Chi l’avrebbe mai detto!

Secondo la più bella tradizione delle persone agèe anche noi siamo in piena malinconia nostalgica, soprattutto per la musica del nostro tempo. Come detto varie volte, però, noi per davvero abbiamo molto da rimpiangere perchè è ormai unanimemente riconosciuto che i tre decenni 60-70-80 sono considerati i migliori di sempre, sia in quantità che in qualità. Dall’inizio degli anni ’90 innanzitutto crolla la quantità e la musica di qualità si conta sulle dita di una mano. La gente perde l’abitudine all’abbondanza di doni e alla cornucopia. Perlomeno i nostri genitori potevano parlare di Sinatra ! I nostri figli vagolano nel buio di un mondo dove la musica ha perso nettamente l’importanza che aveva un tempo e la musica stessa non è che faccia un grande sforzo per ispirare. Siamo nel 2012 e sono ormai tre decenni che il pop rock è crollato. Simmetricamente potremmo dire che sarebbe ora che iniziasse una nuova era. Ma tutto è disperso, omologato, non riconducibile a nessuna vera rivoluzione. Ogni tanto i vecchi leoni tirano fuori la zampata e fanno capire quanto ci manchi uno SGUARDO migliore. Perfino i maestri improbabili…Ho già parlato in questo blog di John Lydon, la mente (?) dietro i Sex Pistols e i Public Image Limited. Ai nostri tempi era considerato un pazzariello, poi si è capito che dietro gli occhi da deragliato c’era un musicista con i fiocchi, per quanto parecchio alternativo. Oggi che è un vecchio signore ha incredibilmente guadagnato in profondità e ha rivelato, perfino lui, un talento da intellettuale sopraffino, soprattutto nell’analisi delle storture del nostro mondo e degli UK in particolare. D’altronde dall’autore degli anthemici “God save the queen” o “No future” era lecito aspettarsi niente di meno. Beh…il nostro è riuscito nel miracolo, come ogni tanto ancora accade ai grandi vecchi : dopo anni i PIL si sono chiusi in una vecchia farm della campagna inglese (meraviglioso il video allegato al file di Itunes) e hanno tirato fuori una perla. “This is PIL” dimostra che, avendo i fondamentali, si può tirar fuori un capolavoro anche in questa wasteland. Da anni non sentivo un disco (yes, disco) così necessario e così sorprendentemente unico nell’epoca delle fintone come Lady Gaga e altre mezze calze da marketing. Il livello dei pezzi è costantemente altissimo, nel genere PIL ovviamente, ma ci sono sequenze addirittura esaltanti che riportano ai grandi momenti del passato. Sto ascoltando costantemente “Reggie song”,“Terra-gate” e “Human”. E’ grave, dottore?

Advertisements

Dallo stellone alla stella

Nel mio ultimo post parlavo del neocalcio e del superamento dei luoghi comuni e delle distinzioni nazionalistiche.
Dopo la partita di ieri sera della nazionale, una delle migliori della storia imho, il concetto va leggermente modificato.
Da breriano convinto e da amante dell’aspetto tattico, soprattutto difensivo, del football, sono rimasto deliziato dal fatto che, nonostante tutto cambi e si ibridi, un certo DNA sapiente é rimasto.
Certo, oggi la nazionale si è evoluta rispetto al modulo ipercatenacciaro degli anni 70, ma in fondo le migliori nazionali di sempre erano, ecco la parola chiave, molto equilibrate e hanno giocato sempre un calcio molto evoluto, intelligente, camaleontico, tutt’altro che prevedibile ed estremista.
La nazionale di ieri é perfettamente su questa linea e, come se agisse comandata da un software etnico perenne, ha giocato la partita italiana perfetta.
Perfino la difesa mi é sembrata all’altezza del grande passato, a centrocampo ha trovato il giusto mix tra pedatori illuminati post tardelliani (Marchisio, De Rossi) e geni del pallone post riveriani e baggeschi tipo Pirlo, altro italiano atipico, freddo e distante, uno che ne ha fatta di strada da quando faceva ammattire le platee milanesi (intermilaniste) con colpi di genio alternati a perdite di palla e dormite sanguinose.
E poi davanti, la differenza.
Che il nuovo Riva fosse nero, freddo e indolente, un po’ matto…nessuno l’avrebbe mai detto.
Penso che Balotelli farà di più per la cultura e per l’antirazzismo di questo paese finto tollerante ed ipocrita di molte parole, perché quando c’é di mezzo il football l’italiota medio si beve tutto e assume tutto.
E questo é sicuramente un altro aspetto positivo della nascita di questa stella.
Certe volte il Balo, come tutti i geni, non ha voglia e ti viene voglia di “corrergli dietro con l’ombrello” (altra immortale frase del Gioann) ma normalmente il nostro é un fuoriclasse certo e come tutti i fuoriclasse é totalmente indifferente alle emozioni e rende meglio laddove il gioco conta di più.
Ibridandosi l’Italia é diventata multietnica e più propositiva calcisticamente ma l’imprinting del gioco raffinato tatticamente e del countergaming fulminante, accoppiato alla nota solidità difensiva, é rimasto e Prandelli sembra proprio l’allenatore ideale per portare questa squadra nel nuovo mondo rimanendo in fondo uguali a sé stessi.

Lo stato delle cose

Il calcio è sempre più lo specchio del mondo e lo sport di gran lunga più globalizzato di tutti gli sport di massa e di squadra.
In questo senso, nel 2012, il calcio, al di là delle ovvie differenze nel business e nei media, é proprio cambiato completamente, dal punto di vista tecnico-tattico, rispetto al passato, e in maniera molto più marcata di altri sport che comunque sono ormai diversi geneticamente dagli omologhi che abbiamo iniziato a conoscere ed amare nella nostra giovinezza.
Questi ultimi trent’anni hanno cambiato quasi tutto in maniera molto più veloce che nei 50-60 anni precedenti.
Ieri sera ho visto, come molti, il quarto di finale degli europei tra Italia e Inghilterra.
Fino a non molto tempo fa, sulla base della tradizione breriana, le partite tra nazionali venivano descritte secondo stereotipi etnico-tecnici, e solo qualche buffo personaggio del giornalismo sportivo invecchiato male si attarda ancora ad analizzare le partite secondo questi schemi.
Gli italiani erano i furbi contropiedisti, i tedeschi dei panzer inesauribili senza molta fantasia, gli inglesi attaccanti inesauribili e amanti delle fasce e dei cross, i francesi un po’ frullini e champagne e così via.
Perlomeno il gioannbrerafucarlo che era un vero grande e uno scrittore prestato allo sport e non viceversa nobilitava questi argomenti anche perchè il calcio era abbastanza fossilizzato, almeno dal dopoguerra in poi, e certe considerazioni avevano una loro verità inoppugnabile.
Non a caso l’inizio del calcio moderno e dei cambiamenti globalizzati viene datato intorno agli anni 80.
In Italia é l’epoca delle guerre di religione tra sacchiani e fautori del gioco classico all’italiana, tra la zona e l’uomo.
In realtà dopo gli anni 80 la zona e il cambio radicale anche linguistico del calcio (le diagonali, le ripartenze, la fase difensiva ed offensiva, le transizioni…) é un fenomeno mondiale e va al di là delle beghe di cortile così tipicamente italiote e delle ingenue e spesso dementi esagerazioni degli integralisti post Sacchi.
Omologazione é la parola chiave da abbinare a globalizzazione e alla base di tutto c’é l’informazione alla massima potenza.
In un mondo interconnesso a così estremi livelli gli scambi culturali diventano il brodo di coltura di una unica vulgata e questo diventa pane quotidiano anche per lo sport e per il calcio.
Oggi, come per tutto, le differenze marcate, culturali, etniche etc tendono a svanire sempre più.
Sono, come tutti sanno, il motivo scatenante del localismo demente di reazione che così chiaramente vediamo in politica, disegnano un mondo glocal, appunto, ma vengono sublimate nel calcio in un tifo estremo, ritualizzato ma fondamentalmente indistinto.
Nel calcio una partita come quella di ieri sera é un manifesto assoluto di quanto il mondo sia cambiato dai tempi del calcio romantico.
L’Italia, la maestra del calcio speculativo, caisse d’epargne per eccellenza, e in questo senso, dal mio punto di vista, tatticamente squadra ostica e spesso inarrivabile, é diventata una squadra e una nazione dove si fa fatica a trovare ormai difensori degni della grandissima tradizione del passato, il gioco a uomo é ormai dimenticato, e l’equilibrio, parola feticcio dell’allenatore medio, non solo italiano, é il vero obiettivo.
Di fatto, però, così facendo, oggi l’Italia fa un possesso palla esagerato, ha una concezione sostanzialmente offensiva del calcio e questo, a noi vecchi romantici, fa un po’ specie.
Ma quando mai si era vista una nazionale sprecona (ah il cinismo della classica punta all’italiana), attacchina, innamorata del possesso e un po’ ballerina dietro?
E dove mai si era vista una Inghilterra difensivistica, attendista, contropiedista e palla a terra?
Capello, un italiano al quadrato, é stato allenatore qui e si vede ma é tutto un mondo che ormai si ibrida e l’Italia sembra l’Inghilterra e viceversa.
D’altronde la Germania stessa, futura avversaria degli azzurri, secondo un copione “semifinale” che ha immense tradizioni, é lontanissima dall’idea classica della Mannschaft.
É una squadra modernissima, multietnica, brillantissima, tutt’altro che prevedibile, cingolata e iperfisica e sembra proprio la nazionale epitome della nostra epoca.
Anche se in fondo sono tutte squadre un po’ così : ibridate, multietniche, equilibrate e sostanzialmente indistinguibili se non per il tasso di classe dei singoli che ancora fa molta differenza.
Anche nei clubs é così da tempo, multinazionali omologate e interscambiabili nel mondo del calciomercato perenne e senza bandiere, ma vederlo nelle nazionali, anche se più tardivamente, fa veramente effetto.
Sono lontani i tempi degli estremismi tattici e quindi delle vere rivoluzioni.
Le follie catenacciare o le follie offensivistiche all’olandese o alla brasiliana.
Tutti giocano lo stesso pepsi-football mediamente indistinto e tutti hanno squadre melting pot che sono gestite da signori e da staff che hanno esplorato e scambiato tutte le conoscenze, non propriamente infinite in uno sport tutto sommato semplice come il calcio.
La fine reale delle nazioni viene celebrata ironicamente sugli spalti dal tifo multicolore e sostanzialmente “rituale” così tipico di queste manifestazioni e così fortunatamente lontano da quello becero tribale di certi stadi primitivi italioti.
Esaurita la parentesi “nazionalistica” tutti tornano poi a scannarsi per quello che conta davvero, il proprio club come il proprio marchio di fiducia, e tutti sanno che in questo mondo non c’è divisione ideologica più forte di quella dei sostenitori di questo o quell’altro brand.
E noi qui nostalgicamente ancora a sfogliar figurine…

Credo quia absurdum

C’é una sinistra analogia tra la fede religiosa, di qualsiasi “marca” essa sia, e la fede dei teorici delle cospirazioni.
Questo secondo alcuni.
Forse il detto “chi non crede in Dio, finisce per credere a tutto” ha trovato una sua beffarda realizzazione anche se, come tutti i proverbi e i luoghi comuni, più che contenere una parte di verità é semplicemente falso.
In realtà il discrimine vero é l’uso della razionalità che, in genere, non perdona.
La casualità totale e crudele che qualsiasi persona sperimenta sulla terra lascerebbe pochi dubbi e pochi spiragli al wishful thinking disperato dei credenti.
Noi tutti viviamo in realtà con ideali molto forti ma sicuramente qualcuno esagera, soprattutto quando si avventura in intere cosmogonie.
All you need is love ed é difficile dire che Lennon ha torto.
Ma questa é una cosa che chiunque sperimenta per davvero nella vita.
Quando parli con gli integralisti religiosi, la cosa che ti sorprende sempre é il fideismo quasi sempre smarrito di fronte alle prime serie obiezioni.
L’alternativa é l’intolleranza ed é una cosa che spesso ho constatato.
La deriva diventa quella della negazione del buonsenso e della realtà, ammantato da dogmatismi isterici o vorticose citazioni libresche (Bibbia & co.).
L’ultima frontiera é quasi sempre l’appello all’esperienza : non serve la ragione, serve la fede, non serve il ragionamento, serve l’esperienza.
Allora, pazientemente, ti ripresenti dopo un pò e dici che hai tentato l’esperienza (nel mio caso, é stato un tentativo durato vari anni), ma non é che hai visto chissà cosa.
La risposta in automatico allora diventa : manca la fede.
E il gatto si morde la coda.
A parte che la questione che la fede sia un dono sa di beffardo monumento al caso.
Tu chiamala fortuna, se vuoi.
Ammettiamo che Dio esiste e se esiste gioca a dadi allora.
Simpatico, vero?
Insomma, gli argomenti sono pochini e mi sa che per il futuro le religioni si dovranno inventare qualcosa di più convincente, e a vari livelli che non sia solo quello della volontà, per mantenere il loro status di àncora di salvezza per le dolenti genti.
Diverso é il caso delle numerose teorie di cospirazione esistenti.
Qui la “suspension of disbelief” in realtà sembra essere meno necessaria perché spesso e volentieri l’analisi della storia degli uomini, e le successive documentazioni, danno ragione a chi pensa andreottianamente male.
Difficile non credere alla malvagità del mondo.
Le esagerazioni cosmogoniche alla David Icke non devono quindi ingannarci, qui siamo davvero nella religione alternativa e il marker é la complessità nonché il dettaglio esasperato.
Non abbiamo bisogno di teologie alternative né di scienze teologiche (ossimoro) in senso stretto o lato.
Basta ragionare sui moventi e sulle logiche del mondo, soprattutto ad alti livelli di potere e denaro, senza esagerare, come in un banale thriller.
Come in quel famoso film la banalità del male conferma la logica del Dio assente e lavativo mentre il contraltare negativo lavora molto nel mondo.
A partire dall’Olocausto in poi, il mondo é passato dall’incredulità, eternata dalle mille “versioni ufficiali”, al riconoscimento dell’incredibile.
Dopo il disvelamento ufficiale dei documenti originali sul caso Kennedy qualcuno, seriamente, può credere per davvero alla versione primigenia?
Il solito pazzo…ma certo.
Caso Lennon, caso Diana…
Per non parlare della buffonata della versione ufficiale dell’11 settembre.
Basta fare uno più uno e informarsi per davvero, spesso su documenti ufficiali, per capire velocemente che dietro c’è molto di più e molto di diverso.
Bislaccamente io ho una passione speciale per il PID.
PID…Paul is dead.
É sicuramente una delle più affascinanti e, bisogna ammetterlo, meno credibili teorie leggendarie di cospirazione, ma il fatto che sia così artistica, così spumeggiante e così legata ai Fab Four, me la rende simpatica.
Potrei perfino ubriacarmi di fideismo perché la storia é meravigliosa.
Credo quia absurdum.
Eppure…

La postcritica

Ho un pregio che è anche un difetto : sono tendenzialmente un benpensante (in senso etimologico) ottimista.
E’ chiaro che questo è un mondo che mette a dura prova le persone come me, ma io insisto, sicuro che questo sia comunque l’approccio giusto, soprattutto se temperato da un sano realismo che con l’età certamente è merce che non manca mai.
In uno dei miei recenti posts “La precritica” mi avventuravo dickianamente in un tentativo di critica cinematografica basata sul trailer e su info sparse ma senza la fruizione diretta dell’opera.
Anche perchè, nel retroterra cerebrale, mi sembrava quasi impossibile che Woody, il nostro Woody, potesse per davvero toccare livelli troppo bassi.
Dicevo semplicemente che mi aspettavo una ciofeca.
Come al solito peccavo di ottimismo.
Ora che l’ho visto, posso dire con certezza che “To Rome with love” è di gran lunga il più disperante, infame, orrendo capitolo della invece gloriosissima carriera dell’omino con gli occhiali che amiamo così tanto.
Il paragone con “Vicky”, altro grosso passo falso, era in realtà fuorviante.
Questo è MOLTO, MOLTO peggio e francamente non pensavo che fosse possibile.
E’ un film che non sembra neanche un film di Allen : manca totalmente la classe, la leggerezza, la finesse e qualche battuta fulminante che sono sempre state le caratteristiche di qualsiasi opera, anche quelle davvero minori.
Tremo all’idea che qualcuno delle nuove generazioni possa tentare l’approccio al mondo alleniano partendo da quello che trova adesso al cinema.
Stenterebbe a capire perchè Woody è un baluardo per gran parte di noi.
Il film è imbarazzante a livelli inconsueti, soprattutto nella prima mezz’ora abbondante.
E’ girato molto, molto sciattamente, è recitato da oratorio, grazie anche alla nota valentia recitativa delle numerose presenze italiane.
In questo senso l’episodio con Tiberi e la Mastronardi, oltre che infettato da un clima di pochade stanca e triste (la chiave stilistica del film), è veramente il più inguardabile.
Ma in generale si salvano solo il solito Benigni e, direi, il buon Albanese, anche se il clima generale, anche tra gli attori USA, è la sensazione netta di essere nel posto sbagliato e il cercare di venirne fuori il più velocemente possibile, dopo aver intascato il credit di aver fatto un film con una leggenda.
L’episodio “migliore” (grossa, grossa enfasi) è quello con Baldwin, Page etc ma è talmente infarcito di luoghi comuni alleniani che sembra quasi una parodia demente e senza cuore.
Baldwin sembra quasi uno stanchissimo Bogart post “Sam” e la Page cerca di fare la Keaton del 2000, addirittura replicando gli stessi tòpoi di film immensamente più importanti (mi riferisco in particolare alla scena notturna del bacio alle Terme che è la fotocopia sfatta della stessa, stessa scena in Manhattan dopo il planetario e a Central Park).
E la musica.
My God.
La musica è talmente cheap che non ci si crede.
Sembra un film di Vanzina riuscito male con la musichetta genere Oliver Onions.
Tutto è talmente slegato, tirato via male che si soffre anche fisicamente, soprattutto noi adepti.
Roma stessa non diventa mai una vera protagonista, a differenza di altri film cartolineschi (vedi la lunghissima, triste sequenza iniziale di Midnight in Paris…per il resto film che al confronto di questo sembra da Oscar), ed è puro sfondo, peraltro usato male, a scontatissimi luoghi comuni e a tristi cenette in terrazza che raccontano senza alcuna credibilità quanto è bella la città.
Il finale, così grottescamente dimesso e di basso livello (non ve lo racconto : godetevelo), è la degna conclusione di un BOMB, come dicono gli americani, monumentale per davvero, altro che rovine romane.
Temo che per davvero le lancette dell’orologio abbiano detto il loro verdetto.
Spero che spieghino al rintronatissimo nostro che forse non è più neanche il caso di sfornare un film all’anno per stare meglio nella vita.
Dovremmo stare bene anche noi spettatori.

Scripta che non manent

Pur essendo un lettore molto sopra la tragica media quantitativa italiana, leggo comunque pochi romanzi rispetto ad altri, gloriosi momenti della mia vita.
Gli anni della formazione sono gli anni in cui, se si ha un minimo di interesse nell’argomento, la curiosità per i grandi libri del passato prevale su tutto.
Soprattutto per la nostra generazione, l’ultima prima dell’avvento definitivo del video, del web, del multitasking perenne.
In più, comme d’habitude, l’avvento dell’età adulta e lavorativa in senso stretto incrementa la lettura dei saggi sui mille argomenti d’interesse, dei giornali e delle riviste che si moltiplicano e si accumulano e, dall’avvento del web, delle mille cose che si trovano in rete, blog inclusi.
In tutto questo maelstrom informativo l’escapismo dedicato e bisognoso di continuità che richiede un romanzo spesso e volentieri viene messo da parte.
Ma mi sono spesso chiesto se per questi, fondatissimi, motivi o anche perché, bisogna dirlo, il livello medio della narrativa, non solo italiana, é clamorosamente crollato negli ultimi trent’anni.
Da quanto tempo non leggiamo un grande romanzo?
Ne leggiamo qualcuno carino ma normalmente nulla di memorabile.
Il che si allinea a quello che succede al cinema, ad esempio.
É vero che la prospettiva temporale spesso inganna.
Alle spalle abbiamo, distillato, il meglio di 2000 anni, 2000 anni oltretutto molto concentrati e non così postmodernamente svaporati in mille rivoli, impossibili da seguire.
Sicuramente molti romanzi di valore ci sono sfuggiti o sono scomparsi nell’assordante rumore di fondo della produzione mondiale.
Ma se proprio dobbiamo seguire la critica e il parere dei sedicenti esperti, quello che ci viene offerto oggi come il meglio degli ultimi decenni ci lascia alquanto perplessi, soprattutto se lo proiettiamo nel giudizio più spietato, quello del tempo e del futuro.
Siamo proprio sicuri che i De Lillo, i Franzen, i Foster Wallace saranno ricordati nei secoli come Hemingway, Faulkner, Joyce e altri?
E vogliamo proprio parlare di Baricco e altri?
L’ultimo romanzo che ho letto é proprio Mr. Gwyn.
Ho sempre pensato che il nostro fosse principalmente un ottimo, ottimo divulgatore ed affabulatore e un romanziere normalissimo e, al massimo, “carino”.
Aggettivo che inizia a preoccuparmi perché caratterizza, quando va bene, il 90% della produzione artistica dei nostri tempi (cinema, libri, tutto) ma che é l’anticamera inesorabile dell’oblio veloce.
Sono ANNI che consiglio sempre gli stessi libri agli amici e questo non perchè non mi sono aggiornato (persone molto vicine a me lo fanno con divorante assiduità e mi confermano l’assunto) ma perchè semplicemente se devo spingere una persona a perdere qualche ora in concentrazione preferisco farglielo fare su scritti davvero memorabili.
A qualcuno interessa ancora COME si scrive?
E se sì, sa notare la differenza, a parità di contenuti?
Tra i molti libri che consiglio ci metto sempre “Dubliners” (Gente di Dublino) di Joyce, secondo me la più grande raccolta di racconti della storia e il molto più recente “Cosmetica del nemico” di Amelie Nothomb, scrittrice icona alquanto modaiola ma che, almeno in questo piccolo gioiello, ha dimostrato che scrive come in paradiso e può avere idee geniali.
In Dubliners poi, oltre al magnifico atto finale (The dead), ci sono due raccontini, apparentemente minori, che SONO, per me, l’infanzia e l’adolescenza e catturano, come per magia, quel periodo unico della vita : Araby ed Eveline.
Ho come l’impressione che il meglio di questi decenni sia da ricercare, come capita anche in musica, in nomi minori.
Altrimenti non ci resterà che accettare il destino di molti che, con sublime condivisibile snobismo, sostengono di aver tempo solo di leggere e rileggere i classici.
Ars longa vita brevis, si sa.

L’acqua che scende velocemente nel lavandino

All’interno dell’élite musicale mondiale, convivono grosso modo due categorie.
La prima è quella degli irrequieti, perenni innovatori e curiosi onnifagi che hanno cambiato mille volte stili, suoni, travestimenti.
La seconda é quella dei musicisti innamorati di un sound talmente straordinario e soddisfacente da imporre l’eterna stasi in un nirvana perenne.
Quasi tutto il jazz appartiene alla seconda categoria.
E questo eterna infatti l’ossessione degli appassionati (quorum ego) che in realtà chiedono solo dosi crescenti e non riescono mai a concepire l’uscita dal dondolio classico dello swing nonché i vari rituali tra cui, tipico, quello degli assoli.
Paradossalmente uno dei monumenti assoluti, Miles Davis, pur esplorando, in varie fasi, come un Picasso musicale, la profondità del perdersi, é in realtà il tipico musicista della prima categoria, avido di novità e totalmente disinibito nell’abbattere ogni forma di rispetto per il passato, anche il proprio.
Il tipico rappresentante della prima categoria nel pop rock é sicuramente David Bowie, camaleontico non solo nei travestimenti ma soprattutto negli stili musicali, cosa che, cà va sans dire, lo ha spesso reso inviso a diverse categorie di ascoltatori a seconda del momento.
Ci sono altri esempi, invece, nel pop rock, della seconda categoria.
Al punto più alto io metto un duo, uno dei gruppi più influenti della storia e il classico gruppo “per musicisti”, la chicca per eccellenza dei palati fini.
Ovviamente qui si parla di Steely Dan.
Il mix micidialmente inesorabile creato da Fagen e Becker é basato su una ricetta così complessa e così ben calibrata che se fossimo in campo gastronomico staremmo parlando della formula della coca cola o del piatto della vita.
Il loro non è un punto di vista musicale, è un UNIVERSO, basato sulla combinazione professionalmente impeccabile del jazz, del pop, del soul e di tutta la musica angloamericana del ‘900 con aggiunta finale di salsa Dan.
Il tutto impiattato alla perfezione e con una cura dei dettagli che lascia senza fiato, anche dopo decine e decine di ascolti.
Lo so perché l’ho provato varie volte, ma l’ascolto dei Dan fa male alla salute.
Intendo dire che siamo vicinissimi alla dipendenza e all’esclusività ossessiva, tutte cose che si possono trovare anche nell’uso di sostanze psicotrope.
Il risultato é che quando si comincia ad entrare nel loop (e d’altronde, come evitarlo?) si fa davvero fatica ad ascoltare altro e a concepire di ascoltare musica diversa.
Qualche anno fa sono andato a Lucca, cittadina meravigliosa, uno dei gioielli veri dell’Italia, ad ascoltarli e ci sono andato con quel senso di adorazione e di unicità che si ha quando si assiste a qualcosa di irripetibile.
I due sono sempre stati molto sulle loro, sempre seppelliti dietro caterve di strumenti, e hanno immolato la loro vita alla creazione, rarefatta, di abbaglianti capolavori discografici senza tempo e quindi l’occasione di vederli dal vivo, in Italia perlopiù, era davvero unica.
Sono state due ore e mezza davvero indescrivibili.
Perfino nei grandi concerti di grandi musicisti ai quali ho avuto la fortuna di assistere è sempre esistita una curva, una variazione di moods e suoni.
Intendo dire, pezzi molto intensi, pezzi meno intensi, una certa sensazione di pieno-vuoto.
Con questi qua é stato impossibile abbassare l’asticella della goduria musicale al di sotto di vette iperuraniche, una macchina da guerra inesorabile dove ogni passaggio, ogni secondo era puro distillato di una musica così densa, precisa, ricca da non lasciare scampo.
Alla fine ero stremato ma più che altro per l’intensità totalmente insensata dell’evento.
Steely Dan é l’esempio massimo del nirvana musicale e dell’atteggiamento “definitivo” di chi, avendo trovato la perfezione e il paradiso, si chiede perché cambiare.
E la prova maggiore di tutto questo sta in una arguta metafora che, parlando con un amico quella sera, fu coniata all’istante.
Ci sono moltissimi pezzi dei Dan che sono talmente ben congegnati e talmente decisivi che non si vorrebbe letteralmente che finissero mai.
E che invece, prima o poi, finiscono, con una sensazione quasi di spreco di certi passaggi che farebbero la fortuna di interi altri pezzi di altri musicisti.
Quando questo succede e il pezzo sfuma, la sensazione ricorrente é quella di uno che vorrebbe fermare l’acqua che scende velocemente nel lavandino.

…e ora qualcosa di completamente diverso

Quando si chiede a qualche grande personaggio della commedia e della comicità quali sono i suoi punti di riferimento e le sue ispirazioni primarie, il nome leggendario dei Monty Python salta sempre fuori.
Questo ha perfettamente senso : i sei meravigliosi sono uno dei monumenti più fulgidi e assoluti, la base di gran parte della comicità del grottesco e dell’assurdo che dopo di loro sembrerà così ovvia e normale.
Monty Python è stato un gruppo comico inglese, attivo dal 1969 al 1983 e costituito da Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin.
Ricordo ancora il senso assoluto di meraviglia e libertà che gli episodi magici del Flying Circus (sulla BBC!) mi inoculavano nelle mie prime escursioni londinesi.
Nulla del genere si era mai visto in tv in Italia ma probabilmente da nessuna parte e incredibilmente oggi, mille anni dopo, siamo tuttora molto lontani da quelle vette di straordinaria dimenticanza di buon senso.
Nessuna sorpresa che il magnifico sestetto, composto da autentici geni che poi troveranno anche vie personali al successo e all’affermazione del proprio enorme talento, avesse alle spalle un background culturale di prim’ordine.
L’intelligenza e la cultura non fanno mai sconti e niente come Monty Python assomiglia ad un divertissement per intellettuali, nel senso buono del termine, pur restando devastante e godibile a vari livelli.
Consiglio sempre l’opera omnia anche televisiva di questi fenomeni (si trova apposito cofanetto) perché miniera di piaceri infiniti.
Poi sono cominciati i film, tutti autentici capolavori nel loro unico, inimitabile genere.
Il genere Monty Python.
Tutti gli estimatori hanno le loro perle da esibire.
Io non faccio classifiche anche se alcuni sketch e alcuni pezzi di film sono diventati degli instant classics.
Io consiglio di vederli tutti in religioso silenzio, finché si riesce senza esplodere in risate liberatorie, perché tutti pervasi da una magica, atomica follia.
È probabilmente vero che “Il senso della vita” rappresenti il miglior compendio e la migliore raccolta di genialate, e quindi partirei da qui, paradossalmente, dal film finale.
Ma, ad esempio, “Brian di Nazareth” è un’opera alla quale sono particolarmente affezionato, talmente trasgressiva e sanamente demistificatoria da essere tuttora insuperata e unica nel suo sarcastico coraggio senza sconti.
Io poi ho una malata affezione per la prima opera, un compendio di sketch direttamente derivativa dal Flying Circus, quel “…e ora qualcosa di completamente diverso”, che ancora oggi fa davvero male per suoi leitmotivs dementi e per la sua stupenda insensatezza.
Nonostante morti e feriti si parla in questi giorni, dopo l’uscita della splendida autobiografia, addirittura di un film quasi postumo.
Sperando per davvero che l’operazione non sia meramente nostalgico-commerciale, ogni occasione per rivedere assieme questi splendidi ragazzacci va colta al volo in questi tempi tristi e banali.

I geni nascosti

Ci sono dei nomi nel cinema che tutti conoscono e che sono riconosciuti senza alcun dubbio nel loro valore e nella loro importanza.
Ci sono anche però molti oscuri lavoratori, spesso sceneggiatori (la sceneggiatura è l’anima di un film), che pochi conoscono e che in realtà sono i veri detentori della magia, quelli che hanno l’idea e la realizzano.
Il cinema resta un lavoro d’equipe ma è indubbio che lo scrittore spesso è il boost naturale e fa partire il meccanismo, soprattutto quando la scrittura è di qualità.
Due nomi mi vengono in mente, due nomi che sono per addetti ai lavori ed appassionati più che per il normale fruitore di pellicola, due nomi di persone che, curiosamente, condividono la nascita in quel pianeta misterioso che è la Nuova Zelanda ma che sostanzialmente sono cittadini del mondo e anglosassoni puri per cultura, mentalità, frequentazioni.
Mi riferisco ad Andrew Niccol e Richard Curtis.
Andrew Niccol è un maestro di distopie (utopie negative), mentre Richard Curtis è l’ultimo esempio, temo irripetibile, del grande creatore di commedia, uno dei tanti epigoni di Neil Simon ma con un peculiare, meraviglioso, leggero touch che lo rende il degno erede di quella grandissima tradizione anglosassone.
Entrambi hanno la caratteristica di aver lavorato nella macchina del cinema attraversando l’intero spettro dei ruoli chiave (sceneggiatore, regista, produttore), spesso sovrapponendo i ruoli e spesso e volentieri lavorando con le stesse persone illuminate, come nelle migliori factories.
Perfino quando hanno messo il sigillo della regia propria l’hanno fatto con l’understatement e la totale assenza di divismo dello scrittore che lavora volentieri nell’ombra, perso dietro le sue fantasie escapiste.
Niccol è l’anima di films come Gattaca, Truman Show (diretto poi dal grande Weir), S1m0ne, The terminal via via fino al recente In Time.
L’ossessione per i futuri alternativi, per le atmosfere gelide e stranianti, sono tutte caratteristiche di questa grande testa pensante che già solo per i primi due film citati dovrebbe entrare di diritto nella storia, nascosta appunto, del cinema.
Curtis è tutto un altro mondo.
E’ il mondo della commedia dolce amara, dei grandi meccanismi tipici delle opere del genere, con quel retrogusto così tipicamente british, venato dal sarcasmo lieve della factory che ha generato Mr. Bean e soci.
La tradizione che ha generato due grandissimi un pò dimenticati fuori Albione come Peter Cook e Dudley Moore (anni di tv meravigliosa culminata poi in film immortali come Bedazzled – Il mio amico il diavolo, uno dei film più devastanti di sempre), ha messo sulla scena la maschera comica immortale di Rowan Atkinson, amico e sodale di Curtis già in serie tv sublimi come Blackadder e, ovviamente, nella saga dell’ometto Bean.
Oltre Rowan, Curtis è l’uomo dietro Quattro matrimoni ed un funerale e Notting Hill, ossia due splendide commedie epigonali che resteranno per sempre nell’immaginario e saranno, secondo me, molto rimpiante.
Curtis è anche un cesellatore di gioielli come The boat that rocked (I love radio rock), bislacca e demodè commedia corale, così intrisa di nostalgia da fare male e recitata, come sempre, in paradiso nonchè è l’autore di un’altra commedia clamorosamente sottovalutata come Love Actually, un film definitivo e, come spesso gli accade, corale, che è un pò l’ultima parola possibile sull’argomento prima del diluvio che ha seppellito, almeno pare, il genere.
Tutto quello che esce da quelle due teste e da quelle due factories ha il crisma della qualità assoluta e il gusto della scrittura perfetta : cercare questi scrigni non sarà tempo perso, ve l’assicuro.

Colpo di fulmine

Non so se state guardando, come molti americani prima di noi, “Homeland” su Fox tv.
Lo dico semplicemente : è un capolavoro, una delle cose più grandi mai trasmesse.
Questa serie, che ha fatto incetta di premi ai recenti Golden Globes e non solo, ha tutto quello che una serie drammatica adulta dovrebbe avere.
E per restare al tema trattato, il terrorismo, fa sembrare le serie precedenti come dei giocattolini per bambini in cerca di emozioni (ogni riferimento a “24” è voluto), il che la dice lunga sul livello della serie stessa.
E’ dovuto passare un pò di tempo e il post 11 settembre adesso è davvero centrato e scevro dalle debolezze concettuali e dalle semplificazioni dei primi tempi.
Dieci anni dopo siamo definitivamente nel nuovo mondo, un mondo nel quale è palpabile la fine del sogno americano e la consapevolezza delle proprie fragilità e delle difficoltà spesso insormontabili che la complessità del reale presenta.
Non mi attarderò, come sempre, a sciorinare trama e personaggi, per questo basta Wikipedia, ma vorrei invece fare rimarcare la straordinaria verità degli uomini e delle donne che vengono rappresentati, tutti schiavi di un meccanismo stritolante che non fa prigionieri e che, semplicemente, si chiama vita.
Terrorismo delle menti, più che dei corpi, e lotta a mani nude contro l’acqua che scorre e contro una generale difficoltà nel comprendere le ambiguità di ciò che ci circonda, a partire dalle persone più vicine a noi.
La regia di questo must assoluto sembra derivare direttamente dalla grandissima scuola USA del passato, alla Frankenheimer per intenderci, ma il tutto immerso in una modernità formale lancinante.
Gli attori, as ever, a livelli eccezionali e tutti perfetti nonchè precisi e taglienti come una lama nel rappresentare l’umanità dolente che popola la storia.
Una menzione speciale va senz’altro a Claire Danes e a Mandy Patinkin, snodo nevralgico del plot, due attori di generazioni diverse ed entrambi immensi.
Non so davvero come possa prevedersi una seconda stagione, anche se, a quanto pare, è già in progetto, ma questa è una serie dove la speranza di tutti è che non parta la deriva effettistica e l’impoverimento dello script.
Intanto queste prime puntate sono oro puro, a partire dai meravigliosi titoli di testa, intimistici e jazzy, di una raffinatezza unica.
Ve l’avevo detto che il meglio passa in “certa” tv, oggigiorno.