Irrational man

Non riesco a credere che nessuno si sia accorto che “Irrational man” è il primo film veramente convincente di Woody Allen dopo molto, molto tempo.
Forse troppi anni di film e filmetti a dir poco non ispiratissimi hanno ormai fatto vacillare la fede nel piccolo omino.
D’altronde anch’io sono passato dal metterlo alla velocità della luce nel mio ristretto pantheon di idoli veri (fin dai primi, geniali film “comici”), ad una lenta, inesorabile disillusione da matrimonio finito dopo troppi episodi scritti in maniera routiniera (un film all’anno, sempre) e con la rituale mano sinistra.
Significativamente “Irrational man”, sign of the times, è stato il primo film del nostro, dopo tantissimo tempo, che ho visto a casa e non ho beneficato della mia presenza alla prima.
Ci avevo pure tentato, in realtà, ma ero stato rimbalzato da un cinema multisala senza casse automatiche e impazzito per il delirio zaloniano, quindi sostanzialmente inaccessibile.
Per una volta, colpa mia, avevo seguito il flusso popolare e mi ero incapricciato di andare al cinema il primo dell’anno.
Grosso errore.
Torniamo a Woody : fin dai primi minuti questa commedia agrodolce, leggera al punto giusto, recitata benissimo (Emma Stone assolutamente splendida, once in a lifetime, Joaquin Phoenix al solito perfetto), scritta molto bene (finalmente) ha fatto dimenticare i mostri degli ultimi anni (Barcelona, Rome…) ma anche i film incautamente scambiati per ottimi film (Blue Jasmine, ad esempio, che senza Cate Blanchett è ben poca cosa), debolezza classica della schiera di amanti dello schlemiel manhattanita che si aggrappa a tutto pur di non ammettere la fine di un talento immenso.
Non bisogna farsi ingannare dalle evidenti “allusioni” tematiche a film straordinari come “Match Point” o l’antico, cupissimo “Crimini e misfatti”.
Il mondo di Woody è sempre stato autoreferenziale, sia nella commedia che nel drammatico.
La differenza è qualitativa : questo è il primo film, dopo parecchio tempo, che sembra avere una sua necessità, che sembra essere una storia che andava raccontata, che tocca temi non usuali in maniera davvero fresca.
E questo lasciando sullo sfondo il solito milieu alleniano che qui, sanamente, appunto, è solo sfondo, non un puro paravento di antiche glorie dove si agitano inutilmente attori in cerca di uno script.
Da buon razionale non mi illudo che Woody sforni da qui in avanti capolavori a piovere come nel passato.
Però questo è il giusto modo per svanire nell’oblio e nel nostro ricordo e non sfornare film come se esistesse un contratto che in realtà neppure esiste.
Un privilegio del quale Woody ogni tanto dovrebbe ricordarsi, superando la tentazione di accettare una qualità spontanea che, comunque, è superiore a gran parte di quello che ci propina il mediocre cinema moderno, soprattutto americano.
Per ora, di cuore, da vecchio fan, bentornato.

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L’annuale rito

Sempre più stancamente si trascina il rito dell’uscita annuale di un nuovo film di Woody Allen.
Mentre una volta questo aveva un “je ne sais quoi” di rassicurante, come il ritrovare un vecchio amico che ha sempre doni interessanti, magari di gusto ormai prevedibile ma ben confezionati, oggi il rito si è consunto ed anno dopo anno Woody sembra lievemente incidere sulla sua leggenda.
O anche pesantemente, come nel caso di “Vicky Cristina Barcelona” o “To Rome with love”, due pacchi senza speranza che hanno veramente colpito sotto la cintura e hanno messo in difficoltà noi adoratori che abbiamo consigliato per anni l’omino occhialuto come dieta essenziale per un uomo ben nato.
Prendiamo l’ultimo regalo ad esempio : “Magic in the moonlight”.
Sulla carta aveva tutto per piacere.
Una certa confortante carrellata su temi già visti (quante scene di magia su un palco abbiamo visto all’inizio dei film di Woody?), una location meravigliosa (la Costa Azzurra e in particolare la “corniche d’Or”), un tempo che si presta al sogno (gli anni venti-trenta), attori sempre ben pescati (Colin Firth, la meravigliosa Eileen Atkins), qualche classica indulgenza al topos pigmalionico riprodotto dal nostro anche nella vita privata (qui il duo Firth-Emma “big eyes” Stone, con uno iato di quasi trent’anni).
Eppure.
Eppure il bersaglio viene nuovamente mancato, nella sostanza e la sostanza, spiace dirlo, si chiama sciatteria.
Questo è un film a cui bastava poco per essere migliore, soprattutto serviva una scrittura più precisa, più rifinita, una regia meno distratta.
Se in passato, vicino alle sorgenti del proprio sconfinato talento, Woody schioccava le dita e piazzava film deliziosi anche in bagno, scritti con la mano sinistra ma sempre godibili, adesso il peso degli anni, le increspature dei cliché, la poca attenzione al tutto, come se si volesse lavorare e basta, per tenersi vivi, come lui stesso ammette in molte interviste, non portano risultati come una volta.
Perfino “Blue Jasmine” e “Midnight in Paris”, i due migliori, nettamente, del periodo recente, soffrono di una patina di stanchezza e ripetitività evidenti.
In fondo l’ultimo film di Woody che ho davvero apprezzato è “Whatever works” (Basta che funzioni) del 2009, un film spesso brillante e delizioso ma che in passato sarebbe stato derubricato a film minore : per dire il livello del passato.
L’ultimo grande film resta “Match Point” (e siamo già a 10 anni fa…time flies baby), un capolavoro che peraltro non sembra neanche un classico film alleniano, come è noto.
Il nostro non ha hobbies e resta sempre una gradita presenza ma temo che dovrebbe cercarsi altre attività, oltre al cinema, al clarinetto e al basket.
La scena simbolo di questo piccolo, triste film è la scena dell’osservatorio.
Anche qui, il topos è smaccato e rimanda ad altri film alleniani, a partire dalla mitica scena di Manhattan : pioggia, rifugio, osservatorio, scena d’amore.
In “Magic” la scena è stanca, la qualità della scrittura non ricorda neanche lontanamente il modello iniziale, con le meravigliose scene Allen-Keaton, e il nostro anziano protagonista addirittura si accascia in un angolo perché stanco, per poi risvegliarsi più tardi con l’annoiata Emma Stone a latere.
Una scena simbolo direi della vecchiezza, della stanchezza psicofisica, in fondo una scena che rappresenta icasticamente, quasi in maniera autoironica (senza veramente esserlo) il declino.
Il rito è rassicurante anche se chiaramente “non è più come una volta”.
Ma ovviamente nel 2015 saremo ancora lì a chiamare gli amici per andare a vedere “l’ultimo di Woody”.

Blue

“Blue Jasmine”, l’ultimo film di Woody Allen ha fatto gridare la critica al capolavoro.
Capisco il mood della situazione, e lo dico da fan storico del genio.
In assenza quasi patologica di grandi film e in presenza del declino evidente, anche fisico, dei propri eroi, tutti sono portati ad abbassare il livello delle proprie aspettative e soprattutto a dimenticarsi i fasti del passato, mai rivisitati per davvero, sempre più sbiaditi nel ricordo effettivo.
La grande prolificità di Woody ha sempre portato ad una facile dicotomia, durata per anni.
Un anno il grande film, costruito, pensato, realizzato al meglio, l’anno dopo il film “minore”, fatto in velocità che, comunque, vista la media degli avversari, era comunque un bel prendere.
Dal mio punto di vista questo giochino binario si è interrotto per davvero nel lontano 1994, anno di uscita di “Bullets over Broadway”, capolavoro senza tempo, macchina comica di gran classe inesorabile, uno dei migliori film sul teatro mai fatti.
Da allora tanti film “minori” (si parva licet), tra cui anche delle piccole perle (Deconstructing Harry, Hollywood Ending, il devastante Whatever works) ma nessun capolavoro che si avvicini agli straordinari esempi del passato : Io e Annie, Manhattan, Stardust memories…il grande sottovalutato, Zelig, Hannah e le sue sorelle…film di abbagliante perfezione, il leggendario e matematico Rosa purpurea del Cairo, il geniale divertissement Manhattan Murder Mystery e via elencando in paradiso.
La perla è arrivata, a sorpresa, con un thriller drammatico dalle tinte non alleniane e ambientato a Londra, il fantastico “Match Point” del 2005, ma è stata un’eccezione evidente.
In compenso sono arrivati i veri primi pacchi, talmente al di sotto dello standard minimo del nostro Woody da far piangere i veri aficionados.
Mi riferisco ovviamente alle due famigerate escursioni “turistiche” (“Vicky Cristina Barcelona” e “To Rome with love”), macchie evidenti, soprattutto la seconda, in una filmografia di cui andare ampiamente fieri.
E adesso “Blue Jasmine”.
Film sicuramente e nettamente migliore degli ultimi alleniani, un ritorno alla forma “media” di sempre, ma un film, è bene dirlo, lontano dal capolavoro.
Un film ampiamente derivativo (Tennessee Williams e soprattutto “A streetcar named Desire”) e un film che si appoggia totalmente su una attrice, Cate Blanchett.
Togliete la grandissima Cate e il film sparisce.
Il tempo è passato e l’amarezza, il cinismo e la stanca ripetitività di certi clichés si vedono tutti.
“Love is lost, lost is love” canta il recente, strematissimo Bowie, e mi sembra la canzone giusta di definizione dell’ambiente.
Cate ripercorre le strade che tanti hanno percorso, allenizzandosi ma in una forma ormai lontana dalla piacevole, affascinante, gentile nevrosi di Diane Keaton.
Fioccano le nominations agli Oscar (Cate, sempre meritato, secondo me), i Golden Globe alla carriera (Woody ormai in fase di istituzionalizzazione definitiva e terminale) e non possiamo che esserne felici.
Blue is the color, my friend.

No more

La storia e il tempo sono una gran brutta bestia, non c’è che dire.
Hai voglia a non diventare nostalgico.
Questo tempo mi sembra un tempo che ha fatto piazza pulita di un mondo.
Il mondo della borghesia illuminata che aveva i suoi campioni a teatro, al cinema, nei libri.
Un certo tipo di comicità, un modo elegante e pensante di ridere.
Penso a Neil Simon, a Woody Allen : non ci saranno mai più scrittori e uomini di spettacolo così.
Magari ne troveremo di diversi, impareremo a ridere nella maniera un pò acida e sarcastica (quando va di lusso) che sembra così consona al nostro mondo feroce.
Ma quel mozartiano modo di gingillarsi della borghesia occidentale, soprattutto newyorkese, quel gusto per il dialogo brillante, la commedia della parola per eccellenza : never again, sospetto.
Vedo qua e là i semi fecondi sparsi, ad esempio in certa commedia francese moderna, ma in fondo tutti sappiamo che avranno pochi eredi, anche perchè a quel livello di classe e di talento è oggettivamente difficile pure arrivare.
Con la nostra compagnia di teatro abbiamo messo in scena varie commedie di Simon ed è stata una scuola di vita, di ritmo, di tempi.
Vale la solita regola : opera omnia e via andare.
O meglio : andare a vedere, se si riesce ancora a vedere qualche produzione che non lo distrugga.
Altrimenti meglio passare per le numerose “versioni” cinematografiche, spesso illuminate da attori in stato di grazia perenne come l’indimenticabile Walter Matthau.
Basterebbe “dirlo” Neil Simon, eppure è stato massacrato più volte, o peggio, “adattato” alla realtà italiana, il che equivale ad avere una Ferrari e smontarla per farne una Panda.
Su Allen, al di là del cinema che tutti amiamo alla follia, soprattutto quello meraviglioso del periodo d’oro, i suoi libri portano con sè la carica e quel tipo di comicità colta oggi quasi introvabile.
Opera omnia necessaria, anche qui, con vette iperuraniche qua e là in “Getting even” e “Without feathers” (magicamente tradotti “Saperla lunga” e “Citarsi addosso”).
E una perla nascosta in questi capolavori che ossessivamente cito sempre, tra le tante, chissa perchè : “Le liste di Metterling”.
Non osiate concludere il vostro passaggio terreno senza passare attraverso questi lidi.
Adieu.

Stargazing Woody

Recentemente ho visto il documentario su Woody Allen realizzato dalla Pbs.
Un’opera davvero definitiva e monumentale che dura un bel 3 ore abbondanti e mette il nostro finalmente al posto che gli spetta nel cinema e nella cultura americana in generale : al top.
E la cosa é ancora più stridente con la sua persistente modestia, che sembra genuina, e che più volte emerge dal film, nonché con i suoi esordi come stand up comedian demenziale.
In realtà ce ne sono pochi nell’intera storia del cinema che possano annoverare una sequenza di capolavori e/o grandi film così nutrita e così variegata.
Come si dice nel doc, Woody ha fatto Bananas e ha fatto Match Point.
Almeno 6-7 sono film straordinari (al di là dei primi 3-4 capolavori comici, mi vengono in mente su due piedi Io e Annie, Manhattan, Zelig, Crimini e misfatti, Hannah e le sue sorelle, La rosa purpurea del Cairo, Manhattan murder mystery, Pallottole su Broadway, Match point…) e poi ci sono le chicche, Stardust memories é una delle mie preferite, così come lo è per Allen stesso che ha sempre avuto per questo film l’affezione particolare che si ha per i figli meno compresi.
Allen è caratterialmente e artisticamente l’anti Kubrick ed entrambi hanno raggiunto la leggenda per vie opposte.
Woody fa film come un artigiano che non si dà molta importanza e che deve lavorare tutti i giorni, per scelta.
Sul set è morbido, accondiscendente con gli attori, non particolarmente attento ai particolari.
Eppure resta uno dei migliori direttori di attori della storia.
Stanley è l’opposto : alta consapevolezza di sé, pochissimi film distillati in una fucina di un perfezionismo assoluto, arte allo stato puro e alla massima potenza.
A Woody siamo in molti a voler bene.
E Woody ha un posto nel mio cuore speciale perchè oltretutto é una delle pochissime celebrities che mi siano mai interessate e che ho avuto la fortuna di conoscere in una sera di tanti anni fa a New York.
Niente di personale, sia ben chiaro, il tipo di incontri che si possono avere in genere con le celebrities e che nell’era di twitter è ancora più evidente, nella sua apparente contiguità.
Nel mio caso andai al Michael’s Pub a mangiare un’ottima steak guardandolo suonare il clarinetto con la sua sempiterna band di arzilli vecchietti.
Oggi Woody suona al Carlyle in un ambiente molto più formale e, a quanto mi dicono, le sue uscite si sono molto rarefatte.
Tutti amano le pantofole, soprattutto invecchiando, e Woody ha sempre preferito il baseball in tv alle tavolate post riprese, già in gioventù.
Arrivato a NYC con un amico col quale avevo già condiviso sessioni casuali di stargazing (mai viste tante facce note come a NYC e L.A., soprattutto per noi piccoli italioti col cervello colonizzato da Hollywood e dalla tv), la prima cosa che facemmo fu di chiamare il locale, senza molta convinzione, per sapere se il nostro avesse in serbo di farsi vedere.
Con nostro stupore la risposta fu affermativa e ci precipitammo a prenotare il tavolo.
Al di là della fugace reciproca conoscenza suggellata da stretta di mano rituale, quello che mi colpì non fu tanto la ben nota timidezza e l’evidente fastidio per gli inconvenienti della celebrità, quanto il contorno che sempre circonda personaggi di questo calibro.
Gli sguardi delle persone al di qua della soglia (rivedere please proprio “Celebrity” e “Stardust memories”), il ruolo della security, la monumentalità fisica e psicologica dell’assistente, una vera guardiana di porta che smistava la valanga di documenti, scripts, libri che le venivano portati con la dolce rassegnazione di chi sa già il destino di tutte quelle fatiche, il biancore della limousine che inghiottì velocemente il nostro alla fine della serata.
Ogni tanto penso a quell’incontro ravvicinato e mi rallegro per la tardiva fortuna anche commerciale di Woody che, against all odds, ha battuto ogni record con un film minore e così clamorosamente fuori epoca da destare tenerezza vera, Midnight in Paris.
Momentanea assenza di blockbuster fagocitanti o indizio di una svolta nei gusti del pubblico?
Comincio ad avere un’età che non giustifica entusiasmi eccessivi quindi mi adeguo alla mia cronologia.
E in fondo sarebbe uno strano mondo quello dove Woody diventasse mainstream.

Midnight in Paris

Ogni volta che vedo un film di Woody é come incontrarsi con un vecchio amico, in questo caso una volta all’anno.
E come capita con amici che condividono gran parte del tuo immaginario, naturalmente ci si trova come a casa.
Di fatto Woody ha sempre questa qualità pre-cinematografica per gente come me.
Successivamente, solo successivamente, si entra nella critica vera e propria e in genere si constata che ogni operina del nostro é comunque meglio di quasi qualsiasi cosa tu trovi oggigiorno al cinema.
In ogni caso il tasso di qualità dialogica e la raffinatezza del tutto é estranea al mainstream di oggi, facilmente sintetizzabile come un crossover tra Transformer e I soliti idioti.
Midnight in Paris, visto oggi, non fa eccezioni.
Con in più una levità mozartiana e una dolce deriva sentimentale che non vedevamo da tempo.
La direzione degli attori,come sempre, é impeccabile e a parte Carla Bruni, che non è educabile, perfino Owen Wilson (Owen Wilson!) sembra altro da sé e rivela una fragilità artistica perfino commovente, ammantata dal consueto allenismo (vedi alla voce Branagh in Celebrity).
Whatever works,con la sua cattiveria shlemiel, resta sempre il miglior risultato dell’ultimo Woody ( e Vicky lo zenith di una intera vita, un film così inutile e sciatto che non sembra neanche un film di Allen) ma questo è comunque uno dei più azzeccati.
E ha questa qualità specifica che é l’amore per le grandi città del mondo civile colto occidentale che é particolarmente deliziosa e ricorrente.
Woody svanisce, ahimé, ed é sempre più flebile e demodé il suo tocco ma é certo che ci mancherà molto.
Lunga vita, anyway.