Il tifo, secondo me

Secondo me il tifo non può fare parte della vita di una persona “dabbene” dopo i 25 anni.
Sembra una espressione apodittica ma francamente trovo abbastanza infantile che una persona riesca a prendere sul serio l’appartenenza ai colori societari in maniera importante (non sto parlando di simpatie o generiche nostalgiche appartenenze al proprio “luogo”) dopo che uno ha un minimo sperimentato e conosciuto le logiche e i retroscena, soprattutto oggi, ma anche semplicemente ha praticato l’onestà intellettuale e l’equilibrio, nonché lo sport in sé, e logicamente non puó sopportare la grezza regressione dei dementi.
Questa cosa oltretutto nel nostro paese ha una valenza in più, quasi politico-pedagogica.
È indubbio che il paese dei guelfi e dei ghibellini ha una sua speciale difficoltà nel ragionare in maniera equilibrata senza prendere le parti aprioristicamente.
Tutta la nostra storia politica è stata infettata duramente da questa tabe primaria e la commistione voluta e malefica tra le curve e il parlamento, anche in maniera linguistica (la famigerata discesa in campo), ha rovinato del tutto lo scenario, relegando la nostra nazione definitivamente al ruolo di nazione di serie C sia nel calcio che nel resto, ben più importante.
Prima dei 25 anni anch’io ho avuto la mia fase tifosa anche se chi mi conosce bene sa che ho sempre affrontato lo spinoso problema calcio con un approccio, tanto per cambiare, anticonformista e senz’altro poco italiota.
In sintesi ho sempre detto, nella più totale buona fede, che ritengo il tifo una malattia infettiva degenerativa e che il vero “sportsman” ama lo sport in sé e magari pure lo pratica.
Non ho mai quindi dato soverchia importanza ai colori da seguire e soprattutto, nei limiti del possibile, ho analizzato sempre il calcio da vecchio aficionado.
La mia storia di tifo resta quindi anomala ma parte comunque, tipicamente, da una matrice edipica (la mamma!) e, guarda caso, geografica.
In due parole : nasco a Milano e nasco interista.
Nasco nei primi anni sessanta e quindi non so che mi appresto ad entrare nella “golden age” nerazzurra, l’era dei Sarti Burgnich Facchetti recitati come un mantra e della massima espressione del catenaccio e del contropiede (guai a chi parla di “ripartenze!”), schemi di gioco che ritengo da subito fondamentali e superiori, filosoficamente, allo scriteriato attacchismo (in questo ero e resto breriano).
La mia storia di calciofilo si sviluppa subito secondo il canone già detto e fin dal 1966 (prima partita che ricordo : finale Mondiale Inghilterra-Germania…ovviamente a Londra…ma questa è un’altra storia) mi ricordo il tinello di casa e la partitona vista con mio padre.
E qui scatta il virus che porterà poi alla svolta epocale.
Statistica vuole che la mamma sia sempre la mamma ma che sia il padre a determinare, con la sua funzione di “guida realistica al mondo”, l’indirizzo del fanciullo in crescita.
Aggiungo poi che da che mondo è mondo, il padre ha parole più precise e forzanti sull’argomento calcio e mia madre tuttora distingue a fatica un pallone da una melanzana (sorry, mum!).
Mio padre era juventino.
Il classico lombardo non milanese metropolitano abituato a tifare “goeba” in maniera automatica.
La svolta, dicevo, avviene in maniera repentina e nella data più simbolica.
Stiamo parlando, cà va sans dire, della mitologica partita di Mantova, spesso citata (assieme alla finale persa col Celtic in Coppa dei Campioni) come lo zenith e la fine della parabola della Grande Inter herreriana.
Lo dico con vergogna ma lo dico (e spesso mi è stato rimproverato dalla “mamma”) : iniziai seguendo alla radio la partita da interista deluso (il Celtic era una ferita vissuta davanti al video pochi giorni prima) e finii la partita sventolando il vessillo bianconero di mio padre subito dopo il famigerato gol di Di Giacomo a tempo scaduto con papera di Sarti, prima serie di una lunga sequela di epocali disfatte della Beneamata (spesso a favore dei gobbi).
Negli anni successivi ho spesso giustificato questa mossa tremenda parlando con frasi come “ero al buio, ho visto la luce”, “l’Inter è simpatica ma l’aristocrazia bianconera è un’altra cosa” o più banalmente “taci mamma che il papà ne capisce MOLTO di più di te di calcio”.
Per tutti gli anni 70-80 ho vissuto, sempre a mio modo, la “fede” bianconera, negli alti e bassi (pochi), con punte di fervore messianico ai tempi di quello che ritengo il più immenso giocatore che abbia mai visto su un campo di calcio e la persona più smart fuori : ovviamente Roi Michel Platini.
Già questa predilezione, a parte l’ovvia consonanza calcistico-cultural-filosofica, avrebbe dovuto mettermi in guardia sul controvirus in arrivo.
Platini infatti era dell’Inter!
Ma con una mossa di splendido autolesionismo, così tipica dei colori nerazzurri, fu “regalato” alla Juve adducendo presunti limiti fisici, caratteriali etc.
In realtà Michel aveva poco a che fare con la trista ambientazione torinese, come si è poi ben visto negli anni successivi, e la cosa veniva sopportata dal nostro solo col rapporto diretto con un suo pari, Re Gianni Agnelli.
In seguito ho scoperto che non potevo non essere interista, per motivi culturali e politici.
E sempre con il salutare e totale vuoto di senso di colpa che contraddistingue le mie scelte.
Paragonerei il tifo sportivo al tifo politico.
Nell’Italietta normalmente esistono le chiese eterne ed infatti solo gli stupidi non cambiano idea su questioncelle così variabili e transeunti.
Era veramente curioso vedere le forme semantiche usate e le reazioni dei miei amici quando alla fatidica domanda italica “A che squadra tieni?” rispondevo : juve …ma simpatizzante inter (anche se in realtà l’unica squadra per cui ho davvero affezione è il Chelsea, che mi ricorda la mia felice giovinezza, spesso e volentieri londinese).
Come minimo venivo visto come un buffo animale mitologico che univa l’inconciliabile e soprattutto si permetteva di pensare che esistesse un calcio al di fuori dell’Italia!
In realtà, in fatti opere ed omissioni, mi ritrovavo a cercare istintivamente prima la partita dell’Inter rispetto a quella della Juve, a restare vagamente interessato in maniera morbosa di fronte alle frequenti sventure del club, ad assimilare dosi non omeopatiche di trasmissioni televisive locali che ormai vivevano e vivono tuttora di interiade da mane a sera.
Il nome poi era meraviglioso (Internazionale…quanto di meno italiota potessi desiderare), i colori stessi in sintonia con le mie fisime cromatiche, la proprietà così APPARENTEMENTE fuori dai giochi, un misto di borghesia “ludens”, di classe e di suprema indifferenza, tipica dei veri ricchi, per le furbizie da basso impero : così supremamente poco furbi da farmeli amare immediatamente, io che ritengo la furbizia, vera o presunta, il virus vero che infetta il nostro paese.
E qui devo dire che ho cominciato a subire davvero i prodromi del controvirus.
Non potevo certo associarmi idealmente alla famigerata triade bianconera e tantomeno alla new power generation milanista, gente dello stesso malefico stampo in salse diverse.
Diventava quindi scelta culturale, politica, estetica, geografica.
Ho cominciato a seguire i miei giornalisti sportivi preferiti, dopo la catastrofe della dipartita di Brera, e li ho trovati tutti invariabilmente irretiti dalla Beneamata in una coazione a ripetere che sa tanto di amore…pronti a dispensare consigli a corte anche di persona.
Ho conosciuto Peppino Prisco che alla seconda domanda mi chiese: “A che squadra tiene?”.Io risposi Juve e lui, offrendomi l’aperitivo, mi disse : “Peccato, sembrava una persona così intelligente”.
Ho cominciato a leggere sempre Beppe Severgnini e l’ho visto pubblicare un libro-base come “Interismi”, dove elencava le differenze…al momento in cui il mitico afferma che gli juventini amano i cani per la loro ubbidienza (anch’io amo i cani, NONOSTANTE la loro ubbidienza) ma gli interisti amano i gatti (il vero amore della mia vita)…ho cominciato davvero a cedere.
Da tempo ormai non me ne frega più nulla ma guardo ancora le partite di calcio.
E penso che solo con somma leggiadria si possa parlare di queste minutiae che allietano la nostra vita.
Il calcio, a patto di considerarlo per quello che é, soprattutto in Italia, ossia paragonabile al wrestling per credibilità, è ancora adesso uno sport ipnotico e un grande anestetico contro le preoccupazioni della vita, nonostante tutti gli sforzi consapevoli ed inconsapevoli che sono stati fatti per distruggerlo.
Per questo trovo molto sgradevole condividerlo con chi ulula con gli occhi iniettati di sangue e dimentica troppo spesso il cervello in queste piccole discussioni.
Perché poi mi ricordo che lo stesso personaggio affronta altre discussioni, più importanti, e magari va pure a votare.
E il suo voto vale il mio.
Questa democrazia é proprio una roba imperfetta.

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Cherrypicking n. 4

John Lydon è un tipo che ti avrebbe fatto spaventare, incontrandolo di notte, perfino nella Londra anni 70-80, dove di tipetti strani ed inquietanti ne giravano parecchi.
Il nostro resterà per sempre nella storia solo per aver fondato i Sex Pistols, un gruppo che ha letteralmente fatto la storia del costume oltre che del rock, distruggendo senza pietà tutte le convenzioni e le logiche fin lì espresse dal mainstream musicale.
Un atto politico dadaista più che un vero gruppo, così come quasi tutto il movimento punk, di cui musicalmente si ricordano poche cose oggigiorno e perfino giustamente.
La musica migliore infatti è venuta dopo, a dimostrazione che il medico aveva fatto il suo dovere fino in fondo, liberando le energie represse e a colpi di bisturi aprendo la via ad un nuovo mondo.
Tutta la musica genericamente chiamata “new wave” è stata uno dei periodi più fecondi della storia della musica rock e come un’onda nuova ha poi rigenerato lo scenario, prima della spaventosa depressione che tuttora perdura.
Aveva quindi ragione John Lydon, nato vecchio, a dichiarare più volte la falsità delle rivoluzioni (e mentre se ne stava facendo una!).
Questo me lo ha reso sempre molto simpatico : spaccava il giocattolo ma non si prendeva sul serio e sapeva che tutto sarebbe passato in fretta, fagocitato dalla moda, dal soldo, dalla vita.
Due sono i momenti indimenticabili in questa vera e propria agnizione del mondo dello spettacolo, simbolico squarcio nel sipario.
Il primo è il concerto finale a San Francisco concluso anticipatamente tra i fischi e le urla, buttando il microfono per terra dopo aver gridato al pubblico : « Ever get the feeling you’ve been cheated? »(Avete mai avuto l’impressione di essere stati imbrogliati?).
Il secondo è la pubblicazione di un video chiamato sinistramente “The great rock’n’roll swindle” (La grande truffa del rock’n’roll), degna epitome di un genio malato.
Perchè la cosa strana è che Lydon è riuscito perfino a fare grande musica, liberatosi dal fardello politico-culturale dei Pistols.
Sempre in quella maniera un pò così, borderline, e sempre con quella sua vocalità psicopatica.
Il gruppo che ha fondato successivamente, programmaticamente chiamato PIL (Public Image Limited), a dimostrazione scientifica della vittoria inesorabile del commercio, ha partorito varie opere più o meno importanti, ma un unico, autentico capolavoro.
Una chicca di rock anthemico, potentissimo, talmente avanti negli anni e talmente unica, che tuttora lascia sbalorditi.
Molto significativamente, con la consueta lucidità concettuale, Lydon ha espresso il top della sua “musica” con l’album col titolo più beffardamente commerciale che si ricordi.
Non si era mai visto un gruppo con un titolo anonimo così, creare perfino un album che si chiama semplicemente ALBUM e che addirittura cambia nome a seconda del formato, un pò come se oggi uscisse un album in download col titolo MP3.
E quindi lo stesso, fenomenale album, si chiama anche Compact Disc (nella versione cd) e Cassette (nella versione in cassetta…quanti ricordi).
Album è un album compattissimo, inesorabile, apocalittico, uno straordinario mix di vocalità stralunata e di musica hard elettronica portata alle estreme conseguenze.
Sessionmen di lusso impreziosiscono questo gioiello, tra cui la chitarra di Steve Vai che irrora questo album dal primo minuto.
Play it loud, mates.

Quando la tv non è una truffa

Uno dei topoi più di successo nella fiction cinematografica e televisiva é sempre stato il con-movie, il film su truffe e truffatori vari.
Così come gli heist-movie, le mille varianti delle rapine e delle sue complicate architetture e preparazioni, i con movies hanno un fascino intrinseco e mostrano al meglio, se fatti come si deve, la qualità dello sceneggiatore di turno, un po’ come succede anche nelle commedie “perfette”.
Due dei migliori esempi del genere e delle sue varianti sono passati, inutile a dirsi, in tv e non al cinema.
E sempre inutile a dirsi una serie viene dagli USA e un’altra dall’Inghilterra e dalla gloriosa tradizione BBC.
La prima è White Collar, tuttora in piena attività anche sui nostri schermi alla periferia dell’Impero, e la seconda é Hustle.
Ma mentre la prima é abbonata alle nominations agli Emmy e ha avuto grande successo in patria e fuori, la seconda é passata come una meteora sugli schermi italiani, pur essendo una serie di assoluto livello.
White Collar oggi è una delle cose migliori che si possano trovare nel campo della fiction in generale.
Ritmo splendido, dialoghi taglienti e inesorabili, regia patinatissima con montaggio ellittico (genere modern new york) che ha fatto la fortuna di altre serie memorabili come Boston Legal.
Il tema “con” è inserito in altri temi classici che sono quello poliziesco di indagine (qui é l’FBI la protagonista) e perfino il buddy movie, ossia la relazione agrodolce tra due uomini spesso molto diversi tra loro e legati da un rapporto di amicizia e collaborazione.
Qui la relazione é tra un agente FBI e il suo collaboratore “di giustizia”, in un certo senso, il fascinosissimo Neil Caffrey (interpretato da Matt Bomer) che lo aiuta nelle sue ricerche del cattivo di turno sfruttando la sua ben nota valentia nelle truffe e nei maneggi, il tutto rimanendo controllato da un braccialetto elettronico collegato alla caviglia.
Il tema fiducia-sfiducia attraversa tutta la serie nonchè il sottobosco dei falsari a vari livelli di arte.
Hustle invece punta sul meccanismo “con” in maniera più determinata e programmata.
Addirittura il payoff della serie era “The con is on”.
Qui siamo a Londra e siamo all’interno di un gruppo di truffatori che di volta in volta prende di mira qualcuno per vendicarsi, fare soldi, altri motivi.
La dinamica é più quella “rat-pack” che recentemente si é vista nella serie di film “Ocean’s 11” e simili.
E la gioia dello spettatore, molto rara oggigiorno, é nella raffinatezza del plot, che scorre parallelo al “piano” dei truffatori, con mille varianti e mille twists di sceneggiatura.
Anche qui, qui più che mai, comme d’habitude nella vecchia Albione, attori in stato di grazia e vecchie glorie che insegnano ancor oggi non solo i trucchi della truffa ma anche i trucchi del mestiere di attore a chi sa guardare con attenzione (penso a Robert Vaughn, a Robert Glenister…).
Datemi le serie complete di questi due capolavori e potrei non uscire per andare al cinema per mesi.

Cherrypicking n. 2

Ho sempre avuto un debole per i musicisti che hanno avuto poca o meno fortuna di quanto avrebbero meritato, i gruppi di culto o placidamente oscuri nella storia ufficiale della musica.
Tra i tanti nomi mi vengono in mente i Lotus Eaters, autori di un album di esordio talmente folgorante e meraviglioso nel suo romanticismo senza tempo da spingermi tanti anni fa ad uscire di casa e ad andarli a vedere in una fredda serata milanese (che é un topos, se ci pensate) all’Odissea 2001, una triste discoteca di periferia (don’t ask…).
Quella sera ho avuto la sensazione netta che fossero “doomed” (condannati) e che mai nessuno, a parte noi innamorati, avrebbe mai dato il successo di massa a quella musica così clamorosamente fuori moda.
Mi vengono in mente gli ABC, gruppo stilosissimo e di grande livello estetico musicale, una specie di Roxy Music in minore, che hanno quasi sempre fatto album splendidamente patinati e perfino adesso, mille anni e mille kg. dopo, sono riusciti a creare il solito prodotto perfetto (Traffic), inossidabili ed affidabili come sempre.
Un altro caso da manuale sono i Prefab Sprout, il gruppo di quel genio di Paddy McAloon, un grado di talento pop almeno pari alla sua profonda, inesorabile sfortuna (anche personale).
Paddy…l’autore di uno dei più grandi singoli della storia : Appetite.
E che dire dei Level 42, autentiche macchine da disco e da concerto che ancora recentemente sono riusciti a pubblicare un album come Retroglide (e il nome già dice molto…) dove, immuni da ogni moda, ripropongono in maniera ancora spettacolosa il loro sound inequivocabile, punteggiato dal basso slappante di Mark King e da aperture sonore davvero vertiginose.
Potrei andare avanti per ore ma se cominciassi a parlare degli XTC, degli Hue & Cry o dei Japan, un mondo più che un gruppo, rischierei di snaturare questo post ricco di ciliegie.
Recentemente ho riascoltato, dopo un pò di tempo, i Porcupine Tree, caso classico di carriera minore, anche se allietata da un seguito di fans agguerriti e fedelissimi (e anche questo è un classico…).
Alfieri del progressive che ha lanciato nell’empireo gruppi immortali come Yes, Genesis e Pink Floyd, i nostri hanno un sound ecumenico che può piacere indistintamente sia a chi ama le atmosfere romantiche sia ai cultori del power rock più deciso, in una strana commistione di estremi.
“In absentia” è di gran lunga la loro opera più convincente e più continua e The sound of muzak è un signor pezzo che avrebbe meritato maggior fortuna, anche per il titolo ironico.
Oscure sono le vie del successo e spesso é più piacevole battere le vie apparentemente minori là dove abbiamo trovato in passato gran parte della musica migliore.

Il cinema é altrove

Ormai da vari anni il cinema ha abbassato il suo livello medio di offerta, sia in quantità che in qualità.
Anche il cinema americano, trainante da anni in tutte le sue forme, ha pagato pesantemente il fatto di essere una industria.
L’industria ha schemi e ruoli e non prevede l’improvvisazione.
Negli anni 70 la rivoluzione “autorale” dei giovani virgulti (De Palma, Scorsese…) era come una specie di primo cinema indipendente, alla Sundance, ma all’interno di uno scenario sempre uguale.
Oggi invece è cambiato lo scenario tecnologico, si è abbassata di molto la soglia della produzione (oggi chiunque può fare un film di buon livello dal punto di vista tecnico e a bassi costi) ma contemporaneamente riducendo di molto l’accesso al cinema perché sono altri i veri canali.
Oggi al cinema ci vanno soprattutto i teenager e dal punto distributivo il cinema é stato confinato a meno sale, straordinariamente equipaggiate, e circondate da shopping centers e varie attività collaterali.
L’idea stessa di andare SOLO al cinema é passata di moda per sempre.
Il risultato finale é che si fanno meno film per le sale e si fanno, in genere, per il gruppo di audience che va davvero al cinema.
Ecco perchè da 10-15 anni almeno il meglio della fiction mondiale abita altrove, con rare eccezioni, sia in termini di continuità produttiva che in termini di qualità di regia, sceneggiatura, attori.
Anche perché le generazioni di attori al di sopra dei 40-50 anni e di medio livello di celebrità raramente trovano spazio nel big movie e sta finendo anche la brevissima stagione dei film usciti “direttamente” in DVD (classica tecnologia di passaggio, come i fax).
Le serie televisive e i tv movie, che saranno sempre più il futuro del moloch a 70.000 canali e in streaming che alimenterà il nostro “piccolo” schermo (in realtà megaschermi in HD/3D perennemente collegati ad internet), saranno la base del “cinema” moderno.
In questo il mondo anglosassone (USA & UK) la fa ancora da padrone, sfruttando una meravigliosa varietà produttiva e una qualità di registi, sceneggiatori ed attori ancora adesso impagabile.
E sono pressoché certo che la distinzione grande schermo-piccolo schermo avrà sempre meno senso e con la contemporaneità della proiezione, ossia l’uscita in contemporanea mondiale con vari livelli di fruizione e di costo (prima visione casa – cinema – seconda visione etc), sarà superato definitivamente il vecchio dualismo.
In buona sostanza : gli Oscars e gli Emmy Awards dubito che saranno ancora due premi distinti.
E se pensate alla fiction migliore che avete visto negli ultimi anni, scommetto che almeno la metà delle cose non l’avete vista al cinema in quella che si chiamava, una volta, “prima visione”.

Limited view

Quando si va a teatro a Londra o NYC, spesso riescono a venderti anche dei biglietti “limited view”.
Vale soprattutto per i musicals con grande richiesta e serve proprio a raschiare il fondo del barile del botteghino.
Sono posizioni sventurate, spesso davanti ad una colonna, e costano molto meno dei biglietti normali.
Spesso ho pensato che gli ultimi vent’anni dell’Italia siano stati in “limited view” con il palcoscenico come metafora della realtá.
Dopo lo sconquasso di Tangentopoli (più apparente che reale, ahimé, ma l’abbiamo saputo solo dopo) il belpaese, già in forte ritardo di suo, avrebbe avuto urgentemente bisogno di una svolta moderna che ci mettesse almeno in pari col resto del mondo occidentale e depurasse definitivamente il marcio connaturato alla gestione della cosa pubblica e non solo.
Invece, perdendo vent’anni netti, si é dato retta a persone ed istanze che fondamentalmente erano in politica per sistemare affari propri o che erano lo sfogo ad una subcultura che sarebbe giusto servita come grimaldello anticorruzione (vedi Lega 1.0) e nulla più.
L’ideologia ha regnato sovrana come in un eterno dopoguerra al tempo della guerra fredda.
Chi ha tentato di vedere lo spettacolo della realtà ha fatto enorme fatica in questi vent’anni di ipnosi demente.
E infatti adesso, quando quasi tutti si sono svegliati (a proposito : buon sonno, serve altro?), sembra al popolino che tutto succeda adesso (la crisi, gli scioperi, le rivolte, la vita vera di un paese a pezzi).
E magari ha pure la tentazione di darne la colpa a Monti o perfino di vagheggiare nostalgicamente il passato prossimo.
Il teatrino della politica è stato, su tutti i palcoscenici, quello allestito proprio dalla parte politica “culturalmente” predominante in questi anni disastrati, l’ennesimo paradosso, vista la costante recita dello sdegno per queste basse pratiche da prima Repubblica.

Iperreale

Tutto passa e tutto finisce a questo mondo e sembra che stia finendo anche la lunga stagione di successo del reality in Italia e nel mondo.
La crisi aziendale di Endemol, la società olandese alla base del GF e mille altri format, è proprio il simbolo di un’epoca morente.
In Italia io credo che il primo e vero unico reality sia stata la prima edizione del GF.
La tv è finzione anche perché presuppone sempre una produzione e quindi una modifica della realtà a fini spettacolari, ma certamente la prima spartana edizione del GF, con la conduzione quasi intellettuale della Bignardi, era per davvero un salto nel vuoto della novità assoluta.
Vi consiglio di rivedere qualche replica, che sta passando sulle reti del digitale terrestre, perché la differenza con oggi, a distanza di tempo, é evidente e davvero clamorosa.
Innanzitutto il fatto di non sapere esattamente cosa si stava facendo era un plus perché tutto era da inventare e questo, spesso, in tv migliora la freschezza e il risultato.
Il cast non era predeterminato e predigerito secondo logiche di “piazzamento” di personaggetti televisivi alla Mediaset, logiche da PR e da agente che molto velocemente mostrano la corda.
C’era davvero una logica sociologica reale e quindi una maggior apertura verso il “gioco al massacro” da esperimento.
Niente a che vedere con le litigate coreografate e la volgarità evidente della paillette mascherata da reale che é la cifra del tremendo spettacolo di oggi.
Quell’edizione, così come le prime, progressivamente sempre meno credibili, creava davvero affezione per le persone e logiche voyeuristiche quasi sane, se me lo permettete.
Il gioco poteva reggere evidentemente solo se fosse continuata la logica “rustica” degli inizi ma il gioco era truccato fin dalla sua genesi perché é chiaro che il successo e i meccanismi conosciuti creano poi mostri recitanti e macchinosità evidenti.
Non parliamo poi se abbiamo a che fare con celebrità varie (vedi Isola dei famosi e affini) dove il non detto dello spettacolo copre quasi ogni altra istanza.
Nonostante questo perfino qualche edizione dell’Isola dei famosi, complice le reali difficoltà dell’ambiente, quasi suo malgrado aveva creato siparietti interessanti e veloci scorci, come in una specie di Twitter vip ante litteram, sulla vera personalità dei partecipanti.
Ma in realtà l’idea semplice e geniale di mettere degli sconosciuti in una casa e vederli come in un acquario lascia una eredità diluita su tutti gli spettacoli televisivi del nuovo millennio.
Viviamo ormai in pieno nell’epoca del crossover in tutto e anche la tv non fa eccezioni.
Non esiste quindi parte dell’offerta televisiva che non sia in qualche modo “contaminata” o meticcia.
Sono nati vocaboli come “infotainment” ed altri che danno la misura della contaminazione.
Si é partiti quindi dalla spettacolarizzazione di tutto (anni 80 in poi), secondo canoni mutuati dalla grande madre USA per poi, appunto, riscoprire il valore della “realtà” come mezzo di riequilibrio di una offerta che virava troppo sul fasullo e sullo showbiz troppo palese.
Oggi siamo alla degenerazione anche di quelle dosi di realtà ma il virus é stato inoculato ed oggi qualsiasi proposta televisiva, dalla cronaca allo spettacolo, ha in sé parti predeterminate di spettacolarizzazione ma anche di “reality”.
Questa é la vera eredità di quello che sarà ricordato come il periodo del reality puro.
Da “X factor” ai numerosi “allestimenti” di cronaca nera, la serialità quotidiana, il dietro le quinte (finto o vero che sia), la creazione del personaggio in commedia, tutto va verso una dimensione che definirei iperreale e che ormai é la chiave di lettura della tv moderna.

L’àpote n. 2

Da tempo penso che la Chiesa o in genere le Chiese siano l’ostacolo maggiore che una persona in “buona fede” può incontrare se per caso volesse davvero concedere di affrontare la questione seriamente.
Non è da sottovalutare anche la pessima influenza che hanno da sempre gli integralisti e i bigotti in genere.
Di solito avere contatti con questo tipo di persone allontana all’istante perché uno ci trova immediatamente un che di meccanico e di ideologicamente ottuso che evidentemente tende a fare il deserto attorno a loro, soprattutto deserto delle persone pensanti dotate di spirito critico nonchè riluttanti a svendere il proprio cervello a chicchessia.
Sono i danni che le sovrastrutture mentali fanno alle persone disperatamente in cerca di un kit precotto di interpretazione della realtà.
E’ cambiata però l’atmosfera e la logica di questo genere di aggregazioni.
Laddove una volta, diciamo nell’immediato dopoguerra, il bigottismo era parecchio diffuso e aveva le sue radici nella tradizione accettata acriticamente come parte della propria cultura, con sfumature pesanti di superstizione, oggi l’aggressività reclutante dei vari gruppetti riflette alla perfezione un’epoca di ideologie astiose, rivela la faccia feroce, dissimulata dal sorriso forzato, nonché inquinata dal marketing che domina la nuova epoca.
E, prepotente, ci soccorre “provvidenzialmente” la fuga ragionata.

L’àpote n. 1

Il mondo, grosso modo, si divide in due categorie.
Chi crede che nessuno possa dire nulla di concreto e sensato sui massimi sistemi e chi invece crede di conoscere la verità ultima, solo perché qualche libro e relativa religione organizzata forniscono la loro personalissima e, quasi sempre, complicatissima interpretazione.
Chi crede che la ragione e lo spirito critico vadano applicati a tutto, incluso i “massimi sistemi” e le domande ultime e chi crede che siano fondamentalmente (notare l’avverbio) un intralcio.
Chi crede che l’uomo sia fatto a immagine e somiglianza di Dio e chi crede il contrario.
A questo proposito bisogna però dire che se uno usa la ragione, magari senza sensi di colpa inutili, é chiarissimo il motivo per cui l’uomo può aver creato Dio, molto meno chiaro è il contrario.
Così, per dire.

…quella volta che scrissi…GOLF

Pensavo
di essere io
sul tee della 1
a mulinare il drive
soppesando le varie opzioni
col sorriso soddisfatto
invece sono la pallina
quindi
adesso che sono in volo
non resta che sperare
nella perizia del colpo
nel basso handicap del giocatore
per poter prefigurare
ragionevolmente
l’approdo morbido e lento
il più lento possibile
sul fairway