelli e criteri di efficienza davvero all’altezza della situazione.
Abituato al Blue Note di Milano e alla sua formula che trovo perfetta (cena-concerto, solo gente seduta al tavolo, non molte persone, musica di qualità, possibilmente jazz), ho pensato che entrare lì fosse l’equivalente di entrare in una specie di Blue Note con gli steroidi, fatta la dovuta differenza di stile e di livello di offerta.
In realtà è molto, molto di più.
Una specie di rotonda coperta sul mare, luci perfette, tetto stellato, vista notturna sulla baia di Montecarlo e ristorante di grandissima qualità, gestito con precisione militare e classe sopraffina.
Durante la cena un gruppo cool jazz, clamorosamente sprecato per l’occasione, che suona a volume appositamente abbassato, piacevolmente accompagnato dal brusio dei fortunati ospiti.
E poi, Sting.
Definire un concerto allo Sporting un concerto normale è ovviamente sbagliato.
L’impressione netta è quella di essere stati invitati ad uno showcase privato, tipo quello che viene riservato alla stampa prima della partenza di un tour, con la conseguente sensazione di privilegio e di intimità con l’artista del caso che sono pressochè unici in un mondo così massificato e dalle “lunghe distanze”.
Ne è passato di tempo da quando, biondissimo e determinatissimo, lo vedevo nei Police prima maniera (concerto storico al Palalido di Milano), nei Police seconda maniera (concerto della sventurata serie del laghetto di Redecesio) e perfino nel primo Sting solo e jazzy (concerto all’Arena di Milano).
Oggi Sting è vistosamente un “vecchio” signore di 60 anni di buona cultura e di ottimo aplomb che segue senza concessioni le sue voglie e le sue passioni.
Dopo le criticatissime ma coraggiose escursioni colte e dopo il disco su Dowland è riuscito a inventarsi una specie di “quartetto d’archi” applicato al rock jazz e che ha trasformato questo tour chiamato con doppio senso esplicito “Back to bass”, in qualcosa di meno primitivo e rock di quanto uno si sarebbe aspettato, ma bensì in una variante acida e stridente di una musica ormai definitivamente oltre le classificazioni e oltre il rock stesso.
Un gruppo perfettamente in equilibrio tra vecchi e giovani, con innesti talentuosissimi.
I vecchi sono Dominic Miller, clone visivo di Geldof, storico chitarrista di Sting, compassatissimo e slowhand nonchè il prodigioso Vinnie Colaiuta, uno dei monumenti della batteria.
I giovani sono Rufus Miller, figlio di Dominic, chitarrista classico che regge gran parte del peso del gig e lo fa con la nonchalance del veterano, grazie ad una tecnica straordinaria, e il violinista iperflamboyant Peter Tickell che è talmente bravo che non fa rimpiangere i fiati e il sax ad un fanatico del genere come me.
Finalino beffardo, negli encores, con “Next to you”, che una volta iniziava i concerti dei Police e che invece oggi rappresenta la chiusa energetica, ma con sfumature di arrangiamento inusitate.
E’ davvero il caso di dire : che notte, a Monaco.